.
Annunci online

AntifascismoResistenza
31 marzo 2008
Martin Niemöller
 

Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller (Lippstadt14 gennaio 1892 – Wiesbaden6 marzo 1984) è stato un teologo e pastore luterano tedesco, oppositore del nazismo.

Martin Niemöller
Martin Niemöller

Venne arrestato nel 1937 dalla Gestapo su diretto ordine di Hitler, infuriato per un suo sermone. Rimase per otto anni prigioniero in vari campi di concentramento nazisti, tra i quali Dachau, finché non venne liberato. È famoso per la poesia "Prima vennero..." a lui attribuita, sul pericolo dell'apatia di fronte ai primi passi dei regimi totalitari. La poesia è ampiamente citata, tuttavia la sua origine è incerta e le parole precise rimangono controverse.

Originale Traduzione
Als die Nazis die Kommunisten holten,
habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Kommunist.

Als sie die Sozialdemokraten einsperrten,
habe ich geschwiegen;
ich war ja kein Sozialdemokrat.

Als sie die Gewerkschafter holten,
habe ich nicht protestiert;
ich war ja kein Gewerkschafter.

Als sie die Juden holten,
habe ich nicht protestiert;
ich war ja kein Jude.
Als sie mich holten,
gab es keinen mehr, der protestierte.

Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Giorgio Perlasca
 

Da giovane Perlasca aderì in modo convinto al Partito Fascista e combatté come volontario in Africa orientale e poi nella guerra civile di Spagna in appoggio alle truppe golpiste del generale Francisco Franco, dove rimase come artigliere fino al 1939.

Al principio della seconda guerra mondiale Perlasca si trovò a lavorare prima in Jugoslavia e, dal 1942, in Ungheria a Budapest, in qualità di agente per una ditta di Trieste, la SAIB (Società Anonima Importazione Bovini).

Il giorno dell'armistizio tra l'Italia e gli Alleati (9 settembre 1943) si trovava ancora nella capitale ungherese e, prestando fedeltà al giuramento fatto al Re, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Per questo motivo si trovò ad essere ricercato dai tedeschi, che intendevano arrestarlo per tradimento, e fu costretto a trovare rifugio presso l'ambasciata spagnola.

Ottenuti dall'ambasciata una cittadinanza fittizia e un passaporto spagnoli, si trasformò in «Jorge Perlasca» e venne impiegato dall'ambasciatore Ángel Sanz Briz nel tentativo di salvare gli ebrei di Budapest, ospitati in apposite «case protette» dietro il rilascio di salvacondotti. Tale operazione era stata organizzata con la collaborazione di alcune ambasciate di altre nazioni.

Quando nel novembre 1944 Sanz Briz decise di lasciare Budapest e l'Ungheria, per non riconoscere il governo filonazista ungherese, Perlasca decise di restare e di spacciarsi come sostituto del console partente, redigendo di suo pugno la nomina ad ambasciatore con tanto di timbri e carta intestata.

Da quel momento Perlasca si trovò a gestire il "traffico" di migliaia di ebrei, nascosti nell'ambasciata e nelle case protette sparse per la città, unendosi agli sforzi compiuti con gli stessi mezzi e con gli stessi obiettivi dal diplomatico svedese Raoul Wallenberg e dal nunzio apostolico Mons. Angelo Rotta. Tra il 1° dicembre 1944 e il 16 gennaio 1945 Perlasca rilasciò migliaia di finti salvacondotti che conferivano la cittadinanza spagnola agli ebrei, arrivando più volte a strappare letteralmente dalle mani delle Croci Frecciate i deportati sui binari delle stazioni ferroviarie.

Si calcola che grazie all'opera di Perlasca circa 5.200 ebrei furono salvati dalla deportazione.

Dopo l'entrata a Budapest dell'Armata Rossa, Perlasca venne fatto prigioniero dai Sovietici e liberato dopo qualche giorno. Tornato in Italia, riprese la sua vita di prima senza troppi clamori. Dai pochi a cui tentò di raccontare la sua vicenda non fu creduto. Soltanto nel 1987, oltre quarant'anni dopo, alcuni ebrei ungheresi residenti in Israele rintracciarono finalmente Perlasca (reputato da molti un cittadino spagnolo) e divulgarono la sua storia di coraggio e solidarietà. Perlasca ha ricevuto per la sua opera numerose medaglie e riconoscimenti.

La stele dedicata a Giorgio Perlasca nel museo Yad Vashem di Gerusalemme (Israele)
La stele dedicata a Giorgio Perlasca nel museo Yad Vashem di Gerusalemme (Israele)

Il 23 settembre 1989 fu insignito da Israele del riconoscimento di Giusto tra le Nazioni. Al museo Yad Vashem di Gerusalemme, nel vialetto dietro al memoriale dei bambini è stato piantato un albero a lui intitolato. Anche a Budapest, nel cortile della Sinagoga, il nome di Perlasca appare in una lapide che riporta l'elenco dei giusti. È morto a Padova all'età di 82 anni.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Arturo Paoli
 
Arturo Paoli (Lucca, 1912) è un religioso e missionario italiano, appartenente all'ordine dei Piccoli Fratelli del Vangelo. È Giusto tra le Nazioni.

Vive la sua infanzia e la sua adolescenza a Lucca; frequenta poi la facoltà di lettere di Pisa, si laurea all'Università Cattolica di Milano nel 1936.

Ha maturato, intanto, la vocazione alla sacerdozio; nel 1937 entra, già adulto, nel seminario della sua diocesi. Viene ordinato presbitero nel giugno 1940.

Il suo ministero sacerdotale non rimane confinato nel solo ambito religioso; negli anni della Seconda Guerra Mondiale in cui è ordinato, ben presto parteciperà alla Resistenza, dal 1943 in poi; collabora anche nel sostegno agli ebrei in fuga dalla persecuzione nazifascita come referente principale a Lucca della rete clandestina DELASEM diretta di Giorgio Nissim.[1].

Dopo la guerra, svolge il suo ministero a Lucca fino a quando, nel 1949, viene chiamato come viceassistente della Gioventù di Azione Cattolica presso la sede nazionale di Roma. Mons. Giovan Battista Montini (poi papa col nome di Paolo VI), intuisce le grandi qualità intellettuali di Arturo Paoli; tuttavia, il suo servizio nell'Azione Cattolica Italiana si scontra con i metodi e l'ideologia dell'allora presidente nazionale Luigi Gedda, braccio destro dei tentativi di "normalizzazione" di un'associazione, disciolta negli anni del fascismo, che esprimeva una vivace attività anche di carattere politico. Nel 1954, assieme al gruppo dirigente allora in servizio, viene dimesso dall'incarico, e nominato cappellano degli emigranti in Argentina.

L'incontro, sulla nave, con Jean Saphores, un Piccolo Fratello di Gesù che Arturo assisterà in punto di morte, lo spinge ad entrare nella giovane congregazione religiosa ispirata a Charles de Foucauld e fondata da René Voillaume poco tempo prima. Vive il periodo di noviziato a El Abiodh, in Algeria; qui, per un certo periodo, ritrova il suo vecchio amico Carlo Carretto, anch'egli passato dalla dirigenza dell'ACI alla vita religiosa nel deserto del Sahara.

Dopo la professione religiosa, vive ad Orano dove, negli anni della lotta di liberazione algerina, lavora come magazziniere in un deposito del porto, secondo lo stile di vita della Fraternità. Nel 1957 rientra in Italia, ove a Bindua, in Sardegna, avvia una nuova Fraternità in solidarietà con i lavoratori delle miniere di carbone; il suo rientro in Italia, tuttavia, non viene ben visto dalle autorità vaticane, che temono una radicalizzazione della sua critica ai compromessi tra potere civile ed ecclesiastico.

Si trasferisce in Argentina, a Fortin Olmos, tra i boscaioli che lavorano per una compagnia inglese del legname. Quando la compagnia abbandona il territorio lasciando senza lavoro la manovalanza locale, Arturo organizza una cooperativa per permettere ai boscaioli di continuare a vivere sul posto; è uno dei primi scontri con le autorità politiche ed economiche del luogo. Nel 1969 viene scelto come superiore regionale della comunità latinoamericana dei Piccoli Fratelli e si trasferisce vicino a Buenos Aires. Qui, nel clima fervoroso del post-Concilio, a contatto con i novizi della fraternità inseriti in un quartiere popolare, comincia a delineare una personale teologia comprometida, preludio dell'adesione alla teologia della Liberazione. Nel 1971 si trasferisce a Suriyaco, (diocesi di La Rioja), una zona poverissima dove Arturo, oltre a proseguire la formazione dei novizi, inizia il suo sodalizio con il vescovo Enrique Angelelli, la voce più profetica della Chiesa argentina negli anni della dittatura militare. Angelelli, di cui diventa consigliere teologico, morirà tragicamente nel 1976 in uno strano incidente stradale che ancora oggi rimane avvolto nel dubbio, vista l'assenza di un'inchieste che facesse luce su quello che molti pensano sia stato un assassinio.

In Argentina, il clima politico dell'epoca peronista colpisce anche Arturo: accusato di essere un trafficante d'armi con il Cile (governato in quegli anni da Salvador Allende, destituito nel 1973 dal golpe di Pinochet), viene inserito in una lista di persone da eliminare, su di un manifesto affisso lungo tutte le strade di Santiago. Arturo in questo momento si trova in Venezuela, come responsabile dell'area latinoamericana dell'Ordine: avvertito da amici di non rientrare in Argentina perché ricercato, vi tornerà solo nel 1985; ha conservato così la vita, mentre cinque dei suoi confratelli, in Argentina, figurano tra i desaparecidos.

In Venezuela, si stabilisce prima a Monte Carmelo, poi alla periferia di Caracas; al lavoro di formazione e all'animazione ecclesiale e politica, unisce una crescente attività saggistica.

Successivamente, con l'allentarsi della dittatura militare in Brasile, si trasferisce dal 1983 a Sao Leopoldo, dove si occupa dei problemi legati alle donne, soprattutto prostitute. Nel 1987 si trasferisce, su richiesta del vescovo locale, a Foz do Iguaçu, nel barrio di Boa Esperança, dove costituisce una comunità, che sarà poi sostenuta dall' Associazione Fraternità e Alleanza, un ente di solidarietà con cui dare dignità alla popolazione emarginata; nel 2000, all'Associazoine si unisce la Fondazione Charles de Foucauld, rivolta in maniera specifica ai giovani poveri del barrio.

Dagli anni '80 e '90, rientra periodicamente in Italia, dove risiede a Spello, presso la sede dei Piccoli Fratelli, e in giro per il paese, con una grande attività di conferenziere su tematiche di spiritualità e di politica.

Da dicembre 2006 è tornato nell'amata città natia, Lucca.

Nel 1987 Israele lo nomina "Giusto" per aver salvato nel 1944 a Lucca la vita di Zvi Yacov Gerstel e di sua moglie. Il nome di Arturo, "salvatore non solo della vita di una persona, ma anche della dignità dell'umanità intera", è stato inciso nel Muro d'Onore dei Giusti a Yad Vashem.

A Lucca nel 1995 il sindaco Giulio Lazzarini gli consegna il Diploma di partigiano. Rifiuta, invece, la medaglia d'oro che annualmente la Camera di Commercio assegna ai lucchesi che hanno onorato la città nel mondo, in nome della solidarietà con gli oppressi del Sud del pianeta, e in contestazione con l'economia neoliberista che è alla base di tale sfruttamento.

Nel 1999 a Brasilia riceve, dall'ambasciatore di Israele, il titolo di 'Giusto tra le nazioni', per aver salvato nel 1944 a Lucca la vita di Zvi Yacov Gerstel e di sua moglie. Il nome di Arturo, "salvatore non solo della vita di una persona, ma anche della dignità dell'umanità intera", sarà inciso nel Muro d'Onore dei Giusti a Yad Vashem. La pubblicazione nel 2005 del diario di Giorgio Nissim, Memorie di un ebreo toscano (1938-1948) rivelera' che l'episodio e' parte di una ben piu' ampia azione clandestina svolta in quegli anni dal sacerdote come principale referente della DELASEM a Lucca, azione che ha contribuito al salvataggio di oltre 800 persone in Toscana. Il 26 gennaio 2008 il Tg3 Agenda del Mondo trasmette sull'argomento un'ampia intervista a don Arturo Paoli nel documentario: “Giorgio Nissim: un eroe semplice”, di Vera Paggi.

Il suo sessantesimo anniversario come sacerdote sarà festeggiato ufficialmente Il 9 febbraio 2000, a Firenze, su iniziativa del presidente della Regione Toscana Vannino Chiti, alla presenza del cardinale di Firenze Silvano Piovanelli e del rabbino di Firenze Yoseph Levi.

Il 25 aprile 2006, ha ricevuto la Medaglia d'oro al valor civile per le mani del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. La motivazione del riconoscimento, andato a don Paoli e ad altri tre sacerdoti lucchesi (don Renzo Tambellini, e gli scomparsi don Guido Staderini e don Sirio Niccolai), è nell’impegno profuso nel salvare la vita ai perseguitati dai nazifascisti, in particolare ebrei.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Marcella Girelli
 Marcella Girelli (suor Luisa) (nata a Roma, 13 maggio 1921) e’ una religiosa italiana delle Suore di Sion, il suo nome e’ iscritto tra i giusti tra le nazioni a Yad Vashem per la sua opera a favore degli ebrei durante l’Olocausto.


Nell’ottobre del 1943, all’indomani del primo restrellamento del ghetto, diverse famiglie di ebrei si presentrono alle porte del convento delle Suore di Sion al Gianicolo in cerca di aiuto. Le suore non ebbero esitazioni. Ai rifugiati fu destinata una parte del convento e garantita assistenza e aiuto per l’intera durata dell’occupazione tedesca. Circa 140 persone, tra cui molti bambini, trovarono cosi’ salvezza tra le mura del convento.

Per questa loro azione, le Suore di Sion hanno ricevuto il riconoscimento tra i giusti tra le nazioni. A ritirarlo, a nome di tutte, suor Luisa.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Michele Carlotto
 Michele Carlotto (Castelgomberto3 febbraio 1919 – ...) è stato un presbitero italiano, giusto tra le nazioni.

Don Michele Carlotto nacque il 3 Febbraio 1919 in un'antica casa colonica del XVI secolo, al Tezzon di Castelgomberto (VI).
Divenuto prete nel 1942, all'età di ventitré anni si ritrovò a Valli del Pasubio durante la guerra di liberazione, dove restò per 5 anni.

A Valli del Pasubio erano stazionati una quarantina di Ebrei slavi, in domicilio coatto da parte delle autorità nazi-fasciste. Erano ospiti di famiglie o delle foresterie locali e ricevevano un sussidio statale.

Quando arrivò l'ordine di internarli nei lager nazisti, don Pietro Bicego (allora arciprete di Valli del Pasubio) e don Michele Carlotto, con l'aiuto dei Carabinieri (che aspettarono 48 ore prima di denunciare la loro scomparsa), riuscirono a farli scappare verso la Svizzera o verso le località più sperdute attorno a Valli del Pasubio.

Don Michele si si prese cura in particolare dei due figli minori di una madre vedova (Mladen e Srecko) nascondendoli dapprima nella casa dei fratelli Mario, Orazio e Agnese, e quindi nell'orfanotrofio San Gaetano a Vicenza, dove rimasero fino alla Liberazione, sotto la protezione di don Ottorino Zanon, fondatore dell'Istituto.

Il 24 giugno 1996 il nome di don Michele è stato scritto sul "Muro dei Giusti" di Yad Vashem tra i giusti tra le nazioni ai quali gli Ebrei riservano perenne riconoscenza per aver contribuito alla loro salvezza durante l'Olocausto.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Leto Casini
 Leto Casini (Firenzuola16 aprile 1902 – Firenze1992) è stato un sacerdote italiano, annoverato tra i giusti tra le nazioni per la sua azione a favore degli ebrei durante l’Olocausto, medaglia d’oro della Repubblica Italiana alla memoria.Leto Casini nasce a Cornacchiaia (frazione di Firenzuola), settimo di nove fratelli, fra i quali si annovera anche lo scrittore Tito Casini (1897-1987), cofondatore de Il Frontespizio. Nel 1911 entra nel Seminario di Firenzuola dove viene ordinato sacerdote nel 1928. E’ parroco a Giugnola e a San Pellegrino, e insegnante di matematica al Seminario di Firenzuola dove si distingue anche per la costruzione di una centrale di rilevamento sismico. Nel 1937 è parroco di San Pietro a Varlungo (presso Firenze).Nell’ottobre del 1943, all’indomani dell’occupazione tedesca, il card. di Firenze Elia Dalla Costa lo incarica di occuparsi dell’assistenza degli ebrei perseguitati. Con il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e un gruppo di volontari ebrei e cristiani, Casini stabilisce un Comitato clandestino di assistenza che agisce da terminale degli aiuti internazionali forniti dalla DELASEM. Le responsabilità di don Casini sono quelle di ricercare alloggi, procurare viveri, fornire carte di identità falsificate, ecc. Il 26 novembre 1943 un infiltrato fa arrestare l’intero Comitato (i membri ebrei, tra i quali il rabbino Cassuto, saranno deportati a Auschwitz). Dopo un breve periodo di prigionia Casini è rilasciato ma continua tenacemente la propria attività clandestina di distribuzione di aiuti che prosegue fino al momento della liberazione, nonostante sia nuovamente arrestato e percosso in carcere.

Dopo la guerra don Casini lascia Firenze per dedicarsi alla cura spirituale degli emigranti italiani in Svizzera e Olanda. E’ quindi per 17 anni cappellano sulle navi degli emigranti in rotta per l’Argentina e l’Australia.

Nel 1966 riceve la medaglia come giusto tra le nazioni quale riconoscimento da parte dello Stato di Israele per quanti si sono adoperati per la salvezza degli ebrei durante l’Olocausto. Il suo nome è iscritto nell’albo ufficiale e un albero è piantato in suo onore nel viale dei giusti a Yad Vashem a Gerusalemme.

Ormai anziano, don Casini torna a Firenze, dove è cappellano delle carceri alle Murate e si impegna attivamente nell’Amicizia Ebraico-Cristiana. Di carattere schivo rifiuta sempre ogni pubblico riconoscimento. Nel 1986, su invito del vescovo di Firenze Silvano Piovanelli, scrive un libro di memorie autobiografiche, Ricordi di un vecchio prete, che viene pubblicato dalla casa editrice ebraica fiorentina La Giuntina.Don Leto Casini muore nel 1992. Al suo funerale partecipa il rabbino di Firenze il quale al termine dell’omelia interrompe la funzione per pronunciare un elogio funebre a nome della comunità ebraica. Una lapide è posta in suo ricordo a Varlungo. Nel 1993, rompendo un silenzio imposto dallo stesso don Casini, Louis Goldman, un ragazzo ai tempi dell’Olocausto, uno dei tanti ebrei salvatisi a Firenze grazie all’opera di Don Casini, pubblica un libro, Amici per la vita, nel quale espone dettagliatamente l’opera svolta dal sacerdote durante la guerra. Il 25 aprile del 2004, nel 59° anniversario della Liberazione, il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi conferisce a don Casini la Medaglia d'oro alla Memoria .




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Massimiliano Maria Kolbe
 

Massimiliano Maria Kolbe (Zdunska-Wola8 gennaio 1894 – Auschwitz14 agosto 1941) fu un presbitero e santo polacco.

Frate francescano conventuale, si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Massimiliano Maria Kolbe

Nel mese di maggio 1941 fu arrestato dalle SS e portato nel campo di prigionia di Auschwitz.

Alla fine del mese di luglio dello stesso anno un uomo del block di Kolbe era riuscito a fuggire dal campo: per rappresaglia i tedeschi selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel bunker della fame.

Quando uno dei dieci condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle fila dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso. I campi di concentramento erano infatti concepiti per spezzare ogni legame affettivo e le azioni "generose" non erano accolte volentieri.

Dopo 2 settimane senza acqua né cibo nel bunker, visto che quattro dei dieci condannati, tra cui Kolbe, erano ancora vivi, furono uccisi con una iniezione di acido fenico.

Dopo la sua morte la madre riportò un episodio che Massimiliano le raccontò quando aveva circa 10 anni: disse che gli era apparsa la Vergine Maria con due mazzi di fiori, uno rosso ed uno bianco, chiedendogli quale volesse; il bambino disse che li voleva tutti e due. Alla mattina, svegliandosi, li trovò entrambi sul suo cuscino. Il mazzo bianco rappresentava una vita pura al servizio di Dio, quello rosso il sangue che avrebbe sparso con il martirio. Vedendo la sua vita a posteriori si può dire che ha avuto gli aspetti caratterizzati dai due mazzi di fiori.

Francesco Gajowniczek riuscì a sopravvivere ad Auschwitz e morì nel 1995.

Kolbe fu beatificato il 17 ottobre 1971 da papa Paolo VI e canonizzato il 10 ottobre 1981 da papa Giovanni Paolo II, suo conterraneo. Il giorno della canonizzazione, papa Wojtyla nell'omelia lo definì «santo martire, patrono speciale per i nostri difficili tempi, patrono del nostro difficile secolo» e «martire della carità». A questa cerimonia era presente anche Francesco Gajowniczek.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Friedrich Kellner
 August Friedrich Kellner  (Vaihingen an der Enz, 1 febbraio 1885 – Lich, 4 novembre 1970) fu un socialdemocratico tedesco, ispettore di giustizia e autore di un diario segreto nel periodo della Germania Nazista.

Friedrich Kellner, 1923
Friedrich Kellner, 1923
August Friedrich Kellner nacque il 1° febbraio 1885 a Vaihingen/Enz, una cittadina della Svevia presso Stoccarda, situata sul fiume Enz. Era figlio unico di Georg Friedrich Kellner, un fornaio del villaggio di Arnstadt, in Turingia, e di Barbara Wilhelmine Vaigle di Bietigheim-Bissingen, entrambi di fede cristiana evangelica. Quando Friedrich aveva 4 anni, la sua famiglia si trasferì a Magonza, dove suo padre divenne capo-fornaio al "Goebels Zuckerwerk" (zuccherificio Goebels). Nel dicembre 1902, all'età di 17 anni, Kellner si diplomò nel liceo intitolato a Johann Wolfgang Goethe. Cominciò la sua carriera di giovane impiegato presso la corte di giustizia di Magonza dove lavorò dal 1903 al 1933, prima come segretario cancelliere, poi come ragioniere e infine come ispettore di giustizia.

Nel 1907 e 1908 Kellner prestò servizio militare nella riserva, nella 6a Compagnia di fanteria del Leibregiments Großherzogin (3. Großherzoglich Hessisches) n. 117 a Magonza.

Nel 1913 Friedrich Kellner sposò Pauline Preuss, anch'ella di Magonza. Il loro unico figlio, Karl Friedrich Wilhelm Kellner, nacque tra anni più tardi.

Quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, Kellner fu richiamato in servizio attivo come sostituto ufficiale nel Reggimento di fanteria Prinz Carl (4. Großherzoglich Hessisches Regiment) n. 118, a Worms. Combatté in Francia sulla Marna e fu ferito presso Reims e inviato nell'ospedale S. Rocco (St. Rochus), in Magonza, per esservi curato.
Friedrich Kellner, 1914

Friedrich Kellner, 1914

Sebbene fosse leale nei confronti del regime imperiale, Friedrich Kellner accolse positivamente la nascita della democrazia tedesca dopo la guerra. Divenne un attivista politico per il nuovo partito, il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD). Sin da quei primi giorni della Repubblica di Weimar si è schierato contro il pericolo degli estremismi, sia quello dei comunisti che quello dei nazisti. Era solito mostrare il proprio dissenso nel corso dei raduni politici sollevando il libro Mein Kampf di Adolf Hitler sopra la sua testa ed urlando alla folla riunita: «Gutenberg, il vostro torchio tipografico è stato violato da questo libro diabolico!». In più di un'occasione Kellner venne minacciato e picchiato per la sua aperta opposizione all'ideologia nazionalsocialista.

Due settimane prima che Adolf Hitler giurasse come Cancelliere e prima dell'inizio dello spietato accanimento di Hitler contro i suoi avversari politici, Friedrich Kellner portò sua moglie e suo figlio al sicuro in campagna. Si trasferirono nel villaggio di Laubach dell'Assia, in cui Kellner aveva lavorato come ispettore capo della giustizia nella corte del distretto. Nel 1935 suo figlio emigrò negli Stati Uniti d'America per evitare di entrare nell'esercito di Hitler.

Durante il pogrom del novembre di 1938, conosciuto come la "Notte dei cristalli", Friedrich e Pauline Kellner provarono ad aiutare i loro vicini ebrei. I Kellner furono avvertiti che avrebbero patito lo stesso destino dei loro vicini se avessero continuato la loro resistenza contro le politiche naziste. A Friedrich fu fatto capire che lui e Pauline sarebbero stati trasferiti in un campo di concentramento se avessero continuato ad avere "un'influenza negativa" sulla popolazione di Laubach. Dal momento che non poté più continuare ad agire apertamente, Friedrich Kellner affidò i suoi pensieri a un diario segreto. Voleva che suo figlio e le generazioni future sapessero che la democrazia deve sempre essere opposta alla dittatura. Kellner volle ammonire tutti a resistere alla tirannia ed al terrorismo, e di non credere alla propaganda. Alla fine della guerra, il diario di Friedrich Kellner aveva riempito 861 pagina in dieci volumi.

Dopo la guerra Friedrich Kellner contibuì alla resurrezione del SPD di Laubach e divenne presidente regionale del partito. Durante gli anni 1945 e 1946 fu vice sindaco di Laubach e dal 1956 al 1960 fu Primo Consigliere ed ancora vice sindaco della città.

Fu ispettore capo della giustizia e coordinatore del Palazzo di Giustizia di Laubach dal 1933 al 1947. Ha servito da revisore dei conti del distretto nella corte regionale di Giessen dal 1948 al 1950. Dopo la pensione nel 1950 ha continuato ad essere consigliere legale a Laubach per tre anni.

Nel 1968 Friedrich Kellner affidò il suo diario in dieci volumi, scritto segretamente fra il 1939 e il 1945, al suo nipote americano, il Professor Robert Scott Kellner, perché lo traducesse e lo portasse all'attenzione del pubblico. Il 4 novembre 1970, Friedrich Kellner è morto ed è stato sepolto accanto alla tomba della moglie nel cimitero principale di Magonza.

 Il diario di Friedrich Kellner 

Il diario consiste di 10 volumi e, complessivamente, 861 pagine. Contiene 676 brani datati individualmente e più di 500 estratti di giornali.

Il diario di Friedrich Kellner

Kellner voleva che le sue osservazioni non solo descrivessero gli eventi crudeli di quegli anni, ma che offrissero anche una prescrizione per le generazioni future su come impedire tali disastri: offrendo una ferma e inesorabile resistenza alle ideologie che hanno ignorato la santità della vita umana e l'assoluta necessità della libertà personale.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Gino Bartali
 

Gino Bartali (Ponte a Ema18 luglio 1914 – 5 maggio 2000) è stato un ciclista italiano.


Costretto a lavorare come "topparo" (riparatore di ruote di biciclette), Gino svolse una attività in favore dei rifugiati ebrei, svolta dal settembre 1943 a giugno 1944, quando compì numerosi viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona verso Assisi per trasportare documenti e foto tessere nascosti nei tubi del telaio della bicicletta, affinché una stamperia segreta potesse falsificare i documenti necessari alla fuga di ebrei rifugiati. Ricercato dalla polizia fascista, sfollò a Città di Castello, dove rimase nascosto da parenti ed amici cinque mesi.

Esistono però testimonianze di una adesione di Bartali alla GNR e alla Repubblica Sociale Italiana.

"Incontrai Gino Bartali alla caserma di Via della Scala a Firenze verso i primi mesi del 1944 , era in divisa della GNR milizia della strada . Lo salutai cordialmente come campione del ciclismo, ma soprattutto come camerata che non aveva rinnegato" Testimonianza in " il Merlo Giallo" e in "Centomila", settimanale, del 4 -10-49 che pubblica anche una lettera autografa di Bartali del 12 agosto 1943 che ringrazia un generale per il passaggio alla Milizia della strada.

Tale testimonianza, non ha però altri riscontri e per quanto riguarda la lettera del 1943, va detto che il 12 Agosto del 1943, Mussolini era agli arresti alla Maddalena (sarebbe stato trasferito a Campo Imperatore il 28 dello stesso mese), Il governo Badoglio non aveva ancora firmato l'armistizio, l'Italia non era ancora stata invasa dai tedeschi e il fascismo era totalmente allo sbando e non governava alcunché. Solo dopo l'invasione tedesca in seguito all'8 settembre, la liberazione di Mussolini del 12 settembre, sarebbe stata dichiarata il 23 settembre la Repubblica Sociale. Dunque il 12 Agosto Bartali faceva parte della Milizia stradale del Governo Badoglio.

Il 25 aprile del 2006 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha consegnato alla moglie, la Signora Adriana, la medaglia d'oro al valore civile per aver aiutato e salvato tanti ebrei durante la Seconda guerra mondiale.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 marzo 2008
Hannah Arendt
 
Hannah Arendt (Hannover14 ottobre 1906 – New York4 dicembre 1975) è stata una politica e filosofa tedesca. Emigrata negli Stati uniti d'America da cui ottenne anche la cittadinanza, rifiutò comunque di essere categorizzata come filosofa.

Nata da una famiglia ebraica ad Hannover e cresciuta a Königsberg prima (città natale del suo ammirato precursore Immanuel Kant) e Berlino poi, la Arendt fu studentessa di filosofia presso Martin Heidegger, all'università di Marburg. Ebbe una relazione sentimentale con quest'ultimo, rapporto che non le impedì poi di criticarne le simpatie naziste. Dopo aver chiuso questa relazione, la Arendt si trasferì a Heidelberg dove si laureò su una tesi sul concetto d'amore di sant'Agostino, sotto la tutela del filosofo (ex psicologo) Karl Jaspers.

La tesi fu pubblicata nel 1929, ma alla Arendt fu negata la possibilità di venire abilitata all'insegnamento nelle università tedesche (mediante la possibilità di scrivere una seconda tesi) nel 1933, per via delle sue origini ebraiche. Dopodiché lasciò la Germania per Parigi, dove conobbe il critico letterario marxista Walter Benjamin. Durante la sua permanenza in Francia la Arendt si prodigò per aiutare gli esuli ebrei della Germania nazista. Ad ogni modo, dopo l'invasione tedesca (e conseguente occupazione) della Francia durante la seconda guerra mondiale, e la seguente deportazione degli ebrei verso i campi di concentramento tedeschi, Hannah Arendt dovette emigrare anche da qui. Nel 1940 sposò il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher, con cui emigrò (assieme a sua madre) per gli Stati Uniti, con l'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Dopodiché divenne attivista nella comunità ebraica tedesca di New York, e scrisse per il settimanale Aufbau.

Dopo la seconda guerra mondiale si riconciliò con Heidegger e testimoniò in suo favore durante un processo in cui lo si accusava di aver favorito il regime nazista. Alla sua morte nel 1975, Hannah Arendt fu seppellita al Bard College, in Annandale sullo Hudson, New York, dove suo marito insegnò per molti anni.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 14:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE