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La Resistenza nei Lager nazisti

 

Parlare della Resistenza nei Lager non è cosa facile né semplice. Udendo la parola Resistenza il lettore è portato a immedesimarla a forme di lotta armata (che ci sono anche state nei Lager), trascurando col pensiero tutte le altre vere ed infinite forme di Resistenza che nei Lager si manifestarono e presero piede soprattutto dopo il 1938 quando nei Lager, accanto ai tedeschi vennero deportati i primi "stranieri" austriaci e cecoslovacchi, seguiti poi da polacchi, francesi, belgi, olandesi, russi, ecc..

Ad un certo momento troviamo nei Lager persone deportate che rappresentano il fior fiore della democrazia delle nazioni europee ed anche di alcune extra-europee.

Prima di proseguire nel nostro discorso sulla Resistenza nei Lager nazisti, è opportuno ricordare come per parecchi anni nel dopoguerra la qualifica di "resistente" era usata salvo rare eccezioni, per indicare il partigiano.

Quello sì che era un resistente, aveva sparato contro i nazifascisti, aveva sofferto il freddo, aveva dovuto spesso miracolosamente sfuggire ai rastrellamenti in pianura ed in montagna, aveva difeso il patrimonio industriale del paese dalla distruzione nazista ed infine era sceso dai monti e dalle colline ad occupare le città ed era a lui ed al movimento partigiano di cui faceva parte che si arresero e consegnarono le armi buona parte delle truppe tedesche e fasciste. Gli altri, i deportati, i prigionieri di guerra, i lavoratori coatti, gli ebrei, ecc., erano i "reduci". Ben visti, ben tollerati, ma "diversi". Non era concepibile, né per i partigiani, né per la stampa in genere, salvo qualche eccezione, né tantomeno per l'opinione pubblica che senza le armi fosse stato possibile opporsi al nemico nazifascista. Venne così negata o risultata sbiadita la qualifica di resistente dovuta a parere mio a pieno titolo a tutta quella parte della popolazione che contribuì a mettere noi partigiani in condizione di affrontare i nazifascisti.

Mi riferisco ai ragazzi e ragazze, spesso giovanissimi di 13-14 anni che fungevano da staffette, da portaordini, da avvisatori di possibili rastrellamenti, alle donne che scendevano dai paesini di montagna (es. dalla Carnia e dal Cadore) nella pianura per barattare quello che possedevano riempendo la gerla di generi alimentari e dopo decine di chilometri di marcia portavano a noi qualcosa da mangiare. Mi riferisco anche a quelle famiglie, a quei preti e frati che, con rischio della propria vita, ci davano rifugio e ci nascondevano; a tutti coloro i quali nelle campagne e nelle città procuravano calze, scarpe, vestiti e cibo da inviare "in montagna".

Il fatto di essere ben visti, ben tollerati, ma "diversi" rispetto alla resistenza armata, aveva creato in molti di noi deportati, nello stesso tempo, una doppia identità di partigiano e deportato con una forte insistenza sulla prima qualifica quella di partigiano, "quasi che la seconda da sola sembrasse monca o troppo debole in confronto della prima" come molto bene viene messo in rilievo dalla Bravo e dallo Jalla.

Sempre da loro due vengono ricordati gli atteggiamenti che Lidia Beccaria Rolfi, partigiana, deportata a Ravensbruech, racconta: "quando tu tentavi di raccontare la tua avventura, tiravano fuori l'atto eroico: .... però noi .... I tedeschi li avevano ammazzati loro, i fascisti li avevano fatti fuori loro .... noi eravamo solo dei prigionieri ... ". Col passare degli anni, come dovetti accorgermi, la considerazione verso i deportati cambiò; però la parola "resistente" per noi non veniva mai pronunciata.

Anche noi deportati che operammo una scelta fummo in ciò condizionati da fatti diversi: ci fu chi preferì arroccarsi nella qualifica di partigiano; io, invece, diedi sempre preminenza alla mia identità di deportato. Mi manteneva più vicino al ricordo dei compagni lasciati nelle fosse comuni e nei forni crematori.

Eppoi la deportazione é un trauma che uno si porta dietro per tutta la vita. Qualunque cosa faccia, qualunque pensiero attraversi il suo cervello, qualunque paragone gli passi per la mente, il deportato ritorna col pensiero sempre allo stesso posto: al suo lavoro nel Lager, ai suoi compagni morti, agli odori del Lager (quando mai riuscirò a liberarmi dall'odore di carne bruciata che emanava dal camino del crematorio di Buchenwald?).

Sarà per questo, per la preferenza che ho dato alla mia identità di deportato, che trovo più facile e nello stesso tempo più importante scrivere sulla deportazione piuttosto che sulla Resistenza.

Un'altra cosa che mi preme mettere in chiaro, prima di passare a trattare della Resistenza nei Lager è la mia netta avversione a quella che noi deportati chiamiamo il Koschinskismo, cioè il sillogismo formulato da un nostro compagno ebreo tedesco per cui tutti coloro che sono stati deportati nei Lager sono e devono essere riconosciuti resistenti in quanto sono vittime della ferocia nazista.

Questo assioma deportato=resistente, a mio modo di vedere, non ha nessun fondamento. Sono troppe le categorie in cui i deportati anche politici dovrebbero essere inquadrati. Ad esempio: possiamo considerare resistenti coloro che nel Lager si sono preoccupati solo del proprio "particulare", un lavoro al riparo dalle intemperie, la caccia sfrenata ad un pezzo di pane con tutti i mezzi possibili, il disinteresse nei confronti dei compagni, la perdita della propria dignità? oppure coloro che hanno assunto la veste di provocatori, di spioni (e Dio solo sa quanti ve n'erano nei Lager e quante sono state le loro vittime), coloro che si sono macchiati di crimini comuni, coloro che bastonavano e assassinavano i compagni, ecc.? Costoro io non posso e non potrò mai accettarli con buona pace di Koscinski nel ruolo di resistenti anche se sono stati dei deportati.

Dopo queste considerazioni possiamo riprendere il discorso.

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I gerarchi nazisti avevano una particolare considerazione per i Lager; essi costituivano, con le loro centinaia di migliaia di deportati, un immenso serbatoio di forza-lavoro per l'industria tedesca in genere e per quella degli armamenti in particolare.

Dopo la sconfitta di Stalingrado, fra i più avveduti gerarchi, quelli che compresero che ormai la sconfitta della Germania era inevitabile, fece capolino una preoccupazione che andò man mano aumentando ed i Lager entrarono così nei loro pensieri con una parola, come dice Speer "Gefachrlichkeit" (pericolosità). Per costoro i Lager costituivano una polveriera pronta ad esplodere con la resa della Germania ed i deportati, secondo loro, una volta liberi difficilmente si sarebbero trattenuti dal compiere una carneficina sulla "inerme ed incolpevole popolazione tedesca".

Per altri, come Himmler, la preoccupazione era di un ordine diverso: i deportati sono testimoni della ferocia e della crudeltà nazista. In altre parole, sono custodi dei segreti dei crimini del nazismo. Perciò vanno eliminati.

Almeno sino alla fine del 1944 nessuno dei gerarchi nazisti, da quello che mi risulta, pensò o sospettò che si formassero nei Lager tra i deportati delle organizzazioni resistenzialiaventi scopi ben definiti. Ritenevano che le differenze linguistiche, gli odi nazionali ed anche razziali, l'altissimo tasso di mortalità che portava a continui ricambi di persone nei vari Lager, la polverizzazione della massa dei deportati distribuiti attraverso i trasporti senza alcun preavviso nelle centinaia e centinaia di Lager, la ferocia delle SS e l'acquisizione da parte delle stesse di spioni e provocatori tra i deportati stessi, rendessero impossibile la creazione di organizzazioni clandestine di resistenza all'interno dei Lager.

Temevano tutt'al più le fughe per le notizie che gli evasi avrebbero potuto far arrivare agli Alleati.

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La Resistenza nei Lager assume in genere aspetti, forme e dimensioni diverse da quelle che noi intendiamo solitamente; talvolta è il singolo che si oppone al terrore nazista (ricordo il caso di un ebreo ormai ridotto agli estremi che con le ultime forze e che gli erano rimaste si avventò contro un SS che passeggiava nei pressi e lo strangolò nonostante l'intervento dei lavoratori civil


i accorsi in aiuto della SS); altre volte sono piccoli gruppi che si uniscono tra loro e che hanno un denominatore comune, il partito, la nazionalità, la regione. Secondo un polacco, lo Czarnewski, a Buchenwald si erano costituiti addirittura 19 gruppi, associazioni regionali, tra i deportati politici tedeschi che durarono fino alla fine del Lager.

Anche a Dachau e Sachsenhausen si costituirono pure organizzazioni segrete su base regionale. Su questo tipo di organizzazione abbiamo molte testimonianze. Otto Horn, austriaco, deportato anche lui a Buchenwald, racconta che almeno sino a metà del 1944 i comunisti tedeschi dell'organizzazione internazionale del Lager erano raggruppati per regioni; Karl Wagner arrivato da Dachau riferisce che al suo arrivo viene incorporato nel gruppo Wirtenberghese. In altri Lager si formarono con denominazioni varie i comitati di lotta antifascista che raccolsero resistenti e partigiani selezionati (la paura degli spioni e dei provocatori è una costante nella vita del Lager). Oltre alla varietà delle denominazioni, questi comitati, queste organizzazioni resistenziali assunsero anche scopi che, pur essendo sempre di resistenza e di lotta al nazismo, vennero differenziati da Lager a Lager anteponendo, a seconda delle situazioni, le particolarità proprie di quel Lager oltre a quelle comuni della lotta antinazista. Ad esempio:

- tra le donne rinchiuse a Ravensbrueck compito fondamentale deciso dall'organizzazione, accanto al sabotaggio ed all'aiuto da prestare a chi vuol evadere, è quello della salvaguardia della dignità umana[0];

- ad Auschwitz, secondo Pilecki, si passa da un primo periodo in cui l'organizzazione si prefigge come scopi quello di rianimare il morale dei deportati, di aiutarli procurando cibo e vestiario, a cercare di far sapere all'esterno cosa succede nel Lager in modo che si creino delle bande armate pronte a combattere, ad un secondo periodo, quello che coincide con l'inizio dello sterminio della popolazione ebraica, dove l'impegno profuso da tutta questa organizzazione (formata in gran parte da ufficiali polacchi deportati) deve essere quello di far conoscere al mondo intero la nefandezza dei crimini nazisti e ciò deve essere fatto favorendo, a qualsiasi costo, le fughe di deportati debitamente istruiti che ad Auschwitz raggiunsero un livello superiore a quello degli altri Lager, tanto che Himmler intervenne con una sua circolare minacciosamente.

A questo proposito occorre dire che quando questi evasi, portatori di segreti e notizie raccapriccianti (lo sterminio degli ebrei) e aiutati dalla resistenza polacca, raggiungono Stoccolma e Londra raccontano cosa stava succedendo ad Auschwitz non vengono creduti.

Si pensi che nel febbraio 1942, quando lo sterminio ebraico era già in atto (nel Lager di Chelmo funzionava già da due mesi la gasazione), un giornale ebraico, lo "Hatzofe", raccomandò ai suoi corrispondenti "maggiore responsabilità e a non gonfiare a dismisura ogni voce allarmante"; persino il Massacro di Babi-Yar venne tralasciato dicendo che "il giornale russo che ne aveva pubblicato la notizia aveva scritto che la maggior parte delle vittime non era ebrea"!

Le organizzazioni della Resistenza nei Lager, a partire dal 1942, si trovarono di fronte un altro problema piuttosto complesso da dover risolvere, cioè di come comportarsi rispetto alla continua creazione da parte delle SS dei cosiddetti Aussenkommandos (Lager dipendenti dai campi principali) per sopperire alla necessità di manodopera per l'industria bellica. Mantenere intatta l'organizzazione del Lager principale? o inviare elementi fidati e politicizzati in questi Lager di nuova formazione affinché creino anche lì delle organizzazioni e dei comitati antifascisti? Quasi dappertutto si optò per la seconda soluzione.

Io stesso ho fatto parte nel Lager di Langenstein-Zwieberge del Comitato antifascista, l'organizzazione resistenziale del Lager che cercò in tutti i modi di aiutare i compagni deportati, tra difficoltà di ogni genere dovute principalmente all'assoluta scarsità di mezzi.

Il lavoro del Comitato consistette per lo più nel tener alto il morale dei deportati consolando gli ammalati, rincuorando gli avviliti, dando notizie sull'andamento della guerra ed incitando tutti a tener duro perché il giorno della liberazione si avvicinava.

Per una eventuale ed impossibile rivolta, vista anche la topografia della zona, avevamo a disposizione tre candelotti di dinamite, i coltelli da cucina ed i manici delle pale!

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Dopo queste parentesi possiamo dire che nei Lager troviamo comitati che si preparano per la Resistenza armata (Auschwitz, Buchenwald, Sobibor, Treblinka, tutti Lager che insorgeranno); altri che svolgono un'attività che potremmo chiamare di resistenza a carattere assistenziale (formati da gruppi nazionali, da membri di un partito, da elementi che sentono profondamente la solidarietà e la fratellanza dell'antifascismo); altri che svolgono un'azione di difesa (contro i soprusi di altri deportati, es. Kapos e Vorarbeiters, contro i delatori ed in genere contro le infamie commesse da altri deportati); altri ancora si preoccupano del sostegno morale e religioso dei loro compagni che va dalla raccolta e diffusione delle notizie (per lo più sulle operazioni belliche) sino all'aiuto di chi prepara in gran segreto un'evasione; altri comitati, organizzazioni che potremmo definire di Resistenza passiva, obbligano i loro membri alla rinunzia di eventuali incarichi nel Lager (Kapò, Vorarbeiters, Capoblocco, ecc..) per non essere costretti ad infierire sui compagni, per non dover fare la spia, ecc.. ed addirittura a suicidarsi per il timore di non resistere alle torture degli interrogatori delle SS e quindi tradire i propri compagni (qui occorre dire che l'ufficio politico della SS di ogni Lager aveva al suo servizio un gran numero di spie e di provocatori assoldati per lo più con un pezzo di pane e una razione di brodaglia).

Un altro compito che si prefissero i comitati clandestini nei Lager fu quello di ricercare tra gli aguzzini dei punti deboli quali bramosia di denaro e di oggetti preziosi (questo nei grandi Lager dove venivano ammassati e selezionati i beni degli ebrei), sfiducia nell'esito della guerra, un sottofondo tiepido verso il nazismo ed una volta individuati gli elementi su quali operare, la Resistenza si avvalse dei beni accantonati nel Lager nelle Effektenkammer o del coraggio e dell'intelligenza di alcuni suoi membri politicamente preparati che convinsero elementi delle SS a collaborare ed aiutare i deportati.

Assumono un particolare rilievo per il rischio, l'impegno ed il particolare coraggio con cui svolsero le loro attività nei campi di Auschwitz e Buchenwald due intellettuali e futuri storici della deportazione, Hermann Langbein ed Eugene Kogon che, grazie alla loro preparazione politica ed alle loro mansioni, furono in grado di accattivarsi la benevolenza dei loro superiori SS ed indirizzarli a svolgere spesso un'azione concreta a sostegno ed in difesa dei deportati in quei due Lager.

Ovviamente, man mano che gli eserciti nazisti collezionavano sconfitte, aumentava il numero degli aguzzini che avevano interesse di accumulare oro o di apparire migliori, intervenendo anche con rischi personali in favore dei deportati.

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Non penso di aver esaurito così diciamo "le categorie" nelle quali si manifestò la Resistenza nei Lager nazisti; ho voluto di proposito enunciare solo le più importanti.

Purtroppo a mezzo secolo di distanza non è facile ricostruire tutte le forme, tutte le azioni e gli episodi di Resistenza nei Lager nazisti in quanto la stragrande maggioranza dei testimoni sopravvissuti ai Lager è scomparsa, cercheremo tuttavia attraverso testimonianze e ricordi di dare un'idea di ciò che essa fu nei Lager.

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Sembrerà strano, a chi non ha vissuto la tragedia dei Lager, la raccomandazione che mi fece il Capoblocco del 43 a Buchenwald, nel consegnarmi il biglietto con cui venivo trasferito al blocco 45, di tenermi pulito sia negli abiti che nella persona. "Il mantenersi puliti ed ordinati fa parte della nostra lotta ai nazisti: loro godono quando ci vedono sporchi


e trascurati ed hanno la possibilità di paragonarci agli animali". Al momento non diedi molta importanza a tale raccomandazione. Comprenderò in pieno il senso di quel discorso sei mesi dopo nel Lager di Langenstein dove eravamo ridotti a larve umane, laceri, sporchi, pieni di pidocchi, senza un pezzo di sapone, senza un bagno (6000 deportati). Eravamo arrivati ad essere quello che lo stato nazista voleva: degli Untermenschen, dei sottouomini, una via di mezzo tra i porci e gli uomini la cui vita non aveva per i nazisti alcuna importanza.

Infatti nemmeno quando il bisogno di manodopera per le industrie belliche si fece assillante la nostra vita di deportati contava qualcosa.

Il furto di un arnese, un lavoro eseguito male, il rifiuto di lavorare se non veniva aumentata la razione di cibo, ad esempio, venivano considerate azioni di sabotaggio ed erano punite con la fucilazione e l'impiccagione. Ricordo a proposito di quest'ultimo rifiuto la fucilazione dei 7 alpini italiani deportati a Dora, Lager per politici, avvenuta il 15 dicembre 1943.

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Come ho accennato sopra, in tutti i Lager di una certa importanza sorsero quei comitati o quelle organizzazioni di lotta antinazista (che non so perché si chiamarono sempre "di lotta antifascista") che nella clandestinità assoluta gestivano il Lager operando al suo interno.

La massa dei deportati non solo non avvertì l'esistenza di simili comitati, ma nemmeno sospettò che esistessero.

Il segreto che li circondava era protetto dalle regole della clandestinità. Nessuno dei deportati sapeva più delle poche cose che era indispensabile conoscesse per poter svolgere la sua attività in modo che se anche fosse stato scoperto e sottoposto a tortura, potesse fare il minor danno possibile all'organizzazione.

(Un discorso a parte andrebbe fatto a questo punto sugli italiani a Buchenwald: inguaribili chiacchieroni, che D. Ciufoli[0] fosse il rappresentante italiano nell'organizzazione internazionale era il segreto di Pulcinella).

Se non erro, la prima importante uscita allo scoperto di una tale organizzazione avvenne a Buchenwald nella primavera-estate del 1938.

Nei Lager la distinzione dei deportati nelle varie "categorie" era contraddistinta da un triangolo che ognuno portava cucito all'altezza del cuore. I triangoli vennero introdotti nei Lager nel 1937quando accanto ai politici (triangolo rosso) vennero portati i testimoni di Geova (triangolo violetto) ed i criminali (triangolo verde) che presero così nel gergo del campo il nome di "verdi". Più tardi avremo anche triangoli di altro colore e la stella gialla per gli ebrei.

Con il trasferimento dalle carceri ai Lager di oltre 2000 criminali tedeschi avvenuto nel marzo 1937, le SS dei vari Lager affidarono a costoro gli incarichi più importanti nella gestione interna del Lager (Capiblocco, Capisquadra, Kapos, ecc.). Furono giorni durissimi per i politici e per gli ebrei tedeschi deportati successivamente. I verdi giravano per il Lager con al braccio la fascia che indicava le loro funzioni e con un bastone in mano per mettere in evidenza la loro autorità. A Buchenwald arrivarono parte di questi 2000 verdi sin dall'apertura del Lager (luglio 1937). Il loro passatempo era di angariare politici ed ebrei, bastonarli, far loro la spia alle SS e arrivare anche ad ucciderli.

Per le SS ciò non aveva e non avrà neanche successivamente alcuna importanza. Importante, e questo lo è sempre stato nei Lager, era che il numero dei deportati, morti più vivi, quadrasse, cioè che non vi fossero delle fughe.

Dentro ai Lager avvennero risse furibonde tra "verdi" e separatamente politici ed ebrei. Sinché nel 1938 a Buchenwald, sotto la guida di Karl Barthel, che era stato il più giovane deputato della repubblica di Weimar, i politici ed i giovani ebrei si unirono e si ebbero scontri con morti e feriti da entrambi le parti. I "Verdi" comprendendo di essere braccati ed in netta minoranza si asserragliarono nelle loro baracche da dove uscivano solo in folti gruppi. Anche in quella occasione le SS non mancarono di andare in loro aiuto; li fecero trasferire tempestivamente nel Lager di Mauthausen che allora, settembre 1938, era stato aperto da poche settimane.

Secondo Eugene Kogon, che quei giorni li visse nel Lager, uno dei motivi che determinarono il trasferimento dei "verdi" deve ricercarsi anche nella concorrenza che gli stessi facevano alla SS nello spogliare gli ebrei arrivati nel Lager con i loro averi (oro, gioielli e denaro).

Da molti viene considerata questa azione come la prima effettuata da una organizzazione antifascista nei Lager.

Nel Lager, spariti i randellatori e gli spioni, tornò, se si può usare un eufemismo, la quiete. Le SS, gli assassiniì dovettero da quel tempo in avanti compierli in proprio.

Negli altri campi ed in tempi diversi la lotta proseguì senza soste: a Mauthausen, a Gusen, a Majdanek e a Gross Rosen dove i criminali avevano maltrattato ed assassinato parecchi politici tedeschi. Testimonia M. Moldawa su Gross Rosen: "là dove i "verdi" sono investiti delle funzioni non vi era altro che una fine rapida per i politici, liquidati da essi (i verdi) con l'accordo della gente di Hitler" cioè delle SS.

Un'attenzione particolare, a questo punto, è necessario concentrarla sul comportamento dei deportati polacchi.

Occorre ricordare che mentre i deportati tedeschi si fregiavano dei triangoli di vario colore a seconda della loro "categoria" di deportazione, tutti i deportati stranieri che io ho incontrato avevano il triangolo rosso da politici. Così i membri della malavita corsa tradotti dalle carceri francesi, così gli ergastolani italiani tradotti dalle carceri di Sulmona, così gli altri italiani tradotti dal carcere militare di Peschiera[0], ecc.. Questa inflazione di triangoli rossi generò nei Lager una confusione enorme: si tentava di scoprire il vero politico dal numero di matricola basso per potersi fidare. Ma anche questo modo di individuare il politico era sbagliato. I resistenti italiani, francesi belgi, olandesi, ecc. che arrivarono nei Lager negli ultimi anni di guerra erano politici ai quali venne dato il numero di matricola progressivo sempre più alto. E' illusorio quindi, come dice anche il Collotti, "pensare che il Lager fosse solo scuola di fraternità e di affratellamento. La tragedia del Lager fu quella di far correre ad ogni istante il rischio che la condizione umana si lasciasse degradare al rango di bestialità cui i nazisti volevano condannare i loro prigionieri. Il Lager esaltò le qualità umane al livello più elevato ed esasperò al livello più basso gli istinti meno nobili. Dove la solidarietà, il dovere della solidarietà, non era mediato dalla consapevolezza politica, la brutale legge della sopravvivenza imponeva l'obbligo di badare a se stessi, di rinchiudersi nella difesa non del proprio privilegio (questo sarà semmai il caso dei Prominenten) ma semplicemente del proprio particulare, nell'esasperazione del proprio egoismo, nella speranza di salvarsi isolandosi dagli altri e spesso, se necessario, a spese degli altri. La tentazione di considerare importante unicamente la propria sorte faceva parte della natura umana sottoposta alla prova così dura nell'anticamera della distruzione".

Parlare dei deportati polacchi nei Lager e del loro comportamento sarebbe una cosa lunghissima e si rasenterebbe la generalizzazione. Io stesso tra i polacchi provenienti dalla Resistenza attiva ebbi compagni amabilissimi, così come erano dei bravissimi compagni i superstiti di quei gruppi di polacchi deportati nei primi anni di guerra. Il 16 novembre 1939, arrivarono a Buchenwald, i primi polacchi, 2860 tra cui parecchi ebrei, 104 partigiani polacchi facenti parte di questo gruppo vennero rinchiusi in una speciale gabbia di 30 metri per due. Nel Lager era risaputo che dovevano essere liquidati. Con 150 grammi di pane e mezzo litro di brodaglia al giorno morirono ad uno ad uno nello spazio di un mese. Di un trasporto di 1100 resistenti polacchi arrivati nell'agosto 1940, il primo giorno di lavoro nella cava di pietre ne furono fucilati undici e dopo quattro mesi i superstiti di quel trasporto erano ridotti a meno di trecento.

Tuttavia, ac


canto a persone deportate in quanto partigiani, esponenti politici e resistenti, arrivarono in rapida successione nel Lager migliaia e migliaia di polacchi razziati nei villaggi, nei paesi, nelle città e nelle carceri dall'esercito tedesco e dalle SS, i quali di politico non avevano niente. Anche a loro venne attribuito il triangolo rosso. Erano costoro nella stragrande maggioranza dei poveri diavoli che si trovarono così al centro di una tragedia più grande di ogni loro immaginazione. Senza cultura, senza formazione politica, non sentivano alcun sentimento di fratellanza e di solidarietà con i loro compagni di deportazione. Erano ferocemente antisemiti ed anticomunisti. Fu facile per loro, grazie al desiderio unico di sopravvivenza a qualunque costo, di entrare nel giro delle SS dalle quali vennero usati ben presto come spioni, come provocatori e divennero insieme ai "verdi" i peggiori nemici dei politici delle varie nazionalità.

Sull'antisemitismo, sull'anticomunismo e sul servilismo dei polacchi nei Lager si è scritto a sufficienza, ma a parer mio non ancora abbastanza. Sull'odio che gli stessi portavano verso i partigiani e verso i combattenti della repubblica spagnola non si è ancora parlato. Solo Razola e Costante, entrambi spagnoli, parlano dei polacchi di Mauthausen e Gusen dicendo: "erano i nemici più feroci di chi aveva combattuto per la repubblica spagnola". I polacchi "erano dei ricchi che trovavano naturale bastonare ed uccidere i poveri".

Un francese Louis Deblè racconta: "erano cattivi, grandi ammiratori di Salazar e di Franco". In un altro Lager, Sachenhausen, Poitner racconta che "i polacchi forniscono (alle SS) la più grande massa di spioni". Più avanti scrive: "erano tutti nazionalisti, sopratutto sciovinisti, fascisti, antitedeschi (cioè contro i deportati politici tedeschi). I loro principali nemici non erano né le SS, né Hitler".

Accanto alla massa di costoro che crearono grossi problemi alle organizzazioni resistenziali dei vari Lager, troviamo tra i polacchi anche delle figure luminose da Massimiliano Kolbe a Marin Barko che presero volontariamente il posto di un polacco condannato a morte per rappresaglia in seguito ad una fuga, al Kapo Krassowskiche salva un compagno sostituendo il suo numero con quello di un morto, all'ing. Damazyn che a Buchenwald partecipò alla Resistenza e costruì segretamente, rischiando la vita, una radio non solo ricevente, ma anche trasmittente ad onde corte con la quale venne chiesto tre giorni prima della liberazione l'aiuto delle truppe americane.

A Mauthausen sarà Joséf Cyrankiewicz, arrivato da Auschwitz, che imprimerà una svolta e riuscirà a smantellare, così come aveva fatto ad Auschwitz, le idee della sinistra polacca antiunitaria e riuscirà a farla aderire negli ultimi mesi di guerra al Comitato antifascista internazionale.

A Langenstein invece fummo costretti, per difenderci dalla loro prepotenza e ferocia, ad eliminare 7 Vorarbeiters polacchi. Il racconto di questo triste fatto si trova depositato da anni nell'archivio dell'Istituto storico del Movimento di liberazione di Trieste.

Termino questa digressione sui polacchi ricordando anche che il maggior numero dei fucilati davanti al muro nero di Auschwitz era polacco, così come lo era una parte considerevole dei fucilati ed impiccati nel Lager di Dora.

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Riprendiamo ora il discorso sui sabotaggi. A mio modo di vedere è su questo terreno, quello del sabotaggio, che si manifesta tutta l'importanza in modo concreto, continuo e fermo delle organizzazioni resistenziali dei Lager anche se in infiniti casi il sabotaggio èopera personale di singoli deportati che non hanno alcun legame con l'organizzazione antifascista del Lager. Anzi, talvolta il sabotaggio avveniva senza che il sabotatore avesse l'intenzione di sabotare. Nel mio libro racconto l'episodio, che confidatomi da un compagno triestino a Langenstein, il quale mentre cercava solo di guadagnare alcuni minuti in più di riposo, si risolse invece in un autentico grosso sabotaggio: l'eliminazione di un impianto che trasportava il cemento per intonacare le volte del tunnel. Sempre di Langenstein e delle gallerie racconto la storia delle punte del perforatore fatte sparire nei vagoni dei detriti su mia proposta. Una storia che rischiò di finire male. Debbo confessare che in quel momento l'idea del sabotaggio non attraversò la mia mente.

Parlando dei sabotaggi bisogna andare col pensiero a quella che era la condizione di vita del deportato. Sinché egli lavorava dentro al Lager, costruiva baracche, porte, finestre, rampe di scale, bagni, gabinetti, ecc., oppure era addetto alle pulizie, era occupato come medico, e così via, non si sognava di operare sabotaggi. Sapeva che il suo lavoro sarebbe servito per migliorare le condizioni di vita dei suoi compagni e quindi era stimolato ad operare con professionalità.

Quando invece il deportato viene inviato a lavorare nelle fabbriche, e notate bene che sono tutte legate direttamente e indirettamente alla produzione di materiale bellico, comprende benissimo che lavora a sostegno della guerra nazista, in sostanza lavora contro sé stesso e lavora per prolungare la guerra ed a ritardare la sua sospirata liberazione.

Scatta così la molla del sabotaggio.

Alcuni fanno risalire l'inizio dei sabotaggi al gennaio 1942, però i miei compagni tedeschi mi raccontarono che già nel 1940 iniziarono i sabotaggi, anche se in forme poco appariscenti ma decise. Ad esempio: un'industria richiedeva al Comando del Lager l'invio di meccanici, tornitori, disegnatori, ecc.. L'ufficio statistico dei deportati, allertato dalla organizzazione, si guardava bene dall'inviare i deportati specializzati richiesti. Inviava a quell'industria il numero dei deportati richiesti, ma con professioni diverse se non addirittura contadini.

Nel 1942 incomincia la necessità di reclutare mano d'opera per le industrie tedesche. Gran parte dei lavoratori tedeschi sono mobilitati e le industrie sono costrette, per coprire i vuoti che si aprono nei loro stabilimenti a ricorrere sempre di più ai Comandi dei Lager per avere la forza lavoro necessaria.

Non si chiede più operai specializzati, si chiede genericamente un numero di deportati. Penserà poi l'industria, o meglio i suoi capi-reparto, a specializzarli usando il bastone.

Vicino a Mauthausen, la Messerschmitt apre una fabbrica per produrre dei particolari per i suoi aerei. Questi pezzi escono, ma sono fuori misura, non perfetti. Allora necessita che i tecnici della impresa perdano il loro tempo per istituire i deportati sul corretto uso delle macchine, sull'uso degli strumenti di controllo, ecc.. Dopo qualche settimana spesa inutilmente, rimandano nel Lager quei deportati finti zucconi e se ne fanno inviare degli altri. Il training procede lentamente facendo infuriare le SS che intervengono facendo lavorare il bastone. Sempre in quell'industria, racconta un russo, per evitare perdite di tempo vennero edificate le latrine vicino ai capannoni. Il risultato fu che i deportati gettavano nelle latrine un'infinità di rivetti ben riusciti.

Mi raccontava un compagno che una direttiva del comitato antifascista di Sachsenhausen apparsa addirittura scritta su alcune porte all'interno dei blocchi diceva: "Sabotare le macchine utensili, lavorare il più lentamente possibile, moltiplicare gli scarti". Nella primavera del'44 le SS scoprirono in una fabbrica dei volantini che invitavano i lavoratori civili tedeschi a forme di resistenza passive ed a operare sabotaggi.

Nelle fabbriche d'armi si sabotava regolando male certi meccanismi o tarando male gli strumenti di misura.

A Dora, dove si producevano le V-1 e V-2, il boemo Cespiva sistema in luoghi adatti degli specialisti con l'incarico di rallentare la produzione; altri hanno l'incarico di modificare la tensione di alcuni relais dopo che erano stati controllati, altri ancora di neutralizzare, quando era possibile, i sistemi elettrici di pilotaggio.

Ad Arolsen, dove esisteva una scuola guida delle SS, un lussemburghese, meccanico nell'officina manutenzione automezzi e che sarà protagonista di una storica fuga, vuotava ogni giorno una tasca di sabbia nei serbatoi delle autovet


ture in riparazione.

Nei Lager di Buchenwald ed in quello di Dora il sabotaggio raggiunge forme massicce: a Buchenwald perché esso viene organizzato dal Comitato antifascista, a Dora anche perché la costruzione delle V-1 e V-2, le armi della vendetta, costringeva ogni deportato a riflettere che il successo di quelle produzioni allontanava la fine della guerra e per lui la libertà o addirittura la sopravvivenza.

A Buchenwald, in prossimità del campo, vennero costruiti dodici grandi capannoni della fabbrica d'armi Gustloff.

Era diventata una norma sotto il nazismo costruire fabbriche vicino ai Lager o aprire un Lager nelle vicinanze di una fabbrica. Lo scopo era sempre quello: sfruttare la forza-lavoro dei deportati. Le officine Gustloff occuparono, sino al bombardamento alleato che il 24 agosto 1944 le distrusse, parecchie migliaia di deportati e producevano diversi tipi di armi: cannoni da 88 mm, cannoni antiaerei da 37 mm, quelli anticarro da 75 mm ed altre armi.

I deportati colà inviati e ritenuti dal Comitato politicamente poco affidabili venivano richiamati nel Lager e destinati ad altri lavori. Venivano sostituiti da antifascisti delle varie nazionalità di sicuro affidamento e pronti ad assumersi pienamente la responsabilità e i rischi personali.

Come raccontano Mader e Leibbrand: "la pianificazione del lavoro nella fabbrica mette in evidenza la necessità di un certo numero di macchine utensili e di materiali. Per "disattenzione" dei deportati che lavorano negli uffici, gli ordini vengono ripetuti per mesi facendo perdere tempo (migliaia di ore di lavoro) a chi produceva i macchinari, a chi li imballava e a chi li trasportava". I conflitti di competenza, creati o suggeriti dai deportati, provocarono ulteriori ritardi. Inoltre la Wehrmacht, mentre esagerava i controlli, alle minime imperfezioni pretendeva modifiche facendo rallentare ulteriormente la produzione. Soltanto tardivamente la Wehrmacht si accorse dei difetti gravi ed occulti insiti nelle armi che avevano già superato il controllo ed erano già state destinate ai reparti. Dovette rinviare alla Gustoff tutta la produzione di canne per l'artiglieria fornita durante nove mesi senza che la sua Commissione di controllo avesse in partenza potuto scoprirne i difetti.

Chi diresse questa azione di sabotaggio tra i deportati fu un russo Skobtov.

Nel 1944 all'arrivo di un ordine urgente, il Comitato fece intervenire i medici deportati che segnalarono al Comandante del Lager d'aver diagnosticato dei casi di tifo in alcuni deportati che lavoravano alla Gustloff. Costui temendo un'epidemia, che avrebbe coinvolto anche i civili che vi erano occupati, ordinò due settimane di quarantena per i deportati che lavoravano in quella fabbrica. Così anche questa fornitura venne ritardata.

Uno dei piani di produzione prevedeva la costruzione di 10.000 canne di cannone da 88 mm al mese. Vennero ordinate macchine utensili per produrne oltre 16.000 al mese e dopo 18 mesi la produzione raggiunse a mala pena le 8.000 unità. La Wehrmacht insospettita nominò una Commissione d'inchiesta che iniziò i suoi lavori poco prima del grande bombardamento alleato del 24 agosto 1944 che distrusse le officine Gustloff. Ovviamente l'inchiesta venne sospesa.

Un altro piano produttivo prevedeva la consegna mensile di 55.000 pezzi delle carabine automatiche G43.

Nel marzo 1944 furono consegnati 3.000 pezzi, in aprile 6.000 e in maggio si arrivò a consegnarne 9.000. Ad agosto ci fu il bombardamento e la produzione cessò.

Scrisse il Capo tedesco delle officine Gustloff: "gli stabilimenti erano praticamente distrutti, ma un notevole numero di macchine utensili di grande valore e precisione rimasero intatte. I deportati che aiutarono nei lavori di sgombero delle materie si sono adoperati per rendere la gran parte di esse inutilizzabili". A Dora, nonostante il terrore instaurato dal generale delle SS Dornberger incaricato di sovraintendere la produzione delle V-1 e V-2, i sabotaggi continuarono fino alla fine della guerra. In quel Lager non si andava per il sottile, il Comando SS nel dubbio fucilava ed impiccava senza pietà.

Il Tagebuch, il diario delle morti dei deportati a Dora, èterrificante, ciononostante i sabotaggi erano una cosa sentita: dallo urinare nell'olio dei trasformatori, ad allentare una vite invece di stringerla, a recidere un cavetto delle V-1 o V-2 in fase terminale, ecc.. Il sabotaggio organizzato agiva parallelamente a quello individuale e pur trascurando le cifre che ci dicono che un quinto delle 11.300 V-1 non sono riuscite a partire e che quasi la metà delle V-2 esplosero subito dopo la partenza, citiamo un documento della direzione della produzione, una direttiva speciale dell'8 gennaio 1944 che dice: "Abbiamo l'obbligo di segnalarvi che, in diverse riprese per perturbazioni, distruzioni e furti, dei danneggiamenti sono stati scientemente e volontariamente causati alle nostre installazioni".

il tributo pagato dalla Resistenza in questo Lager è stato pesante: per azioni di sabotaggio solo in pochi giorni del marzo 1945 vennero impiccati 118 deportati.

Rinunciamo a parlare di altri sabotaggi, a Steyr, ad Auschwitz, a Ohrdruf, ecc. e passiamo a parlare della Resistenza armata.

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Parlare delle ribellioni e delle rivolte a mano armata avvenute nei Lager è sempre molto difficile per due motivi principali:

I) le rivolte e le ribellioni furono quasi sempre domate ferocemente dai nazisti con l'uccisione sino all'ultimo uomo;

II) nella maggior parte dei casi, se non in tutti questi tentativi di ribellione, furono protagonisti soldati ed ufficiali dell'armata rossa ex prigionieri di guerra.

Com'è risaputo, al loro ritorno in patria, una gran parte di costoro venne eliminata (arrestati, deportati, fucilati) per ordine di Stalin in quanto considerati trasgressori della disposizione da lui emanata che imponeva al soldato russo di morire, ma di non cedere un centimetro di terra all'invasore tedesco.

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Di quasi tutte le rivolte si parla grazie alla testimonianza di qualche deportato sopravvissuto di quel Lager, che certamente non era al corrente dell'organizzazione della rivolta data l'assoluta segretezza che circondava l'azione, ma che ha vissuto lo stesso l'angoscia dello sterminio dei suoi compagni attraverso il rumore degli spari delle mitragliatrici delle torrette di guardia ed èriuscito a fuggire per il varco aperto dai rivoltosi.

Oggi per raccontare questi eroismi solitari e non, siamo costretti quasi sempre a consultare la documentazione esistente presso i tribunali tedeschi o quelli dei paesi invasi, che riguarda i processi contro esponenti della SS e della GESTAPO. Fra interrogatori e contro-interrogatori di testimoni ed imputati è stato possibile in alcuni casi di rifare la storia di azioni collettive anche con la testimonianza diretta dei carnefici. Abbiamo avuto la ventura, grazie a questi processi, di conoscere lo svolgimento dell'episodio, il bagno di sangue che ne è seguito all'interno del Lager, mancandoci però la parte più importante cioè la preparazione della rivolta.

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Dalla deposizione di Rudolf Hoess, ex comandante del Lager di Auschwitz, al tribunale di Cracovia in data 14 marzo 1946 veniamo a conoscenza di un episodio che riguarda 1.700 ebrei polacchi arrivati ad Auschwitz da Bergen-Belsen (dove era stata loro fatta balenare la speranza di un espatrio in Svizzera) per essere sterminati nelle camere a gas. Quando oltre un migliaio era già nella camera a gas, scoppiò, tra quelli che dovevano ancora entrare, quello che Hoess definisce un "ammutinamento". Hoess prosegue raccontando che alcuni sottufficiali della SS entrano con le pistole in pugno nel camerone degli "ammutinati". In quel momento vengono tagliati i fili elettrici, le SS attaccate, disarmate ed uno di loro pugnalato. "In quello stanzone il buio era totale al mio arrivo ho fatto chiudere le porte ed ho dato l'ordine di asfissiare quelli che erano già nelle camere a gas. Poi, assieme alle SS sono entrato nel camerone con delle lampade portatili costringendo i deportati a rifugiarsi in un condotto a gomito da dove furono tirati fuori, ad uno ad uno, per essere uccisi su mio o


rdine con armi di piccolo calibro in una sala vicino al crematorio". Un SS morì ed uno fu gravemente ferito in questa azione.

Lo stesso giorno udendo gli spari, i deportati che lavoravano al crematorio IV si ribellarono, comprendendo ciò che stava succedendo, ma senza fortuna. Il boschetto accanto al crematorio era pieno di cadaveri vestiti, cioè di deportati che lavoravano lì dentro.

Dagli atti del processo tenutosi a Dachau (1946/47) riusciamo a ricostruire i motivi ed il succedersi dei fatti avvenuti nel Lager di Muelsen S. Michel, dipendente da Flossenbuerg il 1 e 2 maggio 1944. In quel Lager mancava tutto: i ritmi di lavoro erano disumani, le razioni di pane venivano via via ridotte per motivi disciplinari, i deportati erano costretti a vivere nel terrore imposto dal capo campo, un deportato tedesco di nome Weilbach. I prigionieri di guerra russi deportati come politici, in contatto con i loro compagni destinati al lavoro coatto fuori dai Lager, costituirono un movimento di resistenza che il 1 maggio bruciò padiglioni e baracche, massacrò a coltellate Kapos, Capiblocco, Capisquadra polacchi e bruciò lo stabilimento dove lavoravano. La rivolta venne domata dalle SS; nessuno riuscì a fuggire. Le sentinelle uccisero 195 deportati ed i sospettati istigatori della rivolta furono riportati a Flossenbuerg dove 40 di essi vennero fucilati nello spazio di qualche mese. In quest'ultimo Lager, il Weilbach si sarebbe vantato, così depone un ex deportato al processo, di aver sparato sui rivoltosi assieme alle SS, Questo episodio è raccontato da Toni Siegert che seguì il processo in un suo libro.

Un altro processo, a Dusseldorf, attraverso i suoi atti, ci racconta ciò che avvenne nel Lager di Treblinka, un campo di sterminio per ebrei che in seguito si rivoltò.

Nel novembre 1942 arrivano a Treblinka alcuni ebrei polacchi di Grodno i quali si rifiutano di spogliarsi e di entrare in quella camera a gas che eufemisticamente veniva chiamata sala docce. Neanche le bastonate li convincono a spogliarsi. Continuano ad incoraggiarsi a vicenda ed a difendersi dalle SS ucraine che continuano a bastonarli. Scoppia una bomba che ferisce gravemente una SS. Il sottufficiale della SS, Kurt Franz, uno degli imputati di questo processo, ricorda che contemporaneamente allo scoppio della granata venne ferito da una coltellata che lo mandò parecchie settimane all'ospedale. Altri SS vennero feriti più o meno gravemente, ma alla fine, secondo uno dei testi, tutti quei 2.000 ebrei furono fucilati.

Sempre durante quel processo si parlò dell'episodio Berliner; questo giovane ebreo, che aveva visto sua moglie ed il figlioletto condannati alle camere a gas, si gettò su Biala, un sottufficiali delle SS e lo tempestò a morte di coltellate urlando: "non posso fare altrimenti".

Nell'agosto 1942 abbiamo un altro episodio singolo: a un giovane ebreo viene impedito da un SS ucraino di dare l'addio a sua madre che veniva condotta alla camera a gas. Si vendica uccidendo l'SS con un coltello.

La rivolta che scoppiò il 2 agosto 1943 sempre a Treblinka è stata pure ricostruita durante il processo di Dusseldorf.

La rivolta organizzata dal Comitato antifascista iniziò con la costruzione di una doppia chiave dell'armeria delle SS. Dopodiché i deportati organizzati ed armati insorsero contro le SS tedesche e le guardie ucraine, il Lager venne incendiato e circa 500 deportati riuscirono a fuggire e a nascondersi nella foresta. Molti di costoro caddero combattendo con i partigiani, ma tanti altri furono vittime di polacchi antisemiti. Al processo sfilarono come testimoni molti deportati sopravvissuti ed a verbale sono pure le dichiarazioni delle SS imputate.

Un'altra rivolta avvenne in un altro campo di sterminio degli ebrei: a Sobibor. Vorrei consigliare a tutti la visione del film "fuga da Sobibor", prodotto sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e che io considero uno dei più interessanti film sulla deportazione.

In questo Lager, dove nessuno aveva una qualche possibilità di uscire vivo, un capo ebreo che preparava con altri due la rivolta venne tradito da un ebreo e tutti e tre vennero fucilati.

Come risulta dalla sentenza del tribunale di Hagen, dove venne celebrato il processo contro le SS di Sobibor, nonostante le violenze continue, il piano di sollevazione del Lager non fu abbandonato. Si cercò un contatto con le guardie ucraine; queste dapprima si impegnarono ad aiutare i deportati pur di aver salva la vita, poi, invece, quasi tutte fuggirono da sole.

Nel settembre 1943 arrivò da Minsk un trasporto nel quale si trovavano anche soldati ed ufficiali russi. Uno di questi, Alexander Pechersky, si attirò subito la stima dei deportati grazie alla dignità del suo comportamento. Compresero che era un capo, l'uomo di cui il Lager aveva bisogno.

Una SS ucraina che egli aveva conosciuto nell'armata rossa, lo informò della rivolta avvenuta poche settimane prima a Treblinka e l'avvertì che da qualche settimana girava la voce che lo sterminio degli ebrei era vicino. Gli ebrei rimasti a Sobibor, ad "azione Reinhard" ultimata cioè a sterminio degli ebrei compiuto, potevano essere considerati come un reparto speciale il quale aveva come scopo la raccolta e la selezione di tutti i beni degli ebrei arrivati a Sobibor e lì sterminati nelle camere a gas. Quindi, terminato il lavoro che stavano effettuando, sarebbero stati soltanto dei testimoni scomodi di quello sterminio e come tali eliminati.

Non ritengo necessario esporre tutta l'organizzazione che fu necessaria per arrivare alla rivolta. Il 14 ottobre, dopo aver ucciso 6 SS tedesche e due ucraine, un incidente imprevisto obbligò i capi dell'organizzazione ad anticipare di qualche ora la sollevazione del campo. Corsero fuori dal Lager, dopo aver abbattuto i fili spinati, sotto il fuoco delle mitragliatrici delle torrette di guardia ed entrarono in un campo minato largo 15 metri che circondava il Lager. i primi saltarono sulle mine, ma aprirono la strada agli altri.

Ecco come spiega la sollevazione di Sobibor un rapporto della GESTAPO di Lublino: "Il 14 ottobre verso le 17 rivolta degli ebrei del Lager di Sobibor... hanno conquistato l'armeria e dopo scontri con gli effettivi rimasti nel campo (SS) sono fuggiti in direzione sconosciuta... 9 SS uccise, 1 SS disperso, 1 SS ferito, 2 guardie uccise... 300 deportati circa spariti... i rimanenti fucilati...".

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Anche Buchenwald conquista la libertà poche ore prima dell'arrivo degli americani. Accanto all'organizzazione della rivolta che il comitato clandestino aveva meticolosamente preparato con squadre dei vari gruppi nazionali, ad ognuna delle quali era stato indicato l'obbiettivo da raggiungere, troviamo l'azione di Eugen Kogon che con la complicità di un medico delle SS venne fatto uscire dal Lager, dentro una cassa che avrebbe dovuto contenere medicinali, il giorno prima della liberazione e dalla casa di un amico, da Weimar, chiamò al telefono il Comandante del Lager mettendolo in guardia da quello che potrebbe succedergli qualora avesse messo in atto operazioni contro i deportati.

Il piano di sollevazione predisposto dal Comitato antifascista era minuzioso e preciso. Agli italiani venne assegnato il settore compreso tra le sentinelle 28 e 33 della catena esterna, cioè tra la stazione ed il Baulager.

La loro azione doveva svolgersi attraverso l'azione di 5 gruppi; il primo gruppo doveva neutralizzare le sentinelle numero 28, 29 e 30, il secondo gruppo le sentinelle numero 31, 32 e 33; il terzo gruppo era di riserva ed il quinto gruppo rimaneva a disposizione del Comando della rivolta per compiti speciali mentre il quarto gruppo doveva impegnarsi nella stazione.

Gli italiani che parteciparono direttamente alla rivolta furono una settantina, mentre quelli destinati a intervenire per eventuale sostegno attendevano nei blocchi a loro assegnati.

Quando venne dato il segnale della rivolta e distribuite le armi precedentemente nascoste, si intravedevano in lontananza i carri armati che procedevano nella pianura verso Weimar.

Mentre i deportati si scatenano, spingendosi fuori del Lager in tutte le direzioni, le SS spaventate abbandonano garitte e torrette e scappa


no o si danno prigionieri, lasciando i deportati, padroni del Lager, ad attendere l'arrivo degli americani ai quali consegnano oltre 220 SS prese prigioniere.

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La liberazione del Lager ed il suo controllo a Buchenwald da parte dei deportati ha avuto una importanza eccezionale nella ricostruzione di fatti, situazioni, collusioni con l'industria, con le università avvenute durante il nazismo. Infatti le SS in fuga non ebbero né il tempo né la possibilità di bruciare gli archivi del Lager, i cui documenti rinvenuti intatti, vennero più tardi utilizzati come fonte importante per l'accusa nei vari processi per i crimini nazisti che saranno celebrati nell'immediato dopoguerra.

Gli storici hanno sempre trascurato l'importanza di questi documenti. Vogliamo qui ricordare l'enorme interesse rivestito dai "Diari" del blocco 46, dove venivano sperimentati i medicinali delle grandi industrie farmaceutiche tedesche sui deportati usati come cavie (es. alla data del 7 settembre 1943 il "Diario" espone laconicamente i risultati della sperimentazione di un farmaco, l'ASID su 70 deportati: "la serie degli esperimenti viene conclusa: 55 casi mortali") e viene messa in evidenza sia l'importanza dell'istituto scientifico "Robert Koch" che si fa promotore dell'uso dei deportati come cavie ("dato che gli esperimenti sugli animali non consentono una sufficiente valutazione, gli esperimenti devono essere effettuati sull'uomo") e le responsabilità di docenti e professori di varie Università tedesche (Lockemann di Berlino, Otto e Prigge di Francoforte) e di professori, ricercatori e dirigenti della I.G. Farbenindustrie. Si trova in quegli archivi tutta la corrispondenza intercorsa tra il Lager e tutte le grandi e piccole aziende chimiche, farmaceutiche, degli armamenti, della industria meccanica (BMW, Junker, Volkswagen, Elsag, ecc..); si trovano gli ordini relativi all'assassinio di deportati del Lager provenienti dai comandi berlinesi (es. Arno Ricke, socialista, 2 marzo 1945, Franz Mojuz id.) ed anche il documento contenente l'ordine "di sospendere la produzione delle teste rimpicciolite e dei cosiddetti articoli-regalo " (astucci di pelle umana per sigari, per occhiali, paralumi confezionati con pelle dei deportati ricoperta di tatuaggi) e così avanti.

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Concludendo, dobbiamo dire che, in genere, manca una storia della Resistenza dei tedeschi contro il nazismo. Ricordo frammentariamente quella opposta da religiosi e da gruppi, come "La Rosa Bianca", il "Circolo di Kreisau", "la Rota Kapelle", gli interventi di pastori come Bonhoeffer, di Martin Niemoeller con la sua "Chiesa confessante" e le omelie del vescovo Von Galen dal pulpito di Muenster che riuscirono a bloccare l'operazione T4 (detta eutanasia).

Gli altri tedeschi, i capi dei partiti delle organizzazioni operaie e delle centrali sindacali, già due giorni dopo l'avvento di Hitler al potere cominciano ad affluire, arrestati nei Lager che man mano vengono aperti dai nazisti e dove saranno loro gli artefici di quella resistenza che ivi si sviluppò.

Attraverso le considerazioni esposte ed il racconto di alcuni dei tanti episodi avvenuti, penso di aver dato un'idea, seppur sommaria, di quello che fu la Resistenza nei Lager nazisti.

Pubblicato il 25/3/2008 alle 18.35 nella rubrica Altre Resistenze.

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