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AntifascismoResistenza
12 ottobre 2008
Tanto quanto?
 Sulla piazza di San Domenico, in Arezzo, bivacca un gruppo di S.S. italiane [alle quali assimilo virtualmente il Ceccherelli Vittorino *]. Facce da patibolo e da manicomio. Maneggiano le loro armi, e se le mostrano a vicenda, con una esaltazione gioiosa da ricadere come eterna vergogna sull’umanità intera, di prima, d’ora, di poi. La razza, il partito, il colore della camicia, le insegne alfabetiche, non contano: sono uomini. E tutti gli uomini debbono sentirne rossore. Rossore e sgomento. Ecco qui uno di questi italiani cacciatori d’italiani il quale, a un tratto, si stacca dal gruppo, entra in chiesa, nella bella chiesa deserta, s’inginocchia a un altare col viso fra le mani, poi s’alza, si segna, s’accosta a una cassetta dell’elemosina, vi depone un obolo, s’avvia all’uscita. Ancora una volta, tuffate le dita nell’acqua lustrale, si segna. Poi, tornato all’aria aperta, tra i suoi, si fa riconsegnare fucile mitragliatore e bombe a mano. Tra poco, o stasera, o domattina, andrà a fucilare qualcuno. Che cosa può dunque mai accadere in quel misterioso tragico labirinto che unisce tra loro il cuore, la mente, la coscienza, di questi sciaguratissimi uomini?
[…]
I partigiani [ai quali assimilo i miliziani internazionali che andarono a combattere in Spagna *] hanno messo molta paura addosso ai fascisti; e hanno anche sommariamente liquidato qualche vecchio conto ben preciso. Nulla, però, mai, che possa somigliare alle sarabande terroristiche delle S.S. tedesche e italiane. [Sarabande terroristiche come quelle compiute dai valorosi… avieri italiani sulla città di Barcellona *].

Tutto citato da: “i giorni della Chiassa” di Renzo Martinelli – Firenze, 1945 (per “S.S. italiane” l’autore intende i repubblichini). «Il volume, pubblicato a Firenze nel marzo 1945 - quando la guerra, al nord, non era ancora finita - restituisce efficacemente alla nostra memoria, con grande felicità espressiva, un passato che ci appare permanentemente minacciato di rimozione.»

Leggetelo, o rileggetelo,  il libro di Martinelli – che non era certamente un anarchico o un comunista – , e attenti ai paragoni!!

[*] a cura di Ciro Anselmi



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1 ottobre 2008
La partigiana a Spike Lee
 DIDALA GHILARDUCCI*

Gentile regista,
mi chiamo Didala Ghilarducci. Sono una vecchia partigiana. Mio marito, Chittò, fu ucciso dai nazisti sui monti versiliesi alcune settimane dopo la strage di Sant’Anna di Stazzema, in quel terribile agosto del 1944. Mi sono risolta a scriverle perché quello che leggo sui giornali a proposito del film che lei sta girando mi fa sentire il cuore pesante come un macigno. Pare infatti che nel film si avvalori la falsa tesi che la strage venga compiuta a causa della ricerca di partigiani presenti in paese. È una falsa tesi, che i detrattori della Resistenza hanno sempre sostenuto per dare ai partigiani la colpa di quella strage.

Tutte queste voci che si rincorrono sul contenuto delle scene girate a Sant’Anna, se possono poco turbare lei, danno agli uomini ed alle donne della Resistenza italiana una dolorosa inquietudine. So che lei è un grande regista, so che nei sui film è riuscito sempre a raccontare drammi, dolori ed oppressioni che ci hanno emozionato ed hanno fatto crescere la coscienza civile anche qui in Europa. Di questo soprattutto le sono grata. Ho lottato una vita per la democrazia, i diritti civili e la libertà che non posso non trovarmi accanto a chi combatte e denuncia ingiustizie e sopraffazioni.

Proprio per questo vorrei essere altrettanto brava da poterle non solo spiegare, ma farle sentire in qualche modo, perché ogni finzione, ogni aggiustamento di quanto avvenuto a Sant’Anna di Stazzema mi pare, ci pare, inaccettabile. Quando le persone, una comunità, hanno vissuto un lutto così profondo e traumatico, comprenderà che conservino sul tema una sensibilità esasperata dal dolore che brucia ancora la carne a distanza di sessant’anni.

Nel raccontare la sua storia, una storia importante non solo per il suo Paese, lei ha scelto di fermarsi su quella piccola piazza davanti alla chiesa, a Sant’Anna. Una piazza che io, come altri, ho visto nel suo orrore reale ed inenarrabile nel ‘44. Il vento può aver portato tra i boschi e verso il mare la cenere di quel rogo, ma l’angoscia, il pianto e il sangue restano aggrumati là e resteranno là nel tempo e nelle nostre coscienze di uomini e donne. Se lei, gentile regista, si soffermerà in questo pensiero allora capirà come non sia possibile in quella piazza raccontare un’altra morte. Non lo possiamo fare per le vittime, non lo possiamo fare per quei ragazzi e quelle ragazze della Resistenza rimasti sui monti insieme con loro a ricordarci per sempre l’orrore della guerra e il prezzo altissimo della libertà. Se togliamo loro la storia, allora li priviamo del senso della loro morte. E questo non è possibile in quella piazza. In un’altra ricostruita altrove, ma non lì.

Non riesco ad immaginare che per raccontare una storia di diritti e di persone si finisca per sottrarre la propria storia ad altre vittime. Ecco, gentile regista, le ho aperto il cuore nella speranza che in qualche modo da lei possa giungere una risposta che ci faccia comprendere che il senso del faticoso cammino di impegno civile, di riconciliazione che come comunità e persone abbiamo ricercato e percorso in questi sessant’anni, non sarà disperso.

*Partigiana, segretaria Anpi di Viareggio

articolo tratto da http://www.lastampa.it



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26 settembre 2008
"Viva la libertà!"
 "Viva la libertà!"Io sono vecchio, queste cose me le scrive mio nipote ma è come se tuttora le vivessi, al tempo dei miei vent'anni. Io penso che quelli del "buongoverno" siano gente che non sa quello che dice, e dietro la loro arrogante ignoranza sono quasi persuaso che ci stiano i preti. Loro, i preti, neri come le camicie nere, avrebbero tanto desiderio che tornassero quelli che sulla divisa ci avevano scritto "Gott mit uns". Loro, i preti, in Spagna seminarono vento e poi si rammaricarono di aver dovuto raccogliere tempesta. Anche oggi fanno sempre così. Io sono vecchio, ma la mia mente è lucida, io li conosco bene: i preti e i fascisti sono l'erbaccia più dura a morire. E ora che le camicie nere sono di nuovo al governo, vedrete che sarà dura ricacciarli nelle fogne, molto più dura di allora. Io sono vecchio, mi resta poco da vivere, mi dispiace per tutti quelli che dalla storia non hanno imparato niente:"chi dalla storia non sa trarre insegnamento è costretto a ripeterla", è proprio vero. Peccato per i giovani, quando vedo un bambino in carrozzina, dalla finestra perché ormai non esco più, mi viene da piangere, pensando al triste futuro che l'aspetta, in un mondo di nuovo sotto il totalitarismo. E a quelli che dicono che l'antifascismo è morto auguro di non averne più bisogno, di un antifascista, perché veramente sarà proprio difficile trovarne. La gente non capisce più il valore della libertà, e non si rende conto quanti milioni di persone sono morte a causa dei dittatori e quanto sangue è stato sparso per liberarsene, di questi dittatori. Lo so, che ora tanti replicheranno che alla mia età mi dovrei vergognare a scrivere queste cose: io dico che invece sono altri che si devono vergognare, e di fronte alla storia, per aver permesso che i fascisti tornassero in parlamento e al governo: era la verità del mondo che negava loro questo diritto. Siete andati contro la verità del mondo, e le nefaste conseguenze non tarderanno. L'antifascismo è (quasi) morto, ma il fascismo e il franchismo no!
 
dott. Ciro Anselmi, anarchico e antifascista
miliziano nella colonna "Francisco Ascaso" poi colonna "Rosselli"



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9 settembre 2008
Fallimentare il bilancio del fascismo
 

Fallimentare il bilancio del fascismo

Non esiste dittatura che anche abbia prodotto qualcosa di buono: anzi, proprio la totale libertà di movimento, senza gli "impedimenti" che l’iter democratico fortunatamente impone, rendono più facile il raggiungimento di qualche buon risultato.

Per i democratici però la libertà non è comunque barattabile ed ad ogni modo i bilanci si chiudono in pareggio,in attivo o in passivo.

Il fascismo ha annientato la società democratica, ha imposto leggi razziali,ha prodotto violenza e morte,ha condotto un paese (peraltro debole) in un’assurda guerra portando l’Italia alla distruzione e così via dicendo.

E’ patetico non voler prendere atto di questo immane e terribile bilancio fallimentare.

Gadi Polacco Consigliere Nazionale della Federazione dei Liberali e dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

tratto da http://bellaciao.org/it




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9 settembre 2008
Giovanni De Luna: "Ormai hanno legittimato anche la repubblica di Salò"
 

Uno strappo gravissimo. Intervista a Giovanni De Luna

Ormai hanno legittimato anche la repubblica di Salò

"Uno strappo gravissimo ormai hanno legittimato anche l’esercito di Salò"

di Vittorio Bonanni

Ci risiamo. La destra italiana, e in particolare quella che fa riferimento ad Alleanza Nazionale, proprio non ce la fa a smarcarsi dal proprio passato. Se da un lato il sindaco di Roma Alemanno non considera il fascismo come "male assoluto", come invece fece Fini nel 2003, il ministro della Difesa La Russa fa un salto di qualità nel difendere le stesse strutture istituzionali della Repubblica di Salò, equiparando l’esperienza repubblichina a quella della Resistenza. Un quadro inquietante che abbiamo chiesto di commentare a Giovanni De Luna, docente di storia contemporanea all’Università di Torino. «Bisogna sottolineare la gravità del passaggio dai ragazzi di Salò all’esaltazione del battaglione Nembo. Perché di questo si tratta. Quando La Russa nel suo intervento fa riferimento ad autorevoli interventi istituzionali che in precedenza avevano reso omaggio a Salò è evidente il richiamo al vecchio discorso di Luciano Violante. Però proprio in questo senso l’escalation è impressionante. Perché i ragazzi di Salò avevano in qualche modo una connotazione generazionale e quella dichiarazione richiamava di più l’irresponsabilità dell’adolescenza che la consapevolezza politica. Insomma era un generoso riconoscimento di quei ragazzi. Qui no, il ministro fa riferimento decisamente e precisamente ad un corpo militare della Repubblica di Salò e non ai ragazzi o ai soldati. E’ stato messo in campo un argomento mai penetrato all’interno delle nostre istituzioni. Una ferita grave al patto repubblicano di questo paese».

E alla Costituzione italiana, non crede?

Certamente, perché il patto istituzionale di questo paese da cui era nata la Repubblica era stato concepito contro il rapporto totalitarismo-istituzioni, contro il rapporto ideologia totalitaria-esercito, che era stata la quintessenza del fascismo e della repubblica di Salò. Io mi chiedo a questo punto come reagiranno gli ebrei, come reagiranno le comunità ebraiche. Perché le strutture dell’esercito di Salò furono quelle che operativamente resero possibili i rastrellamenti degli ebrei e le deportazioni. Senza la Rsi quei treni non sarebbero mai partiti, i convogli che arrivarono ad Auschiwtz non si sarebbero mai mossi dall’Italia senza le infrastrutture logistiche e l’organizzazione militare della Repubblica di Salò. Si tratta dunque di uno strappo che non può essere sottovalutato nella coscienza di tutti i cittadini italiani ma soprattutto rispetto a chi su quel tipo di memoria è più sensibile proprio per la tragedia che ha vissuto. Mi chiedo ora, dopo le dichiarazioni di Alemanno e di La Russa, come si fa ancora a prendere per buona questa sorta di revisione prêt-à-porter che An ha fatto rispetto al suo rapporto con il fascismo.

Come è stato possibile arrivare a questo punto, dai ragazzi di Salò di Violante all’esaltazione del Nembo? In altre parole di che cosa si alimenta questa pericolosa nostalgia per il fascismo?

La cosa più preoccupante di queste esternazioni di La Russa è il vuoto all’interno del quale precipitano. C’è stata una sorta di regressione sul piano della memoria storica di questo paese e dal punto di vista delle istituzioni ormai c’è solo il presidente della Repubblica che tutela la memoria e la storia. Le altre cariche istituzionali, a partire dal Presidente del Consiglio Berlusconi, sono totalmente disinteressate ad ogni tipo di rapporto con il passato che non sia quello strumentale di andare a pagare i danni a Gheddafi per potere avere il petrolio. Forza Italia non è minimamente interessata ad un discorso sul passato; la Lega si presenta come un soggetto politico nuovo interessato solo a portare critiche all’assetto repubblicano sul piano di un federalismo esasperato. Nel centro-destra c’è dunque solo An che ha questo legame con il passato e che trova nel suo rapporto conflittuale con l’antifascismo la sua legittimazione.

E a sinistra?

Le cose non vanno certamente meglio. Al di là delle grottesche imbalsamazioni del passato per il resto c’è il vuoto. Non esiste una memoria della sinistra che in qualche modo contrasti quella della destra. E nessuna capacità di imporre un proprio albero genealogico, un proprio album di famiglia che in qualche modo ancori i valori degli italiani ad un percorso nitido, riconoscibile, un percorso fatto di inclusioni e non di esclusioni.

tratto da http://bellaciao.org/it




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3 settembre 2008
La madre di Renato «Ho rivissuto la notte in cui hanno ucciso Renato Basta violenza fascista» ·
 Stefania Zuccai madre di Renato Biagetti

«Ho rivissuto la notte in cui hanno ucciso Renato Basta violenza fascista»

La madre di Renato Biagetti, la signora Stefania, è sconvolta per quanto è accaduto venerdì notte a Roma, ai margini della festa-incontro organizzata nel bel parco prospicente la basilica di san Paolo fuori le mura, per ricordare suo figlio ucciso due anni fa nel corso di una vigliacca aggressione ispirata dal clima fascistoide che si respira da tempo. Nei giorni scorsi aveva scritto una lettera aperta ai giudici della corte d’appello che dovranno giudicare gli assassini di suo figlio. Non chiedeva vendetta, non chiedeva carcere, non chiedeva pene più dure. La signora Stefania non ha proprio il profilo culturale che contraddistingue il vittimismo attuale. La signora Stefania chiedeva solo verità, che non si mettessero sullo stesso piano aggrediti e aggressori, che non si confondesse la cultura di vita, di gioia e di speranza di suo figlio, colpevole soltanto di aver scelto una calda sera di fine estate per andare a ballare in una spiaggia del litorale, con il risentimento torvo, l’animo buio di due balordi che per sentirsi uomini avevano bisogno di una lama, protesi d’acciaio di personalità inconsistenti. Ieri è subito corsa in ospedale per accertarsi delle condizioni di salute del ragazzo aggredito a coltellate da un manipolo di sgherri neri appostati nel buio della notte, nell’ora in cui restano aperti solo i tombini, in attesa di colpire qualcuno dei partecipanti che isolato defluiva lentamente verso casa. Ha parlato con lui e ci racconta del suo stato di salute, del muscolo della coscia squarciato da una coltellata. Una ferita di 15 centimetri.

Cosa hai pensato quando hai saputo dell’aggressione?
Che si è trattato di una rivendicazione chiara dell’omicidio di mio figlio. Chi ha colpito venerdì notte alla fine di una serata pacifica in sua memoria l’ha fatto con piena premeditazione. Una premeditazione politica che chiarisce una volta per tutte cosa è successo quella notte di due anni fa. Forse ora c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di venirci a raccontare che si trattò di una rissa da strada? Queste persone hanno atteso pazientemente l’occasione per colpire indisturbati, senza correre rischi in un giorno particolare. Più esplicito di così!

Cosa ti ha raccontato F.?
Volevo sentire da lui cosa aveva provato quando si è trovato di fronte gli aggressori armati di lame. Volevo capire cosa aveva provato mio figlio nei suoi ultimi attimi di vita. Come è accaduto a Renato anche lui ha visto in faccia chi l’- ha accoltellato. Dopo il primo colpo si è girato e gli ha detto ”ti rendi conto di cosa stai facendo?”. Quello imperterrito ha continuato a colpirlo con il coltello finché non è caduto a terra. Avevo voluto una festa e non una manifestazione politica perché volevo ricordare la gioia di vivere di Renato, il suo sorriso. Una serata pacifica a cui partecipasse tanta gente, dove non si coltivasse odio e voglia di vendetta. E quelli stavano lì nascosti, a spiarci, a infiltrarsi, carichi di odio, pronti a colpire.

Al governo della città ora c’è Gianni Alemanno, uno che ha conosciuto il fascismo da marciapiede e sa bene quali logiche ispirano queste azioni squadristiche. Hai qualcosa da dirgli?
Il sindaco Alemanno ha vinto le elezioni con un programma in cui prometteva sicurezza. Ma di quale sicurezza parlava? Ormai sono centinaia le aggressioni di sapore fascista, quelle ispirate dal razzismo, dal sessismo, dall’intolleranza che hanno cambiato il volto di questa città. I giovani di sinistra, o che questi accoltellatori pensano siano tali solo perché hanno un certo tipo di abbigliamento o frequentano certi luoghi, subiscono continue aggressioni. Mio figlio è morto ucciso selvaggemente. Noi madri vogliamo sapere cosa pensa il sindaco di questi episodi, cosa pensa di questi ragazzi che vanno in giro con delle lame per aggredire chi esce da un concerto pacifico. Quanto sangue dovrà ancora scorrere?


tratto da Liberazione



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 3/9/2008 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
21 luglio 2008
Anniversario liberazione di Arezzo: "San Polo"
 Lunedì sera ho portato il labaro dell'ANPI di Sansepolcro alla commemorazione della strage di San Polo.
Momenti del genere onorano la memoria di queste vittime innocenti, ma sono anche una possibile occasione di incontro per incontrare studiosi, apprendere ulteriori notizie, alimentando con nuovi contenuti quei tradizionali appuntamenti dove l'aspetto celebrativo e commemorativo prevale al punto da apparire come l'espressione lontana e astratta di un principio che sostituisce la memoria alla giustizia.
Tutti sappiamo come la storia italiana sia stata attraversata da un buon numero di stragi dove, a partire da quelle nazifasciste, la giustizia umana ha fallito clamorosamente e dove segreti di stato e segreti investigativi abbiano impedito ai familiari delle vittime l'accesso a notizie e addirittura di essere informati (come sarebbe stato loro diritto) che ci fossero delle indagini in corso relative alla morte dei loro cari.
Spesso al sentimento di giustizia si è risposto parzialmente elargendo indennità o parziali risarcimenti i cui costi sono stati, come solitamente accade, dal lavoro di un'intera comunità nazionale, senza toccare minimamente le responsabilità dirette e indirette.
Per quanto riguarda le stragi nazifasciste compiute dopo l'8 settembre, gli investigatori inglesi e americani raccolsero un'enorme mole di testimonianze con nomi di ufficiali, sottufficiali, reparti di appartenenza,... ma questi quasi settecento fascicoli, consegnati all'allora governo italiano, dovettero attraversare un periodo di latenza lungo 50 anni che, di fatto, ha impedito ogni azione penale, se si esclude le stragi delle Fosse Ardeatine e Marzabotto.
Davanti all'incapacità manifestata dallo Stato italiano nel rendere giustizia ai propri cittadini, alcuni anni fa una sessantina di senatori propose un disegno di legge che prevedeva alcune misure di equa riparazione a favore dei familiari delle vittime, un indennizzo forfettario che corrispondeva ad un'ammissione di colpa da parte dello Stato.
Da anni quel d.d.l. è fermo in commissione di esame e, tra nuovi governi e nuove finanziarie, nessuno crede che tale legge vedrà la luce, nè in questa legislatura né mai.
Ho provato a sottoporre il testo del disegno di legge 548 del 2006 (che segue quello analogo del 2003) all'attenzione di un parlamentare, la cui risposta immediata è stata: - Beh, lei sa come funzionano i disegni di legge...
Nel senso che i disegni di legge sono fatti per rimanere tali.
Di fronte all'esautorazione del Parlamento nella funzione legislativa sancita dall'art. 70 della Costituzione, assistiamo ogni giorno ad un grande numero di decreti emanati dall'esecutivo che rispondono anche ad una generale tendenza verso legislature a direzione monocratica.
Continua purtroppo anche quell'autoreferenzialità della politica dove da sempre vige un mandato imperativo vincolato alle direzioni centrali del partito, malgrado la Costituzione dichiari, al contrario, la libertà del mandato (l'unico imperativo, semmai, dovrebbe essere la rappresentanza dei propri elettori).

scritto da A. Bertocci



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21 luglio 2008
Anniversario liberazione di Arezzo: "Un ricordo"
 È sera e due donne percorrono la via del cimitero in direzione di casa, dopo aver assistito, nel santuario del Madonna del Giuncheto, alla messa in suffragio delle vittime della strage di San Polo.
Chiedo alle signore di aiutarmi a ripiegare il tricolore e domando se siano parenti delle vittime.
Mi risponde una delle due, Francesca Faralli:
-  No, ma la guerra mi ha portato via un fratellino!
Roberto Faralli abitava a Policiano e aveva 11 anni quando morì insieme ad altri tre amici a causa dello scoppio di una mina anticarro.
Era il giorno di Sant'Antonio del 1945 e Francesca si ricorderà sempre quella data, sebbene allora non avesse nemmeno quattro anni. Sua madre infatti ricordava sempre che quel giorno avevano fatto il pane e lo avevano portato a benedire in chiesa. Si capisce che a quel tempo era tanta la miseria e quindi la fame (una fetta di pane strofinata col lardo del prosciutto era la cena), perciò il piccolo Roberto addentò quel pane esclamando:
- Dio, ma bono che é questo pane benedetto!
Poi si rivolse a suo padre:
- Babbo, me le prepari un po' d'assicine che domattina si vuol fare la casa laggiù in fondo al campo...?
Insieme agli amici, aveva deciso di costruire, per gioco, una capannina alla Ristradella, ma nello scavare una buca incontrarono una mina anticarro.
Lo scoppio investì in pieno Roberto Faralli e Angiolino Chini che furono ridotti a brandelli, mentre furono sbalzati lontano Alfredo e Ines Tiberi. In particolare, il corpo della bambina fu ritrovato in cima alla chioma di un albero.
Roberto e Angiolino furono raccolti a pezzi e ricomposti in qualche modo in un'unica cassa.
A ricordo, esiste una lapide nel cimitero di Policiano.
Ma la sofferenza per i Faralli non finì qui. Infatti la loro casa fu venduta dal padrone ad un'altra famiglia.
Costretti ad abbandonare la propria abitazione, essi non trovavano poderi da condurre in quanto, avendo perduto l'unico figlio maschio, nessuno proprietario dava credito alle forze del padre Alfredo, ormai cinquantenne.
Lasciata la casa, i Faralli dovettero trovare subito un riparo provvisorio per consentire al vecchio nonno, morente, di finire su di un letto i propri giorni. Il nonno fu quindi sistemato, presso altri contadini, nello stallino dei conigli e dopo qualche giorno morì, due figlie andarono in una casa e due figlie in un'altra, i genitori andarono a dormire in una stalla insieme alla "miccia".
Alla fine fu il fattore della tenuta dei Maggi a San Polo a trovare un lavoro e un tetto ai Faralli, riuscendo a convincere il padrone, perplesso nell'affidare un podere a un uomo non più giovane e per di più solo con cinque donne.
Il padrone acconsentì, ma a condizione che trovassero un garzone.
Tuttavia, vedendo quanto bene e duramente lavorassero le giovani Faralli, un giorno disse loro di mandare via il garzone, perché non ce n'era bisogno.
- Quanta miseria! L'unica contentezza era andare a letto e dire le preghiere con la nonna... (e chissà che gioia per i nostri genitori che dormivano nella camera accanto, sentire queste che cantavano le "laudi" e tutte le altre preghiere!).
Questo è oggi il commento di Francesca, un volto a tratti triste e a tratti allegro, su cui le rughe profonde tradiscono tutta la fatica e la sofferenza di una vita.

scritto da A. Bertocci



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21 luglio 2008
16 luglio 1944 - I quattrocento della Contea
 Quest'anno per la prima volta non c'è la nostra mamma a ricordare certe cose, e allora mi ci provo io a dire, come posso, ciò che ho sentito raccontare fin da bambino. Lo faccio per dare memoria alle sofferenze di tanta gente comune travolta dalla guerra, senza alcuna voglia di eroismo.
Il 16 luglio 1944 dall'altura di Campriano un gruppo di sfollati stava guardando in lontananza la colonna alleata scendere in Arezzo dalla stretta dell'Olmo. C'era la mamma, di 29 anni,con il marito prigioniero e tre bambini da conservare vivi (un'altra bambina, la prima, era morta nel '40 di tifo, come succedeva spesso allora). E c'erano zii, cugini, i nonni e diverse altre persone. Gioivano vedendo arrivare la salvezza dopo tante paure e privazioni, poi dietro le spalle sentirono, improvvisi e conosciuti, i rumori e le voci dei Tedeschi.
Li presero, li fecero allineare, a qualcuno tolsero le scarpe. Sembrava la fine. Venne però un tenente austriaco, disse delle cose, dette degli ordini, e la fine fu rimandata. I civili, non solo questo gruppo, furono buttati dentro la valle di Contea, dalla parte opposta alla salvezza. Ci rimasero dodici giorni mentre Arezzo era liberata, e furono dati per morti, tanto che dopo il loro ritorno fu cantato in Duomo un Te Deum. Circa quattrocento sparsi in vari gruppi nei boschi della Contea, a prendere quel che cadeva dalle artiglierie che si fronteggiavano nel tentativo dei Tedeschi di proteggere la ritirata. Sono fatti raccontati in parte nel bel libro di Martinelli "I giorni della Chiassa", che consiglio a tutti. La battaglia di Campriano fu tale da essere nominata nei giornali angloamericani, e da interessare personalmente re Giorgio d'Inghilterra. "I monti cantavano", diceva la mamma, ma era un canto terrificante. Fra i civili ci furono morti, feriti, mutilati. Atroce la morte dilazionata di una ragazza che ebbe il midollo spinale sezionato da una scheggia. Da mangiare ci fu qualche patata, del grano macinato fra due pietre. Una brodaglia fatta con le erbe fece vomitare tutti, mentre l'acqua del torrente miracolosamente non uccise nessuno, anche se a monte c'erano immersi dei cadaveri.
Quando la battaglia finì e i Tedeschi sparirono verso il nord, i civili poterono scappar fuori dai boschi e riaffacciarsi al versante d'Arezzo. "Si camminava lungo i nastri messi dagli Inglesi per evitare le mine, mandando avanti il cane che avevamo con noi", ricordava la mamma. "Tenevo il più piccolo in braccio e gli altri due attaccati alla gonna, e per distrarli dalla fatica e dai morti che c'erano intorno raccontavo le favole: Cenerentola, Biancaneve; a un tratto vicino a una postazione di mitragliatrice distrutta il più grande disse: tu racconti le storie, ma quello aveva un buco grosso così nella schiena, pieno di mosche".
Il rientro ad Arezzo fu aiutato dall'onnipresente padre Raimondo Caprara e dai suoi volenterosi (la mamma rammentava il barrocciaio Patocca). In città la vita riprese, ma lentamente. Mancava tutto, mancavano le persone morte (in famiglia nostra, fortunatamente, nessuna) e mancavano le persone ancora lontane. Il babbo ritornò nel '45 inoltrato, dopo esser stato al seguito degli Alleati dall'Africa alla Francia e alla Germania. A Milano il treno era stracolmo e qualcuno si lamentava perché aveva prenotato e gli toccava stare allo stretto. "Questo posto", disse il babbo, "io l'ho prenotato tre anni fa".

scritto da Zanobi Bigazzi



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26 giugno 2008
Morte di un giovane antifascista. Giuliano Bruno: la secessione da un’epoca vile

Italia, nordest, febbraio 2007. Giuliano Bruno è un liceale antifascista. Di ritorno da una manifestazione a Treviso viene aggredito e picchiato da un gruppo di Skinheads neofascisti. Giuliano non esce più di casa, ha paura. Da quell’episodio passano alcuni giorni, gli amici lo invitano a uscire. Partono in macchina, vanno verso il centro di Treviso, uno di loro scende, va in cerca di un altro compagno. Poi torna e dice a Giuliano: “Non uscire! Stanno arrivando gli Skinheads!” Arrivano. Aprono la porta della macchina. Giuliano è rimasto dentro assieme a un altro ragazzo. Gli chiedono: “Sei Giuliano Bruno?”. “Sì, sono io”. Lo colpiscono con violenza in testa. L’amico prova a difenderlo. Gli rompono il naso. Dopo la seconda aggressione Giuliano lascia la scuola, non vuole più stare nel trevigiano. Comincia a vagabondare per l’Europa. Partecipa alla manifestazione contro il G8 di Haligendamm, in Germania.

Torna in Italia, trova alcuni lavori occasionali. Poi riprende a studiare, questa volta a Trieste. La mattina del 5 maggio 2008 lo trovano a terra, sotto casa sua. Suicida.

Da Buenos Aires a Treviso

La famiglia di Giuliano Bruno era riparata in Europa negli anni Settanta per sfuggire alla dittatura pseudo-fascista argentina. La storia di Giuliano si lega a quella di suo nonno, Osvaldo Bayer, uno dei più noti scrittori argentini.”Mi davano 24 ore di tempo per lasciare il paese altrimenti ero un uomo morto…”. Così Osvaldo Bayer, nato a Santa Fe, Argentina, nel 1927, mi raccontava la storia della sua condanna a morte, pubblicata su un giornale di Buenos Aires e sentenziata da un gruppo clandestino di estrema destra nel 1974. All’epoca dell’intervista, poi pubblicata su Il Manifesto, ero andato a trovarlo a casa sua, nel quartiere Belgrano, in quella casa d’angolo della città rioplatense che il suo amico Osvaldo Soriano, eterno provocatore, definiva un tugurio. Era l’autunno del 2005 e Buenos Aires mi veniva incontro con le parole di questo vecchio con la barba bianca e lunga, autore del romanzo “Severino Di Giovanni” (1970), della “Patagonia Rebelde” (1972, di prossima uscita in italiano per l’editrice Elèuthera) e, in tempi più recenti, di “Rayner y Minou” (2001).L’idea era quella di farmi raccontare da Osvaldo la sua vita e le ricerche storiche dedicate all’emigrazione politica italiana, che lo avevano portato a scrivere libri stupendi, opere tanto radicali che i militari — conquistato il potere a Buenos Aires con un colpo di stato negli anni Settanta — non si accontentarono di costringerne l’autore all’esilio, ma arrivarono a dare alle fiamme ogni esemplare che riuscivano a rastrellare. Infine, perché la misura fosse colma, proibirono il film tratto da un romanzo di Osvaldo e che lui stesso aveva sceneggiato, la “Patagonia rebelde”, di Héctor Olivera, Orso d’argento a Berlino eppure proibito in patria con tanto di persecuzioni rivolte contro tutto lo staff, incluse le comparse. Eccessi argentini sembravano a quei tempi, quando io e Osvaldo discorrevamo di tempi passati e lontane persecuzioni.Ricordo che mi sentii indiscreto quando, parlando dello scrittore desaparecido Rodolfo Walsh, mi venne da chiedere un dettaglio troppo forte sulla sua morte. Le lacrime che per un attimo bagnarono gli occhi di Osvaldo non turbarono la sua lucidità, perché lui stesso, come Walsh, si è fatto carico di scrivere in tempi difficili.Eppure Osvaldo, costretto alla fuga, obbligato a nascondersi in casa di anarchici, sempre pronto a organizzare progetti di cospirazioni contro le dittature — come quella volta che organizzò assieme a Soriano e García Márquez il progetto, poi rimasto sulla carta, di un ritorno in massa di intellettuali esuli latinoamericani — non avrebbe pensato, in quella tranquilla mattina portegna, di dover ancora una volta scrivere parole tanto amare. Ancora scrivere di perseguitati, di ammazzati, di amici costretti al suicidio per sfuggire alle torture, per bere da soli il calice amaro di un’epoca vigliacca. È il violento “oficio de escribir, amigo”, gli avrebbe ricordato Walsh. La testimonianza di scrivere, di farsi violenza a scrivere, di scrivere su fatti violenti. Un’epoca che sembrava chiusa e che invece costringe Osvaldo, a cui le Madres de Plaza de Mayo hanno dedicato il loro caffè letterario, a scrivere ancora, a riempire d’inchiostro quelle pagine bianche che ogni mattina, alle sei in punto, cominciano a presentarsi sulla sua scrivania. Ma questa volta il compito è più amaro. Perché il giovane rebelde, una figura che ricompare in tante pagine dell’opera di Osvaldo, non è un anarchico nato un secolo fa, né un martire di un’idea che arriva a Baires dai barconi transoceanici. Questa volta Osvaldo scrive di suo nipote, di Giuliano Bruno, il figlio di sua figlia Ana, che ancora piccola lui fece montare in fretta e furia su un aereo diretto in Europa perché non conoscesse gli orrori e le violenze orchestrate da un gruppo di fascisti con in mano le redini dello stato. Tragico paradosso e lugubre scherzo del destino, quello che ha portato il giovane rebelde in questa Italia che da terra d’accoglienza per gli esuli e i rifugiati politici si fa spazio di persecuzione. Perché Giuliano Bruno non è stato ammazzato come Carlo Giuliani, né come Nicola Tommasoli. Non è morto neanche come quel rumeno di cui nessuno ricorda più il nome — forse perché gli stranieri in questo paese sono privati anche del loro nome — e che è cascato dalla finestra di una questura, o forse era la tromba delle scale, e tanto chi se ne frega, diranno i giornali che a questa notizia non dedicano quasi neanche un trafiletto. Giuliano Bruno è morto respirando ogni giorno quest’atmosfera che viviamo in Italia, questo misto di nebbia di Weimar, di paura argentina e di grottesca farsa italiota. Condita dai pogrom e dai rigurgiti neorazzisti, dagli assalti delle teste rasate, dall’intolleranza verso tutto ciò che non sia la voglia di fregare il prossimo per comprarsi il Suv. Un’epoca agra e triste, una “mala notte” a cui Giuliano ha reagito con l’ultimo gesto del ribelle, quello che rivendica il proprio diritto di secessione da un mondo tanto vile e letale.

Alberto Prunetti
15/06/2008

tratto da http://aldodice26x1.wordpress.com/




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 26/6/2008 alle 15:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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