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AntifascismoResistenza
29 marzo 2008
Campo di concentramento di Gonars


Pulizia etnica all'italiana

 di   Alberto Bobbio


Tra il 1942 e il '43 il nostro esercito internò migliaia di persone: quasi 500 morirono in pochi mesi. Il progetto era quello di ripopolare la regione con gli italiani.

È una storia rimossa che emerge oggi, 65 anni dopo, con grande difficoltà dalle pieghe della memoria. È la storia della pulizia etnica all'italiana, che ha lo stesso linguaggio, nasce dalle stesse intenzioni e procede con le stesse azioni dei signori della guerra nei Balcani dell'ultimo decennio del secolo appena passato. Cambiano i nomi, ma quello dell'alto commissario fascista di Lubiana, annessa al Regno d'Italia nel 1941, Emilio Grazioli, potrebbe essere equivalente a quelli di Milosevic o Karadzic, e a quelli dei generali Mario Robotti e Mario Roatta al generale serbo Ratko Mladic o al croato Ante Gotovina, criminali di guerra.
 

Ma nessun militare né civile italiano è mai stato processato da un tribunale. L'Italia si è assolta e l'amnistia del dopoguerra non ha permesso neppure di conservare la memoria giudiziaria dei fatti. Ora qualcosa lentamente riemerge e il difetto di conoscenza e di coscienza collettiva è tragico. Alessandra Kersevan, ex insegnante di scuola media in Friuli, ricercatrice a contratto in didattica delle lingue all'Università di Trieste, ha pubblicato, con il contributo del Comune di Gonars, uno straordinario studio sul campo di concentramento fascista di quel paese, ricostruendo tutta la storia della "pulizia etnica all'italiana" in Slovenia e in Croazia.

Spiega la Kersevan: "Ho lavorato per 15 anni negli archivi sloveni a Lubiana, all'archivio di Stato di Udine e in quelli dell'Esercito italiano a Roma. Gonars è una faccenda tutta italiana. Tra il 1942 e il '43 vennero internate migliaia di persone, rastrellate dall'Esercito italiano, donne, vecchi, bambini. Quasi 500 morirono in pochi mesi".

Ma Gonars, come le altre decine di campi di concentramento fascisti, rimase invisibile nell'Italia del dopoguerra. Spiega il professor Spartaco Capogreco, docente alla facoltà di Scienze politiche dell'Università della Calabria, il maggior esperto dei campi di concentramento fascisti, di cui a febbraio uscirà per Einaudi il volume I campi del Duce: "È una storia di minimizzazioni e amnesie, che hanno offuscato gravi e precise responsabilità e che hanno contribuito all'affermazione di un pregiudizio, quello della naturale bontà del soldato italiano. Va anche rilevato il potente effetto assolutorio di Auschwitz nei confronti degli altri campi di concentramento. Ma ciò non giustifica l'oblio, né della politica di internamento fascista né della pulizia etnica all'italiana".

Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942, Roatta, Robotti e Grazioli fanno circondare Lubiana con reticolati di filo spinato: la città diventa così un immenso campo di concentramento. Robotti spiega al Duce il suo "metodo deciso": "Gli uomini sono nulla", e comunica la sua intenzione di "arrestare in blocco gli studenti di Lubiana". I rastrellamenti sono operati dai Granatieri di Sardegna. Il generale Orlando, comandante della divisione, prevede lo sgombero delle persone "prescindendo dalla loro colpevolezza".

Alla fine di giugno Orlando comunica che con l'arresto di "5.858 persone si è tolto dalla circolazione un quarto della popolazione civile di Lubiana". Scrive il tenente dei Carabinieri Giovanni De Filippis in un promemoria che Alessandra Kersevan ha rintracciato a Roma: "Continua caotico e disorientato il procedimento dei fermi... La popolazione vive in uno stato di vero incubo".

La filosofia della pulizia etnica era stata indicata nella circolare "3C" del generale Roatta: "Internamento di intere famiglie, uso di ostaggi, distruzione di abitati e confisca di beni".

"Internamento di massa"

Il 24 agosto 1942 Grazioli prospettava al ministero dell'Interno "l'internamento di massa della popolazione slovena" e la sua "sostituzione con la popolazione italiana". Robotti spiega ai comandanti: "Non importa se all'interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue. Quindi sgombero totalitario. Dove passate, levatevi dai piedi tutta la gente che può spararci nella schiena. Non vi preoccupate dei disagi della popolazione. Questo stato di cose l'ha voluto lei, quindi paghi".

In un altro rapporto, Robotti lamentava: "Si ammazza troppo poco". Roatta raccomandava l'uso dell'aviazione e dei lanciafiamme per distruggere i paesi.

Il campo di Gonars, allestito per gli arrestati sloveni, in poche settimane è pieno. In estate viene approntato in fretta e furia il campo di tende sull'isola di Rab: donne, vecchi e bambini sono ospitati in condizioni disumane.

Il vescovo di Krk, monsignor Srebnic, il 5 agosto 1943 in una lettera al Papa parlerà di più di "1.200 internati morti". Alla fine del 1942 il sottosegretario all'Interno Buffarini dà notizia al Duce che "50.000 elementi sloveni" sono stati internati in Italia.

Nell'autunno 1942 la diocesi di Lubiana fa arrivare alla Santa Sede un documento dal tono molto preoccupato, che chiedeva interventi per evitare che i campi "diventino accampamenti di morte e di sterminio". Il Vaticano la inoltra al ministero dell'Interno fascista. Risponde proprio il generale Roatta, minimizzando la situazione, contestando i dati e rimproverando il Vaticano: "Molte delle lagnanze affacciate dal Vaticano sono destituite di fondamento. I comandi militari non hanno bisogno di suggerimenti per quanto riguarda i doveri di umanità".

Più volte la Chiesa cattolica interviene a favore degli internati sloveni nel campo di Gonars, che alla fine del 1942 sono oltre 6.000. I vescovi di Lubiana, Rozman, di Gorizia, Margotti, e di Krk, Srebnic, sollecitano un'iniziativa della Santa Sede. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Luigi Maglione, invia a Gonars il nunzio apostolico in Italia Borgoncini-Duca, il quale però non riesce a capire le reali condizioni di vita e scrive che "il vitto non manca e l'acqua è abbondante".

Altre testimonianze raccolte da Alessandra Kersevan sono assai diverse. Il segretario dell'arcivescovo di Zagabria Stepinac, don Lackovic, nel '43 denuncia alla Croce Rossa italiana che a "Gonars si trovano oltre 4.000 croati, in maggioranza donne e bambine che soffrono molto e muoiono in gran numero". Il salesiano padre Tomec descrive al Comitato di assistenza di Gorizia la terribile situazione di Gonars in una lunga relazione: "La gente muore di fame. La minestra è acqua nella quale nuotano due chicchi di riso e due maccheroni". E chiede la possibilità di inviare pacchi di viveri ai prigionieri.

Il 27 marzo 1943 il prefetto di Udine impone all'Autorità ecclesiastica di bloccare i pacchi per evitare che "aiuti siano prodigati a una razza siffatta che non ha mai nutrito, né nutre, sentimenti favorevoli all'Italia". E a Lubiana Grazioli ordina di "far cessare ogni assistenza in favore degli internati".

Punizioni, torture, orrore

Slavko Malnar, ex internato a Gonars, ha raccontato alla Kersevan: "Avevo 6 anni e pesavo 13 chili. Con altri bambini cercavamo il cibo nei bidoni della spazzatura. Se trovavamo qualche grosso osso lo spaccavamo per succhiare il midollo. Mia madre era incinta. Mio fratellino è nato il 3 febbraio 1943. È morto qualche mese dopo". Poi c'erano le punizioni, le torture, insomma, l'orrore di ogni campo di concentramento.

Oggi non c'è più traccia del campo di Gonars. Nel cimitero del paese sono sepolti 400 internati, ricordati da un grande sacrario costruito nel 1973.

Spiega il sindaco Ivan Cignola: "Ricordare la tragedia e riconoscerne le responsabilità italiane non è solo un problema storico, ma anche di sensibilità civile". Tutti i protagonisti di questa vicenda non sono mai stati incriminati: Emilio Grazioli venne arrestato dopo la guerra per due eccidi commessi in provincia di Ravenna. Le accuse circa il suo operato a Lubiana non vennero menzionate. Tornato subito in libertà, sparì.

Dei vari comandanti del campo di Gonars solo l'ultimo, il capitano Macchi, noto per la sua ferocia, venne ucciso dai partigiani nel 1944. Il generale Robotti è morto ed è stato dimenticato.

Il generale Roatta riparò in Spagna. Poi usufruì di un'amnistia. Una sua foto è tuttora appesa alle pareti dell'Archivio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.




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29 marzo 2008
Il campo di concentramento di Arbe
 
Il campo di Arbe), una delle isole che costellano il lato orientale dell’Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere 1'11 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.

Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo d’Armata: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende…oltre a questo campo, ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone.
Viene così edificato il primo campo di concentramento, definito n.1. Successivamente entrano in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III fu destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente palude. Gli altri erano collocati a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati.
La guardia armata dei campi dell’isola di Rab, viene inizialmente affidata a militari del V Corpo d’Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia, non accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo italiano).
I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate, sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni bestiali, in particolare per l’autunno e l’inverno: pioggia, neve, con la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l’acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Nei casi di punizione l’acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni).
Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E’ ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab (sarebbero almeno 1500).
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942, dell’Alto Commissario, Grazioli: “… mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il I medico provinciale… ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre.”
Il comandante di allora dell’ XI corpo d’armata, il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: “è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in pace”.
“Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati gravi che erano già sul punto di morte”.
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti “buoni ed umani… ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e corrotta”.
Nell’inizio dell’estate del 1943, si estende la convinzione di una prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab…
Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono “spontaneamente e sorprendentemente: cantando”, prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l’attività politica e la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei campi.
L’8 settembre 1943, di sera, “scoppiò improvvisamente un’ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione”. Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana “Rab”; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.




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29 marzo 2008
Risiera di San Sabba
 
La Risiera di San Sabba (in sloveno: Rižarna pri Sveti Soboti) è stato un campo di detenzione e transito nazionalsocialista situato nella città di Trieste. Fu l'unico lager italiano all'interno del quale venne installato un forno crematorio e nel quale le autorità tedesche compirono uccisioni, in un primo momento mediante gas (usando i motori diesel degli autocarri), mentre in seguito mediante fucilazione o colpo di mazza alla nuca.

Premessa

In seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943, le province italiane di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana vennero sottoposte al diretto controllo della Germania nazista con il nome di Zona di operazione dell’Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico). Tale zona, formalmente, faceva parte della Repubblica sociale italiana, ma l'amministrazione del territorio, considerato come zona d'operazione bellica fu però affidata e sottomessa al controllo dell’Alto Commissario Friedrich Rainer, già Gauleiter della Carinzia.

La risiera

Il complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, costruito nel 1913 nel rione di San Sabba, alla periferia di Trieste, fu trasformato in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre 1943, e denominato Stalag 339.

La Risiera di San Sabba
La Risiera di San Sabba

Successivamente, al termine dell’ottobre 1943, diviene un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia e come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte. Nel campo venivano anche detenuti ed eliminati Sloveni, Croati, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

Supervisore della Risiera fu l'ufficiale delle SS Odilo Globocnik, triestino di nascita, che ebbe un importante ruolo in molti campi di concentramento.

Per i cittadini incarcerati nella Risiera, intervenne in molti casi, presso le autorità germaniche, il vescovo di Trieste, monsignor Santin; in alcuni casi con una soluzione positiva (liberazione di Giani Stuparich e famiglia) ma in altri senza successo.

I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione utilizzando automezzi appositamente attrezzati, si servirono all’inizio del 1944 dell'essiccatoio della risiera, prima di trasformarlo definitivamente in un forno crematorio. Tuttavia va precisato che il forno crematorio della risiera venne utilizzato solo ed esclusivamente per lo smaltimento dei cadaveri e mai, per quanto ci è dato sapere, come mezzo di esecuzione. Questa costruzione venne sperimentata il 4 aprile 1944, con la cremazione di una settantina di cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima in località Villa Opicina (Trieste). Il forno crematorio e la connessa ciminiera, furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini. Tra le rovine furono ritrovate ossa e ceneri umane.

Riguardo le ipotesi sui metodi di esecuzione, si parla di gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Nel complesso si parla di un numero oscillante attorno le 5000 vittime. La Risiera, secondo alcuni, non è paragonabile agli altri campi di stermino tedeschi essendo nata come campo di detenzione.

Il museo e gli edifici

Luogo dove si trovava il forno crematorio
Luogo dove si trovava il forno crematorio

Nel campo erano presenti diversi edifici che oggi non esistono in seguito alla trasformazione in campo profughi per gli esuli giuliano-dalmati nel 1945 e alla seguente ristrutturazione e trasformazione in "Monumento Nazionale" . Sono visibili:

  • La "cella della morte" dove venivano rinchiusi i prigionieri portati dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore.
  • Le 17 celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri, riservate particolarmente agli Sloveni e Croati, ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all'esecuzione a distanza di giorni o di alcune settimane. Le due prime celle venivano usate per la tortura e la di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri e vi sono stati scoperti, fra l'altro, migliaia di documenti d'identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche alle persone inviate al lavoro coatto.
  • L’edificio seguente di quattro piani, dove venivano rinchiusi in ampie camerate gli ebrei ed i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania, uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare.

Nell’edificio centrale, usato come caserma, con i resti del forno crematorio si trova l’interessante Museo.




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29 marzo 2008
Campo di sterminio di Maly Trostenets
 

Maly Trostenets (bielorusso: ????´ ?????????´?; russo: ??´??? ????????´?), è un piccolo villaggio alla periferia di Minsk, in Bielorussia, dove venne costruito un campo di sterminio nazista poco conosciuto ma terribilmente "efficiente".

Il campo fu aperto nell'estate del 1941 sul sito di un ex kolchoz. In origine fu un campo di concentramento destinato alle migliaia di prigionieri di guerra sovietici caduti in mano tedesca dopo l'avvio dell'Operazione Barbarossa. Ben presto, il 22 giugno 1941, il campo venne trasformato in un Vernichtungslager (campo di sterminio). Il 10 maggio 1942 vi giunse il primo trasporto di ebrei. Gli scopi del campo furono ampliati, allora, allo sterminio della nutrita comunità ebraica di Minsk e dell'area circostante. Lo sterminio era attuato anche con camere a gas mobili, che svolsero una funzione notevole nel processo di genocidio.

I primi convogli di internati provenivano dalla Germania, dall'Austria e dalla Repubblica Ceca. In seguito furono internati a Maly Trostenets i membri della comunità ebrea di Minsk e dall'area circostante. I deportati nella maggior parte dei casi trovavano la morte poco dopo il loro arrivo. Se non venivano ritenuti idonei al lavoro, essi erano trasferiti alle vicine foreste di Blagovshchina (??????????) and Shashkovka (????????), dove erano fucilati con un colpo alla nuca.

Il 28 giugno 1944, mentre l'Armata Rossa si avvicinava alla regione, i nazisti bombardarono il campo nel tentativo di occultarne l'esistenza, secondo quanto previsto dalla Sonderaktion 1005.I Sovietici tuttavia scoprirono 34 fosse collettive, alcune delle quali misuravano 50 metri in lunghezza, e 3 o 4 metri in profondità. Secondo un rapporto speciale preparato dalla Commissione Statale Straordinaria dell'URSS negli anni quaranta, le fosse comuni furono ritrovate nella foresta di Blagovshchina, a circa 500 metri dall'autostrada Minsk–Mogilev, in corrispondenza del km 11.

Si stima che il numero di persone morte a Maly Trostenets sia compreso tra i 200.000e il mezzo milione di morti, non si ha notizia di alcun sopravvissuto dal campo. Le stime dello Yad Vashem parlano di 65.000 vittime ebree, mentre lo storico Tedesco Christian Gerlach ha stimato il numero di vittime ebree tra i 40.000 ed i 60.000. La segnaletica presso il memoriale costruito sul sito dove sorgeva il campo menziona la morte di 206.000 persone. Il memoriale riceve migliaia di visite all'anno. Ciò malgrado i resti dell'ex campo di sterminio constino solo di una fila di alberi di populus piantati dai detenuti per delimitarne il perimetro.

Alcuni riferimenti al campo di Maly Trostenets sono compiuti dal film "La foresta delle anime" (The Forest of Souls) di Carla Banks.

Convogli diretti a Minsk ed alcuni dati sul numero di vittime

Tra i numerosi convogli diretti a Minsk, i seguenti sono stati documentati:

Origine Numero di convogli
Numero di persone trasportate
Germania (Amburgo (2) Brema (2), Düsseldorf, Francoforte sul Meno, Berlino, Königsberg e Colonia ) 7 6 658
Vienna 9 8 472 (12 sopravvissuti)
Protettorato di Boemia e Moravia (Theresienstadt: 5, Brünn) 6 6 000
Polonia (Varsavia) 1 1 000

 

Secondo il tribunale federale di Coblenza almeno il 90% di questi deportati, ovvero tra le 19.000 e le 20.000 persone, furono sterminati a Maly Trostenets. È probabile che due o altri tre convogli provenienti dall'Europa dell'Ovest siano partiti verso il campo di concentramento di Dachau




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29 marzo 2008
Natzweiler-Struthof

L'entrata al campo di Natzweiler-Struthof
L'entrata al campo di Natzweiler-Struthof

Natzweiler-Struthof (in lingua tedesca: Konzentrationslager Natzweiler) fu un campo di concentramento nazista situato presso il villaggio alsaziano di Natzwiller (tedesco: Natzweiler), situato tra i monti Vosgi, a circa 50 chilometri a sud-ovest di Strasburgo.

Natzweiler-Struthof fu il solo campo di concentramento costruito dai nazisti in territorio francese anche se dopo la sconfitta subita nel maggio/giugno 1940 l'Alsazia-Lorena era divenuta parte integrante del Reich tedesco, e non più territorio francese.

Il campo fu operativo dal 21 maggio 1941 fino al settembre 1944, quando le guardie SS evacuarono il campo, che venne liberato dalle forze americane il 23 novembre 1944. In totale vennero internati circa 40.000 persone, provenienti dalla Polonia, dall'Unione Sovietica, dai Paesi Bassi, Francia, Germania, Norvegia.

Il campo era essensizalmente un campo di lavoro, ma vennero costruite anche una camera a gas e un forno crematorio. In totale si stima che siano state circa 25.000 le persone morte a Natzweiler-Struthof, tra le quali anche quattro donne (Diana Rowden, Vera Leigh, Andrée Borrel e Sonya Olschanezky), fucilate il 6 luglio 1944, che appartenevano al SOE. Nonostante la popolazione femminile del campo fosse esigua, solamente 7 donne delle SS servirono al campo principale (su un totale di 600 guardie), e altre quindici nel sistema dei sottocampi; i nomi di queste donne sono: Maria Aichele, Berta Bommer, Maria Luise Merkle, Elisabeth Peschke, Else Rueck, Kreszenzia Ruf (che servì a Natzweiler e Geislingen) e Anna Zengerle (che servì come Aufseherin presso il campo di Ravensbrück e a Natzweiler).

Gli ufficiali e i responsabili del campo, vennero giudicati al Processo di Norimberga: Fritz Hartjenstein, il comandante del campo, morì in prigione prima che fosse emessa la sentenza, Kurt Geigling e Magnus Wochner vennero condannti a 10 anni di prigione, Josef Muth a 15 anni, mentre Franz Berg e Peter Straub vennero impiccati l'11 ottobre 1946.

Lo scrittore Boris Pahor fu imprigionato a Natzweiler-Struthof che descrisse nel suo libro più famoso, Necropoli.




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29 marzo 2008
Campo di concentramento di Flossenbürg
 Il Campo di concentramento di Flossenbürg fu un campo di concentramento nazista creato nei pressi della cittadina di Norimberga, a nord-est della Baviera, nel regione dei Sudeti.

Il campo venne costruito 16 maggio 1938 e costituito principalmente da circa 400 prigionieri provenienti dal lager di Dachau.

I prigionieri

Le categorie destinate al campo furono inizialmente quelle degli asociali e dei criminali comuni, segnalati rispettivamente con i triangoli neri e verdi, condannati a lavorare nelle cave di pietra circostanti, come a Mauthausen. Ai primi prigionieri si aggiunsero successivamente altri 1300 internati provenienti sia da Buchenwald che da Sachsenhausen.

I primi deportati non tedeschi furono politici cecoslovacchi e polacchi, giunti a partire dai primi mesi del 1940 e alla fine dello stesso anno giunsero anche i prigionieri di guerra sovietici, confinati in isolamento.

Quanto alle nazionalità dei prigionieri, polacchi e sovietici furono circa 60% del totale, seguiti da ungheresi (9%), francesi (7%) e tedeschi (5%), mentre gli ebrei passati per Flossenbürg furono circa 10000.

Il campo di lavoro e di sterminio

Agli inizi del 1942 vennero aperti sottocampi, che arrivarono ad essere 97, destinati alla produzione di armamenti (tra cui gli aerei Messerschmitt Bf 109).

Flossenbürg fu un campo di sterminio attraverso il lavoro, in cui non mancarono anche esecuzioni di massa mirate, in particolare nei confronti dei prigionieri di guerra sovietici. Inoltre furono eseguite anche condanne a morte legate all’attentato contro Hitler, come quella del teologo e filosofo Dietrich Bonhoeffer.

Al termine del 1944 il sistema di campi di Flossenbürg internava circa 40.000 prigionieri, di cui 11.000 donne. Nel 1945 furono deportati prigionieri provenienti da Auschwitz, Gross-Rosen e Buchenwald, nelle tristemente famose "marce della morte".

Prima della fine della guerra, i prigionieri risultavano 45.813.

Il campo principale fu liberato il 23 aprile 1945 e vi trovavano ancora 1.500 prigionieri, per lo più malati o impossibilitati a muoversi.




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29 marzo 2008
Campo di concentramento di Ravensbrück
  Il campo di concentramento di Ravensbrück, utilizzato dal regime nazista nel contesto dell'Olocausto, era situato a 90 chilometri a nord di Berlino, nei pressi di Fürstenberg (Meclenburgo).

A differenza della maggior parte dei campi, Ravensbrück era destinato prevalentemente alle donne e bambini. Ravensbrück disponeva di trentuno sottocampi utilizzati dai nazisti come riserva di manodopera schiava e disseminati tra il Mar Baltico e la Baviera.

Il 25 novembre 1938 su ordine del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler, vennero trasferiti 500 prigionieri dal campo di concentramento di Sachsenhausen per la costruzione di un nuovo campo a Ravensbrück.Storia del campo [modifica]

Il 15 maggio 1939, le prime 900 deportate austriache e tedesche provenienti dal campo di concentramento femminile di Lichtenburg vennero internate a Ravensbrück che da questo momento, e fino alla definitiva caduta del regime nazista nel maggio 1945, divenne il lager femminile principale della Germania.

Il 29 giugno dello stesso anno giunsero al campo, provenienti dall'Austria, 440 deportate zingare insieme ai loro figli: entro il 1945 erano ne transitate un totale di circa 5.000.

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale e la successiva invasione tedesca della Polonia, il 23 settembre 1939, le prime deportate polacche giunsero al campo. Entro il termine del conflitto vennero internate a Ravensbrück provenienti dalla Polonia e dagli altri territori occupati dell'est circa 40.000 donne.

Il 6 giugno 1941 sorse a Ravensbrück un campo di concentramento maschile, sepatato da quello femminile, con l'arrivo dei primi 300 deportati provenienti da Dachau.

A partire novembre 1941 il medico eugenista del campo, Friedrich Mennecke, condusse diverse "selezioni" per eliminare le deportate fisicamente più debilitate. Il 23 marzo 1942 circa 1.000 internate vennero trasferite al campo Auschwitz-Birkenau, dove diedero origine al primo nucleo del nuovo campo femminile in costruzione ad Auschwitz. Tra il 1942 ed il 1943 continuarono i trasferimenti di deportate ebree in seguito agli ordini pervenuti dall'Ufficio centrale per la sicurezza del Reich che prevedevano l'internamento di tutti i deportati di origine ebraica nel campo di Auschwitz, al fine di rendere la Germania (dove Ravensbrück si trovava) Judenrein, ovverosia "priva di ebrei".

Il 20 luglio 1942, iniziarono gli esperimenti "medici" sulle internate (principalmente polacche), effettuati dal medico delle SS Karl Gebhardt. (vedi Gli "esperimenti" medici)

All'inizio del 1944 le autorità del campo, per eliminare le deportate stremate, iniziarono la costruzione di una camera a gas funzionante a Zyklon B (acido cianidrico) e di un forno crematorio: la prima gassazione documentata risale al 22 giugno dello stesso anno. In totale vennero uccise oltre 2.000 persone nella camera a gas di Ravensbrück.

Il 23 aprile 1945, con l'avvicinarsi della fine per il regime nazista, Heinrich Himmler trattò, sperando di salvarsi, con il conte svedese Folke Bernadotte la liberazione di circa 7.000 internate che vennero trasferite dalla Croce Rossa svedese al sicuro. Il 27 aprile, le SS ordinarono l'evacuazione delle restanti deportate (e deportati del campo maschile) che furono costrette ad una marcia della morte, durante la quale la maggior parte perse la vita.

Il 30 aprile 1945 le forze sovietiche liberarono il campo: trovarono 3.000 prigioniere scampate all'evacuazione, e circa 300 prigionieri uomini, per la maggior parte gravemente ammalati e completamente denutriti. Poche ore dopo le unità sovietica in avanzata liberarono anche le scampate alla marcia della morte.

Si stima che tra il 1939 e il 1945 il campo di Ravensbrück abbia ospitato circa 130.000 deportati, dei quali 110.000 donne. I documenti sopravvissuti alla distruzione da parte delle autorità del campo indicano circa 92.000 vittime.

Vita nel campo

Quando una nuova prigioniera arrivava a Ravensbrück era obbligata ad indossare il Winkel, un triangolo di stoffa colorato, che identificava il motivo di internamento; sul triangolo era applicata una lettera che identificava la nazionalità. Le deportate polacche, che divennero la maggior componente nazionale nel campo a partire dal 1942, indossavano normalmente un triangolo rosso (deportate politiche) con una lettera "P" (nazionalità polacca). Le donne ebree, prima del trasferimento verso Auschwitz, indossavano un triangolo giallo, alcune volte sovrapposto con un secondo triangolo per indicare altri motivi di internamento. Le criminali comuni indossavano il triangolo verde, i Testimoni di Geova il triangolo viola. Le zingare, le prostitute e le «asociali» venivano identificate da un triangolo nero.

Il triangolo rosa, utilizzato per identificare gli omosessuali maschi presso gli altri campi di concentramento, non venne utilizzato nel campo femminile di Ravensbrück; le lesbiche internate, spesso per associati motivi razziali o politici, vennero contrassegnate con il triangolo nero e cosiderate semplici «asociali»

Alle deportate venivano rasati i capelli, poi utilizzati dall'industria tedesca; le deportate "ariane", però, non sempre subivano questo trattamento. Per esempio esso non venne applicato, nel 1943, ad un trasporto proveniente dalla Norvegia e composto da donne di origine nordica.

In base alla lista incompleta dei trasporti (Zugangsliste) che consiste di 25.028 nomi di donne deportate dai nazisti al campo è possibile definire la seguente composizione etnica:

La Gestapo categorizzò inoltre le detenute come segue:

  • 83,54% politiche
  • 12,35% asociali
  •   2,02% criminali comuni
  •   1,11% Testimoni di Geova
  •   0,98% altro

La Zugangsliste superstite è uno dei più importanti documenti conservati a memoria dell'Olocausto e venne salvata negli ultimi istanti di vita del campo dai membri dell'unità Mury dello Szare Szeregi, un movimento di resistenza della associazione Scout polacca nato durante la guerra in contrapposizione all'invasione tedesca. Il resto dei documenti del campo vennero bruciati dalle SS.

Una delle forme di resistenza di Ravensbrück fu l'organizzazione, nascosta alla autorità del campo, di lezioni scolastiche realizzata dalle prigioniere in favore delle compagne più sfortunate. Tutti i gruppi nazionali ebbero una qualche forma di insegnamento: le deportate polacche riuscirono ad organizzare lezioni universitarie con insegnanti qualificate.

Tutte le prigioniere dovevano compiere lavori pesanti. Erano obbligate a molti tipi diversi di lavoro schiavo: costruzioni, agricoltura e anche costruzione dei missili V2 per conto dell'azienda tedesca Siemens AG. Ravensbrück fornì tutti i principali lager, escluso Auschwitz, di ragazze da impiegare nei bordelli interni ai campi di concentramento. I postriboli dei lager potevano essere utilizzati dal personale di guardia al campo, dagli internati criminali comuni (contraddistinti dal triangolo verde) ed in generale dai prominenti di razza "ariana" , in ogni caso erano esclusi gli ebrei.
Nel 1942 i tedeschi inviarono cinquanta prigioniere politiche nei seguenti campi di concentramento per l'impiego come prostitute nei bordelli: Buchenwald, Dachau, Flossenbürg, Mauthausen, Neuengamme e Sachsenhausen. Molte delle prescelte erano partite volontarie per sfuggire alle terribili condizioni di Ravensbrück. Le prostitute impiegate nei bordelli dei campi venivano infatti pagate, potevano riposare la mattina, avevano giorni liberi, ricevevano vestiti e cibo migliori, potevano lavarsi regolarmente e venivano generalmente trattate meglio; d'altra parte molte tornarono a Ravensbrück dopo pochi mesi affette da malattie veneree.

Tra le migliaia di detenute giustiziate dai nazisti a Ravensbrück vi furono quattro membri appartenenti allo Special Operations Executive (Denise Bloch, Cecily Lefort, Lilian Rolfe e Violette Szabo), la suora Élise Rivet, Elisabeth de Rothschild, la principessa francese venticinquenne Anne de Bauffremont-Courtenay ed Olga Benário, moglie del leader comunista brasiliano Luís Carlos Prestes. L'esecuzione più massiccia, circa 200 vittime, venne realizzata contro un gruppo di giovani patriote polacche appartenenti all' Armia Krajowa.

L'esperienza della deportazione nel campo di concentramento di Ravensbruck è stata raccontata dall'attrice e scrittrice francese Fanny Marette nel suo libro Ero il numero 47.177 - Diario di una deportata.

Bambini nel campo

I primi bambini raggiunsero il campo nel 1939, insieme alle loro madri zingare provenienti dal campo di Burgenland, in Austria. In seguito molte madri ebree olandesi, francesi, ungheresi giunsero insieme ai figli. Alcune di loro erano incinte al momento dell'internamento: nei primi anni esse erano costrette all'aborto appena la gravidanza veniva scoperta oppure venivano selezionate per l'immediata uccisione. In seguito le autorità SS del campo permisero alle donne incinte di portare a termine la gravidanza: le SS si riservavano però il diritto di portare via i neonati alle madri.

Statistiche incomplete riportano in 882 il numero totale di bambini deportati a Ravensbrück, la maggior parte dei quali non sopravvisse alla prigionia.

Gli "esperimenti" medici

Le internate di Ravensbrück venno utilizzate, a partire dall'estate 1942, come cavie umane per la "sperimentazione" medica: almeno 86 donne, di cui 74 polacche (la maggior parte di queste provenienti da Lublino con il trasporto del 23 settembre 1943, vedi lista) furono selezionate per le due serie di esperimenti.
La prima serie (luglio 1942 - dicembre 1943) riguardò nuovi farmaci a base di sulfonamide, destinati alla cura delle infezioni delle ferite dei soldati al fronte. Le internate vennero deliberatamente ferite e fratturate ed infettate con batteri virulenti. Per meglio simulare le infezioni in alcune ferite vennero introdotti pezzi di legno, vetro o stoffa, attendendo poi lo sviluppo della cancrena. Le ferite venivano successivamente curate con i nuovi farmaci per verificarne l'efficacia.
La seconda serie (settembre 1942 - dicembre 1943) di esperimenti riguardò lo studio del processo di rigenerazione di ossa, muscoli e nervi e la possibilità di trapiantare ossa da una persona all'altra: alcune donne subirono amputazioni, altre, come nel caso precedente, fratture e ferite.
Ovviamente tutti gli esperimenti avvennero senza la volontà e nonostante le proteste delle vittime che rimasero tutte gravemente debilitate sia a livello fisico che psichico. Cinque di esse, di nazionalità polacca, morirono in seguito alle sperimentazioni; altre sei vennero uccise successivamente nel campo. Le altre, soprannominate Kaninchen - conigliette, a causa dell'andatura assunta dopo gli esperimenti riguardarono soprattutto gli arti inferiori - riuscirono a sopravvivere grazie all'aiuto delle altre prigioniere del campo.

 

Tra le 120 e le 140 donne zingare vennero sterilizzate a Ravensbrück nel gennaio 1945, per testare l'efficacia dei nuovi metodi tedeschi, basati su raggi x, chirurgia e diversi farmaci. Questi esperimenti di sterilizzazione avevano come ultimo scopo la sterilizzazione forzata di milioni di persone considerate "indesiderabili" per il "nuovo ordine mondiale". Tutte le donne sottoposte alla sterilizzazione, timorose delle conseguenze di un eventuale rifiuto, firmarono un documento di consenso dopo che le autorità del campo avevano promesso loro la libertà nel caso si fossero sottoposte all'esperimento.




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29 marzo 2008
Campo di sterminio di Chelmno
 

Il campo di sterminio di Chelmno (in tedesco: Vernichtungslager Kulmhof) era un campo di sterminio del regime nazista costruito durante la seconda guerra mondiale nei pressi della cittadina polacca di Chelmno nad Nerem (in tedesco: Kulmhof an der Nehr) situata circa a 100 chilometri a est di Poznan.

Chelmno fu il primo campo di sterminio a diventare operativo nel dicembre 1941, costruito per l'eliminazione degli gli ebrei provenienti dal ghetto di Lódz, distante solo 70 chilometri, in seguito ai programmi tedeschi di «arianizzazione» delle zone polacche del Warthegau entrate a far parte della Reich dopo l'invasione tedesca. Chelmno fu il primo campo ad utilizzare la «gassazione» per le uccisioni di massa.

Almeno 152.000 persone persero la vita nel campo, principalmente ebrei del ghetto di Lódz e delle vicinanze, ma anche Rom ed alcuni ebrei ungheresi, polacchi, cechi e prigionieri di guerra sovietici.

Il campo di sterminio, situato in un castello sulle rive di un fiume, fu operativo dall'8 dicembre 1941 all'aprile 1943 quando venne chiuso e il forno crematorio venne fatto saltare. Nella primavera 1944 venne riaperto per completare la liquidazione del ghetto di Lódz e nuovamente chiuso nell'autunno 1944, quando si preferì dirottare gli ebrei rimasti verso Auschwitz.

Il campo era gestito da un comando speciale delle SS chiamato Sonderkommando Kulmhof che operava l'uccisione dei deportati attraverso esalazioni di monossido di carbonio prodotte da grossi autocarri appositamente attrezzati. Il primo comandante fu Herbert Lange sostituito nel 1942 da Hans Bothmann. Le aree del campo erano due, una zona amministrativa con la caserma e i magazzini dei ben confiscati alle vittime e l'area di cremazione e sepoltura.

La descrizione del funzionamento del campo deriva da una testimonianza resa nel corso del suo processo da Adolf Eichmann, che visitò il campo negli ultimi mesi del 1942. Le persone venivano condotte al castello con treni e camion, provenivano dal ghetto di Lódz, o dal Warthegau, dalla Germania, Lussemburgo e altri paesi. Nel cortile del castello veniva loro detto che sarebbero stati disinfestati e lavati per poi essere portati in campi di lavoro in Germania. All'interno del castello venivano costretti a spogliarsi e poi condotti su una rampa che portava ad alle camere a gas. A differenza dei successivi campi di sterminio, Chelmno non diponeva di una camera a gas in installazione fissa ma di tre camere a gas mobili installate su appositi furgoni già impiegati per le operazioni degli Einsatzgruppen. La zona di carico degli autocarri era ermeticamente sigillata e delle tubazioni la collegavano ai gas di scarico prodotti dal motore. Le vittime erano obbligate a stiparsi nell'area di carico in numero di 50-70, la porta veniva sigillata e il motore del furgone acceso: la morte sopraggiungeva in 10-20 minuti a causa delle esalazioni di monossido di carbonio.

I corpi, già a bordo degli automezzi, venivano poi portati in un bosco e cremati.




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29 marzo 2008
Campo di concentramento di Kraków-Plaszów

Veduta aerea del campo
Veduta aerea del campo

Plaszów era un sobborgo nella parte meridionale della città di Cracovia, in Polonia, dove nel dicembre 1942 venne inaugurato un campo di lavoro forzato nazista.

La denominazione ufficiale era Zwangsarbeitslager Plaszow des SS- und Polizeiführers im Distrikt Krakau.

Il campo sorgeva in corrispondenza di due cimiteri israelitici e i proprietari del terreno furono espropriati. Si allargò progressivamente e nel 1944 aveva raggiunto un estensione di 81 ettari.

Il campo fu fino inizialmente un campo di lavoro forzato, che forniva manodopera a diverse fabbriche di armamenti e ad una cava di pietra che si trovava nelle immediate vicinanze. Trattandosi di un campo di lavoro, era sottoposto alla giurisdizione del locale comando delle SS presso il Governatorato Generale della parte centrale della Polonia occupata. Era controllato da guardie ucraine. Nel gennaio del 1944 divenne un campo di concentramento e vi furono trasferite circa 600 SS delle SS-Totenkopfverbände.

Il comandante del campo fu dal febbraio del 1943 Amon Göth, comandante viennese delle SS, il cui staff comprendeva anche membri femminili, tra cui Gertrud Heise, Luise Danz, Alice Orlowski and Anna Gerwing, delle quali i sopravvissuti riportarono più tardi le torture subite. Precedentemente avevano comandato il campo Horst Pilarzik e Franz Müller.

Gli Ebrei di Cracovia erano stati costretti nel marzo del 1941 a radunarsi in un quartiere di Podgorze, che venne trasformato in un ghetto racchiuso da mura. Il 13 e 14 marzo del 1943 il comandante Göth supervisionò personalmente la liquidazione del ghetto di Cracovia, trasferendone tutti gli abitanti a Plaszów. Il campo era precedentemente occupato da circa 2.000 prigionieri, tutti ebrei, e dopo il trasferimento il loro numero salì a circa 8.000.

Nel luglio dello stesso anno fu inoltre aggiunta una sezione per i prigionieri polacchi, che avevano infranto le leggi del governo di occupazione. A differenza degli Ebrei i prigionieri polacchi venivano rilasciati dopo aver scontato la propria pena. Nella sezione polacca erano state internate anche diverse famiglie di zingari, compresi i bambini. Alla metà del 1944 i prigionieri permanenti avevano raggiunto un numero di circa 24.000, compresi circa 6-8.000 ebrei cecoslovacchi.

La percentuale di morte era molto alta: molti prigionieri, compresi donne e bambini, morirono di tifo o di fame e molti altri per le esecuzioni. Il campo era noto per le fucilazioni singole e di massa che vi avevano luogo.

Il comandante Göth fu arrestato nel settembre del 1944 dalle SS per aver sottratto i beni di valore dei prigionieri e fu internato in un ospedale in quanto sofferente di diabete. Qui fu arrestato dopo la guerra dalle truppe americane, che lo estradarono in Polonia, dove subì un processo, nel quale fu considerato responsabile della morte di circa 2.000 ebrei uccisi durante la liquidazione del ghetto di Cracovia e di altri 8.000 uccisi nel campo di Plaszów. Fu condannato a morte e impiccato.

Nel gennaio 1945 gli ultimi prigionieri e le guardie delle SS lasciarono il campo per una "marcia della morte" fino ad Auschwitz: molti dei prigionieri che sopravvissero alla marcia furono quindi uccisi all'arrivo. Per nascondere le prove dei crimini compiuti Himmler aveva dato ordine di organizzare una serie di unità speciali (le "Unità 10051") che dovevano disseppellire i corpi dei prigionieri uccisi e bruciarli. Nel gennaio una di queste unità esumò a Plaszów circa 9.000 corpi che erano stati seppelliti in 11 fosse comuni.

L'Armata Rossa sovietica liberò il campo, ormai deserto, il 20 gennaio 1945.

Nel ghetto di Cracovia e nel campo di Plaszów è ambientato film Schindler's List sulla vita di Oskar Schindler, nella cui industria di armamenti erano impiegati alcuni dei prigionieri del campo e che contribuì a salvarne molti dalla morte.




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29 marzo 2008
Campo di concentramento di Sachsenhausen (Oranienburg)
 
Il memoriale per il ricordo dei prigionieri
Il memoriale per il ricordo dei prigionieri

Sachsenhausen è il nome di un campo di concentramento nazista, istituito nel 1936 nella zona denominata Sandhausen (oggi Sachsenhausen) della località di Oranienburg, a 35 chilometri a nord di Berlino. Era già attivo dal 22 marzo1933 come campo di lavoro per prigionieri politici.
Fu uno dei più grandi campi di concentramento in Germania, dove circa 100.000 prigionieri morirono per fucilazione, di stenti, di fame, di dissenteria e di polmonite, oltre che di esperimenti medici. Molti furono anche eliminati con i gas di scarico dei camion. A Sachesenhausen furono inoltre uccisi gli uomini del commando dell'Operazione Musketoon, tra i quali il campione di automobilismo William Grover-Williams.
I prigionieri erano impiegati in officine e imprese di proprietà delle stesse SS, che si trovavano nel cortile industriale accanto al lager, in cui c'erano una sartoria e officine di falegnameria, lavorazione dei metalli e materiale elettrico. A partire dal 1942, furono istituiti più di 100 lager esterni e squadre militari esterne facenti capo al campo di concentramento di Sachsenhausen e i prigionieri furono anche utilizzati nelle vicine aziende per la produzione degli armamenti (a partire dal 1942) o presso industrie di Berlino: Demag-Panzer, Henschel, IG Farben, Aeg, Dest, DAW, Siemens, Heinkel e Daimler-Benz, che utilizzarono la manodopera fornita dal lager.
Tra gli internati celebri vi furono la moglie e i figli di Rupprecht, principe ereditario di Baviera, membro della famiglia Wittelsbach, che furono imprigionati dall'ottobre 1944 all'aprile 1945 e poi trasferiti al campo di concentramento di Dachau. Altro prigioniero illustre fu il reverendo Martin Niemöller, attivo anti-nazista.
A Sachsenhausen fu anche realizzata la più importante opera di contraffazione della storia, l'Operazione Bernhard: i nazisti raggrupparono diversi falsificatori per la produzione, in serie, di banconote false, dollari e sterline per un valore di circa un miliardo di dollari.
Il campo fu liberato il 22 aprile del 1945 dall'Armata Rossa, che vi trovò 3.000 persone ormai in fin di vita, dato che la maggior parte degli internati erano stati trasferiti dalle SS con le famigerate marce della morte. Al termine della guerra, il campo fu destinato ad accogliere circa 60.000 prigionieri di guerra tedeschi, di cui 12.000 vi morirono per malnutrizione, malattie, esaurimento fisico e psichico prima che il campo venisse definitivamente chiuso nel 1950.
Oggi Sachsenhausen è aperto al pubblico: diversi edifici e costruzioni sono stati ricostruiti, come ad esempio le torri di guardia, l'entrata del campo e diverse baracche. È inoltre presente un museo che raccoglie testimonianze e lavori della vita degli internati.Storia in dettaglio [modifica]

Il campo fu costruito nel 1936/1937 nella località di Oranienburg-Sandhausen dai prigionieri provenienti dai lager dell'Emsland per ordine delle SS. Il nome Sachsenhausen gli fu dato a causa della vicina stazione ferroviaria di Sachsenhausen, che per via della breve distanza fu usata dal campo di concentramento. Assunse un ruolo chiave fra i campi di concentramento nazisti. In questo lager modello si svolse l'addestramento delle Waffen-SS.
La costruzione, progettata dagli architetti delle SS, aveva lo scopo di fungere da campo di concentramento e da simbolo dell'architettura nazista e della potenza assoluta delle SS. Al lager fu quindi data la forma di un triangolo equilatero. Tutti gli edifici erano simmetrici, raggruppati sulla perpendicolare e sulla Torre A, il punto di comando SS del lager, situato al centro del lato principale del triangolo. Davanti alla Torre A era situata la piazza dell'appello, di forma semicircolare, con quattro anelli di baracche costruiti sui bordi. Sul proseguimento dell'asse centrale, oltre alla Torre A e alla strada del lager, fu collocata la caserma delle truppe delle SS, nella quale veniva replicata la simmetria del lager dei prigionieri e della zona comando. Al complesso di 388 ettari delle SS a Oranienburg appartenevano anche diverse abitazioni per gli ufficiali di grado più alto e per le loro famiglie, così come il lager esterno per la cottura di mattoni costruito a partire dal 1938 sulla chiusa di Lehnitz.

Foto degli alloggiamenti del campo dove dormivano i prigionieri.
Foto degli alloggiamenti del campo dove dormivano i prigionieri.

Tra il 1936 e il 1945 a Sachsenhausen furono rinchiuse più di 200.000 persone di circa 40 nazionalità. I prigionieri furono inizialmente oppositori politici del nazionalsocialismo, poi in numero sempre crescente appartenenti ai gruppi dichiarati razzialmente e biologicamente inferiori dai nazisti e quindi, a partire dal 1939, un numero sempre maggiore di cittadini provenienti dagli stati europei occupati dai nazisti. Decine di migliaia di persone morirono di fame, malattie, lavoro forzato, maltrattamenti, oppure diventarono vittime di esecuzioni sistematiche delle SS o di esperimenti medici. Ai prigionieri venivano inoltre praticate ferite e indotte infezioni per testare l'efficacia di farmaci (ai bambini veniva inoculato il virus dell'epatite per verificare la reazione del fegato).
La costruzione delle celle fu pensata nel 1936 come edificio a forma di T, con 80 celle per la detenzione di singoli, l'isolamento e la carcerazione. Nel cortile della prigione, isolato dal resto del lager, si praticava l'impiccagione.
I forni crematori si trovavano in un cortile lungo il muro esterno del lager e a partire dall'autunno 1939 questo cortile fu usato come luogo per assistere alle azioni di sterminio. Nell'autunno del 1941 nel forno crematorio di Sachsenhausen furono uccisi almeno 12.000 prigionieri di guerra sovietici. Nel 1942 il forno crematorio improvvisato fu sostituito da una nuova costruzione che disponeva di forni crematori e di una struttura per le esecuzioni tramite fucilazione alla nuca. Nel 1943 fu aggiunta anche una camera a gas.
Per poter alloggiare nuovi prigionieri, nell'estate del 1938, in contraddizione con il "progetto ideale" del campo, fu costruito un nuovo complesso di baracche, nel quale fu tenuta la maggior parte dei prigionieri ebrei fino alla loro deportazione ad Auschwitz nell'ottobre del 1942.
Nel 1940 venne aggiunta alla piazza dell'appello una pista per la prova delle calzature, composta da diverse tipologie di terreno calpestabile, sulla quale i prigionieri dello Strafkommando dovevano marciare per tutta la giornata al fine di testare le suole per la Wehrmacht.
Dopo la liberazione, nell'estate del 1945 nel campo fu improvvisato un ospedale da campo per gli ex-prigionieri e altri invalidi di guerra, che a causa del loro stato di salute non erano in grado di fare ritorno in patria. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, il campo fu usato dall'amministrazione militare sovietica (SMAD) come lager di internamento fino al 1950 (Lager Speciale N° 7). Tra i circa 60.000 prigionieri si trovavano funzionari nazionalsocialisti di grado medio e basso, militari della Wehrmacht, renitenti alla leva, oppositori politici e persone arrestate in modo arbitrario. Il Lager Speciale n. 1 fu chiuso solamente nel 1950. La polizia della Repubblica Democratica Tedesca utilizzò la struttura a partire dal 1950 come caserma.

Nel 1955, con la raccolta di fondi per l'istituzione di luoghi del ricordo nazionale, arrivarono in breve tempo due milioni di marchi e furono decisi lavori per la costruzione di un sito monumentale a Sachsenhausen. Il compito fu assegnato agli architetti Reinhold Lingner, Ludwig Deiters, Horst Kutzat e Kurt Tausendschön. Renè Graetz scolpì la scultura denominata "Liberazione". Nel 1961 al castello di Oranienburg fu esposta la scultura "Gli accusatori" di Fritz Cremer. Nel 1961 il luogo del ricordo nazionale fu inaugurato con una cerimonia pubblica. Dal 1993, il luogo della memoria e il museo appartengono alla Fondazione per i monumenti del Brandeburgo.




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