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Anniversario liberazione di Arezzo: "Un ricordo"

 È sera e due donne percorrono la via del cimitero in direzione di casa, dopo aver assistito, nel santuario del Madonna del Giuncheto, alla messa in suffragio delle vittime della strage di San Polo.
Chiedo alle signore di aiutarmi a ripiegare il tricolore e domando se siano parenti delle vittime.
Mi risponde una delle due, Francesca Faralli:
-  No, ma la guerra mi ha portato via un fratellino!
Roberto Faralli abitava a Policiano e aveva 11 anni quando morì insieme ad altri tre amici a causa dello scoppio di una mina anticarro.
Era il giorno di Sant'Antonio del 1945 e Francesca si ricorderà sempre quella data, sebbene allora non avesse nemmeno quattro anni. Sua madre infatti ricordava sempre che quel giorno avevano fatto il pane e lo avevano portato a benedire in chiesa. Si capisce che a quel tempo era tanta la miseria e quindi la fame (una fetta di pane strofinata col lardo del prosciutto era la cena), perciò il piccolo Roberto addentò quel pane esclamando:
- Dio, ma bono che é questo pane benedetto!
Poi si rivolse a suo padre:
- Babbo, me le prepari un po' d'assicine che domattina si vuol fare la casa laggiù in fondo al campo...?
Insieme agli amici, aveva deciso di costruire, per gioco, una capannina alla Ristradella, ma nello scavare una buca incontrarono una mina anticarro.
Lo scoppio investì in pieno Roberto Faralli e Angiolino Chini che furono ridotti a brandelli, mentre furono sbalzati lontano Alfredo e Ines Tiberi. In particolare, il corpo della bambina fu ritrovato in cima alla chioma di un albero.
Roberto e Angiolino furono raccolti a pezzi e ricomposti in qualche modo in un'unica cassa.
A ricordo, esiste una lapide nel cimitero di Policiano.
Ma la sofferenza per i Faralli non finì qui. Infatti la loro casa fu venduta dal padrone ad un'altra famiglia.
Costretti ad abbandonare la propria abitazione, essi non trovavano poderi da condurre in quanto, avendo perduto l'unico figlio maschio, nessuno proprietario dava credito alle forze del padre Alfredo, ormai cinquantenne.
Lasciata la casa, i Faralli dovettero trovare subito un riparo provvisorio per consentire al vecchio nonno, morente, di finire su di un letto i propri giorni. Il nonno fu quindi sistemato, presso altri contadini, nello stallino dei conigli e dopo qualche giorno morì, due figlie andarono in una casa e due figlie in un'altra, i genitori andarono a dormire in una stalla insieme alla "miccia".
Alla fine fu il fattore della tenuta dei Maggi a San Polo a trovare un lavoro e un tetto ai Faralli, riuscendo a convincere il padrone, perplesso nell'affidare un podere a un uomo non più giovane e per di più solo con cinque donne.
Il padrone acconsentì, ma a condizione che trovassero un garzone.
Tuttavia, vedendo quanto bene e duramente lavorassero le giovani Faralli, un giorno disse loro di mandare via il garzone, perché non ce n'era bisogno.
- Quanta miseria! L'unica contentezza era andare a letto e dire le preghiere con la nonna... (e chissà che gioia per i nostri genitori che dormivano nella camera accanto, sentire queste che cantavano le "laudi" e tutte le altre preghiere!).
Questo è oggi il commento di Francesca, un volto a tratti triste e a tratti allegro, su cui le rughe profonde tradiscono tutta la fatica e la sofferenza di una vita.

scritto da A. Bertocci

Pubblicato il 21/7/2008 alle 18.32 nella rubrica Testimonianze Storiche.

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