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Stragi di Vallucciole e Stia

 Con l'inizio della primavera del 1944 si era estesa la presenza dei partigiani nell'alto Casentino e nella vallata del Bidente, fra la provincia di Forlì, dove operava la Brigata "Romagna", e quella di Arezzo dove erano sorti altri gruppi, tra cui una formazione che aveva preso il nome di Faliero Pucci. In quello stesso periodo, stabilizzatosi il fronte a Cassino, il Comando tedesco facente capo al Feldmaresciallo Kesselring cominciava a predisporre i piani per una linea arretrata di difesa che avrebbe attraversato tutto l'Appennino tosco-romagnolo (Linea Gotica). In questo quadro, seguendo una prassi tipica e costante della loro condotta di guerra, i nazisti ritenevano che il modo migliore per assicurarsi la piena disponibilità logistica della zona e la sicurezza lungo le strade secondarie (essendo quelle principali inagibili per i continui bombardamenti e mitragliamenti degli Alleati) fosse di trasformare il territorio in "terra bruciata". Ciò significava cacciarne a forza e con il terrore gli abitanti, distruggere i centri abitati e dare qualche feroce "esempio" per prevenire ogni tentativo di resistenza attiva o passiva da parte della popolazione. A tale criminale bisogna venivano addetti reparti tedeschi già sperimentati nei paesi dell'Europa orientale (SS e Divisione "Goering") con l'appoggio di collaborazionisti italiani (SS Italiane, Battaglione "Muti", Guardia Nazionale Repubblicana).
Per meglio predisporre l'azione, i tedeschi cercavano anzitutto di localizzare le formazioni partigiane eventualmente presenti nella zona e, a tale scopo, oltre a raccogliere informazioni dalle autorità fasciste mandavano in avanscoperta nuclei di esploratori per segnare gli itinerari e gli obiettivi delle stragi. Fu appunto uno di questi nuclei, composto da 3 SS travestite da partigiani che, il pomeriggio del 12 aprile 1944, viaggiando a bordo di un'auto civile venne intercettato in località Molin di Bucchio (presso Stia) da una squadra della "Faliero Pucci" scesa a rifornirsi di farina. Ingaggiato il combattimento, due dei tedeschi vennero uccisi sul posto, ma il terzo riuscì a fuggire gettandosi nella boscaglia. I! Comando tedesco non tardò a sfruttare quel pretesto per scatenare l'attacco cercando di farlo apparire una già di per sé mostruosa rappresaglia: all'alba de! 13 aprile reparti tedeschi e italiani, già pronti da alcuni giorni, investirono la zona di Stia, compiendovi una terrificante strage con epicentro a Vallucciole, ma poi estesasi a Stia, a il Castagno (San Godenzo) e in tutte le località circostanti. Si ignora il numero complessivo delle vittime.
Alla fine dì quella spaventosa giornata Vallucciole non esìsteva più. Intere famiglie erano state distrutte, le case incendiate e 108 cadaveri di donne, vecchi e bambini erano sparsi fra le macerie fumanti.
La drammaticità della strage nazista è testimoniata da Mons. Ermindo Melani, Abate di San Godenzo:
Nella notte dal 12 al 13 aprile e, verso le ore 2, una colonna di circa cento automezzi fra cannoni, autoblinde e carri armati, con un contingente di circa sei o settecento soldati tedeschi delle S.S. è passata per San Godenzo ed è piombata su Castagno, sorprendendo tutti nel sonno. Per tutta la notte, nel giorno successivo e nella notte seguente, fino al tramonto del giorno 14, abbiamo udito di qui continui spari di cannone, di mitraglia e formidabili detonazioni. Si vedevano pure vasti incendi. Alcune persone che erano riuscite a fuggire dalla zona investita raccontavano cose spaventose.
Tentai ripetutamente di recarmi sul luogo, come lo tentarono altre autorità locali, ma non fu assolutamente possibile, essendo tutte le strade sbarrate dai soldati tedeschi.
Ieri finalmente, essendo partita la compagnia delle S.S. e subentrati altri militi, potei portarmi a Castagno e rendermi ragione di quanto era accaduto. La colonna appena giunta in paese aprì il fuoco con tutti i mezzi. Tutti, letteralmente tutti gli abitanti, comprese le donne, i bambini ed i malati furono trascinati fuori seminudi, alcuni nudi, dalle loro case, in mezzo agli spari ed agli incendi, derubati di anelli, oroloqi e di tutto quanto avevano indosso, e richiusi in due stanze. Poi le case furono spogliate di tutto, tutte fino alle capanne. Quello che rimase fu distrutto. Poi molte case furono fatte saltare con la dinamite, contro altre furono sparate cannonate, una ventina furono bruciate. Fino ad ora abbiamo ritrovato sette persone morte a fucilate. Tre donne e quattro vecchi. Altri undici morti sono in un bosco oltre Castagno: ma nessuno è potuto andare a rilevarli.
La Canonica fu tra le prime a essere aggredita e il Parroco, tratto fuori seminudo fu con gli altri ammassato in una stanza ove rimase fino alla sera del 14. La Chiesa fu violata. La porta laterale fu aperta con una bomba. Contro il Crocefisso furono sparate cinque fucilate».
Nei giorni della strage i tedeschi catturarono 17 giovani partigiani ripiegati nel Casentino dalla Romagna. Condotti presso il cimitero di Stia, tutti i prigionieri furono fucilati. Essi erano: Rino Bagnoli, Mario Berlini, Giorgio Bratti, Zo Casadei, Giorgio Cremonini, Antonio Fabbri, Lelio Lama, Michele Manaresi, Marcello Marzolini, Gualtiero Righini, Romolo Zaccaroni, Fidelmo Zambianchi, più 5 di cui non è stato possibile procedere all'identificazione.

Pubblicato il 20/4/2008 alle 18.8 nella rubrica Commemorazioni.

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