.
Annunci online

AntifascismoResistenza
29 marzo 2008
Massacro di Ezeiza
 
Massacro di Ezeiza
Luogo Aeroporto di Ezeiza, Argentina
Obiettivo sinistra peronista
Data 20 giugno 1973
Tipologia sparatoria
Morti 13
Feriti 365
Compiuto da Alianza Anticomunista Argentina
Motivazione Terrorismo

Il Massacro di Ezeiza è una strage avvenuta il 20 giugno 1973 presso l'aeroporto internazionale di Ezeiza, vicino a Buenos Aires, in Argentina.

Il contesto

Il 20 giugno 1973 il presidente Juan Domingo Perón rientrò in Argentina, dopo 18 anni di esilio in Spagna. Il suo arrivo era previsto all'aeroporto di Ezeiza, presso Buenos Aires, ma all'ultimo momento la destinazione fu cambiata ed il presidente atterrò altrove. Circa 3 milioni di sostenitori comunque erano presenti ad attenderlo ad Ezeiza, composti eterogeneamente dalla sinstra peronista e dalla destra peronista, che sotto la guida populista del loro leader per anni avevano convissuto senza scontrarsi mai in maniera radicale, e assieme avevano affrontato la lunga dittatura che dal 1955 aveva esiliato Perón.

Le dinamiche

La strage, in cui perirono 13 persone e 365 furono ferite, fu organizzata dall'ala estremista della destra peronista, e da alcuni elementi che portarono il paese in pochi anni alla dittatura militare di Videla. In particolare dal segretario personale di Perón, José López Rega, e dalla Tripla A, l'organizzazione paramilitare anticomunista da lui fondata. Alcuni membri di tale organizzazione, appostatisi con fucili di precisione su degli spalti, fecero fuoco sul popolo della sinstra peronista, e sui Montoneros. Secondo la ricostruzione del giudice Baltasar Garzón, anche il terrorista italiano Stefano Delle Chiaie - coinvolto in numerosi casi di spalleggiamento a dittature in America Latina - era presente quel giorno a Ezeiza, ed era compromesso nella vicenda .

Le conseguenze

Dopo quell'evento si ruppero gli equilibri di pacifica convivenza fra la destra e la sinistra in Argentina, e la tensione fu spinta sempre oltre dai gruppi paramilitari e dalle organizzazioni di guerriglieri, che arrivarono sull'orlo della guerra civile. Juan Domingo Perón perse il sostegno della sinstra, dal momento che aveva smarrito molto del suo carisma e portava avanti sempre più una politica conservatrice, dando sostegno alla destra, poiché si trovava in balia del suo segretario, José López Rega. In pochi anni fu spianata la strada all'avvento della dittaura che - dopo aver spodestato María Estela Martínez - governò dal 1976 al 1983.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 29/3/2008 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 marzo 2008
Babi Yar
 Babi Yar (russo ????? ??, Ucraino ????? ??, Babyn Yar) è il nome di un fossato nei pressi della città ucraina di Kiev. Durante la seconda guerra mondiale fra il 29 e il 30 settembre del 1941, nazisti e collaborazionisti ucraini massacrarono 33.731 civili fra ebrei, zingari e slavi.

I tedeschi raggiunsero Kiev il 19 settembre 1941. I partigiani e i servizi sovietici dell'NKVD avevano minato una serie di edifici nel centro della città e li fecero esplodere il 24 settembre provocando centinaia di di vittime fra le truppe tedesche e lasciando oltre 50.000 civili senza tetto.

Il 28 settembre vennero affissi per la città manifesti recanti la dicitura seguente: "Tutti gli ebrei che vivono a Kiev e nei dintorni sono convocati alle ore 8 di lunedì 29 Settembre 1941, all'angolo fra le vie Melnikovsky e Dokhturov (vicino al cimitero). Dovranno portare i propri documenti, danaro, valori, vestiti pesanti, biancheria ecc. Tutti gli ebrei non ottemperanti a queste istruzioni e quelli trovati altrove saranno fucilati. Qualsiasi civile che entri negli appartamenti sgomberati per rubare sarà fucilato."

I più, inclusi i 175.000 della comunità ebraica di Kiev, pensarono che gli ebrei sarebbero stati deportati. Già il 26 settembre invece, in una riunione fra il comandante militare di Kiev, Generalmajor Eberhardti, l'ufficiale comandate lo Einsatzgruppe C, SS-Brigadeführer Dr Otto Rasch, e l'ufficiale comandate il Sonderkommando 4a, SS-Standartenführer Paul Blobel, si era deciso di ucciderli per rappresaglia agli attentati del 24 settembre, ai quali erano peraltro estranei.Gli ebrei di Kiev si radunarono presso il cimitero, aspettando di essere caricati sui treni. La folla era tale che molti degli uomini, donne e bambini non capivano cosa stesse accadendo e quando udirono il rumore delle mitragliatrici, era troppo tardi per fuggire. Vennero condotti in gruppi di dieci attraverso un corridoio di soldati.

Gli ebrei furono obbligati a spogliarsi, picchiati se resistevano, infine uccisi con armi da fuoco sull'orlo del fossato. Secondo lo Einsatzbefehl der Einsatzgruppe Nr. 101, almeno 33,771 ebrei da Kiev e dintorni vennero trucidati a Babi Yar fra il 29 e il 30 Settembre 1941: abbattuti sistematicamente con le mitragliatrici. Almeno 60.000 persone, inclusi rom e prigionieri di guerra russi vennero uccisi in seguito in questo sito.

Esecutore del massacro fu lo Einsatzgruppe C, supportato da membri del battaglione Waffen-SS e da unità della polizia ausiliaria ucraina. La partecipazione di collaborazionisti a questi eventi, oggi documentata e provata, è tema di un pubblico e doloroso dibattito in Ucraina.

All'avvicinarsi dell'Armata Rossa, nell'agosto del 1943 i nazisti cercarono di occultare le prove del massacro. I reparti della Sonderaktion 1005 al comando di Paul Blobel impiegarono 327 prigionieri per esumare e bruciare i corpi. I prigionieri portarono a termine il compito in sei settimane.

Quelli troppo malati o troppo lenti furono fucilati sul posto.

Il massacro degli ebrei a Babi Yar ispirò al poeta russo Evgenij Evtušenko un poema pubblicato nel 1961 e messo in musica l'anno seguente da Dmitrij Šostakovic nella sua Sinfonia N. 13.

Per ragioni politiche (la partecipazione di elementi ucraini all'eccidio) un monumento ufficiale sul sito non fu costruito fino al 1976 e comunque non vi venivano menzionati gli ebrei. Sono occorsi altri 15 anni perché venisse eretto un nuovo monumento rappresentante la menorah.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 26/3/2008 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
26 marzo 2008
Pogrom di Leopoli
 

Prima della guerra Leopoli possedeva la terza maggior popolazione ebraica in Polonia che raggiunse gli oltre 200.000 ebrei quando i rifugiati entrarono nella città a seguito degli eventi bellici. Immediatamente dopo l'ingresso delle truppe tedesche nella città gli Einsatzgruppen, coadiuvati da collaborazionisti civili organizzarono dei massicci pogrom che giustificarono come rappresaglia dei precedenti omicidi effettuati dall'NKVD sovietico, nonostante gli ebrei fossero stati perseguitati anche da questi. Nonostante l'affermazione di alcuni studiosi chiami i collaborazionisti "nazionalisti ucraini", la loro appartenenza effettiva politica all'Organizzazione dei nazionalisti ucraini è ancora oggi dibattuta. Durante il pogrom durato quattro settimane dalla fine di giugno al luglio del 1941 circa 4.000 ebrei vennero uccisi.

Il 25 luglio 1941 venne effettuato un secondo pogrom, detto de "I giorni di Petliura", a seguito dell'omicidio del leader ucraino Symon Petliura. Circa 2.000 ebrei persero la vita, in maggioranza uccisi in gruppi a colpi di arma da fuoco da civili collaborazionisti dopo essere stati costretti a marciare fino la cimitero ebraico o alla prigione di Lunecki.

I pogrom, le uccisioni effettuate dagli Einsatzgruppen, le difficili condizioni nel ghetto e la deportazione verso i campi di sterminio, incluso il locale "campo di lavoro" di Janowski, portarono alla quasi completa distruzione della popolazione ebrea. Nel 1944, quando i russi rientrarono in possesso di Leopoli, solo 200-300 ebrei erano ancora in vita.

Il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal fu uno dei più famosi sopravvissuti ebrei di Leopoli, benché fosse stato deportato in un campo di concentramento invece di condividere la durissima sorte che toccò alla città.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 26/3/2008 alle 14:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
26 marzo 2008
Pogrom di Jedwabne
 Il pogrom di Jedwabne (conosciuto anche come massacro di Jedwabne) fu un pogrom effettuato nel villaggio e nelle vicinanze di Jedwabne, in Polonia, e scatenato contro gli abitanti ebrei della zona nel luglio 1941, durante la Seconda guerra mondiale. Nonostante per un lungo periodo si sia supposto che il pogrom fosse stato effettuato dagli Einsatzgruppen nazisti oggi si suppone che esso venne in larga misura, se non completamente, effettuato dagli abitanti polacchi non-ebrei della zona: se e quanto le forze occupanti tedesche vennero coinvolte nell'operazione rimane un mistero insoluto.

A seguito dell'attacco portato nel giugno 1941 all'Unione Sovietica, le truppe tedesche si rimpossessarono rapidamente delle zone che l'Unione Sovietica si era annessa nel 1939 come conseguenza del patto di non aggressione russo-tedesco. I tedeschi, attraverso la propria propaganda, fomentarono la popolazione polacca ed asserirono che gli ebrei avevano collaborato con i sovietici nei crimini commessi in Polonia prima del loro arrivo e le SS organizzarono l'intervento degli Einsatzgruppen (gruppi speciali) per uccidere gli ebrei del territorio occupato. La cittadina di Wizna, per esempio, nei pressi di Jedwabne (nel nord-est della Polonia) vide l'intervento degli Einsatzgruppen nell'uccisione di diverse decine di ebrei.

Il mese successivo, il 10 luglio 1941, gli abitanti non-ebrei di Jedwabne circondarono i loro vicini ebrei e tutti coloro che riuscirono a trovare, compresi gli ebrei in visita da paesi vicini e i residenti dei villaggi circostanti come Wizna e Kolno. Il gruppo venne condotto nella piazza di Jedwabne, dove venne assalito e picchiato. Un gruppo di quaranta o cinquanta ebrei, tra i quali il rabbino della locale comunità, vennero costretti a demolire il monumento dedicato a Lenin, costruito durante l'occupazione sovietica. Questo gruppo venne successivamente ucciso e gettato in una fossa comune insieme ai frammenti del monumento distrutto.

Successivamente - le deposizioni dei testimoni variano da una a diverse ore - la maggior parte degli ebrei rimasti in vita dopo le violente percosse e che ancora si trovavano sulla piazza, vennero rinchiusi in un granaio al quale venne appiccato fuoco; morirono bruciati vivi.

Fino al 2000 venne comunemente accettato che il massacro Jedwabne fosse stato commesso dagli Einsatzgruppe delle SS tedesche. A tale data un dettagliato studio dell'evento venne pubblicato dallo storico polacco-americano Jan T. Gross. L'autore descrisse il massacro come un pogrom e concluse che gli ebrei erano stati circondati da una folla di polacchi non-ebrei senza l'intervento da parte degli Einsatzgruppe o di altre forze tedesche.

In maniera scontata lo studio causò enormi controversie in Polonia e molti si interrogarono sulla validità delle conclusioni. Tomasz Strzembosz, professore all'Università cattolica di Lublino e all'Accademia polacca di scienze - Istituto di studi politici, sostenne che anche i polacchi fossero stati coinvolti, l'operazione era stata supervisionata dagli occupanti tedeschi (le tesi di Strzembosz, in inglese).

A seguito di una intensa attività di investigazione, tuttavia, l'Istituto polacco per il Ricordo nazionale (Instytut Pamieci Narodowej, IPN) rilasciò, nel 2002, un rapporto nel quale si faceva carico di alcune tesi espresse da Gross, anche se il numero di ebrei uccisi (circa 380) era decisamente inferiore ai 1.600 riportati negli anni precedenti (la conferma del numero preciso di vittime non fu possibile a causa dell'opposizione delle autorità religiose ebree all'esumazione dei corpi). L' IPN scoprì che all'eccidio erano presenti presenti otto poliziotti tedeschi e per questo il grado di coinvolgimento tedesco rimane una questione aperta. Molti testimoni asserirono di aver visto soldati tedeschi quel giorno a Jedwabne mentre altri affermarono il contrario.

Come la sentenza di un tribunale sancisce, l'attiva partecipazione della popolazione non-ebrea è oltre ogni dubbio, ma rimane aperta la questione della natura e delle modalità dell'intervento tedesco.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 26/3/2008 alle 14:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
26 marzo 2008
Pogrom di Iasi
 Il pogrom di Iasi, in Romania, del 28 e 29 giugno 1941 e fu uno dei più violenti pogrom della storia ebraica e venne scatenato dalle forze governative della città di Iasi contro la popolazione ebraica. In accordo con con quanto accertato successivamente dalle autorità rumene il pogrom portò brutale uccisione di almeno 13.266 ebrei.

La Romania fu alleata della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale e ne riprese le politiche antisemite. Nel periodo compreso tra il 1941 e il 1942 vennero pubblicate sul Monitorul Oficial (gazzetta ufficiale rumena) trentadue leggi, trentun decreti legge e diciassette risoluzioni governative tutte di stampo chiaramente antisemita. La Romania partecipò inoltre con la Germania all'invasione dell'Unione Sovietica.

Il 27 giugno 1941 il dittatore rumeno Ion Antonescu telefonò al colonnello Constantin Lupu, comandante della guarnigione di Iasi, ordinandogli formalmente di "ripulire Iasi della popolazione ebrea", mettendo in atto il pogrom che erano stato pianificato precedentemente.

Erano già circolate voci, enfatizzate dalla stampa del regime, che affermavano che paracadutisti sovietici erano atterrati nelle vicinanze di Iasi e che gli ebrei stavano collaborando con loro. La settimana precedente il pogrom i segnali divennero sempre più minacciosi: le case dei residenti cristiani vennero contrassegnate da croci, gli ebrei furono costretti a scavare grandi fosse nel cimitero e i soldati iniziarono a fare irruzione delle case di ebrei alla ricerca di "prove" del loro collaborazionismo con il nemico. Il 27 giugno le autorità accusarono ufficialmente la comunità ebraica di "sabotaggio" ed eccitarono falsamente l'odio di soldati e polizia riferendo loro che gli ebrei avevano attaccato i soldati per le strade.Rapidamente i soldati rumeni, la polizia e la plebaglia iniziarono il massacro degli ebrei ed almeno 8.000 di essi vennero uccisi nelle prime fasi del pogrom. Le autorità rumene arrestarono inoltre altri 5.000 ebrei, convogliandoli verso la stazione ferroviaria, sparando a coloro che non si muovevano abbastanza velocemente e derubandoli di tutti i loro averi. Oltre 100 persone vennero stipate in ogni carro ferroviario e molti morirono di sete, inedia e soffocati a bordo dei due treni che, per otto giorni, viaggiarono attraverso la campagna rumena.Il numero totale delle vittime del pogrom di Iasi è sconosciuto, ma dovrebbe essere superiore al totale di 13.266 vittime identificate dal governo rumeno ed avvicinarsi alle 15.000 reclamate dalla comunità ebraica di Iasi.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 26/3/2008 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
21 marzo 2008
Olocausto di Odessa:22 E 24 OTTOBRE 1941
 Il massacro di Odessa fu lo sterminio della popolazione ebraica della città ucraina di Odessa e delle zone circostanti nel quadro dell'Olocausto. L'evento di maggior crudeltà avvenne tra il 22 ottobre ed il 24 ottobre 1941 quando un numero compreso tra 25.000 e 34.000 ebrei vennero uccisi a colpi di arma da fuoco o bruciati vivi dalle forze di occupazione tedesche e rumene. In termini più generali il massacro di Odessa può essere riferito, inoltre, allo sterminio di oltre 100.000 ebrei ucraini residenti nella zona compresa tra i fiumi Nistro e Bug.

Prima della seconda guerra mondiale Odessa era abitata una cospicua popolazione ebraica di circa 180.000 uomini, pari al 30% della popolazione totale. All'atto dell'invasione tedesca la città contava tra gli 80.000 e i 90.000 ebrei che non erano fuggiti all'avvicinarsi delle forze di invasione. Durante i massacri tutti gli ebrei della zona vennero concentrati ad Odessa in un ghetto e nei campi di concentramento limitrofi gestiti dalle forze rumene.

Il 16 ottobre 1941 i tedeschi ed i rumeni entrarono ad Odessa dopo l'evacuazione da parte dell'esercito sovietico. Nonostante non venisse effettuata nessuna forma di resistenza le truppe si abbandonarono ad un massacro indiscriminato di abitanti uccidendo circa 8.000 persone, per la maggior parte ebrei.

La settimana successiva, il 22 ottobre 1941, una bomba detonò presso il quartier generale rumeno uccidendo il governatore militare di Odessa, sedici ufficiali e 44 tra soldati e civili.

Il generale Ion Antonescu, dittatore rumeno, ordinò da Bucarest una spietata rappresaglia: per ogni ufficiale rumeno o tedesco ucciso si sarebbero dovuti uccidere 200 ebrei o comunisti e per ogni soldato ucciso, 100. Tutti i comunisti avrebbero dovuto essere imprigionati ed un membro di ogni famiglia ebrea avrebbe dovuto essere trattenuto come ostaggio. L'ordine esecutivo n. 302.826 ordinò una «immediata azione di rappresaglia, la liquidazione di 18.000 ebrei del ghetto e l'impiccagione nelle piazze della città di almeno 100 ebrei per ogni quartiere.»

Accusando ingiustamente gli ebrei dell'attentato del 22 ottobre, le forze rumene iniziarono, il 23 ottobre 1941, una serie di esecuzioni sommarie nei confronti di un gruppo di circa 5.000 ebrei che vennero impiccati o fucilati a gruppi di 30-40 per volta.

Nel pomeriggio oltre 25.000 ebrei vennero costretti ad una marcia fino alle porte della città di Dalnik. Lungo la strada, lunga circa 30 chilometri, vennero uccisi tutti coloro che non riuscivano a tenere il ritmo di marcia della colonna: donne, bambini, anziani ed handicappati. Raggiunto Dalnik, i rumeni iniziarono a fucilare gli ebrei ed il il tenente-colonnello Nicolae Deleanu uccise personalmente 50 ebrei. A questo punto le forze rumene compresero che l'uccisione degli ebrei avrebbe richiesto troppo tempo e i restanti (circa 22.000) vennero portati in quattro grandi magazzini dove vennero praticati dei fori per il passaggio delle canne delle mitragliatrici. Dopo aver chiuso le porte il tenente colonnello Nicolae Deleanu ordinò ai suoi uomini di sparare sugli edifici. Alle ore 17:00, per avere la certezza che nessuno fosse sopravvissuto, i rumeni appiccarono fuoco ai magazzini ed il giorno successivo lanciarono diverse bombe a mano all'interno di uno degli edifici. Altri ebrei vennero trascinati nella piazza della città e cospars di di benzina alla quale venne dato fuoco. Oltre 22.000 corpi vennero ritrovati nelle fosse comuni dopo la guerra.

I circa 35.000 - 40.000 ebrei rimasti ad Odessa vennero internati all'interno del ghetto situato nella periferia di Slobodka, dove la maggior parte degli edifici erano stati distrutti. Tra il 25 ottobre ed il 3 novembre gli ebrei vennero lasciati all'aperto esposti alle intemperie, e molti di loro, principalmente bambini ed anziani, morirono di congelamento.

Il 28 ottobre 1941, 4.000-5.000 ebrei vennero fucilati. Per la fine di dicembre vennero uccisi oltre 50.000 ebrei internati nel campo di concentramento di Bogdanovka.

In gennaio lo sterminio riprese con la liquidazione del ghetto di Slobodka. Tra il 13 ed 23 gennaio 1942 gli ultimi 19.582 ebrei rimasti vennero inviati via ferrovia, in vagoni scoperti, a Berezovka dalla quale effettuarono una marcia della morte fino ai campi di concentramento di Golta. Diciotto mesi dopo il loro arrivo quasi nessuno di loro era ancora in vita.

Nonostante nessuno storico contesti lo svolgimento dei fatti avvenuti ad Odessa, spesso esistono notevoli differenze sul numero di ebrei uccisi. Queste discrepanze nascono dalla diversa interpretazione del termine massacro di Odessa che contrappone una versione di uccisioni effettuate solo all'interno della città di Odessa con una più ampia che vede coinvolte tutte le operazioni di genocidio effettuate nella regione di Transnistria.

Il rapporto ufficiale, accettato dal governo rumeno, sul ruolo ricoperto da esso durante l'Olocausto riporta l'uccisione da parte delle proprie forze, coadiuvate da autorità locali, nel periodo ottobre 1941 - marzo 1942 di circa 25.000 ebrei e la deportazione di altri 35.000 (nella maggior parte uccisi successivamente). Il rapporto indica inoltre la morte di 50.000 ebrei a Bogdanovka e di altri 10.000 circa nei campi di concentramento di Golta.

La Libreria virtuale ebraica riporta l'uccisione di 34.000 ebrei nel periodo 22 ottobre - 25 ottobre 1941. Il Museo dell'Olocausto americano riporta che «le forze rumene e tedesche uccisero almeno 100.000 ebrei ad Odessa durante l'occupazione della città.»Il processo per i crimini perpetrati ad Odessa e Dalnic tra il 23 ed il 24 ottobre 1941 fu il primo effettuato presso il Tribunale del popolo di Bucarest. Alla sua conclusione, il 22 maggio 1945, il generale Nicolae Macici venne trovato colpevole per i massacri e condannato a morte. Altri ventotto imputati vennero condannati a pene detentive comprese tra l'ergastolo ed un anno. Il 1° luglio 1945 il re rumeno Michele I commutò la sentenza di morte di Macici all'ergastolo; egli morì nella prigione di Aiud nel 1950.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 21/3/2008 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
20 marzo 2008
Loc. Palazzaccio di Arceno, Comune di Castelnuovo Berardenga (Siena): 4 luglio 1944
 La zona in questione, in quei primi di luglio del 1944, vedeva le truppe della 6a divisione corazzata sudafricana prossime a raggiungerla. I tedeschi schieravano i reparti della Division Kampfschüle e del II reggimento, divisione corazzata paracadutisti " H. Göring" a cavallo del torrente Ambra, che segna il confine tra le province di Siena ed Arezzo. In quel tempo, esso segnava anche il limite territoriale tra la 14a e la 10a armata tedesca. La mattina del 4 luglio 1944, una pattuglia della Brigata partigiana "Monte Amiata" si scontrava, in modo fortuito, con due tedeschi. Nessuno dei militari ebbe ferite. L’attacco avvenne in provincia di Siena, in un podere della tenuta di Arceno. Ritornati al loro comando, sito in località in zona aretina di là d’Ambra, i due tedeschi dettero l’allarme. Subito una pattuglia di circa 15 militari si mosse, mentre venivano sparati colpi di mortaio. Incendiato un primo podere, i militari giunsero al podere Palazzaccio dove erano rifugiati diversi civili, tutti donne e bambini. Messi al muro, essi vennero uccisi a colpi di mitragliatrice. Nove furono i morti, due i superstiti. Nonostante l’ "esiguo" numero dei caduti, questo episodio è stato rubricato a parte perché si tratta dell'unica strage avvenuta in provincia di Siena, con le modalità tipiche dei massacri di civili. Anche in questa zona, una delle più belle del Chianti, nel dopoguerra si è sviluppata una memoria divisa tra chi vuole i partigiani responsabili e dell’eccidio e di non aver difeso la popolazione. In un nostro lavoro, al quale rimandiamo per ulteriori approfondimenti, ritenemmo, e lo riteniamo ancora oggi, prive di fondamento queste argomentazioni. Comunque, in provincia di Siena, sono ben 67 le persone uccise dai tedeschi che non appartenevano a raggruppamenti partigiani. In più, recenti ricerche hanno permesso di avere notizie su due altri episodi in Chianti, durante i quali si sfiorò la strage.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 20/3/2008 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
20 marzo 2008
Loc. "Orenaccio", comune di Loro Ciuffenna (Arezzo):6 luglio 1944
 C’è un antefatto alla strage di "Orenaccio" del 6 luglio 1944. Tre giorni prima, in risposta all’attacco di un gruppo di partigiani ad un automezzo tedesco in località "Grotta", un distaccamento tedesco fucilava 9 persone innocenti. Per ordine del comando tedesco, i cadaveri vengono lasciati sul luogo della fucilazione. Quel 6 luglio, gli abitanti si accingevano a seppellirli, quando sopraggiungevano ancora i tedeschi con al seguito 10 ostaggi. Tutti i civili vennero massacrati a colpi di mitragliatrice. I morti assommarono a 31, più i nove precedenti.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 20/3/2008 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
20 marzo 2008
Crespino sul Lamone, comune di Marradi (Firenze):17 luglio 1944
 

Lunedì 17 luglio 1944, due militari tedeschi della guarnigione del posto, vengono attaccati ed uccisi da una squadra di partigiani. Subito scatta la reazione, e ha inizio un rastrellamento casa per casa della frazione di Crespino. Gli uomini sono catturati e trasportati altrove nella gran parte. Qualcuno, e anche qualche donna, viene ucciso sul posto. La chiesa

viene profanata. I prigionieri vengono massacrati a colpi di mitragliatrice, poi i tedeschi catturano l’anziano parroco, don Fortunato Trioschi, e altri due uomini già in là con gli anni. Li costringono a raggiungere il luogo dell’eccidio e gli ordinano di scavare una fossa. I tre malcapitati riescono a stento, causa l’età, a finire il lavoro. Poi i germanici fanno andar via uno dei tre e uccidono il prete e l’altro a colpi di fucile seppellendoli. Ma dal groviglio di corpi, esce un superstite coperto di sangue, e sarà lui a scrivere la testimonianza di quella atrocità. Morirà nel 1948 a causa delle tremende ferite inflittegli in quella circostanza. 42 le vittime, di cui sei non identificate. In questo elenco c’è compreso anche il superstite morto quattro anni dopo.

 




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 20/3/2008 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
20 marzo 2008
Empoli (Firenze):24 luglio 1944
 Il 23 luglio 1944, con il fronte di guerra molto vicino, una auto tedesca stava percorrendo una strada vicinale in località Pratovecchio, alle porte di Empoli. Per cause ancora non ben chiarite, durante uno scontro a fuoco con uomini armati, alcuni soldati caddero uccisi. Uno, ferito gravemente, riusciva a raggiungere il suo comando in località Terrafino dando l’allarme. Subito, il reparto tedesco imbastiva una azione di rastrellamento e catturava un gruppo di uomini, molti dei quali sfollati dalla città, presenti in zona. Una trentina di essi venne inviata sotto scorta, verso Empoli. Un primo tentativo di fucilazione nei pressi del posto dove c’era stato l’attacco, venne sventata dall’intervento della ricognizione aerea alleata che, vista questa lunga colonna di persone, chiese l’intervento dell’artiglieria. Durante il tragitto del viaggio, che era ripreso, alcuni uomini riuscirono a scappare. Giunti in centro Empoli, in piazza Francesco Ferrucci, i 30 superstiti furono fatti mettere tra alcuni alberi. Seguiva una concitata serie di eventi. Mentre i tedeschi aprivano il fuoco con armi automatiche, uno degli ostaggi riusciva fortunosamente a fuggire benché ferito. La città, in quel momento, era deserta perché gli abitanti erano, in gran parte, sfollati. Sulla piazza rimasero 29 corpi che furono pietosamente raccolti dal proposto don Ascanio Palloni. Si presume che autori di questa strage siano stati soldati della 3a Panzergrenadierdivision, probabilmente del Pionier Bataillon, che aveva la responsabilità del settore.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 20/3/2008 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE