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Il Cile di Pinochet

 

Augusto Pinochet, dittatore del Cile dal '73 al '90.

Gli anni del regime di Pinochet

La giunta militare, formata dai capi delle tre forze armate più il comandante dei carabineros, aveva assunto il potere con l'obbiettivo di restaurare "la cilenità, la giustizia e l'ordine" compromessi a suo dire dal governo della sinistra negli ultimi anni. Le forze armate si autoproclamarono le uniche entità capaci di salvaguardare e difendere l'integrità fisica e giuridica delle istituzioni cilene; la giunta militare si autonominò autorità suprema della nazione, sommando in sé le funzioni costituenti, legislative ed esecutive. Iniziava per il Cile il periodo nero della dittatura del generale Pinochet, l'ufficiale che solo pochi giorni prima del golpe era stato nominato da Allende a capo dell'esercito, e che il presidente socialista riteneva persona fedele ai principi della costituzione, tanto da fargli pensare, allo scoppio dellla rivolta, che il fedele "Augusto" fosse rimasto tra le prime vittime del golpe.

L'11 settembre stesso iniziavano le persecuzioni e gli arresti di massa; chiunque fosse ritenuto vicino o coinvolto con il governo di Unidad Popular veniva fermato e portato nei centri di detenzione sparsi in tutto il Paese. Caso emblematico è lo stadio nazionale di Santiago che venne trasformato in una immensa prigione; la Croce Rossa stimò in 7000 circa le persone detenute nello stadio nei primi dieci giorni successivi al golpe, dove molti vennero uccisi o torturati. Il messaggio era inequivocabile: nessuna pietà per i "nemici del Cile", nessun ritorno dei militari nelle caserme magari per lasciare il potere a politici "fidati", perché non si trattava solo di sostituire un ceto politico, ma di sbaragliare una presenza sociale della sinistra che era radicale e diffusa. Il 25 dello stesso mese gli USA, che avevano contribuito in maniera determinante all'abbattimento di Allende, riconoscevano ufficialmente il governo della Giunta legittimando così a livello internazionale il colpo di stato dei militari.

La Giunta, o sarebbe meglio dire Pinochet (il capo dell'esercito riusciva infatti ad emergere e ad affermarsi all'interno dell'organo collegiale), procedette con atti normativi a trasformare le istituzioni: sciolse l'Assemblea nazionale, cancellò la personalità giuridica dei sindacati, illegalizzò i partiti legati a Unidad Popular e procedette al sequestro dei loro beni, vennero infine distrutti i registri elettorali, si istituirono norme che permettevano di togliere la cittadinanza cilena e di espellere dal Paese cittadini indesiderati.

Accanto alle modifiche legislative Pinochet adottò la violenza fisica come strumento organico della propria azione di governo. La violenza e la scomparsa forzata di persone in Cile non fu causata da qualche individuo che aveva "ecceduto", ma si manifestò in quello che si può definire "terrorismo di stato", con la tortura sistematica dei prigionieri e la desapariciòn, la scomparsa di persone arrestate dal regime. Tra gli episodi di questa pratica ricordiamo l'assassinio di un gruppo di prigionieri a Cerava da parte dei carabineros, di 13 persone ad Osorna, di 19 a Laja e San Rosendo, 18 campesionos uccisi a Paine, l'assassinio di 6 prigionieri nel campo di prigionia di Pisagua, di 4 studenti universitari a Cauquenes, di 13 campesinos a Mulchen, di 9 dirigenti delle ferrovia a San Bernardo, 23 persone a Paine, di 72 prigionieri politici arrestati in varie città (la Serena, Copiapò, Antofagasta e Colanoda) in quella che è stata definita "la carovana della morte", un raid di un gruppo di militari guidati dal generale Sergio Orellano Stark.

Si annoverano anche omicidi eccellenti compiuti dalla dittatura al di fuori dei confini del Cile. Nel 1974 venne ucciso il generale Prats e la moglie a Buenos Aires, nel 1975 Bernardo Leighton, ex vicepresidente della repubblica, sfuggì ad una attentato a Roma, nel 1976 Orlando Letelier, ex ambasciatore del Cile negli Usa, venne assassinato a Washington. Con il regime cileno collaborano le forze armate di altre paesi confinanti in cui erano al potere i militari, come ad esempio le forze armate argentine. Il 25 luglio 1975 la stampa argentina e brasiliana pubblicava una lista di 119 cileni desaparecidos "uccisi in Argentina in seguito a lotte intestine nelle formazioni della sinistra cilena". Successivamente si scoprì che si era trattato di una operazione congiunta dei governi cileno, argentino e brasiliano, e le numerose testimonianze raccolte riferirono che i cittadini indicati nella lista erano stati catturati in Cile.

Con la dichiarazione dello stato d'assedio o dello stato d'emergenza si realizzarono le condizioni perché l'apparato militare potesse attuare "legalmente", per via amministrativa. La repressione venne demandata alla giurisdizione penale ordinaria che si basava non sul codice penale del 1874 in vigore nel Cile pre-golpe, ma su una serie di leggi speciali emanate dalla Giunta. Del resto il potere giudiziario era conservatore e aveva mal convissuto con il governo Allende e il suo programma sociale ed economico, e così si era adattato senza troppe difficoltà al nuovo governo dei militari; quest'ultimo, tranne una opportuna epurazione nei primi mesi dopo il golpe, fondamentalmente non ebbe mai la necessità di intervenire presso i giudici, rispettosi delle leggi emanate dal generale. Basti pensare che nel marzo del 1975 il presidente della Corte suprema manifestò la propria convinzione che i desaparecidos erano persone che, o volontariamente avevano scelto la clandestinità come strumento di lotta contro il governo, oppure avevano abbandonato il Paese.

La repressione "illegale", veniva gestita autonomamente dalle forze armate. La tortura in Cile fu una pratica portata avanti efficacemente con l'aiuto di professionisti stranieri o con cileni formati all'estero; c'erano ad esempio medici esperti sui limiti della resistenza umana, così da poter assicurare una tortura graduata e controllata per ottenere il massimo risultato. La tortura perse molto della sua tradizionale natura inquisitoria (mezzo per acquisire informazioni) per assumere una nuova valenza intimidatoria e repressiva. Così come per le altre dittature che ci sono state nei paesi dell'America Latina, anche in Cile ci furono dei luoghi deputati alla tortura e alla detenzione di prigionieri politici gestiti direttamente dalla polizia politica: "Josè Domingo Canas?uot;, "La discoteca", "Venda Sexy", "Villa Grimaldi", "Londres 38".

Autori di studi sui desaparecidos cileni (la Commissione istituita nel 1990 dal presidente Aylwin arrivò a contarne almeno 2229) hanno individuato due fasi nella gestione della repressione da parte del regime. Un primo periodo andava da settembre a dicembre del 1973: la responsabilità degli arresti e delle scomparse era da ricondurre soprattutto all'esercito e ai carabineros che agirono spesso congiuntamente e accanto ai quali attuarono, nelle settimane immediatamente successive al golpe, anche dei civili (di solito appartenenti ad organizzazioni dell'estrema destra); le azioni consistettero in esecuzioni sommarie o omicidi delle persone sequestrate, disfacendosi poi del corpo (buttandolo in un fiume o seppellendolo clandestinamente), il tutto seguito dalla negazione dei fatti o dal rilascio di false versioni sull'accaduto. Un secondo periodo andava dal gennaio 1974 al novembre 1989: le operazioni venivano compiute principalmente dalla polizia segreta attraverso un preventivo lavoro di informazione e un adeguato e organico dispositivo operativo per effettuare la cattura.

Gran parte degli omicidi furono compiuti appunto dalla Dina (Direcion Nacional de Inteligencia) la polizia segreta creata dal regime nel 1974. La Dina operò con ampi poteri in vari centri segreti e di detenzione distribuiti in tutto il Paese facendo riferimento al Ministero degli Interni. Nel 1977 venne sciolta e sostituita con il Cni (Central Nacional de Informaciòn) che svolgeva gli stessi compiti con gli stessi uomini. La modifica, di pura facciata, fu dettata dalla evidente implicazione di uomini della Dina nell'omicidio dell'ex diplomatico Letelier negli Usa, dove aveva perso la vita anche un cittadina americana, la segretaria del diplomatico cileno. La Cni era sotto il controllo del Ministro della Difesa. Tra la fine del '74 e la metà del '75 l'apparato repressivo cileno si scagliò in modo particolare contro il Mir e a ottobre ne venne assassinato il segretario generale: Miguel Enriquez Espinoza.

Nel corso della dittatura Pinochet adottò un modello liberista molto spinto, mutuato da Milton Friedman e dalla scuola di Chicago, contando sul pieno appoggio dell'oligarchia e della classe media, ed anche su quello delle multinazionali, cui andò il controllo delle imprese precedentemente nazionalizzate. Grazie alla libera importazione di prodotti, il mercato fu invaso di merci straniere, il che comportò licenziamenti, la perdita del potere d'acquisto e l'accentuarsi delle differenze sociali.

In una situazione di pieno controllo della situazione, nel luglio del 1977 il generale Pinochet iniziò un processo volto alla trasformazione della dittatura cilena in una "democrazia protetta" sotto la sua guida, "la nuova democrazia", come ebbe a definirla. Nel gennaio del 1978 l'Onu condannava il Cile per violazione dei diritti umani. L'iniziativa spinse Pinochet a indire un referendum in difesa della "dignità" del Cile, per dimostrare al mondo il consenso popolare di cui godeva il suo regime e ottenne il 75% dei voti a favore, in una consultazione senza registri elettorali e senza la minima garanzia di segretezza del voto. Nel 1980 il regime emanava la legge di amnistia, che prevede l'impunità per tutti quelli che avevano commesso reati, gli autori, i complici e quelli che occultarono i crimini dal giorno del golpe sino al 10 marzo del 1978. Nello stesso anno un plebiscito approvava la nuova costituzione, con il 67% dei consensi, in completa assenza di garanzie democratiche sotto uno stato di assedio proclamato alcuni giorni prima della consultazione. Il progetto prevedeva Pinochet a capo della Giunta per altri otto anni al termine dei quali la stessa Giunta avrebbe indicato il futuro candidato unico, confermato da un plebiscito. Se il plebiscito fosse stato negativo, dopo un anno di attesa sarebbero state indette le elezioni del parlamento e del presidente. Il testo definiva come illecito e contrario all'ordinamento della repubblica ogni atto destinato a diffondere la violenza o una concezione di società fondato sulla lotta di classe. Le organizzazioni, i movimenti e i partiti politici, che per fini e attività dei suoi aderenti avessero perseguito tale visione della società, erano per ciò stesso incostituzionali. L'undici marzo 1981 Pinochet giurava fedeltà in qualità di Capo dello stato ed entrava nella Moneda, otto anni dopo averla bombardata.

La rinascita dell'opposizione

La politica neoliberale portata avanti dalla Giunta golpista portò tra le altre cose ad un abbassamento dei tassi di importazione, dal 1977 al 1982, che raddoppiarono le importazioni Usa, e, aggiunte alle privatizzazioni, portarono ad una diminuzione del 15% della produzione industriale. Il Cile subì un indebitamento vertiginoso con il FMI e le banche internazionali,e fu costretto a svalutare provocando il collasso del sistema creditizio privato nel gennaio 1983. Da quel momento in poi la situazione economica andò sempre più peggiorando.

Alla fine del 1982 si ebbero una serie di manifestazioni contro il carovita e nei primi mesi dell'83 il clima di scontento sociale crebbe fino al punto da indurre la CTC, il sindacato dei minatori del rame a direzione democristiana, a convocare per l'11 maggio 1983 uno sciopero generale. Si trattò della prima giornata di protesta cui, visto il successo, ne seguirono molte altre, caratterizzate dalla ribellione di una nuova generazione di attivisti che era nata nella povertà delle poblaciones (le baraccopoli che circondavano santiago) e che non esitavano a scontrarsi con gli apparati della dittatura anche con costi elevatissimi (morti, feriti, migliaia di arresti). In questa nuova fase di radicalizzazione sociale la sinistra e specialmente il Pc crebbe molto rapidamente lanciando una strategia di "ribellione popolare" che aveva qualche punto di ambiguità dato che comprendeva allo stesso tempo il ricorso alla lotta armata e la rincorsa dell'opposizione moderata capeggiata dalla Dc.

Pinochet, nonostante il crescente isolamento anche presso la sua stessa base sociale, riescì però a resistere a questa ondata di rivolta popolare alternando momenti di dura repressione (stato d'assedio dal 1984 al 1985) a finte negoziazioni che immobilizzavano l'opposizione moderata nella speranza di una qualche riforma della dittatura. Questa dinamica, unita agli errori della sinistra, che approfondiremo in altro momento, fece sì che il dittatore riuscisse in qualche modo a mantenere il suo programma di costruzione di una democrazia autoritaria e a imporre nel 1988 la sua figura come candidato unico alla presidenza. Qui però sbagliò i suoi calcoli: lo scarto tra sì e no fu troppo alto per permettere brogli. Il 54,685% dei cittadini si espresse nel plebiscito del 5 ottobre per il no.

Il 14 dicembre del 1989 alle elezioni presidenziali, vinceva il democristiano Alwyn con il 55,2%, la destra pinochetista con Hernan Buchi otteneva il 29%. Pinochet restava a capo dell'esercito. Il Cile cercava faticosamente la via verso un regime diverso da quella dittatura che per ben 16 anni aveva conosciuto e che aveva interrotto nel settembre di quasi trentanni prima il sogno di un Cile socialista.

Pubblicato il 22/3/2008 alle 19.29 nella rubrica Anni settanta.

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