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16 aprile 2008
LA STRAGE DI GIOIA TAURO:IL 22 LUGLIO 1970
 
IL 22 LUGLIO 1970 LA STRAGE DI GIOIA TAURO

DIETRO LA RIVOLTA DEI “BOIA CHI MOLLA” A REGGIO CALABRIA I PIANI EVERSIVI DELLA DESTRA NEOFASCISTA E DELLA ‘NDRANGHETA CALABRESE

Alle 17,10 circa, del 22 luglio 1970, il direttissimo Palermo-Torino (la Freccia del Sud) deragliava a circa settecentocinquanta metri dalla stazione di Gioia Tauro. Viaggiava alla velocità di cento chilometri orari circa. Il macchinista, dopo aver avvertito un sobbalzo della locomotiva, azionava il meccanismo di frenata rapida. Dopo cinquecento metri il treno si spezzava: la sesta carrozza del lungo convoglio, composto di diciassette vagoni, usciva dai binari e trascinava con sé le altre. I passeggeri trasportati erano circa duecento. I vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, aiutati dai reparti della celere e dai carabinieri, erano costretti a tagliare le lamiere per estrarre i corpi dei passeggeri. Alla fine si conteranno sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti.

Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio alla notizia che sarebbe stata Catanzaro la sede dell’appena eletta assemblea regionale.

LA TESI DEL DISASTRO FERROVIARIO

Il questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, subito accorso sul luogo, individuò, senza incertezze, nello sbullonamento del carrello n. 2 della nona vettura la causa del deragliamento. Un mese dopo l’evento, i marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti, del commissariato di polizia presso la direzione compartimentale delle ferrovie dello Stato, in un rapporto del 28 agosto 1970 al procuratore della repubblica di Palmi, asserirono che era da “escludere che il disastro ferroviario abbia avuto origine dolosa”. Nessuno dei presenti, in attesa alla stazione di Gioia Tauro o a bordo del treno, personale viaggiante compreso, testimoniò, infatti, di aver udito alcun boato.

Tale interpretazione venne ribadita in un secondo rapporto del 9 settembre 1971 in cui si sostenne che “se non vi fu detonazione non poté esservi attentato dinamitardo”, non ponendosi minimamente il fatto che l’esplosione di un ordigno, in grado di tranciare una rotaia, poteva benissimo essere avvenuta prima del passaggio del treno. In questo nuovo atto la causa della tragedia venne individuata nella condotta del personale ferroviario che aveva “illegittimamente” disposto la cessazione del rallentamento a 60 chilometri orari per tutti i treni percorrenti il binario pari della tratta Palmi-Goia Tauro, interessati da giugno da lavori di livellamento e allineamento delle rotaie. Una posizione in palese contrasto con le conclusioni del collegio peritale, nominato dal sostituto procuratore della repubblica di Palmi, Paolo Scopelliti, che, depositando la propria relazione il 7 luglio 1971, escluse errori risalenti al personale di guida, alla disposizione degli scambi all’ingresso della stazione o a difetti del materiale rotabile. Il collegio riscontrò invece un’avaria su una rotaia che presentava la parziale asportazione della suola interna per circa 180 centimetri, ipotizzando un’origine dolosa. Si sostenne, in conclusione, che lo scoppio di un ordigno rappresentava la causa più probabile del deragliamento, rilevando forti analogie con altri tre attentati avvenuti successivamente, il 22 e il 27 settembre, sulla linea Rosario-Gioia Tauro-Villa San Giovanni, ed il 10 ottobre sul tratto Catania-Messina, in cui non erano stati rinvenuti pezzi di miccia ed evidenti segni di esplosione.

Sulla base del rapporto di polizia, la procura della repubblica di Palmi decise comunque di promuovere un procedimento penale, per disastro colposo e omicidio colposo plurimo, nei confronti di quattro dipendenti delle ferrovie dello Stato. Il 30 maggio 1974 il giudice istruttore sentenziò il non doversi procedere nei confronti degli imputati per non aver commesso il fatto, chiudendo ogni indagine. L’ipotesi dell’attentato dinamitardo come causa del disastro venne confinata “nel limbo delle congetture”, non meritevole della riapertura del caso.

Una conclusione sorprendente. Il fallimento dell’ipotesi del disastro colposo, per altro, smentita a sua volta da una commissione d’inchiesta delle ferrovie dello Stato, avrebbe, infatti, dovuto quantomeno portare al proseguimento delle investigazioni.

ESECUTORI E MANDANTI

La verità emerse solo ventitré anni dopo, quando nell’ambito di una maxi inchiesta sulla criminalità organizzata in Calabria, denominata “Olimpia 1”, il pentito Giacomo Lauro, in un interrogatorio, il 16 giugno 1993, davanti al sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì, confessò di essere venuto a conoscenza nel 1979, in carcere, che era stato Vito Silverini, un neofascista dichiarato, a mettere la bomba che fece deragliare il treno di Gioia Tauro. Vito Silverini gli confidò che l’attentato fu eseguito su mandato del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” e di aver ricevuto, in cambio del “lavoro” svolto, una somma di denaro. Raccontò di aver portato la bomba insieme a Vincenzo Caracciolo sulla moto Ape di quest’ultimo e di aver personalmente confezionato l’ordigno, composto da esplosivo da cava in candelotti, con miccia a lenta combustione. Si erano poi nascosti nei pressi del luogo per assistere alla scena.

Giacomo Lauro, in un interrogatorio dell’11 novembre del 1994, alla fine confessò anche le proprie responsabilità. Disse di essere stato lui stesso a consegnare l’esplosivo a Vito Silverini, Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, dietro il compenso di alcuni milioni di lire provenienti dal “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”. La testimonianza Di Giacomo Lauro trovò conferma in quella di Carmine Dominici, un esponente di punta, fra il 1967 ed il 1976, della struttura illegale di Avanguardia nazionale a Reggio Calabria. Dominici era anche stato uno degli uomini di fiducia del marchese Felice Genoese Zerbi, proprietario di numerose terre, ma soprattutto il dirigente massimo di An. Successivamente passato ad attività di malavita comune, dopo essere stato condannato ad una lunga pena detentiva, aveva deciso di collaborare con la magistratura. Il 30 novembre 1993 confermò le parole di Giacomo Lauro. Si era trovato nella stessa cella, la numero 10 del carcere di Reggio Calabria, e raccolto, a sua volta, le confidenze di Vito Silverini.

Giacomo Lauro indicò negli ambienti di Avanguardia nazionale e del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” gli ispiratori della strage. Accusò Renato Marino, Carmine Dominici, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro, di essere stati “il braccio armato che metteva le bombe e faceva azioni di guerriglia” per conto del “Comitato”, diretto da Ciccio Franco, consigliere comunale missino e sindacalista Cisnal dei ferrovieri, divenuto rapidamente la figura più rappresentativa della rivolta, Renato Meduri, il professor Angelo Calafiore, Paolo Romeo, all’epoca in Avanguardia nazionale poi eletto deputato nel Psdi, Benito Sembianza e Felice Genoese Zerbi. Tra i finanziatori indicò il “commendatore Mauro”, “quello del caffè”, e l’imprenditore “Amedeo Matacena”, “quello dei traghetti”. “Davano i soldi” – testimoniò – “per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell’esplosivo”. Il numero degli attentati fu impressionante, da non trovare precedenti nell’Italia del dopoguerra. Agli atti del Ministero degli interni, tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, risultarono alla fine 44 gravi episodi dinamitardi, di cui ben 24 a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.

LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA

La rivolta di Reggio Calabria durò due lunghissimi anni, con cinque morti, dieci mutilati o invalidi permanenti, cinquecento feriti tra le forze dell’ordine e mille tra la popolazione civile. Furono innalzate barricate, effettuati blocchi stradali, svaligiate le armerie, occupata più volte la stazione ferroviaria, l’aeroporto, il palazzo delle poste, assaltata la prefettura e la questura. Alla fine i denunciati furono 1231 per oltre duemila reati commessi. La collera esplose in una delle città tra le più povere d’Italia, nel momento in cui il governo decise di attribuire il capoluogo di regione a Catanzaro.

La scintilla fu accesa il 12 luglio, quando i cinque consiglieri della Democrazia cristiana, eletti nella provincia reggina, unitamente al socialdemocratico, si rifiutarono di riconoscere come valida la convocazione dell’assemblea regionale. Il sindaco Piero Battaglia, insieme alla giunta comunale e alla Dc, si era già, dal canto suo, schierato dal 4 luglio. In un comizio disse che Reggio avrebbe chiesto la sospensione delle riunioni del consiglio a Catanzaro. Il 14 iniziarono i primi blocchi del traffico ferroviario e, verso sera, le barricate. Nel quadro di una drammatica situazione socio-economica e di forte declino della città, la battaglia per Reggio capoluogo convogliò in un solo istante i disagi, le frustrazioni ed i malcontenti di una popolazione allo stremo, in cui ancora dodicimila persone erano costrette a vivere nelle casupole costruite dopo il terremoto del 1908. La ‘ndrangheta e la destra eversiva vi giocarono un ruolo di primo piano, egemonizzando largamente gli scontri di piazza. Avanguardia nazionale ed il Fronte nazionale, in particolare, cercarono di sfruttare la rivolta di Reggio ai fini dei propri piani golpisti. In questo quadro: la disponibilità da parte di An in Calabria di grossi quantitativi di armi e di esplosivi, nonché la predisposizione delle liste degli esponenti di sinistra e dei sindacalisti da colpire.

LA ‘NDRANGHETA E LA NOTTE DI “TORA-TORA”

In questo contesto va anche collocata l’ascesa, nei primi anni ’70, all’interno della ‘ndrangheta calabrese, della famiglia dei De Stefano, che strinse un patto con l’eversione di destra, ambienti dei servizi segreti, la massoneria deviata e i grandi trafficanti internazionali di armi e droga. Questa alleanza consentì al “casato” di affrontare e vincere la cosiddetta “prima guerra di mafia”, di liberarsi di alcune vecchie figure carismatiche ed assumere una posizione egemonica. “Giorgio De Stefano” – testimoniò sempre Giacomo Lauro – “diceva che era ora che si cambiassero le istituzioni e che bisognava aiutare la destra eversiva in quanto i comunisti ed i socialisti erano contro la ’ndrangheta”. In un summit a Montalto, ai piedi dell’Aspromonte, nell’ottobre del 1969, venne anche sottoscritta un’alleanza tra diverse cosche. Da qui la venuta, a più riprese, in Calabria di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli, ma soprattutto la messa a disposizione di centinaia di uomini armati per la notte dell’Immacolata, l’8 dicembre 1970, quando in diverse parti d’Italia scattò il piano golpista di Borghese, poi passato alla storia come la notte di “Tora-Tora”, dal nome in codice dato all’operazione. E se in Piemonte, Lombardia, Veneto e Toscana, massiccia fu la mobilitazione dei neofascisti, la mafia in Sicilia e la ‘ndrangheta in Calabria appoggiarono i piani del “Principe nero”. Il contrordine, come noto, giunse all’improvviso, a colpo di Stato iniziato. Le ragioni rimasero sempre avvolte nel mistero.

I PROCESSI

Nel luglio 1995, per concorso nella strage di Gioia Tauro, furono indagati dalla procura distrettuale di Reggio Calabria, l’armatore Amedeo Matacena, Angelo Calafiore, ex-consigliere provinciale di Reggio Calabria per il Msi- Destra nazionale, l’On. Fortunato Aloi ed il senatore Renato Meduri, entrambi di Alleanza nazionale. I parlamentari di An si difesero sostenendo, fra l’altro, che a Gioia Tauro non era avvenuta alcuna strage, ma solo un incidente ferroviario “dovuto all’obsolescenza degli impianti”, “una sciagura che sconcertò tutti”. Agli inquirenti riservarono parole molto dure.“Un teorema” – dissero –“fatto da magistrati di sinistra”. Furono prosciolti tutti in istruttoria.

L’inchiesta comunque finalmente stabilì la natura dolosa del deragliamento, provocato dallo scoppio di un ordigno esplosivo. Un dato definitivamente acquisito. I presunti autori materiali della strage erano nel frattempo tutti deceduti per cause naturali. Il 19 aprile 1996, per aver fornito l’esplosivo agli attentatori, fu rinviato a giudizio per strage il solo Giacomo Lauro, affiliato alla ‘ndrangheta dal 1960 al 1992, ora pentito. La Corte di assise di Palmi lo assolse, il 27 febbraio 2001, per mancanza di dolo. La Corte di assise di appello di Reggio Calabria, il 17 marzo 2003, confermò il verdetto, nonostante il procuratore generale avesse avanzato una richiesta di condanna a 24 anni di carcere.

Dopo l’accoglimento da parte della Corte di cassazione del ricorso della procura generale, la Corte di assise di appello di Reggio Calabria, nel gennaio 2006, chiuse definitivamente la vicenda giudiziaria. Stabilì che il reato di Giacomo Lauro fu di concorso anomalo in omicidio plurimo, ormai estinto per prescrizione.

“BOIA CHI MOLLA!”

Ancora nel 2006 per gli esponenti del centrodestra la rivolta di Reggio fu “un’esperienza di popolo sintomatica, riferita ad un periodo storico scandito da un particolare fermento e brillantemente guidato da Franco e da tutti gli altri esponenti”. A pronunciare queste parole il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, di Alleanza nazionale, il 14 luglio scorso, in occasione del trentaseiesimo anniversario, quando la giunta da lui presieduta decise di intitolare a Ciccio Franco l’”Arena dello Stretto”, un anfiteatro sul lungomare. “Omaggiare i caduti di quella rivolta, i suoi protagonisti” – aggiunse - “rappresenta la vera continuità”. Mancò solo che gridasse “Boia chi molla!”.



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24 marzo 2008
Rivoluzione dei garofani
 

La Rivoluzione dei Garofani è stato il colpo di stato, eseguito da militari di sinistra appartenenti al Movimento delle Forze Armate Portoghesi (MFA), che pose fine alla lunga dittatura portoghese, il 25 aprile 1974.

Nel 1926, in Portogallo, un colpo di stato pose fine al breve periodo democratico. Nel 1933, con l'approvazione di una nuova Costituzione basata sul corporativismo e sugli ideali fascisti, António de Oliveira Salazar instaurò un regime dittatoriale di stampo fascista in Portogallo. Il partito União Nacional (Unione Nazionale), avente una vasta ideologica monarchica, corporativa, anti-socialista e neo-fascista, fu reso l'unico partito legale. Nonostante una iniziale crescita economica negli anni '40 (in cui il Portogallo restò neutrale) e la fine dell'isolazionismo politico con l'ingresso nella NATO nel 1949, a partire dagli anni '50 l'economia e la politica portoghese entrarono in uno stato di degrado, a causa delle cattive politiche economiche, delle lunghe e improduttive guerre coloniali in Africa e dell'oppressione esercitata dalla polizia politica PIDE. Salazar morì nel 1970, ma il regime continuò senza sostanziali miglioramenti con il suo successore Marcelo Caetano.

All'inizio degli anni '70 il Portogallo era il paese più povero dell'Europa occidentale, economicamente arretrato e afflitto dalla lunga guerra. Questo portò a un malcontento generale, in particolare nelle classi sociali meno agiate e all'interno delle Forze Armate.

Il 25 aprile 1974 il MFA ("Movimento das Forças Armadas"), formato da ufficiali subalterni, la maggior parte capitani, iniziò una rivoluzione non-violenta contro l'Estado Novo.
I leader dell'MFA si accordarono con Carlos Albino, responsabile del programma musicale Limite di Radio Renascença perché trasmettesse la canzone operaia Grândola vila morena, di José Afonso come segnale delle operazioni militari. Nonostante l'ascolto della canzone fosse proibito dal regime la vendita era consentita e Albino ne acquistò una copia il 24 aprile.

La Rivoluzione dei Garofani inizia ufficialmente 19 secondi dopo le 00.20, con la trasmissione di Grândola, vila morena. I principali ufficiali fedeli al regime sono arrestati e le forze dell'MFA occupano centri di importanza strategica, quali l'aeroporto di Lisbona e la prigione politica di Peniche.

Alle 9.30 le forze fedeli al governo iniziano a opporre resistenza all'MFA.

Alle 11.45 l'MFA, attraverso un comunicato di Radio Clube Portugal annuncia di avere il controllo del paese.

Alle 12.30 fanti e carristi sotto il comando di Salgueiro Maia, appoggiati dalla popolazione civile, minacciano di aprire il fuoco -cosa che effettivamente faranno tre ore dopo- contro il quartier generale della Guardia Nacional Républicana, dove si trova il primo ministro Marcelo Caetano.

Alle 16.15 elementi della polizia paramilitare DGS sparano contro la folla che circonda il proprio quartier generale, provocando una vittima e alcuni feriti.

Alle 16.30, in seguito alla minaccia di distruggere il quartier generale della GNR con un carro armato Chaimite, iniziano le trattative tra Marcelo Caetano e l'MFA.

Alle 18.00 Caetano viene raggiunto dal generale dell'MFA Antonio Spinola, che continua le trattative, in quanto il dittatore aveva chiesto la presenza di un alto ufficiale.

Alle 19.30 Marcelo Caetano si arrende all'MFA. Viene scortato da Salgueiro Maia a bordo del carro armato Chaimite fino al comando dell'MFA.

Alle 21 la DGS, l'unica forza fedele al governo che continua a combattere apre il fuoco sulla folla, uccidendo 4 civili.

Alle 22 i paracadutisti dell'MFA costringono alla resa le ultime unità della DGS, alla prigione di Caixas, Lisbona.

Alle 23.20 António de Spínola approva la legge 1/74 del 25 aprile (Destituzione dei Dirigenti Fascisti), che annuncia la destituzione del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro, lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale e del Consiglio di Stato e il passaggio dei poteri alla Giunta di Salvezza Nazionale, composta da membri dell'MFA. Successivamente Spínola approva i decreti legge 170/74, 171/74 e 172/74 in cui ordina la destituzione i governatori civili delle province, la dissoluzione del partito unico ANP e lo scioglimento della DGS, della Legione Portoghese, la Gioventù Portoghese e di altre associazioni legate al regime.

A seguito della Rivoluzione dei Garofani ci fu un periodo transitorio, che si concluse nel novembre 1975 con il passaggio dei poteri dai militari ai rappresentanti democraticamente eletti. Durante questo periodo furono intraprese importanti riforme, tra cui la nazionalizzazione delle principali industrie e la liberazione di tutte le colonie africane. Tuttavia, ci fu anche un collasso dell'economia portoghese, che si riprese solamente nel 1991, sei anni dopo l'ingresso del Portogallo nell'UE. Oggi, il 25 aprile è festa nazionale portoghese.

La Rivoluzione dei Garofani prende il nome dai fiori offerti per strada ai militari e infilati nelle canne dei fucili.
Alla "Rivoluzione dei Garofani" è stato dedicato il recente film "Capitani d'aprile" (Capitães de Abril) della regista Maria de Medeiros (2000), di cooproduzione franco-italo-ispano-portoghese, con protagonista Stefano Accorsi.Secondo le rivelazioni del ex-gladiatore G-71 , presenti nel suo libro "The Real history of Gladio",pare che vi sia stata l'influenza della Gladio italiana nel rovesciamento del regime di Marcelo Caetano, in quanto ostile alla nuova politica della NATO e alla decolonizzazione delle colonie africane, all'epoca contese dai due blocchi. Rivelazioni che tuttavia non possono essere ne confermate ne smentite, in quanto esiste una fumosa e contradditoria inchiesta presso la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sulle reali missioni di questa struttura e sulla veridicità di queste rivelazioni.


 




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24 marzo 2008
Teoria della strategia della tensione
 


La locuzione "strategia della tensione", utilizzata per la prima volta dopo l'attentato di Piazza Fontana, si riferisce ad una teoria interpretativa dell'insieme delle stragi e degli attentati terroristici italiani ed Europei avvenuti nei decenni successivi alla vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale e, in Italia, con particolare intensità, tra il 1969 e il 1984, ed in misura minore anche successiva.

In modo chiaro e documentato si sono raccolte abbondanti prove, di contiguità e collegamenti tra gli esecutori materiali di tale strategia, sovente individuati in appartenenti a movimenti politici, spesso legati ad ambienti di estrema destra o di estrema sinistra e di strutture afferenti ai servizi segreti civili e militari di quasi tutti i Paesi NATO e dell'Europa Orientale, e persino di Stati neutrali, come la Svizzera.Lo scopo di tale strategia sarebbe stato quello di creare allarme e terrore nell'opinione pubblica al fine di giustificare l'instaurazione di uno stato di polizia, o di una dittatura di tipo orientale, anche attraverso il confezionamento di attentati congegnati in modo tale da farli apparire ideati ed eseguiti da membri di organizzazioni dell'estrema sinistra o dell'estrema destra. Fu accertata l'attiva interferenza di servizi segreti stranieri, con l'addestramento all'estero di terroristi italiani e l'invio in Italia di armi. Fu accertata la disponibilità di 'Santuari' all'estero a disposizione di terroristi italiani implicati in attentati in Italia. Il movente principale fu di destabilizzare la situazione politica italiana, mettendo in pericolo la democrazia. In tale ottica, tra i moventi di tale strategia, soprattutto in Italia e nel quadro della Guerra fredda, sarebbe stato quello di destabilizzare il sistema politico democratico, agire sul collocamento internazionale dell'Italia, e forse rendere incerto il percorso del Partito Comunista Italiano (PCI) che, proprio negli "anni della contestazione" (1968 - 1978), arrivò ad un soffio dal divenire il primo partito italiano (34% dei consensi, nel 1976), e contemporaneamente con il 'compromesso storico' si avviava a modificare il quadro politico italiano.Il 12 dicembre 1969 avvenne un attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Nella strage di Piazza Fontana morirono 16 persone e 88 furono ferite.
Il 4 agosto 1974, un attentato di grande rilievo riconducibile alla stagione più calda della strategia della tensione in Italia fu la strage dell'Italicus a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, in cui morirono 12 persone e altre 105 rimasero ferite.
Il 16 marzo 1978 avvenne il rapimento di Aldo Moro e l'uccisione dei 5 uomini della sua scorta.
Il 2 agosto 1980 avvenne la strage di Bologna, in cui morirono ottantacinque persone e furono ferite oltre duecento.
Il 17 dicembre 1981 venne rapito a Verona il generale americano James Lee Dozier.
Il 15 febbraio 1984 venne ucciso a Roma il generale americano Ray Leamon Hunt, comandante in capo della Sinai Multinational Force and Observer Group.
Il 24 dicembre 1984 avvenne un attentato al treno Rapido 904.
Il 27 dicembre 1985 avvenne la Strage di Fiumicino ad opera di terroristi stranieri, con l'uccisione di 13 persone.
Il 10 marzo 1987 Licio Giorgieri, generale dell'aereonautica, fu ucciso a Roma.

Il passaggio da semplice Teoria, fatto astratto, a fatto reale necessitava di prove.
Furono raccolte prove :

  • sulla intromissione di servizi stranieri.
  • sull'addestramento di terroristi italiani in paesi stranieri.
  • sulla fornitura di armi e/o esplosivi da parte di organizzazioni straniere.[2]
  • Furono inoltre acquisite prove documentate dell'esistenza di "SANTUARI" in paesi stranieri, in cui i terroristi potevano rifugiarsi tranquilli nei momenti difficili.
  • Furono raccolte prove di viaggi di terroristi italiani per incontrarsi con terroristi italiani e stranieri in supposti istituti scolastici all'estero. Magistrati italiani che volevano perquisire tali ambienti furono ostacolati.
  • L'elemento più esplicito di prova si ebbe in occasione del sequestro del giudice Sossi e di Aldo Moro, in cui i rapitori chiesero la liberazione di terroristi detenuti, precisando esattamente lo stato nella cui giurisdizione gradivano fossero portati.

Le prove sono molte e abbondanti, non appare tuttavia sia stato effettuato un accertamento coordinato e congiunto di tali prove, tale da poter individuare i filoni conduttori di tali intromissioni nell'operato dei terroristi.
Accanto ad una mancanza di accertamento documentario vi sono molte teorie di varia parte.


 

Alex Boschetti e Anna Ciammitti nel loro libro "La strage di Bologna"(edizioni BeccoGiallo), che analizza la strage del 2 agosto 1980 e tutti i riscontri delle indagini, compresi i depistaggi attuati da Licio Gelli, considerano i NAR un punto di snodo nella strategia della tensione insieme con la P2 e la CIA per attuare uno spostamento dell'Italia verso destra con un golpe strisciante aiutato da gran parte dei rappresentanti di governo e servizi segreti (in buona parte iscritti alla loggia coperta P2).

Destabilizzare per stabilizzare, quindi una presa violenta del Paese così come era teorizzato dal manuale trovato nella valigetta di Gelli "Field Manual" di provenienza CIA che forse finanziò e favorì tale situazione per non permettere l'accesso al governo dei comunisti in Italia, sarebbe stato cioè un coinvolgimento dei servizi segreti italiani, uno dei cui direttori, Vito Miceli, fu arrestato nel 1974.

Gian Adelio Maletti, l'ex capo dell'ufficio D del SID (dal 1971 al 1975), ora cittadino sudafricano e con diverse condanne pendenti in Italia (tra cui quelle relative ai depistaggi dei servizi nelle indagini sulla strage di piazza Fontana) il 4 agosto 2000 rilascia un'intervista al quotidiano La Repubblica in cui parla del coinvolgimento della CIA nelle stragi compiute dai gruppi di destra: secondo Maletti non sarebbe stata determinante nella scelta dei tempi e degli obbiettivi, ma avrebbe fornito ad Ordine Nuovo e ad altri gruppi di destra attrezzature ed esplosivo (tra cui, in base alle indagini effettuate allora dal SID, anche quello impiegato nella strage di piazza Fontana) con lo scopo di creare un clima favorevole ad un colpo di stato simile a quello avvenuto nel 1967 in Grecia e del fatto che al SID, nonostante questo servizio informasse il governo di quanto scoperto, non fu mai chiesto di intervenire.

Le proteste e le interrogazioni parlamentari per le deviazioni dei servizi segreti (quindi principalmente il SID) portarono nel 1977 ad una riorganizzazione che avrebbe dovuto dare maggiori garanzie democratiche.




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24 marzo 2008
P2 (Loggia Propaganda Due)


 Che cos'è

La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane. Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti". Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia. Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR. Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista. Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo. Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile. La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas. La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2. Evidentemente a Ceausescu non era rimasto niente di comunista e Gelli lo sapeva. Analizzare gli intrighi, la partecipazione a tentativi di colpo di stato o a colpi di stato riusciti, a stragi, attentati, omicidi, depistamenti, operazioni finanziarie sporche e' praticamente impossibile. Basti pensare che dopo il ritrovamento di una parte dei documenti relativi alle attività della loggia ad Arezzo il 17 Marzo 1981 e di altri a Montevideo in Uruguay e' stata costituita una commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Tina Anselmi, i cui atti sono raccolti in 76 volumi di dimensioni consistenti e che la documentazione raccolta occupa diverse scaffalature anch'esse di dimensioni consistenti. Semplicemente ci limiteremo a dare un parziale elenco delle vicende in cui la P2 e' implicata. Anche l'elenco degli iscritti che forniamo e' parziale, purtroppo però è l'unico conosciuto, si calcola comunque che gli iscritti alla loggia fossero 2500/3000 e non 963 come risulta dalle liste sequestrate ad Arezzo.

Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2. Si tratta però solo di un atto formale, in realtà Gelli, nonostante i molti anni di carcere a cui e' stato condannato, e' ancora a piede libero e ha a disposizione un'enorme patrimonio per continuare a tessere i suoi intrighi. Il "piano di rinascita democratica" sequestrato a Maria Grazia Gelli nel Luglio 1982, che rappresenta la "carta programmatica per l'Italia" della P2, e' divenuto il programma di Silvio Berlusconi, in gran parte attuato. Ma ciò che più preoccupa e' che non può essere un semplice decreto a sciogliere un simile agglomerato di "veri criminali". Finché esisteranno enormi gruppi finanziari, potentati economici, multinazionali che dominano i popoli, continueranno ad esistere cosche mafiose e massoniche come la P2. Del resto, come anche attraverso questo lavoro abbiamo cercato di spiegare la P2 travalica i confini nazionali anche formalmente, Gelli nella Primavera del 1975 ha fondato a Montecarlo l'OMPAM che nessuno si sogna di sciogliere. L'unica cosa che ci rimane da fare e' combattere simili accozzaglie di moderni fascisti con ogni mezzo necessario.

Storia ed Origini della LOGGIA MASSONICA P2

La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane.

Nell'800 la Massoneria diviene terreno d'elezione per le intese politiche fra esponenti di regioni lontane e annovera nelle sue logge Lanza e Cairoli, Depretis e Zanardelli, Crispi e Di Rudinì. Adriano Lemmi, banchiere livornese geniale e spregiudicato, grande regista dell'intrallazzo, iscritto alla Massoneria dal 1875, fu il primo a intuire l'importanza di avere a propria disposizione una loggia "coperta" per manovrare la finanza pubblica stando dietro il palcoscenico. Il suo programma massonico era semplice: via dalle logge i poveracci e i pensatori, l'obiettivo deve essere conquistare il potere: "Chi è al governo degli Stati o è nostro fratello o deve perdere il posto". La stessa filosofia che un secolo più tardi avrebbe ispirato il "fratello" Licio Gelli.

Sotto la guida di Lemmi, la Massoneria visse la sua età dell'oro: i parlamentari iscritti alle logge giunsero a essere trecento. Di fronte a questo straordinario successo, Lemmi ebbe l'idea vincente: riunire la crema della Massoneria nella loggia Propaganda 2 (a Torino esisteva già un'antichissima loggia Propaganda) e mettervisi a capo, garantendo adeguata "copertura" ai fratelli che svolgevano certe attività o ricoprivano ruoli pubblici nel mondo "profano", salvaguardando cioè‚ i fratelli "importanti" dalle curiosità dei tanti e da quelli che venivano definiti i "fratelli arrampicatori". I "fratelloni" erano esonerati dal frequentare i normali lavori di loggia e i loro nominativi non apparivano in alcun elenco ufficiale, ma erano "fratelli all'orecchio", noti soltanto al Gran Maestro il quale, al termine del proprio mandato, li comunicava oralmente "all'orecchio" del suo successore. Ma quando i fratelli così affiliati divennero tanto numerosi da non poter essere tutti ritenuti a mente, nacque l'esigenza di dar vita alla loggia Propaganda.

Anche quella P2, però, finì male, travolta dallo scandalo della Banca romana che coinvolse politici, banchieri e militari iscritti alla loggia "coperta" di Lemmi, con conseguente fuggi fuggi tragicomico di tanti fratelli pentiti. Dopo il ventennio mussoliniano, dal quale la Massoneria uscì come da un incubo, a causa delle persecuzioni del regime che ne aveva dichiarato l'incompatibilità con l'essere fascista, tornano a farsi spazio coloro che considerano la Massoneria un luogo d'incontro per affari di varia natura, meno interessati quindi alla speculazione sulla fedeltà alla tradizione massonica o ai rapporti con il cattolicesimo, causa della grande spaccatura tra clericali e anticlericali.

Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti".

Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia.

Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista.


L'attività della P2 negli anni '70 era frenetica.


C'era la pratica costante della raccomandazione e c'erano gli affari, e gli affari intrecciati col potere che lo alimentavano. Degli affari citiamo i più noti: l' Eni-Petronim, il banco Ambrosiano, il crak della Banca Privata di Sindona, la scalata al "Corriere della Sera", tutti collegati a scandali e cadaveri come quello di Calvi, penzolante sotto un ponte di Londra o quello di Ambrosoli, liquidatore della banca Privata di Michele Sindona.

A volte gli uomini della P2 si servirono delle organizzazioni criminali: mafia, camorra, 'ndrangheta. Collegamenti accertati dalle inchieste giudiziarie sul finto rapimento di Sindona, sul caso Cirillo, sulla strage del rapido 904, sull'omicidio di Roberto Calvi. I nomi degli iscritti alla P2 ritornano con ossessiva puntualità in tutte le indagini sui misteri d'Italia.

Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR.

Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo.

Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile.

Nella primavera del 1975, Licio Gelli fonda l'Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell'Assistenza Massonica (OMPAM) , una superloggia internazionale con sede a Montecarlo (a tutt'oggi sembra che sia ancora attiva). Al congresso mondiale dell'OMPAM , che si svolge a Rio De Janeiro , nel discorso inaugurale Gelli afferma "...Considero superfluo ricordare a tutte le potenze occidentali che oggi il vero e grande pericolo per l'umanita' e' rappresentato dalla penetrazione del comunismo che sta abbattendo le piu' sacre ed inalienabili liberta' umane.




Guerra Interna nella Massoneria
Salvini contro Licio Gelli

Il lungo periodo di gran maestranza del Salvini venne, fin quasi dal suo inizio, dalla questione della loggia P2 e dalla presenza, alla testa di questa, di Licio Gelli.

Poco dopo la propria elezione, infatti, il 19 giugno 1970 Lino Salvini aveva delegato il Gelli a rappresentarlo presso gli iscritti alla loggia Propaganda 2 con il titolo, affatto inedito in massoneria, di “segretario organizzativo”.

Nel gennaio 1975, resosi conto dell’errore commesso e dei rischi cui la crescente intraprendenza del Gelli esponeva l’intero G.O.I., il Salvini decideva che da quel momento la loggia P2 sarebbe stata una normale loggia non “coperta” ed esonerava il Gelli dalle funzioni di “segretario organizzativo”.

Il Gelli non gradì l’“esonero” e, in occasione dell’assemblea Gran Loggia del marzo 1975, organizzò una controffensiva, facendo circolare documenti su presunte malversazioni finanziarie commesse dal gran maestro, il quale accusò il colpo e fece drasticamente marcia indietro: con decreto del 12 maggio 1975 il Salvini ufficializzava l’esistenza di una “regolare” loggia Propaganda n. 2, non “coperta” e costituita da poche decine di affiliati. Ne divenne maestro venerabile lo stesso Gelli, mentre proseguiva non ufficialmente l’esistenza di una loggia segreta P2, con a capo ovviamente ancora il Gelli. Il meccanismo si perfezionò l’anno seguente, quando la P2 “regolare” venne sospesa, inaugurando un regime di doppia verità: ufficialmente i lavori della loggia Propaganda n. 2 erano sospesi, benché in realtà la stessa loggia, nella sua versione “segreta”, non soltanto continuasse ad esistere, ormai al di fuori di ogni controllo da parte del gran maestro e del G.O.I., ma proliferasse ben oltre ogni precedente storico fino ad assumere dimensioni abnormi, reclutando in tutta Italia ed al di fuori di qualsiasi regola tradizionale. Con l’infoltimento delle fila della P2 e con l’affiliazione di personalità sempre più “importanti” nei suoi elenchi, noti soltanto al Gelli, il prestigio di quest’ultimo si accrebbe a dismisura dentro e fuori la massoneria, fino a farne una sorta di gran maestro occulto, in alternativa al gran maestro effettivo, e tanto da lasciar ipotizzare un rapporto diarchico tra il Salvini ed il Gelli.

A sua volta, l’unificazione con il “gruppo” Bellantonio fu di breve durata. Infatti nel settembre del 1975 Francesco Bellantonio venne espulso dal G.O.I. e rifondò, con una parte dei suoi seguaci, un’ennesima G. L. “di piazza del Gesù”. Gli stessi rapporti con le Grandi Logge statunitensi, tradizionale punto di forza nella “politica estera” del G.O.I., vennero messi in crisi dalla crescente diffusione in Italia, consentita e/o voluta dal Salvini, divenuto sinceramente e acriticamente anglofilo dopo il ricordato “riconoscimento”, del sistema dell’Arco Reale inglese, in concorrenza con il già presente Arco Reale americano, a sua volta collegato con l’organizzazione internazionale di questo sistema rituale “ad alti gradi”: furono necessari chiarimenti ed intermediazioni per evitare che si arrivasse ad una rottura con le Grandi Logge americane.

Costretto a dimissioni anticipate rispetto alla scadenza del proprio mandato, a causa di pressioni esercitate dalle Grandi Logge statunitensi, che minacciavano il disconoscimento, Lino Salvini si rassegnò a cedere il maglietto di gran maestro (rimase effettivamente in carica fino al 18 novembre 1978, dopo le dimissioni annunciate nell’assemblea di Gran Loggia del 18-19 marzo 1978). Al suo posto venne eletto Ennio Battelli.

L’elezione del nuovo gran maestro non segnò alcuna visibile rottura con la precedente gestione. Giordano Gamberini continuò a dirigere la Rivista Massonica (che dal febbraio 1980 cambiò formato e denominazione, mutata in Hiram), nonché ad assistere il Gelli nelle ammissioni alla P2. In particolare il Battelli continuò a mantenere un abbastanza regolare rapporto con Licio Gelli, cui, come per il passato, continuava ad essere demandata in totale autonomia la conduzione della P2, che anzi in quegli anni vide un’espansione senza precedenti, con numerose affiliazioni di importanti personaggi del mondo politico, burocratico, bancario, militare, editoriale ed industriale.

Nel 1980 il Gelli, al culmine del suo potere, rilasciò al giornalista Maurizio Costanzo, affiliato alla P2, un’intervista, pubblicata sul quotidiano Il Corriere della Sera del 5 ottobre, nella quale vantava in modo esplicito la propria influenza e le proprie “entrature” ai massimi livelli politici del Paese, suscitando accesissime polemiche su tutta la stampa.

Il 17 marzo 1981 la guardia di finanza, per ordine dei magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, effettuò una perquisizione a Castiglion Fibocchi, dove sequestrò documenti appartenenti a Licio Gelli, tra i quali un elenco di 953 nominativi appartenenti alla “loggia” P2: vi figuravano quarantaquattro parlamentari, tre ministri, un segretario di partito, i capi dei servizi segreti, dodici generali dei carabinieri, cinque generali della guardia di finanza, ventidue generali dell’esercito, quattro dell’aeronautica, otto ammiragli, una folla di magistrati, prefetti, questori, banchieri, grandi uomini di affari, giornalisti, editori, ambasciatori, alti funzionari pubblici, etc. Lo scandalo fu enorme. Cadde lo stesso governo in carica nel Paese e fu istituita una commissione parlamentare di inchiesta, mentre il nuovo governo Spadolini provvedeva ad elaborare un testo normativo, che si sarebbe concretizzato nella legge 25 gennaio 1982, n. 17.

La difesa del G.O.I. e del suo gran maestro Battelli fu assai debole, né altrimenti sarebbe stato possibile, in quanto era emerso che le attività semi clandestine del Gelli si erano svolte all’insaputa della Comunione ma non della ristretta cerchia di governo dell’Ordine. Con sentenza del 31 ottobre 1981 la corte centrale del G.O.I., presieduta da Armando Corona, decretò l’espulsione del Gelli dall’Ordine.

La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas.

La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2.



17 marzo 1981- La villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo è stata perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Sembra che si sia trovata, fra l'altro, una lista di 962 iscritti alla loggia, denominata P2, di cui Licio Gelli è "maestro venerabile" (Comunic. Ansa del 17 marzo 1981, ore 12,18)

I giudici milanesi Turone e Colombo arrivarono alla scoperta degli archivi di Gelli indagando sul finto rapimento e il soggiorno in Sicilia del bancarottiere Michele Sindona. Dovettero muoversi autonomamente con l'appoggio di pochi fidati e segretamente, omettendo di avvertire i loro stessi vertici, in quanto la P2 contemplava nei suoi ranghi quasi la totalità delle più alte cariche dello Stato.

6 MAGGIO 1981 - Roma - La sede della massoneria italiana a Palazzo Giustiniani è stata perquisita per ordine della magistratura romana. L'operazione è stata compiuta dai carabinieri, che per tutta la notte scorsa, sotto la direzione del sostituto procuratore DOMENICO SICA, hanno esaminato numerosi carteggi e il contenuto di tutti gli archivi". ( Ib. ore 13,27).

Al centro dell'inchiesta c'è l'attività della Loggia P2, il cui capo è LICIO GELLI. Il suo nome è balzato più colte in questi ultimi tempi alla ribalta della cronaca. Ciò ha indotto il procuratore Achille Gallucci ad ordinare l'apertura di un'inchiesta che comunque non interferirà sui procedimenti che su Gelli sono in corso da tempo in altre città italiane. La procura vuole accertare la fondatezza delle numerose accuse che in questi ultimi tempi sono state rivolte da quotidiani e settimanali alla Loggia P2, della quale farebbero parte personaggi di primo piano della vita nazionale" ( Ib. ore 16,30).

21 MAGGIO 1981 - ROMA - L'ufficio stampa della presidenza del consiglio dei ministri ha distribuito in serata l'elenco dei nomi degli iscritti alla P2. Si tratta di fotocopie. Ogni nome è preceduto da un numero di fascicolo e da un numero di gruppo; segue un "codice", al quale talvolta segue il numero della tessera e un appunto relativo alle quote sociali". (Ib. ore 00,22).
Nella lista ci sono 52 alti ufficiali dei carabinieri, 50 dell'esercito, 37 della Guardia della Finanza, 29 della marina, 11 questori, 5 prefetti, 70 imprenditori, 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati, 14 magistrati.

22 MAGGIO 1981 - Roma - Ordine di cattura per Licio Gelli. La procura della repubblica ha emesso ordine di cattura contro Licio Gelli e contro l'ex ufficiale dei carabinieri Antonio Viezzer. Ad entrambi viene contestato l'art. 257 del codice penale che punisce lo spionaggio politico o militare con al reclusione non inferiore a 15 anni". (Ib. ore 17,48)

5 GIUGNO 1981- Il tenente colonnello Luciano Rossi, l'ufficiale che era stato chiamato dal sostituto procuratore a testimoniare sulla Loggia P2, e sul ritrovamento dei documenti a Castel Fibocchi, viene rinvenuto cadavere al secondo piano della sede del nucleo centrale della polizia tributaria in via dell'Olmata a Roma. E stato trovato con un colpo di pistola sparato con la sua calibro 9 d'ordinanza alla tempia. Si parla subito di suicidio e il caso subito archiviato.
E' il primo "cadavere eccellente", e il primo "suicidio".

7 LUGLIO 1981 - Primo effetto (o panico) degli "affaires" P2 (Corriere, Calvi, Gelli. Ambrosiano, Sindona ecc.). La Borsa di Milano dopo una valanga di vendite che fa bruciare in un mattino miliardi su miliardi con un ribasso dei titoli del 20% sono sospese le contrattazioni e viene chiusa per 6 giorni. Quando riapre il 13, i titoli perdono un altro 10%.

9 LUGLIO 1981 - Roberto Calvi tenta il suicidio in carcere. Ha assunto dei barbiturici e si è svenato il polso destro con una lametta da barba. E' stato rinvenuto dopo cinque ore, alle sette del mattino. Ricoverato al Mangiagalli è fuori pericolo. Il mattino alle 9 doveva presentarsi dal sostituto procuratore Gerardo d'Ambrosio. Si svolge una movimentata seduta in Parlamento. Longo sulla P2 (c'è anche il suo nome fra gli iscritti) parla di "scandalismo" su tutta la vicenda e si dichiara "inorridito da certe Pubbliche amministrazioni nei riguardi di presunti iscritti alla P2".

24 LUGLIO 1981 il Governo Spadolini decide lo scioglimento della loggia P2, nell'ambito delle norme che puniscono le società segrete e i loro appartenenti.

9 DICEMBRE 1981 viene formata la commissione d'inchiesta sulla P2 (20 deputati e 20 senatori) presieduta dalla democristiana Tina Anselmi. Al suo insediamento ha affermato "Non lasceremo nulla di intentato per far luce di verità su un fenomeno tanto inquietante nella vita della repubblica" (ib 9 dic. 1982, ore 14,32).

Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
Organizzazione Gladio
La presenza di una struttura stay-behind in Italia risale al 1949, seppure con un nome diverso da Gladio 

Gladio è il nome di un'organizzazione clandestina di tipo "stay behind" ("stare in retroscena") promossa dai servizi d'informazione italiani e dalla NATO per contrastare un'eventuale invasione sovietica dell'Italia.

Malgrado Gladio sia propriamente utilizzato in riferimento solo alla "stay-behind" italiana (o, secondo alcuni, la principale e più duratura tra diverse stay-behind che operarono in Italia), il termine è stato applicato dalla stampa anche ad altre operazioni di tipo stay-behind. Durante la guerra fredda, quasi tutti i paesi dell'Europa occidentale organizzarono reti stay-behind sotto controllo NATO.

L'esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dal membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra, durante il suo processo, fu riconosciuta dal Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una "struttura di informazione, risposta e salvaguardia". Gladio è stata accusata di aver tentato di influenzare la politica interna usando la strategia della tensione.
Stemma associato all'Organizzazione Gladio

Stemma associato all'Organizzazione Gladio

Negli anni '50, era comune negli ambienti NATO la convinzione che, in caso di guerra contro l'Unione Sovietica, questa avrebbe potuto occupare inizialmente gran parte del territorio dell'Europa occidentale, in quanto le forze corazzate sovietiche avrebbero potuto agevolmente travolgere le prime linee di resistenza. Si ipotizzava che una prima linea di resistenza effettiva avrebbe potuto essere approntata sul Reno. Questo avrebbe comunque comportato la perdita di buona parte della Germania Occidentale, dell'Italia settentrionale e della Danimarca.

Durante la Seconda Guerra mondiale, gli Alleati avevano coordinato l'attività dei movimenti resistenziali nei paesi occupati dall'Asse attraverso una rete di organizzazioni, coordinate da una speciale branca dei servizi d'informazione del Regno Unito, il SOE (Special Operations Executive). Il SOE venne dismesso dopo la fine del conflitto, ma fu riattivato all'inizio degli anni '50, come nucleo di una nuova organizzazione che aveva il compito di porre in essere una rete di resistenza nei vari paesi europei, nel caso questi fossero stati occupati dall'Armata Rossa o nel caso i comunisti avessero preso il potere attraverso un colpo di stato.

Un primo gruppo di nazioni (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) costituì dunque il CPC, Comitato per il coordinamento, per pianificare, in caso d'invasione, le attività comuni svolte dai rispettivi servizi d'informazione in supporto alle operazioni militari dell'Alleanza atlantica. La struttura di coordinamento era sottoposta alla direzione del Comando supremo delle forze alleate in Europa (SHAPE).

Oltre ai tre paesi fondatori, diversi altri paesi NATO entrarono successivamente nella struttura. L'Italia lo fece in via ufficiale nel 1964, ma già in precedenza erano attivi accordi bilaterali tra SIFAR (l'allora Servizio d'Informazione delle Forze Armate) e CIA tesi ad arruolare ed addestrare nuclei di operativi in grado di organizzare la resistenza armata sul territorio occupato da un'invasione o controllato da "forze sovversive".

Nel 1964, oltre all'Italia, i paesi aderenti erano Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania Occidentale, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. In seguito, aderirono anche Danimarca e Norvegia. Altri paesi NATO, come Grecia, Turchia, Spagna e Portogallo non entrarono mai, a quanto risulta, nel comitato di coordinamento. Peraltro, organizzazioni simili, pur non collegate con la struttura NATO, vennero probabilmente create in quasi tutti i paesi occidentali che temevano un'invasione sovietica, compresi stati neutrali come Austria, Finlandia, Svezia e Svizzera.

L'esistenza di queste forze militari NATO clandestine rimase un segreto strettamente sorvegliato durante tutta la guerra fredda fino al 1990, quando il primo troncone della rete internazionale fu reso pubblico in Italia. Il suo nome in codice era Gladio, la parola che indica la corta spada a doppio taglio usata dai Romani. Il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990. L'Italia insistette che identiche forze armate clandestine erano esistite anche in tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale. Questa ammissione si rivelò corretta e successive ricerche trovarono che nel Belgio, le forze segrete della NATO erano state denominate in codice SDRA8, in Danimarca Absalon, in Germania TD BJD, in Grecia LOK, nel Lussemburgo Stay-Behind, nei Paesi Bassi I&O, in Norvegia ROC, nel Portogallo Aginter, in Svizzera P26, in Turchia Contro-Guerriglia ed in Austria OWSGV. I nomi in codice degli eserciti segreti in Francia, in Finlandia, in Spagna ed in Svezia rimangono tuttavia sconosciuti.

Al momento solo Italia, Belgio e Svizzera condussero indagini parlamentari, mentre l'amministrazione del presidente americano George H. W. Bush rifiutò di commentare, essendo nel mezzo dei preparativi per una guerra contro Saddam Hussein nel Golfo Persico, e temendo potenziali danni per l'alleanza militare."

Operante in tutta la NATO, Gladio era coordinata dal Clandestine Planning Committee, l'organo multinazionale controllato dal Belgio dallo SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe). In un articolo dell'"International Herald Tribune" datato 13 novembre 1990, Joseph Fitchett parla della "Resistenza della Nato", e dice che queste reti anticomuniste, finanziate in parte dalla CIA, erano presenti in tutta Europa, comprese nazioni neutrali come Svezia e Svizzera.Lo scopo principale dell'Operazione Gladio era di contrastare una possibile invasione dell'Europa occidentale da parte dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia attraverso sabotaggio e atti di guerriglia dietro le linee nemiche. La NATO temeva il fatto che l'Unione Sovietica possedesse un'ampia superiorità per potenza militare convenzionale, da cui l'Europa occidentale e la NATO non avrebbero potuto sperare di sconfiggere l'Armata Rossa in un conflitto diretto senza ricorrere all'uso delle armi nucleari. Le organizzazioni "stay-behind" della NATO rappresentavano una possibilità di combattere nel caso di una sconfitta militare dovuta alla supremazia militare dell'Unione Sovietica. Le sue cellule clandestine erano destinate a "stare nascoste" (stay behind in inglese, da cui il nome) in territori controllati dal nemico e comportarsi come movimenti di resistenza, conducendo sabotaggi, guerriglia e uccisioni. Vennero considerate altre forme di resistenza clandestina e non convenzionale, come le "operazioni false flag" (attentati e simili operazioni rivendicate sotto falsa bandiera per fomentare divisioni politiche), e attacchi terroristici.

Gladio aveva come asse centrale il Gehlen Org, utilizzando molti ex nazisti, e si presume che la loggia massonica segreta P2 abbia lavorato con esso (il Gran Maestro, Licio Gelli, era un membro di Gladio). Il fondatore della CIA Allen Dulles fu una delle persone chiave nell'istituire l'operazione Gladio, e la maggior parte delle operazioni di Gladio fu finanziata dalla CIA. Il leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro (assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978) talvolta è stato associato da qualcuno a Gladio. Il suo omicidio tuttavia mise fine al compromesso storico tra il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), che sembra fosse uno degli obiettivi della strategia della tensione seguita da Gladio.

Sebbene la temuta invasione sovietica fosse divenuta, col passar degli anni, sempre più improbabile, le organizzazioni "stay-behind" e le loro strutture continuarono ad esistere.

Negli ultimi decenni, in particolar modo dopo la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, sono emersi numerosi indizi e sospetti sulle relazioni intrattenute da queste organizzazioni o da personaggi ad esse collegate con l'eversione di destra e con tentativi di colpo di stato.

In Italia, si è ipotizzato il coinvolgimento di Gladio, o di sue strutture e suoi membri, nella cosiddetta strategia della tensione. In Germania l'esecutore di un attentato nel 1980 a Monaco di Baviera, ha riferito che l'esplosivo proveniva da un deposito della Stay-behind tedesca. In un articolo del 7 novembre 1990 del quotidiano francese "Le Monde", un ufficiale della Gladio francese affermò che "a seconda dei casi, avremmo dovuto contrastare o favorire il terrorismo di estrema sinistra o estrema destra"[2]. Secondo un articolo del dicembre 1990 del "Guardian" a firma di Ed Vulliamy, la prima ragione della scoperta di Gladio fu "un gruppo di giudici che esaminavano lettere scoperte a Milano in ottobre, nelle quali, prima del suo omicidio, il leader democristiano Aldo Moro affermava di temere che "un'organizzazione ombra" accanto ad "altri servizi segreti dell'Occidente […] potrebbero essere implicati nella destabilizzazione [politica nde] del nostro Paese"[3].

Secondo la recente storiografia azioni di Gladio o di gruppi dei Servizi italiani all'interno della strategia della tensione potrebbero anche rientrare negli obblighi determinati dalle direttive del Piano Demagnetize.

Gladio viene costituita con un protocollo d'intesa tra il Servizio italiano e quello statunitense del 26 novembre 1956, nel quale però vi era stato un esplicito riferimento ad accordi preesistenti: nella relazione inviata dal presidente del Consiglio Andreotti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e sulle stragi il 17 ottobre 1990 verrà segnalato che con quella intesa tra SIFAR e CIA erano stati "confermati tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti".

Nel giugno 1959 il Servizio segreto italiano entrò a far parte del "Comitato di pianificazione e coordinamento", organo di SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) (si veda il documento desecretato). Nel 1964, del "Comitato clandestino alleato (ACC)", emanazione del suddetto Comitato di pianificazione e coordinamento e costituito tra paesi che intendevano organizzare una resistenza sul proprio territorio, in caso di aggressione dall'Est e, a quanto sembra, anche nell'eventualità di "sovvertimenti interni".

Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti, capo del governo italiano, rivelò alla Camera dei Deputati l'esistenza di Gladio, che fu quindi la prima organizzazione aderente alla rete "stay-behind" ad essere resa pubblica. Oltre a prepararsi per una invasione sovietica, il ramo italiano avrebbe dovuto agire in caso di elezione in Italia di un governo comunista. Poiché l'Italia era la nazione in cui era più probabile l'elezione a mezzo di libere elezioni di un governo a guida comunista (il PCI raccolse, dal 1963 in poi, una percentuale sempre superiore al 25% del voto popolare, con punte del 34,4%, e alcune correnti della DC reputavano possibile un suo coinvolgimento nel governo), il ramo italiano di Gladio divenne anche la più grossa organizzazione "stay-behind" della NATO.

Quando l'esistenza di Gladio divenne di pubblico dominio venne pubblicato un elenco di 622 "gladiatori", ufficialmente tutti i partecipanti dalla fondazione allo scioglimento dell'organizzazione, ma da più parti questa lista è stata considerata incompleta, sia per il ridotto numero di operativi, ritenuto troppo basso rispetto ai compiti dell'organizzazione estesi in quasi 40 anni, sia per l'assenza nella lista di alcuni personaggi che da indagini successive (e in alcuni casi per loro stessa ammissione) avevano fatto parte dell'organizzazione.

L'attentato di Piazza Fontana del 1969, che inaugurò gli anni di piombo in Italia, e la Strage dell'Italicus del 1974 furono attribuite da alcune indagini ed inchieste ad operativi di Gladio. Nel 1989 Stefano Delle Chiaie, accusato di aver avuto un ruolo nell'attentato di Piazza Fontana, fu arrestato a Caracas, in Venezuela ed estradato in Italia. Delle Chiaie fu comunque assolto dalla Corte d'Assise di Catanzaro nel 1989, assieme all'altro accusato Massimiliano Fachini, dal momento che non c'erano prove del loro coinvolgimento nell'attentato. Secondo il membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra: "L'esplosione del dicembre 1969 fu probabilmente il detonatore che convinse le autorità politiche e militari a dichiarare uno stato di emergenza"[5]

Nel 1977 i servizi segreti italiani vennero riorganizzati, al fine di evitare derive antidemocratiche: la Legge 801 del 24 ottobre 1977 istituì il SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), il SISDE (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) e il CESIS (Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza), ovvero un servizio segreto civile, uno militare ed un organismo di coordinamento, presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri. L'omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982, ad opera della mafia a Palermo è considerato come parte della strategia della tensione, a causa degli arresti operati dallo stesso ai danni delle Brigate Rosse negli anni precedenti, ed in particolare dei membri storici Renato Curcio e Alberto Franceschini nel settembre del 1974, nonché della sua inchiesta in merito al rapimento di Aldo Moro nel 1978.

Il membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra confessò nel 1984 al giudice Felice Casson di aver compiuto l'attentato terroristico di Peteano il 31 maggio 1972, nel quale tre carabinieri erano rimasti uccisi. Fino all'interrogatorio di Vinciguerra, erano state le Brigate Rosse ad essere accusate dell'attentato.

Nel novembre 1995 i terroristi neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro vennero condannati all'ergastolo in qualità di esecutori materiali della Strage di Bologna del 1980, per la quale era stata accusata l'influenza diretta di Gladio; Licio Gelli, capo della loggia P2 ed ex agente dell'OSS/CIA, fu condannato per aver sviato le indagini, così come Francesco Pazienza e gli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Il fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, che era stato coinvolto nel Golpe Borghese del 1970, venne anch'esso accusato di coinvolgimento nella strage di Bologna[6].

Nel 2000 il rapporto del Gruppo "Democratici di Sinistra- L'Ulivo", stilato in seno ad una Commissione parlamentare, concludeva che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Stati Uniti d'America per "impedire al PCI, e in certo grado anche al PSI, di raggiungere il potere esecutivo nel paese".Secondo Daniele Ganser, il generale Gian Adelio Maletti, ex capo del controspionaggio italiano (direttore Reparto D del Sid), confermò nel marzo del 2001 che la CIA avrebbe potuto promuovere il terrorismo in Italia.

Gladio in Austria

Nel 1947 in Austria venne svelata una struttura segreta stay-behind, che era stata costruita da due appartenenti all'estrema destra, Soucek e Rössner. Il cancelliere Theodor Körner graziò gli accusati in circostanze non chiarite. Nel 1965 le forze di polizia scoprirono un deposito di armi stay-behind in una vecchia miniera vicino a Windisch-Bleiberg, circostanza che costrinse le autorità austriache a rilasciare una lista con la posizione di altri 33 analoghi nascondigli in Austria.

 Gladio in Belgio 

L'assassinio del presidente del Partito Comunista Belga Julien Lahaut, nel 1950, ebbe un significato nazionale e internazionale, nel quale venne sospettata l'influenza della rete anti-comunista Gladio [7]. Nel 1985 il Massacro del Brabante venne collegato ad un complotto interno all'organizzazione stay-behind belga SDRA8, alla gendarmeria belga SDRA6, al gruppo di estrema destra Westland New Post, e alla Defense Intelligence Agency (DIA), il servizio segreto del Pentagono. Nel 1990, il quartier generale della struttura stay-behind del Comitato Clandestino Alleato (ACC), si incontra il 23 e 24 ottobre dello stesso anno sotto la presidenza del generale belga Van Calster, direttore del servizio segreto militare belga (SGR). Nello stesso anno, il Parlamento Europeo condanna in una risoluzione la NATO e gli Stati Uniti, per aver manipolato la politica europea tramite le strutture stay-behind.

Gladio in Finlandia 

Nel 1945 il ministro degli interni finlandese Leino svela la chiusura di un esercito segreto stay-behind. Nel 1991 i mass media svedesi rivelano che un gruppo segreto stay-behind era esistito nella neutrale Finlandia, con una base in esilio a Stoccolma. Il ministro della difesa finlandese Elisabeth Rehn etichetta la rivelazione come "una favola", aggiungendo cautamente "o almeno una storia incredibile, di cui non so nulla.".

Gladio in Francia 


Nel 1947 il ministro degli interni francese Edouard Depreux rivelò l'esistenza di un esercito segreto stay-behind in Francia, dal nome in codice "Plan Bleu". L'anno seguente, venne creato il "Comitato Clandestino dell'Unione Occidentale" (WUCC), per coordinare la guerra segreta non ortodossa. Nel 1949 il WUCC viene integrato nella NATO, il cui quartier generale viene stabilito in Francia, con il nome di "Clandestine Planning Committee" (CPC). Nel 1958 la NATO fonda il Comitato Clandestino Alleato (ACC) per coordinare la guerra segreta. Quando la NATO stabilisce il nuovo quartier generale europeo a Bruxelles, l'ACC, con il nome in codice SDRA11, viene nascosto all'interno del servizio segreto militare belga (SGR), che ha il suo quartier generale vicino a quello della NATO.

L'illegale Organisation de l'Armée Secrète (OAS) viene creata con membri della stay-behind francese e ufficiali della Guerra francese in Vietnam. Nel 1961 l'OAS inscenò un fallito colpo di stato ad Algeri, col supporto della CIA, contro il governo De Gaulle.

Le reti La Rose des Vents ("Rosa dei venti") e Arc-en-ciel ("Arcobaleno"), erano parte di Gladio. Secondo voltairenet.org, François de Grossouvre era il capo di Gladio in Francia, fino al suo presunto suicidio avvenuto il 7 aprile 1994[8]. Il capitano Paul Barril, assieme ad altri, sostiene che venne assassinato.

Gladio in Germania

Nel 1952 l'ex ufficiale delle SS Hans Otto rivelò alla polizia criminale di Francoforte l'esistenza dell'esercito stay-behind fascista tedesco BDJ-TD. Gli estremisti di destra arrestati vennero misteriosamente trovati non colpevoli. Nel 1976 il segretario del BND Heidrun Hofer venne arrestato dopo aver rivelato i segreti dell'esercito stay-behind tedesco al marito, che era una spia del KGB.

Nel 2004 il capo dello spionaggio Norbert Juretzko pubblicò un libro sul suo lavoro al BND. Entrò nei dettagli riguardo al reclutamento di partigiani per la rete di stay-behind. Venne cacciato dal BND dopo un processo segreto contro di lui, perche il BND non riuscì a trovare il vero nome della fonte russa "Rubezahl" che aveva reclutato. Un uomo con lo stesso nome che Juretzko aveva fatto, venne arrestato dal KGB a causa del suo tradimento per il BND, ma era ovviamente innocente, il suo nome era stato scelto a caso da Juretzko, prendendolo dall'elenco telefonico.

Secondo Juretzko, il BND costruì la sua branca di Gladio, ma scoprì dopo la caduta della DDR che era completamente noto alla STASI. Quando la rete venne smantellata, emersero ulteriori strani dettagli. Un direttore dello spionaggio aveva tenuto l'equipaggiamento radio nella cantina di casa, con la moglie che eseguiva le chiamate di prova ogni 4 mesi, sulla base del fatto che l'equipaggiamento era troppo "prezioso" perché restasse in mano a civili. Juretzko lo venne a sapere perché il direttore aveva smantellato la sua sezione della rete così velocemente che non ci fu tempo di adottare misure quali il recupero di tutte le atrezzature tenute nascoste.

I civili reclutati come partigiani stay-behind erano equipaggiati con una radio a onde corte clandestina, con una frequenza fissa. Questa era dotata di una tastiera cifrata, che rendeva inutile l'uso del codice Morse. Avevano inoltre da parte ulteriori atrezzature per segnalare a elicotteri o sottomarini di sbarcare agenti speciali che avrebbero dovuto stare nelle loro case mentre preparavano operazioni di sabotaggio contro i comunisti.

Secondo il perpetratore della bomba dell'Oktoberfest del 1980 a Monaco, gli esplosivi provenivano da un nascondiglio di Gladio vicino al villaggio di Uelzen.


Gladio in Grecia
In Grecia l'esercito stay-behind Forza d'Incursione Ellenica prese il controllo del ministero della difesa greco e diede vita ad un colpo di stato installando il "Regime dei Colonnelli" (1967-1974), che si renderà in seguito protagonista di maltrattamenti, violenze e torture tra le più efferate degli ultimi cinquant'anni, anche se tra le meno note.

 Gladio in Norvegia

Nel 1957 il direttore del servizio segreto norvegese (Etterretningstjenesten), Vilhelm Evang, protestò duramente contro la sovversione interna del suo paese tramite gli Stati Uniti e la NATO e ritirò temporaneamente l'esercito stay-behind norvegese dagli incontri del CPC. Nel 1978 la polizia scoprì un nascondiglio di armi stay-behind e arrestò Hans Otto Meyer che rivelò l'esistenza dell'esercito segreto norvegese.

 Gladio nei Paesi Bassi

Un grande nascondiglio di armi venne scoperto nel 1983 vicino al villaggio di Velp nei Paesi Bassi. Il governo fu costretto a confermare che le armi erano correlate ai progetti NATO di guerra non ortodossa.

Gladio in Portogallo

Nel 1966 la CIA crea la Aginter Press, la quale, sotto la direzione del Capitano Yves Guerin Serac, dirige un esercito segreto stay-behind e addestra i suoi membri alle tecniche di azione sotto copertura, comprese esercitazioni di attentati terroristici, assassinii silenziosi, tecniche di sovversione, comunicazioni clandestine, infiltrazione e guerra coloniale. Nel 1969 in Mozambico la Aginter Press assassina Eduardo Mondlane, capo del movimento di liberazione FRELIMO (Frente de Libertação de Moçambique).

 Gladio in Spagna

Nel maggio 1976, un anno dopo la morte di Francisco Franco, due Carlisti vennero uccisi da terroristi di estrema destra, tra cui l'operativo di Gladio Stefano Delle Chiaie e membri dell'Alleanza Anticomunista Argentina (Tripla A), dimostrando collegamenti tra Gladio e la "Guerra Sporca" sudamericana. L'anno seguente, col supporto di terroristi di estrema destra italiani, la stay-behind compie la strage di Atocha, a Madrid, dove in un attacco a un ufficio legale strettamente legato al Partito Comunista di Spagna uccidono cinque persone.

Gladio in Svezia

Nel 1951 l'agente della CIA William Colby, in servizio alla stazione CIA di Stoccolma, aiuta all'addestramento di eserciti stay-behind nelle neutrali Svezia e Finlandia e nei paesi NATO di Norvegia e Danimarca. Nel 1953 la polizia arresta l'estremista di destra Otto Hallberg e scopre l'esercito stay-behind svedese. Hallberg viene liberato e le accuse contro di lui vengono misteriosamente lasciate cadere.

Gladio in Svizzera 

Nel 1990 il Colonnello Herbert Alboth, ex comandante dell'esercito segreto stay-behind svizzero (P26), dichiara in una lettera confidenziale al dipartimento della difesa di essere disposto a rivelare "tutta la verità". Viene trovato in seguito nella sua casa, accoltellato con la sua stessa baionetta. Il dettagliato rapporto parlamentare sull'esercito segreto svizzero viene presentato al pubblico il 17 novembre.

 Gladio nel Regno Unito

Nel Regno Unito, il primo ministro Winston Churchill creò lo Special Operations Executive (SOE) nel 1940, per assistere i movimenti di resistenza ed eseguire operazioni di guerriglia in territorio occupato dall'Asse. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le organizzazioni stay-behind vennero istituiti grazie all'esperienza e al coinvolgimento di ex ufficiali del SOE.

L'organizzazione britannica funzionò fino agli anni '60.


 Le richieste FOIA 

Tre richieste FOIA (Freedom of Information Act) sono state presentate alla CIA, la quale le ha respinte con la replica standard: "La CIA non può confermare né smentire l'esistenza o l'inesistenza di registrazioni che rispondano alla vostra richiesta." Una richiesta venne presentata dal National Security Archive nel 1991; un'altra dalla commissione del Senato italiano guidata dal Senatore Giovanni Pellegrino nel 1995, riguardante Gladio e l'omicidio di Aldo Moro; l'ultima nel 1996, da Olivier Rathkolb, dell'Università di Vienna, per conto del governo austriaco, riguardante gli eserciti segreti stay-behind, dopo la scoperta di un nascondiglio di armi.







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23 marzo 2008
Walter Rossi: 30 settembre 1977
 

La storia di Walter Rossi, giovane romano di venti anni assassinato in un agguato coordinato tra polizia e fascisti, fa parte del lungo elenco di tragedie politiche che hanno caratterizzato e marcato indelebilmente sessanta anni di "democrazia" repubblicana.

Tragici eventi che hanno visto protagonisti servizi segreti civili e militari, forze dell’ordine, fascisti, gruppi stranieri, organizzazioni più o meno segrete, l’Alleanza Atlantica, le basi americane presenti in Italia, il tutto coperto e protetto dalla magistratura e dalla classe politica.



Come tutti sanno, di gran parte di questi fatti di sangue non si conoscono mandanti ed esecutori, di molti altri è stata garantita l’impunità.

La morte di Walter non è stata ritenuta degna neanche di un processo nonostante siano stati individuati i responsabili materiali, i mandanti e le coperture che questi hanno avuto e ricevono tuttora dalle istituzioni.

Il suo assassino, Cristiano Fioravanti, vive libero sotto falso nome, stipendiato dallo Stato, i fascisti che hanno spalleggiato l’assassino non sono mai stati condannati, i poliziotti che erano presenti all’omicidio non sono mai stati giudicati, così come i responsabili delle sedi missine coinvolte nella preparazione e attuazione dell’omicidio, come i dirigenti di polizia presenti da ore sul luogo della tragedia.

Un fatto come tanti di giustizia negata che ha marcato ulteriormente la vita di migliaia di cittadini di questo paese subendo oltre allo strazio di una perdita violenta, l’insulto infame della negazione della verità, arrivando oggi all’imposizione del silenzio, dell’oblio, sotto la logica dell’"equidistanza" tra vittime e carnefici, della pari dignità tra valori di libertà, uguaglianza e solidarietà con quelli di oppressione, disprezzo per i deboli, eliminazione del dissenso.

Le associazioni che da più di quaranta anni combattono con la sola arma della memoria i crimini di questa repubblica, si sono purtroppo moltiplicate, anche se sempre più isolate, tentano di riportare anno dopo anno la questione della giustizia nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni.

A lungo si è richiesta giustizia per Walter come per le vittime delle stragi e assassini ai danni di cittadini ignari, di giovani, di operai, di contadini, scontrandosi inevitabilmente con il muro di gomma dello Stato fatto di coperture, insabbiamenti, menzogne, processi farsa e assoluzioni a priori per assassini in divisa, omertà nei confronti di organizzazioni segrete eversive, cosche massoniche e mafiose.

Le speranze che alcuni nutrivano che l’avvento della seconda repubblica potesse finalmente chiudere con la vergogna di un passato indegno di una nazione civile, si sono rapidamente trasformate in pura illusione e la "corruzione del potere" come disse qualcuno, si è manifestata in tutta la sua potenza coinvolgendo tutti, cattivi e buoni, confermando nei primi il servilismo e nei secondi, con poche eccezioni, un generale collaborazionismo.

Il silenzio istituzionale che accompagnava ieri tutti coloro che richiedevano rispetto per gli impegni scritti e sanciti dalla Costituzione e per le regole dettate dalle leggi è diventato oggi derisione.

I valori nati dalla lotta di liberazione sono equiparati a quelli di coloro che hanno collaborato al massacro dei propri concittadini e compaesani, l’ideologia razzista e imperialista a quella della solidarietà e della pace, l’impunità dei potenti alla giustizia sociale, lo Stato totalitario a quello garante dei diritti dei più deboli, il diritto al lavoro alla schiavitù del precariato, la possibilità di integrazione per i cittadini migranti affondata insieme alle loro imbarcazioni nel mare di Sicilia o rinchiusa nei CPT.

Per chi ha vissuto la stagione magnifica della speranza del cambiamento, e la feroce e spietata repressione che ne è seguita, non è difficile comprendere a cosa è servito tutto questo sangue e le enormi menzogne che lo hanno accompagnato.

Gli scopi di allora sono stati raggiunti, lo sconvolgimento radicale del contratto sociale nato alla fine dell’ultimo conflitto, profondamente vincolato dai valori dalla resistenza antifascista, è stato in gran parte compiuto.

Il terrorismo di stato iniziato alla fine degli anni ’60, ha raggiunto il suo scopo, impaurendo i molti dalla coscienza in vendita, ottenebrando la mente degli altri, impedendo di vedere, giudicare, ragionare, ribellarsi.

La realtà di oggi conferma la volontà di chi, ieri, ha messo bombe, costituito organizzazioni clandestine per un rafforzamento del controllo sociale, per il passaggio da una democrazia formale repubblicana ad uno stato di polizia dove fossero ridotti al silenzio qualsiasi stimolo innovatore e sociale.

Ormai da più parti si denuncia la limitazione crescente della libertà di critica e di pensiero, la limitazione del diritto al voto, l’ignoranza dei diritti costituzionali, l’ineguaglianza delle leggi, l’impoverimento di sempre più ampie fasce di popolazione, la diffusione capillare del controllo sociale. I pochi che tentano di opporsi vengono messi al bando, nelle istituzioni come nei giornali, nelle reti televisive, nei partiti, nei sindacati.

L’uso del terrorismo mediatico, la diffusione dell’insicurezza e della paura prosegue l’opera iniziata con le bombe fatte esplodere nelle banche, nelle piazze, sui treni. Lo stato di emergenza è diventato una costante: emergenza contro le stragi, contro il terrorismo, contro la malavita organizzata, contro la corruzione, l’immigrazione, l’islam, l’aids, la droga, internet, arrivando alla criminalizzazione dei lavavetri e di tutti coloro che possono definirsi "diversi" solo perché poveri e emarginati, a giustificazione della blindatura progressiva del sistema dei privilegi e delle ingiustizie.

Le recenti prese di posizione di sindaci di "sinistra" sul rafforzamento del controllo poliziesco rende, se necessario, ancor più chiaro la deriva giustizialista dell’ex-sinistra e la continuità storica e politica con il processo reazionario iniziato a suon di bombe, maggior controllo dei conflitti sociali, minor stato sociale, più controllo poliziesco. In sintesi la funzione tradizionale di mediazione dello stato nello scontro tra il conservatorismo dei potenti e il progressismo delle masse, si trasforma in pura struttura di repressione.

Per quello che ci riguarda continueremo a denunciare l’omertà perenne di forze politiche, media e magistratura; le responsabilità politiche di ieri e di oggi, l’infamante accordo politico in nome della spartizione bilaterale del potere che calpesta i morti che hanno insanguinato le strade di questo paese per difendere i diritti di tutti.

In questo processo repressivo e reazionario il ruolo delle organizzazioni storiche della sinistra non è stato semplicemente subalterno, debole o incapace a reagire, ha contribuito in maniera determinante con le strutture di controllo e repressione istituzionale.

Non vogliamo discutere qui della sorte di quella sinistra, attendiamo che la deriva centrista iniziata ai tempi di Berlinguer, quando i partiti si sono fatti stato e i sindacati azienda, si concluda al più presto, demolendo le residue illusioni di chi ancora crede stoicamente nell’alternativa riformista.

La continua impunità è stata garantita anche da governi di "sinistra" ai criminali di allora e di oggi, il silenzio continua ad accompagnare lo stravolgimento del Diritto, dove si è imposto il principio inquisitorio, l’applicazione di leggi che puniscono l’intenzione di commettere reati, la corresponsabilità morale, la retroattività delle leggi, il fermo di polizia, la carcerazione preventiva, l’impunibilità dei crimini commessi dalle forze dell’ordine, in pratica la legalizzazione della pena di morte.

Niente contrasta il potere enormemente ampliato delle forze di polizia di perquisire, intercettare, limitare i movimenti fino al confino di fascista memoria, oggi chiamato soggiorno obbligato, le perquisizioni personali senza autorizzazioni del magistrato.

L’introduzione di reati di opinione come "l’associazione a fini di terrorismo e contro l’ordinamento democratico" che si abbina all’associazione sovversiva già esistente, il reato di "insurrezione contro lo stato", sono tutti reati associativi che puniscono il fine anche in assenza del reato e che violano apertamente il principio sancito dall’art. 27 della Costituzione che recita "La responsabilità è personale".

Non leggiamo ne udiamo voci che si alzano per denunciare la vendetta giudiziaria perpetrata con i regimi speciali di detenzione, la vergogna delle carceri speciali dove i più elementari diritti sono concessi e negati in forma premiale e ricattatoria a totale discrezione dell’amministrazione penitenziaria, concetto che peggiora addirittura l’art. 280 del regolamento Rocco del 1931 che prevedeva la decisione del Magistrato di sorveglianza per i regimi di punizione.

Come non abbiamo mai sentito da nessuno sdegno per le torture più volte eseguite su indiziati e fermati nelle caserme, nelle carceri e nei commissariati, sia su detenuti politici che comuni, dagli anni dell’"emergenza terrorismo" a Genova nel 2001.

La difesa dell’ordine democratico è la corta coperta con cui si tentano di celare leggi fatte per garantire impunità ai potenti, e quelle che non si faranno mai per garantirne gli interessi personali; l’impunità di responsabili di stragi e di organizzazione clandestine armate; i mille e più nomi dell’organizzazione P2 che ancora vengono tenuti nascosti, i traditori dell’organizzazione segreta Gladio elevati a presidenti della repubblica, i criminali politici e comuni che siedono in parlamento insieme a fascisti e razzisti.

Come la cosiddetta "democrazia dell’alternanza" nasconde le truffe elettorali, il voto obbligato senza la scelta dei candidati, il bipolarismo, due facce della stessa medaglia, che celano il futuro partito unico, l’inesistente libertà di stampa, il progressivo impoverimento della maggioranza a favore dell’arricchimento smisurato di pochi, l’interesse economico come valore incontrastato, le guerre pacifiste umanitarie, la non sovranità nazionale con l’occupazione militare di padroni stranieri.

In tutto questo non è difficile comprendere che la rivendicazione di Giustizia è lotta di libertà e di indipendenza, per il rispetto dei diritti delle persone, del diritto all’incolumità, del diritto di parola, del diritto alla verità. E’ lotta per la democrazia.

Non abbiamo interlocutori, tanto meno abbiamo bisogno di parole di solidarietà o di simpatia, è da tempo che abbiamo rinunciato a chiedere, sappiamo che la giustizia non passa per le aule dei tribunali, che la verità non viene scritta sui giornali, che i partiti rappresentano solo se stessi.

Quel che è certo è che facciamo parte dell’altra società, quella di chi non ha rappresentanti politici ne voce sui media, quella a cui vengono negati i diritti fondamentali, quella che non può permettersi un futuro perché emarginata dalla condanna del precariato.

Quello che possiamo fare è solo denunciare, anno dopo anno, la deriva reazionaria del sistema politico italiano e sperare nel necessario sovvertimento dell’ordine cosiddetto democratico.

L’evidente irreparabile incompatibilità tra potere e diritti ci porta ormai a chiedere di schierarsi, non ci sono più vie di mezzo, chi continua ad affermarlo, in buona o cattiva fede, per noi ha scelto da che parte stare.

Non è la nostra.

30 settembre 2007

tratto da " Associazione Walter Rossi "




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23 marzo 2008
Dittatura dei colonnelli ( 1967 - 1974 )
 

 

Dittatura dei colonnelli (t? ?α?est?? t?? S??tα?µαtα????), nota anche come La Giunta (? ????tα), è il nome che viene usato per indicare il periodo compreso negli anni dal 1967 al 1974, quando la Grecia venne governata da una serie di governi militari anticomunisti saliti al potere il 21 aprile 1967 con un colpo di stato.Il colpo di stato del 1967, ed i seguenti sette anni di dittatura militare, furono la conseguenza dell’anomala situazione politica sviluppatasi nel dopoguerra. Secondo gli accordi di Yalta, l'influenza politica nella penisola spettava per il 70% agli USA e per il restante 30% ai sovietici (mentre nelle restanti nazioni europee c'era una chiara dominanza dell'una o dell'altra parte). Data tale convivenza di interessi e la mancanza di una casa reale autorevole, gruppi cospiratori di destra e di sinistra fomentarono le tensioni sociali già esistenti, che sfociarono inizialmente n

Dopo l'occupazione della Grecia da parte delle forze dell'Asse Roma-Berlino, nel 1941, si sviluppò un forte movimento di resistenza partigiana organizzato nell'EAM (Fronte Nazionale di Liberazione) e nell'ELAS (Esercito Nazionale Popolare di Liberazione) controllati dal KKE (Partito Comunista greco).
Il movimento partigiano riuscì a prendere il controllo di alcune parti del territorio, soprattutto nelle zone montuose dell'entroterra, istituendo una Commissione Politica di Liberazione (Politiki Epitropi Apeleftherosis, PEEA) con funzioni di governo. Per contrastare le forze partigiane e risparmiare forze del Reich, il comando nazista, in collaborazione con il
governo fantoccio di Ioannis Rallis, istituì nel 1943 i "Battaglioni di Sicurezza" (???µαtα ?sfα?e?α?), squadre armate dai nazisti e agli ordini del capo delle SS in Grecia Walter Simana, che combatterono contro l'ELAS. A maggio del 1944 rappresentanti delle forze politiche della resistenza greca e il governo in esilio si incontrarono in Libano per una conferenza sul futuro governo dopo la liberazione. Ci fu un accordo che prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale di 24 membri, 6 dei quali provenienti dalla PEEA. Nell'ottobre del 1944, dopo la liberazione, il governo di unità nazionale con primo ministro Geórgios Papandréu si insediò ad Atene. Il re rimase al Cairo in quanto si stabilì che sarebbe stato un referendum a decidere sulla monarchia. Nel dicembre del 1944 tutti i membri del governo appartenenti all'EAM si dimisero in segno di protesta per il disarmo dell'ELAS voluto dagli inglesi. Una massiccia manifestazione al centro di Atene fu contrastata dalle forze inglesi con l'aiuto di ex-collaborazionisti del regime nazista facendo 28 morti. Questo fu il primo atto della guerra civile che, dopo un mese di guerriglia urbana, portò alla ritirata dell'ELAS, e successivamente all'accordo del suo disarmo con l'accordo di Varkiza nel febbraio del 1945.

Dopo un breve intervallo la guerra civile riprese a marzo del 1946 e dopo alterne vicende terminò nel 1949 con la sconfitta della sinistra e la messa fuori legge del KKE, che vide molti suo membri costretti all'emigrazione per evitare le dure repressioni interne che seguirono.
Durante gli anni della guerra civile, e fino al 1952, i governi erano formati da coalizioni di partiti di centro con maggioranze instabili, e travagliati da continue accuse di corruzione ed inefficienza che permisero ad enti extranazionali come la
CIA di operare tranquillamente sul proprio territorio. Nel 1952, con l'adozione del sistema maggioritario, al posto del proporzionale fino ad allora vigente, iniziò una serie di governi monocolori di destra.

ella guerra civile greca combattuta dal 1945 al 1949, e successivamente in governi deboli e precari.

Agli inizi degli anni sessanta il governo era ancora in mano alla destra ma iniziavano a evidenziarsi segnali di una richiesta di maggior libertà. Nel 1963 l'assassinio del parlamentare del partito EDA (Sinistra Unita Democratica) Grigoris Lambrakis, da gruppi parastatali di destra, provocò una profonda emozione e anche una serie di manifestazioni di protesta che culminarono con le dimissioni del capo del governo, Konstantinos Karamanlis, nel giugno 1963.
Le elezioni per il parlamento del novembre
1963 videro la vittoria dell'Unione Democratica di Centro con il 42% dei voti, il cui leader Geórgios Papandréu formò un governo con il supporto dell'EDA. Ma vedendo il nuovo corso, rassegnò quasi subito le dimissioni puntando sulla maggioranza assoluta. Nelle successive elezioni a febbraio del 1964, ottenne il 53% dei voti e un'ampia maggioranza in parlamento con 171 seggi su 300. Per la prima volta dal 1952, si presentava un governo non appartenente alla destra e con forte appoggio popolare.

Il giovane e inesperto re Costantino II, succeduto al padre Paolo deceduto nel marzo del 1964, nel tentativo di mantenere il controllo sull'esercito, si scontrò con il primo ministro Papandréu. Nel luglio del 1965, con il pretesto della scoperta, all'interno dell'esercito, di un gruppo di cospiratori di sinistra, rifiutò le dimissioni del ministro della Difesa, carica che Papandréu voleva assumere egli stesso, constringendo alle dimissioni quest'ultimo. Iniziò così una stagione turbolenta, di governi incapaci di ottenere la fiducia in parlamento, e proteste popolari, che culminerà con il colpo di stato del 1967.

Sfruttando i poteri concessogli dalla costituzione, immediatamente dopo le dimissioni (verbali) di Papandréu il 15 luglio 1965, il sovrano nominò primo ministro il presidente del parlamento Georgios Athanasiadis-Novas che, malgrado l'appoggio dei dissidenti dell'Unione di Centro, guidati da Costantino Mitsotakis, e dei conservatori, non riusci a ottenere il voto di fiducia.

Il 20 agosto 1965 Georgios Athanasiadis-Novas fu rimpiazzato da Ilias Tsirimokos che non ebbe però miglior fortuna e che si dimise il 17 settembre non avendo ottenuto la fiducia dal parlamento. In seguito a questi fallimenti, Costantino II indusse alcuni dei dissidenti, guidati da Stephanos Stephanopoulos a formare un governo di uomini del re, governo che resistette fino al 22 dicembre 1966, avversato dai sostenitori di Papandréu e minato da una crescente ondata di scioperi e proteste.

In seguito alle dimissioni di Stephanopulos il re affidò il compito di formare un governo ad interim a Ioannis Paraskevopoulos con la promessa di convocare nuove elezioni per il maggio 1967. Anche questo governo ebbe vita travagliata ed il 3 aprile 1967 fu rimpiazzato da un altro governo ad interim guidato dal leader dell'Unione Radicale Nazionale Panagiotis Kanellopoulos. Le elezioni vennero fissate per il 27 maggio di quell'anno e molte indicazioni facevano pensare che l'Unione di Centro avrebbe ottenuto la maggioranza in parlamento.Intanto già dal 1966, all’interno dell’esercito si formarono vari gruppi di ufficiali che puntavano a varie forme di intervento che avrebbero evitato la presa del potere all’Unione di Centro e le probabili epurazioni che avrebbero seguito. Secondo un’analisi dell’ambasciata USA del maggio 1966, un gruppo di 11 generali, guidati da Georgios Spantidakis, comandante in capo dell'esercito greco, avrebbe studiato un piano che prevedeva la presa del potere da parte dell’esercito e la nomina di Panagiotis Pipinelis (?α?α???t?? ??p??????) politico ultraconservatore fedelissimo al sovrano, come primo ministro. Il re, che fu messo al corrente del piano, diede il suo assenso. Del piano furono informati anche i capi dell’Aeronautica e della Marina, e alcuni uomini politici. Nel novembre 1966, fu elaborato il piano, che si basava sul piano Prometheus che era stato predisposto per contrastare una ipotetica sollevazione comunista, con l’aggiunta dell’arresto di alcuni uomini politici e giornalisti. Il piano si sarebbe attivato su richiesta del re e comunque prima delle imminenti elezioni. Contemporaneamente venne formato, ad un livello più basso, un gruppo di ufficiali capeggiati dal colonnello George Papadopoulos, i quali vennero introdotti ai preparativi del colpo di stato e dislocati al comando di varie formazioni in postazioni strategiche. Il gruppo di Papadopoulos, al quale appartengono il brigadiere Stylianos Pattakos (St???α??? ?αttα???) e il colonnello Nikolaos Makarezos (?????α?? ?α?α?????), di fronte ai temporeggiamenti degli ufficiali maggiori, e temendo l’avvicinamento delle elezioni decide di agire individualmente senza attendere il via libera del monarca.

Nella notte fra il 20 ed il 21 aprile 1967 venne dato a tutti gli appartenenti al gruppo degli insurrezionisti il segnale per agire. Alle 2:00 Papadopoulos, Makarezos e il colonnello Ioannis Ladas (??????? ?αd??) entrarono nella sede dello Stato Maggiore dell’Esercito e annunciarono al comandante in capo George Spantidakis il colpo di stato. Spantidakis non si oppose, anzi facilitò i piani dei colonnelli. Alle 2:30 un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Georgios Konstantopoulos occupò il Ministero della Difesa. Contemporaneamente le truppe al comando del brigadiere Stylianos Pattakos guadagnarono il controllo dei centri di comunicazione, del parlamento e del palazzo reale. Le unità mobili della Polizia Militare (Elliniki Stratiotiki Astynomia ESA) seguendo liste già predisposte dal capo Ioannis Ladas, arrestarono più di 10.000 persone. Dirigenti politici, incluso il primo ministro Panagiotis Kanellopoulos, figure di rilievo ed anche semplici cittadini che avessero mostrato simpatie per la sinistra, furono arrestati o messi nella condizione di non poter comunicare.

L'ambasciatore USA ad Atene Phillips Talbot disapprovò il complotto militare affermando che esso rappresentava uno stupro alla democrazia al che il responsabile della CIA ad Atene, Jack Maury, rispose come è possibile stuprare una prostituta?

I tre dirigenti del colpo di stato fecero visita alle 5:30 della mattina del 21 aprile al re, nella sua residenza estiva di Tatoi che era stata circondata dai carri armati agli ordini dei rivoltosi.
In un primo tempo il sovrano cercò di opporre resistenza e congedò i militari chiedendo loro di ritornare in compagnia di Spantidakis. In seguito, nella stessa giornata, raggiunse il ministero della difesa situato a nord del centro di Atene che era diventato il centro della rivolta. Il re ebbe un colloquio con Kannellopulos, che vi era trattenuto in stato di arresto, il quale cercò di convincerlo a interrompere qualsiasi dialogo con gli insurrezionistii e di denunciarli pubblicamente.
Infine Costantino II decise di collaborare giustificando la sua iniziale indecisione con la motivazione che essendo rimasto isolato e quindi all'oscuro sulla situazione non aveva potuto agire immediatamente. In seguito il monarca cercò di giustificare il suo atteggiamento affermando di aver cercato di prendere tempo per poter organizzare un contro-colpo nei confronti dell Giunta militare.
Comunque, nei fatti, il nuovo governo ebbe un'origine legale essendo stato legittimato dal capo dello stato, circostanza che ebbe un notevole peso sulla definitiva presa del potere da parte dei militari. In seguito Costantino II cercò di ritornare, senza successo, sulla sua decisione. Per molti greci l'atteggiamento di Costantino II lo legò indissolubilmente ai colonnelli, convinzione che giocò un ruolo fondamentale nella decisione finale di abolire la monarchia, decisione sancita nel 1974 attraverso un referendum popolare.

La sola concessione che il re ottenne fu che fosse un civile ad essere nominato primo ministro. Venne scelto Constantine Kollias, un magistrato membro dell'Areios Pagos, la più alta corte di giustizia dell'ordinamento greco, monarchico convinto. Kollias fu comunque solamente un paravento ed il potere effettivo rimase nelle mani dei militari ed in particolare di Papadopoulos che assunse in breve il ruolo di uomo forte della Giunta militare.
Formalmente la legalità fu rispettata in quanto la costituzione greca prevedeva che il re avesse il potere di nominare il primo ministro a prescindere dal voto di fiducia del parlamento.
Fu questo governo, costituito in poche ore nella giornata del 21 aprile, che formalizzò il colpo di stato adottando l'atto costituente, un emendamento, equivalente ad un totale rivolgimento costituzionale, che cancellava le elezioni ed aboliva di fatto la costituzione stessa, che avrebbe dovuto essere sostituita da una nuova definita in futuro e che quindi permetteva al governo di gestire il paese governando per decreto.

Questi decreti non dovevano essere firmati dal sovrano, che già non aveva firmato l'atto costituzionale e questo permise a Costantino di affermare, in seguito, di non aver mai vidimato alcun documento istituente la Giunta militare. I critici affermarono che il sovrano non aveva fatto nulla per impedire la costituzione del governo militare e soprattutto con la designazione di Kollias aveva di fatto legalizzato il colpo di stato.
Uno dei primi atti del nuovo governo fu confermare l'istituzione della legge marziale, azione annunciata dalla radio di stato durante lo svolgimento della sollevazione.I colonnelli preferivano riferirsi al colpo di stato del 21 aprile come a una rivoluzione per salvare la nazione. La loro giustificazione ufficiale fu che cospiratori comunisti si fossero infiltrati nella burocrazia, nelle università, nei centri di comunicazione ed anche nell'esercito, rendendo quindi necessaria una azione drastica per proteggere la Grecia da un rivolgimento.
Così la principale caratteristica della Giunta fu un implacabile anticomunismo unito alla costante battaglia contro gli invisibili, ma sempre presenti, agenti del comunismo.
Il termine anarcocomunisti (α?α?????µµ????st??) fu spesso usato per indicare tutti coloro con idee di sinistra.
In quest'ottica la Giunta cercò di influenzare l'opinione pubblica non solo con la propaganda ma anche inventando nuove parole che esprimessero i concetti chiave della sua ideologia come palaiokommatismos (vetero-partitismo) e Ellas Ellinon Christianon (La Grecia dei cristiani greci).
La creazione di nemici veri e fittizi fu una pratica usuale.
Ateismo, cultura pop, musica rock, hippies, erano aspetti della cospirazione comunista.
Nazionalismo e moralismo cristiano divennero i valori principali.Durante il periodo della dittatura il governo greco ebbe stretti rapporti di collaborazione e sostegno con diverse formazioni della destra italiana, sia parlamentari, come il Movimento Sociale Italiano, che extraparlamentari, come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, e con certuni ambienti eversivi del SID, i servizi segreti italiani. Giovani neofascisti italiani spesso si recavano in Grecia per studiare, così come i rampolli della nomenklatura fascista greca approdavano nelle università italiane.In breve tempo i rapporti tra il re e la giunta militare si deteriorarono. I militari non avevano nessuna intenzione di spartire il potere con nessuno mentre il giovane re, come il padre prima di lui, ambiva ad avere un ruolo di primo piano nella politica e non intendeva diventare il paravento dell'amministrazione militare.
Benché i colonnelli, apertamente anticomunisti, fossero favorevoli alla NATO e affermassero di vedere negli USA un punto di riferimento, il loro scarso prestigio internazionale, ed anche il dissenso interno, portarono il presidente USA
Lyndon B. Johnson a consigliare a Costantino II, durante una sua visita negli States, nell'autunno 1967, un cambiamento di governo.
Il re prese il consiglio come l'indicazione di organizzare un contro colpo di stato anche se gli USA non collaborarono poi in nessun modo alla sua realizzazione.
Costantino II decise di far scattare la sua mossa il
13 dicembre del 1967. Essendo la capitale, Atene, saldamente in mano al governo militare il re progettò di trasferirsi, in aereo, a Kavala, una piccola città ad est di Salonicco nel nord della Grecia. Qui sperava di essere circondato da truppe fedeli solamente alla corona. Il piano, vago e scarsamente studiato, prevedeva poi di avanzare nella presa di Salonicco, seconda città della Grecia e capitale della Grecia del nord. Il piano prevedeva la formazione di una governo alternativo a quello militare che, grazie al riconoscimento internazionale ed alle pressioni interne costringesse i militari a liberare il campo permettendo al re un trionfale ritorno nella capitale.
La mattina del 13 dicembre, in effetti, il re insieme con la regina Anna Maria e con i due figli, Alexia e Pavlos, con la madre, Frederika di Hannover e la sorella Irene si trasferì usando il proprio aereo personale a Kevala. Insieme al sovrano andò anche il primo ministro Kollias.
Inizialmente il piano sembrò avere successo, il re venne ben accolto a Kevala, che dal punto di vista militare era sotto il controllo di un generale fedele alla corona. Marina ed aeronautica, entrambe fortemente monarchiche, e che non avevano preso parte al colpo di stato di aprile, si dichiararono immediatamente favorevoli al sovrano e si mobilitarono. Altri generali fedeli alla corona tagliarono tutte le comunicazioni tra Atene ed il nord.
Malgrado questi primi, apparenti successi, il piano si rivelò un fallimento a causa della sua eccessiva fiducia nel fatto che gli ordini emessi dai generali venissero immediatamente eseguiti. Altro motivo di debolezza della posizione del re fu il non aver cercato la collaborazione con le forze politiche contrarie al regime.
In pratica, nell'arco di poche ore la situazione si ribaltò, i quadri intermedi dell'esercito arrestarono i generali monarchici e avanzarono verso Kevala con lo scopo di arrestare il re.
Comprendendo che il suo piano era fallito, Costantino lasciò la Grecia insieme alla sua famiglia, a bordo del suo aeroplano per atterrare a
Roma nelle prime ore del 14 dicembre.
Costantino II rimase in esilio volontario fino a quando i militari rimasero al potere (benché fino al
1 giugno 1973 fosse ancora nominalmente re di Grecia) e non rientrò più in patria come re.Quando Costantino II si allontanò da Atene, e poi dalla Grecia, nel dicembre 1967 prese con sé il primo ministro Kollias lasciando quindi il paese formalmente privo di governo, mancando sia il capo dello stato che il capo del governo.
Questa situazione non risultò però particolarmente problematica per la giunta militare, infatti il Consiglio della Rivoluzione, composto da Pattakos, Papadopoulos e Makazeros, fece pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale una risoluzione che nominava il maggior generale
Georgios Zoitakis in qualità di reggente.
Subito dopo la pubblicazione del decreto Zoitakis chiamò Papadopoulos alla carica di primo ministro. La posizione del reggente fu ulteriormente confermata dalla modifica della costituzione varata nel
1968 benché il sovrano in esilio non riconoscesse la reggenza.
Nel 1972 Zoitakis, entrò in scontro con gli altri membri della giunta militare e fu sostituito nella reggenza da Papadopoulos stesso. Nonostante in quegli anni l'effige del re rimanesse sulle monete, negli uffici pubblici ecc., lentamente i militari allontanarono le istituzioni dalla monarchia. Le esenzioni fiscali a favore della famiglia reale furono abolite, la complessa rete di istituzioni controllate dalla corona fu trasferita allo stato, le insegne reali furono rimosse dalle monete, la marina e l'aereonatutica cessarono di essere regie ed i giornali ricevettero il divieto di pubblicare fotografie o interviste a Costantino II.Per guadagnare consenso al suo governo, Papadopoulos fu abile nel proiettare un'immagine ammiccante ad alcuni settori della società greca. Il contadino povero, conservatore, religioso, con il suo rozzo galateo, il suo linguaggio semplice, il suo nome ampiamente diffuso (Georgios Papadopoulos è uno dei nomi più diffusi in Grecia) divenne una figura importante. Papadopoulos stesso si presentò come un amico dell'uomo qualunque. I figli delle famiglie povere delle aree rurali non ebbero altra possibilità di educazione se non attraverso le accademie militari e vennero posti in contrapposizione con gli abitanti delle città, l'elite educata in maniera occidentale.
La musica moderna di origine occidentale fu bandita dalle trasmissioni radiofoniche mentre vennero promosse la musica e l'arte tradizionali.
Oltre a questo il regime avviò una politica economica di sviluppo delle aree rurali spesso trascurate dai precedenti governi che avevano favorito invece lo sviluppo sulle aree industriali urbane.
Le posizioni del regime furono meno ben accette tra i membri delle classi medie ma l'instabilità politica che aveva caratterizzato gli anni precedenti portò molti cittadini a sperare in un governo più stabile, situazione che in effetti si realizzò sotto il regime militare. Nel complesso i colonnelli non ebbero grandi difficoltà nell'estendere il loro controllo su tutto il paese. Sul piano internazionale il regime ebbe il tacito appoggio degli USA impegnati nella
guerra fredda con l'URSS. La posizione della Grecia, ai confini con il blocco orientale, ne fece un'importante pedina nel gioco internazionale. Gli USA, in base alla dottrina Truman fornirono milioni di dollari per sostenere l'economia greca.
L'atteggiamento degli USA verso la giunta fu valutato essere la causa del diffuso sentimento anti-americano che caratterizzò gli anni seguenti alla caduta del regime militare.
L'atteggiamento degli altri stati europei fu meno accomodante e nel
1972 il regime greco decise di uscire dal Consiglio d'Europa allo scopo di prevenire l'espulsione dal suddetto organismo. Molti paesi dell'Europa occidentale, tra cui l'Italia, dettero asilo a profughi politici greci. Il regime però raccolse simpatie nell'estrema destra occidentale: Almirante lo definì dovuto a necessità.Durante il periodo in cui rimase al potere, la giunta militare soppresse le normali libertà civili. I partiti politici vennero sciolti e vennero istituiti tribunali militari speciali. Molte migliaia di supposti comunisti e di oppositori politici vennero imprigionati o esiliati in remote isole dell'arcipelago greco.
Amnesty International inviò, segretamente, osservatori in Grecia e rilevò che la tortura era una pratica usata comunemente sia dalla polizia ordinaria che dalla polizia militare (un osservatore statunitense, membro di Amnesty, scrisse nel dicembre 1969 che un conteggio per difetto di coloro che erano stati sottoposti a torture assommava almeno a duemila individui).Negli anni che vanno dal 1967 al 1972 si andò organizzando l'opposizione al regime dei colonnelli, sia interna che estera. In aggiunta alla prevedibile posizione della sinistra, il regime dovette anche affrontare un opposizione legata ai vecchi partiti della destra fedeli alla corona. A tutto ciò si aggiunse lo scontento degli uomini d'affari danneggiati dall'isolamento internazionale in cui venne a trovarsi la Grecia, oltre a quello della classe media pesantemente danneggiata dalla crisi economica che i militari furono incapaci di affrontare malgrado i consistenti aiuti provenienti dagli USA.
L'unico tipo di risposta che il regime fu in grado di fornire a tutte le opposizioni fu la repressione poliziesca che maggiormente si accanì contro gli esponenti della sinistra. Numerosi furono i casi di incarceramenti senza processo e di uso della tortura.

Gli elementi democratici presenti nella società greca si organizzarono quasi subito nel tentativo di ostacolare la politica della Giunta. Già all'inizio del 1968 si erano formati numerosi gruppi, sia in esilio che in patria, che chiedevano il ritorno della democrazia, tra questi si possono ricordare il Movimento di Liberazione Panellenico (PAK), Difesa democratica, l'Unione Socialista Democratica; gruppi che traevano la loro origine da tutto lo scenario della sinistra greca, grande parte del quale si trovava ormai, come il Partito Comunista, nella clandestinità. Tra le prime azioni contro la Giunta vi fu il tentativo di assassinare Papadopoulos, il 13 agosto 1968.
L'azione ebbe luogo durante il trasferimento dell'uomo forte della Giunta dalla sua residenza estiva a
Lagonisi verso Atene.

Il piano prevedeva l'esplosione di una bomba in un punto della strada costiera dove la limousine di Papadopoulos doveva rallentare. Il piano fallì e l'attentatore Alekos Panagulis venne catturato poche ore dopo mentre cercava di fuggire a bordo di un battello.
Panagoulis venne portato nella sede della polizia militare dove venne percosso e torturato. Il
17 settembre 1968 venne condannato a morte ma la sua condanna non venne mai eseguita nel timore delle reazioni sia interne che internazionali. Dopo la caduta della Giunta, Panagoulis venne eletto membro del parlamento.

Nel 1969, Costa Gavras pubblicò il film Z, basato su un libro del celebrato scrittore di sinistra Vassilis Vassilikos. Il film, sottoposto a censura, presentava un resoconto minimamente romanzato degli eventi che circondarono l'assassinio del politico dell'EDA, Gregoris Lambrakis, nel 1963. Il film venne girato per catturare un senso di rabbia nei confronti della giunta. La colonna sonora del film venne composta da Mikis Theodorakis, imprigionato dalla giunta, e venne introdotta illegalmente nel paese per essere aggiunta alle altre composizioni ispiratrici di Theodorakis.

Il funerale di Geórgios Papandréu Senior, il 1 novembre 1968, si tramutò spontaneamente in una grossa manifestazione contro la giunta. Migliaia di ateniesi disobbedirono agli ordini dei militari e seguirono il feretro fino al cimitero. Il governo reagì con l'arresto di 41 persone.

Il 28 marzo 1969, dopo due anni segnati da una diffusa censura, detenzioni politiche e torture, Giorgos Seferis (che aveva ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1963) prese posizione contro la Giunta. Egli rese una dichiarazione al BBC World Service [1], con copie distribuite simultaneamente a tutti i quotidiani greci. In un discorso contro i colonnelli, egli dichiarò appassionatamente che "Questa anomalia deve finire". Seferis non visse abbastanza per vedere la fine della Giunta. Anche il suo funerale, il 20 settembre 1972, venne trasformato in una massiccia dimostrazione contro il governo militare.

La Giunta esiliò migliaia di persone, sulla base del fatto che erano comuniste e/o "nemiche della nazione". Molte di queste vennero sottoposte al confino su isole greche deserte come Makronisos, Gyaros, Gioura o disabitate come Leros, Agios Eustratios o Trikeri. I personaggi più noti erano in esilio all'estero, e molti di essi ebbero un sostanziale coinvolgimento nella resistenza, organizzando proteste nelle capitali europee, o aiutando a nascondere i rifugiati greci. Melina Merkouri, attrice e cantante e, dopo il 1981 ministro della cultura; Mikis Theodorakis, compositore; Costas Simitis, primo ministro dal 1996 al 2004; e Andreas Papandreou, primo ministro dal 1981 al 1989 e nuovamente dal 1993 al 1996, furono tra questi. Alcuni scelsero l'esilio incapaci di sopportare la vita sotto la Giunta. Ad esempio a Melina Merkouri venne permesso di entrare in Grecia, ma rimase lontana per sua scelta.

Nelle prime ore del 19 settembre 1970, in piazza Matteotti a Genova, lo studente di geologia Kostas Georgakis si diede fuoco per protestare contro la dittatura del governo di George Papadopoulos. La Giunta ritardò l'arrivo delle sue spoglie a Corfù per quattro mesi, temendo reazioni pubbliche e proteste. All'epoca la sua morte provocò scalpore in Grecia e altrove, in quanto fu la prima tangibile manifestazione della profondità della resistenza contro la Giunta. Georgakis è l'unico eroe della resistenza alla Giunta noto per aver protestato togliendosi la vita ed è considerato il precursore delle successive proteste studentesche, come quella del Politecnico. Il comune di Corfù ha eretto un monumento in suo onore nei pressi della sua casa natale.Con l'obiettivo di risolvere la questione costituzionale e contrastare la crescente opposizione al regime, Papadopoulos varò una nuova costituzione che abolì la monarchia e fece della Grecia una repubblica. Il referendum per l'approvazione della nuova costituzione si tenne all'inizio del 1973 e, grazie anche a brogli e pressioni, dette un risultato quasi unanime a favore del nuovo testo. Dopo il referendum Papadopoulos assunse, il 1 giugno 1973, la carica di presidente della repubblica.Il 23 maggio 1973 il cacciatorpediniere Velos, al comando di Nicholaos Pappas, mentre era impegnato in una manovra coordinata NATO si ammutinò, rifiutando di ritornare in Grecia, come forma di protesta verso il governo militare.
La protesta scoppiò quando, durante un pattugliamento tra la penisola italiana e la
Sardegna, il capitano e gli ufficiali ricevettero via radio la notizia che in Grecia erano stati arrestati alcuni ufficiali di marina che avevano contestato il regime. Il comandante del Velos faceva parte di un gruppo di ufficiali democratici decisi ad obbedire alla costituzione.
Pappas convinto che l'arresto dei suoi compagni avesse negato ogni speranza di poter agire dall'interno, decise di portare la situazione del suo paese all'attenzione dell'opinione pubblica con un gesto clamoroso.
Dopo aver comunicato all'equipaggio le sue intenzioni ed averne registrato l'adesione alla protesta, il comandante del Velos comunicò le sue intenzioni al quartier generale della NATO citando il preambolo dell'atto di costituzione della NATO stessa: ...tutti i governi... sono determinati a difendere la libertà, i diritti e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, della libertà individuale e del governo della legge e dopo aver lasciato la formazione fece rotta verso
Roma. Dopo aver ancorato il Velos di fronte a Fiumicino un gruppo di rivoltosi a bordo di alcune lance, prese terra e direttisi all'aeroporto telefonarono alle agenzie di informazione internazionale, comunicando l'ammutinamento e la decisione di tenere una conferenza stampa il giorno seguente.
L'azione del Velos produsse un notevole interesse internazionale. Il capitano, sei ufficiali e venticinque sottufficiali ottennero asilo politico in Italia. In realtà l'intero equipaggio avrebbe voluto seguire il comandante ma gli ufficiali chiesero loro di rimanere a bordo e di ritornare in Grecia allo scopo di comunicare alle famiglie ed agli amici quanto era accaduto.
Il Velos ritornò in Grecia il mese successivo con un nuovo equipaggio. Dopo la caduta del governo militare il comandante Pappas e gli altri ammutinati rientrarono in patria dove vennero reintegrati nei ranghi della marina.

Il 14 novembre 1973 gli studenti del Politecnico di Atene entrarono in sciopero ed avviarono una forte protesta contro la Giunta. Nelle prime fasi della protesta non vi fu alcuna reazione da parte del governo militare cosicché gli studenti poterono barricarsi all'interno degli edifici e mettere in funzione una stazione radio (usando materiale trovato nei laboratori) che trasmetteva nell'area di Atene. Migliaia di lavoratori e di giovani si unirono alla protesta sia dentro che fuori l'università.

Nelle prime ore del 17 novembre Papadopoulos ordinò all'esercito di porre fine alla protesta. Un carro armato Amx 30 abbatté i cancelli del Politecnico, che era stato completamete privato di illuminazione attraverso lo spegnimento della rete elettrica cittadina, travolgendo gli studenti che vi si erano arrampicati sopra.

Secondo le indagini svolte dopo la caduta della Giunta nessuno studente rimase ucciso dall'azione del carro armato anche se i feriti furono moltissimi, ed alcuni di essi rimasero poi invalidi. Negli scontri che seguirono l'intervento dell'esercito rimasero uccisi 24 civili, tra i quali almeno uno ucciso a sangue freddo da un ufficiale.

Il 25 novembre 1973 a seguito della sanguinosa repressione della rivolta del Politecnico di Atene del 17 novembre, ed alle proteste interne ed internazionali seguite ai fatti, il generale Dimitrios Ioannides rimosse Papadopoulos e tentò di mantenere il potere nelle mani dei militari malgrado il crescere dell'opposizione interna al regime.

Nel luglio del 1974 il tentativo di Ioannides di rovesciare l'arcivescovo Makarios III, presidente di Cipro, attraverso un colpo di stato militare condotto dall'organizzazione filo-ellenica EOKA-B condusse la Grecia sull'orlo della guerra con la Turchia.
Questa infatti, come risposta all'azione greca, invase militarmente la parte nord dell'isola instaurando un governo filo-turco, non riconosciuto dal diritto internazionale.

La prospettiva della guerra contro la Turchia fece sì che una parte degli ufficiali più anziani togliesse il suo appoggio alla giunta ed al suo uomo forte Ioannides. I membri della giunta militare, dopo aver nominato presidente Phaedon Gizikis, convocarono una riunione di uomini politici comprendente Panagiotis Kanellopoulos, Spiros Markezinis, Stephanos Stephanopoulos, Evangelos Averoff e altri con l'obiettivo di formare un governo di unità nazionale che portasse il paese alle elezioni. Essendo stata osteggiata l'originaria ipotesi di affidare l'incarico di primo ministro a Panagiotis Kanellopoulos, il presidente Gizikis infine si risolse a proporre l'incarico a Konstantinos Karamanlis, che dal 1963 risiedeva a Parigi dopo essere stato più volte primo ministro negli anni '50.
Karamanlis accettò e giunse ad Atene a bordo dell'aereo personale del presidente francese
Valéry Giscard d'Estaing.

Le elezioni del novembre 1974 videro la vittoria di Nuova democrazia, il partito fondato da Karamanlis che venne così confermato nel ruolo di primo ministro.

 




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 23/3/2008 alle 18:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
23 marzo 2008
Madri di Plaza de Mayo
 

Le Madri di Plaza de Mayo (in spagnolo Asociación Madres de Plaza de Mayo) è una associazione formata dalle madri dei desaparecidos, ovvero i dissidenti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983.

L'emblema delle Madri di Plaza de Mayo dipinto sulla pavimentazione della celebre piazza di Buenos Aires.
L'emblema delle Madri di Plaza de Mayo dipinto sulla pavimentazione della celebre piazza di Buenos Aires.

L'associazione della Madri di Plaza de Mayo è una organizzazione argentina dedita all'attivismo nel campo dei diritti civili composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. Il loro emblema, un fazzoletto bianco annodato sulla testa, è il loro simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati. Il loro nome è originato dal nome della celebre piazza di Buenos Aires, Plaza de Mayo, dove queste donne coraggiose si riunirono per la prima volta e da allora, ogni giovedì pomeriggio, esse si ritrovano nella piazza e la percorrono in senso circolare, attorno alla piramide che si torva al centro, per circa mezz'ora. Nel 1986 la associazione si divise in Asociación Madres de Plaza de Mayo, e in Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora, in seguito a forti divergenze sorte all'interno dell'organismo circa l'opportunità di accettare le riparazioni economiche per la perdita dei loro figli offerte dall'allora presidente radicale Raul Alfonsin. Alcune madri, che allora si trovavano in condizioni economiche decisamente critiche, a causa della perdita dei loro familiari e della crisi economica che stava colpendo l'Argentina, decisero di accettare le riparazioni, e comunque non rinunciando a combattere per la verità e la giustizia. Le madri capeggiate da Hebe de Bonafini, decisero di abbandonare l'organizzazione originaria, che da allora in poi prese il nome di Madres de Plaza de Mayo - Linea Fundadora, e di fondare l'Asociación Madres de Plaza de Mayo. Da allora le traiettorie delle due associazioni cominciarono a differenziarsi gradualmente, pur nella condivisione della lotta per la verità e la giustizia.Il gruppo di cui Hebe de Bonafini è presidente cominciò ad intraprendere un cammino fortemente politicizzato ed ideologico basato su temi ed obiettivi del marxismo più puro e del peronismo sociale degli anni '40. A fianco delle rivendicazioni relative ai trascorsi della repressione illegale di stato sofferta dal popolo argentino durante l'ultima dittatura militare, si è andato formando un attivismo attento ai temi dei diritti degli indigeni e delle popolazioni oppresse in generale. La Asociación Madres de Plaza de Mayo infatti appoggia e si sente vicina ideologicamente alle lotte condotte dagli neozapatisti del Subcomandante Marcos, dal presidente venezuelano Hugo Chavez e da Fidel Castro, a dimostrazione di come la cosiddetta "socializzazione della maternità" di cui sono state protagoniste, le abbia spinte a riconoscere ed aborrire le ingiustizie ovunque queste abbiano luogo.

Sebbene fino ai primi anni del XXI secolo queste madri si siano volutamente tenute lontane dalla politica ufficiale argentina, diffidando profondamente di ogni politico che salisse al governo, negli ultimi 3 anni si è verificato un cambiamento di rotta sostanziale, in seguito alla politica fortemente incentrata sulla difesa dei diritti umani adottata dal presidente Nestor Kirchner. Se è vera ed ineccepibile l'azione svolta dal governo Kirchner in favore dei diritti umani e della lotta all'impunità dei repressori e criminali della dittatura militare, altrettanto certo è il suo intervento poco rispettoso di molti diritti economici e sociali in relazione ai problemi di cui soffre l'Argentina oggi.

Molti osservatori sostengono che questa adesione completa che la madri di Hebe de Bonafini dimostrano nei confronti dell'attività di governo di Kirchner abbia pregiudicato il loro senso critico e la loro tenacia combattiva che le ha portate ad appoggiare campagne internazionali per la difesa dei diritti umani.

Hebe de Bonafini inoltre sostiene che la loro attività sia diretta essenzialmente al futuro più che al passato, e che fino a che tutti i 30.000 desaparecidos non ottengano la giustizia che finora gli è stata negata, loro non s'impegneranno mai in attività di recupero della memoria e del ricordo.

Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora, come molti storici e critici contemporanei socialdemocratici invece, sostengono che non ci sia futuro senza memoria, e che l'attività del presente, se vuole proiettarsi nel futuro, deve mantenere comunque una relazione privilegiata con il passato, se l'obiettivo finale è che le aberrazioni compiute non si ripetano. La loro attività quindi si differenzia molto da quella dell'Asociación Madres de Plaza de Mayo, nella misura in cui è diretta a diffondere prima di tutto la conoscenza delle condizioni politiche ed economico-sociali interne ed esterne che portarono allo scatenarsi della repressione militare. Il loro lavoro si sviluppa sostanzialmente attraverso gli incontri tenuti nelle scuole e la partecipazione ai progetti di recupero archeologico ed antropologico dei luoghi fisicamente legati alla repressione. Anche qui l'obiettivo principale è la sensibilizzazione e la diffusione di informazioni, sulla base però del ricordo e della memoria, senza che questo significhi rassegnazione.

I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri ("desaparecidos" (letteralmente "scomparsi" in spagnolo) dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione durante il periodo che nella storia argentina viene annoverato come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali ed estranei ad ogni diritto utilizzati dalla giunta militare, e la maggioranza di loro è stata prima torturata ed in seguito assassinata, e fatta sparire nella più assoluta segretezza.

Le 14 componenti storiche dell'associazione:

  • Azucena Villaflor de De Vincenti
  • Berta Braverman
  • Haydée García Buelas
  • María Adela Gard de Antokoletz
  • Julia Gard
  • María Mercedes Gard
  • Le 4 sorelle Cándida Gard
  • Delicia Córdoba De Mopardo
  • Pepa Noia
  • Mirta Baravalle
  • Kety Neuhaus
  • Raquel Arcushin
  • Sara De Caimi

iniziarono le loro manifestazioni pacifiche di fronte alla Casa Rosada, ovvero il palazzo presidenziale argentino, il 30 aprile 1977. Azucena Villaflor de De Vincenti venne in seguito arrestata e detenuta in una delle prigioni segrete dell'ESMA a partire dal 10 dicembre 1977. Documenti segreti del governo degli Stati Uniti, declassificati nel 2002, provano che il governo statunitense era a conoscenza già dal 1978 che i cadaveri di Azucena Villaflor, Esther Ballestrino, María Ponce e sorella Léonie Duquet erano stati ritrovati nelle spiagge bonaerensi. Questa informazione fu mantenuta segreta e non fu mai comunicata al governo democratico argentino. I militari hanno ammesso l'arresto e la scomparsa di circa 9.000 persone ma le madri di Plaza de Mayo affermano che questa stima è di gran lunga superiore e raggiunge le 30.000 persone scomparse, dopo la caduta del regime militare, una commissione parlamentare nazionale argentina ha ricostruto la sparizione di circa 11.000 persone. L'organizzazione delle Madri di Plaza de Mayo è ben determinata nel ricostruire la storia segreta di queste sparizioni ed ha perduto tre delle sue fondatrici, arrestate e scomparse a loro volta.

A gennaio del 2005 è stato riesumato ed identificato il corpo di Leonie Duquet, una suora di nazionalità francese che supportava il movimento della madri di Plaza de Mayo, scatenando le ire della comunità internazionale contro il regime dittatoriale, nell'agosto dello stesso anno un test del DNA ha permesso di identificare con certezza la salma della Duquet.

I resti di Azucena Villaflor e di altre due fondatrici dell'associazione sono stati riesumati e le sue ceneri sono state sepolte da Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora ai piedi della Piramide di Maggio nella Plaza de Mayo l'8 dicembre 2005.




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23 marzo 2008
Jorge Rafael Videla ( 1976 - 1981 )
 

Jorge Rafael Videla


Jorge Rafael Videla Redondo (21 agosto 1925) è un ex militare argentino, che fu dittatore e presidente del suo Paese tra il 1976 e 1981. Arrivò al potere con un colpo di stato ai danni di Isabelita Perón. Il suo governo fu contrassegnato dalle violazioni dei diritti umani, e da contrasti frontalieri con il Cile che per poco non sfociarono in un conflitto.

Il tenente generale Videla fu nominato Comandante in capo dell'esercito dalla presidente Isabelita Perón.

Videla capeggiò il colpo di stato del 24 marzo 1976 con cui Isabelita fu sostituita da una giunta militare, formata da Leopoldo Galtieri in rappresentanza dell'esercito, dall'ammiraglio Emilio Eduardo Massera per la marina e dal generale Orlando Ramón Agosti per l'aviazione, dando inizio a quello che essi chiamarono Processo di Riorganizzazione Nazionale. il 29 marzo assunse la carica di Presidente. Collaboratori erano anche Acosta e Alfredo Astiz.Uno degli ultimi motivi di contrasto non risolti tra Argentina e Cile era costituito dal possesso di tre isole nel Canale di Beagle (Picton, Lennox e Nueva). Nel 1977, l'Argentina rifiutò il lodo arbitrale ad essa sfavorevole del Regno Unito e, sul finire del 1978, i due paesi sudamericani furono molto vicini ad un conflitto armato che fu evitato solo grazie all'intervento di Papa Giovanni Paolo II, che iniziò un nuovo processo di mediazione, nominando come suo rappresentante personale il cardinale Antonio Samoré. I contrasti però non cessarono fino al 1984 quando fu firmato il Trattato di pace e amicizia.

Pinochet e Videla 
Pinochet e Videla

José Alfredo Martínez de Hoz guidò l'economia durante tutta la presidenza di Videla. Sebbene poi cercherà di dissociarsi dagli aspetti repressivi del regime, questi furono necessari per evitare ogni possibile resistenza alle sue misure economiche, basate sull'apertura al mercato e sullo smantellamento della previgente legislazione in materia di lavoro.

Uno dei risultati di tali politiche fu che il valore nominale del debito estero aumentò di quattro volte.

Un'altra foto dell'incontro con Pinochet

Un'altra foto dell'incontro con Pinochet


Il processo di riorganizzazione nazionale incontrò gli ostacoli maggiori nel cercare di costruire una sua immagine all'estero. Vari gruppi di oppositori esiliati e alcuni governi denunciarono ripetutamente la situazione dei diritti umani in Argentina. Il governo sudamericano rispose con slogan e attribuendo le critiche ad una "campagna antiargentina".

Già il 19 maggio 1976 Videla fu protagonista di un pranzo molto discusso con un gruppo di intellettuali argentini, Ernesto Sábato, Jorge Luis Borges, Horacio Esteban Ratti (presidente dell'Associazione argentina degli scrittori) e padre Leonardo Castellani, in cui alcuni dei presenti manifestarono la loro preoccupazione riguardo agli scrittori detenuti o scomparsi.

Il campionato mondiale di calcio del 1978 fu lo scenario ideale con cui la dittatura tentò di guadagnare l'appoggio popolare. Il trionfo della nazionale argentina permise a Videla, nel momento della consegna della coppa di ricevere l'applauso della folla radunata allo stadio di River Plate.

Tra il 6 e il 20 settembre 1979, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani visitò il paese e ricevette denunce dai parenti degli scomparsi e dalle vittime di altri abusi ed ebbe colloqui con membri del governo e dell'opposizione.

Nel 1980, il dirigente dell'organizzazione SERPAJ (Servicio Paz y Justicia) Adolfo Pérez Esquivel ricevette il Premio Nobel per la pace, denunciando con forza ancora maggiore le violazioni dei diritti umani in Argentina.

Videla in tenuta ufficiale

Videla in tenuta ufficiale

Come risultato della tensioni tra le tre forze armate per la ripartizione del potere, Videla fu allontanato dal suo incarico e la presidenza fu assunta dal Capo di stato maggiore dell'esercito, Roberto Eduardo Viola.

Due anni dopo il ritorno della democrazia in Argentina nel 1983, fu processato e dichiarato colpevole per l'omicidio e la sparizione di migliaia di cittadini avvenuta durante la sua presidenza e condannato all'ergastolo. Tuttavia, nel 1990 il Presidente Carlos Saúl Menem, su pressione degli apparati militari, gli concesse l'indulto insieme ad altri membri delle giunte militari e capi della polizia della Provincia di Buenos Aires (decreto 2741/90), e al dirigente montonero Mario Eduardo Firmenich (decreto 2742/90).

Attualmente è detenuto - agli arresti domiciliari per motivi di età - perché indagato per il sequestro di minori durante la Guerra sporca.

Il 25 aprile 2007 la Corte penale federale ha giudicato incostituzionale la grazia concessa nel 1990 dal presidente Carlos Menem, a Jorge Rafael Videla e ad Emilio Eduardo Massera. La sentenza rende quindi valide le condanne all'ergastolo emesse nel processo del 1985, che ora dovranno essere scontate.

Videla e Daniel Passarella dopo la vittoria dell'Argentina ai Mondiali del 1978
Videla e Daniel Passarella dopo la vittoria dell'Argentina ai Mondiali del 1978




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22 marzo 2008
Il Cile di Pinochet
 

Augusto Pinochet, dittatore del Cile dal '73 al '90.

Gli anni del regime di Pinochet

La giunta militare, formata dai capi delle tre forze armate più il comandante dei carabineros, aveva assunto il potere con l'obbiettivo di restaurare "la cilenità, la giustizia e l'ordine" compromessi a suo dire dal governo della sinistra negli ultimi anni. Le forze armate si autoproclamarono le uniche entità capaci di salvaguardare e difendere l'integrità fisica e giuridica delle istituzioni cilene; la giunta militare si autonominò autorità suprema della nazione, sommando in sé le funzioni costituenti, legislative ed esecutive. Iniziava per il Cile il periodo nero della dittatura del generale Pinochet, l'ufficiale che solo pochi giorni prima del golpe era stato nominato da Allende a capo dell'esercito, e che il presidente socialista riteneva persona fedele ai principi della costituzione, tanto da fargli pensare, allo scoppio dellla rivolta, che il fedele "Augusto" fosse rimasto tra le prime vittime del golpe.

L'11 settembre stesso iniziavano le persecuzioni e gli arresti di massa; chiunque fosse ritenuto vicino o coinvolto con il governo di Unidad Popular veniva fermato e portato nei centri di detenzione sparsi in tutto il Paese. Caso emblematico è lo stadio nazionale di Santiago che venne trasformato in una immensa prigione; la Croce Rossa stimò in 7000 circa le persone detenute nello stadio nei primi dieci giorni successivi al golpe, dove molti vennero uccisi o torturati. Il messaggio era inequivocabile: nessuna pietà per i "nemici del Cile", nessun ritorno dei militari nelle caserme magari per lasciare il potere a politici "fidati", perché non si trattava solo di sostituire un ceto politico, ma di sbaragliare una presenza sociale della sinistra che era radicale e diffusa. Il 25 dello stesso mese gli USA, che avevano contribuito in maniera determinante all'abbattimento di Allende, riconoscevano ufficialmente il governo della Giunta legittimando così a livello internazionale il colpo di stato dei militari.

La Giunta, o sarebbe meglio dire Pinochet (il capo dell'esercito riusciva infatti ad emergere e ad affermarsi all'interno dell'organo collegiale), procedette con atti normativi a trasformare le istituzioni: sciolse l'Assemblea nazionale, cancellò la personalità giuridica dei sindacati, illegalizzò i partiti legati a Unidad Popular e procedette al sequestro dei loro beni, vennero infine distrutti i registri elettorali, si istituirono norme che permettevano di togliere la cittadinanza cilena e di espellere dal Paese cittadini indesiderati.

Accanto alle modifiche legislative Pinochet adottò la violenza fisica come strumento organico della propria azione di governo. La violenza e la scomparsa forzata di persone in Cile non fu causata da qualche individuo che aveva "ecceduto", ma si manifestò in quello che si può definire "terrorismo di stato", con la tortura sistematica dei prigionieri e la desapariciòn, la scomparsa di persone arrestate dal regime. Tra gli episodi di questa pratica ricordiamo l'assassinio di un gruppo di prigionieri a Cerava da parte dei carabineros, di 13 persone ad Osorna, di 19 a Laja e San Rosendo, 18 campesionos uccisi a Paine, l'assassinio di 6 prigionieri nel campo di prigionia di Pisagua, di 4 studenti universitari a Cauquenes, di 13 campesinos a Mulchen, di 9 dirigenti delle ferrovia a San Bernardo, 23 persone a Paine, di 72 prigionieri politici arrestati in varie città (la Serena, Copiapò, Antofagasta e Colanoda) in quella che è stata definita "la carovana della morte", un raid di un gruppo di militari guidati dal generale Sergio Orellano Stark.

Si annoverano anche omicidi eccellenti compiuti dalla dittatura al di fuori dei confini del Cile. Nel 1974 venne ucciso il generale Prats e la moglie a Buenos Aires, nel 1975 Bernardo Leighton, ex vicepresidente della repubblica, sfuggì ad una attentato a Roma, nel 1976 Orlando Letelier, ex ambasciatore del Cile negli Usa, venne assassinato a Washington. Con il regime cileno collaborano le forze armate di altre paesi confinanti in cui erano al potere i militari, come ad esempio le forze armate argentine. Il 25 luglio 1975 la stampa argentina e brasiliana pubblicava una lista di 119 cileni desaparecidos "uccisi in Argentina in seguito a lotte intestine nelle formazioni della sinistra cilena". Successivamente si scoprì che si era trattato di una operazione congiunta dei governi cileno, argentino e brasiliano, e le numerose testimonianze raccolte riferirono che i cittadini indicati nella lista erano stati catturati in Cile.

Con la dichiarazione dello stato d'assedio o dello stato d'emergenza si realizzarono le condizioni perché l'apparato militare potesse attuare "legalmente", per via amministrativa. La repressione venne demandata alla giurisdizione penale ordinaria che si basava non sul codice penale del 1874 in vigore nel Cile pre-golpe, ma su una serie di leggi speciali emanate dalla Giunta. Del resto il potere giudiziario era conservatore e aveva mal convissuto con il governo Allende e il suo programma sociale ed economico, e così si era adattato senza troppe difficoltà al nuovo governo dei militari; quest'ultimo, tranne una opportuna epurazione nei primi mesi dopo il golpe, fondamentalmente non ebbe mai la necessità di intervenire presso i giudici, rispettosi delle leggi emanate dal generale. Basti pensare che nel marzo del 1975 il presidente della Corte suprema manifestò la propria convinzione che i desaparecidos erano persone che, o volontariamente avevano scelto la clandestinità come strumento di lotta contro il governo, oppure avevano abbandonato il Paese.

La repressione "illegale", veniva gestita autonomamente dalle forze armate. La tortura in Cile fu una pratica portata avanti efficacemente con l'aiuto di professionisti stranieri o con cileni formati all'estero; c'erano ad esempio medici esperti sui limiti della resistenza umana, così da poter assicurare una tortura graduata e controllata per ottenere il massimo risultato. La tortura perse molto della sua tradizionale natura inquisitoria (mezzo per acquisire informazioni) per assumere una nuova valenza intimidatoria e repressiva. Così come per le altre dittature che ci sono state nei paesi dell'America Latina, anche in Cile ci furono dei luoghi deputati alla tortura e alla detenzione di prigionieri politici gestiti direttamente dalla polizia politica: "Josè Domingo Canas?uot;, "La discoteca", "Venda Sexy", "Villa Grimaldi", "Londres 38".

Autori di studi sui desaparecidos cileni (la Commissione istituita nel 1990 dal presidente Aylwin arrivò a contarne almeno 2229) hanno individuato due fasi nella gestione della repressione da parte del regime. Un primo periodo andava da settembre a dicembre del 1973: la responsabilità degli arresti e delle scomparse era da ricondurre soprattutto all'esercito e ai carabineros che agirono spesso congiuntamente e accanto ai quali attuarono, nelle settimane immediatamente successive al golpe, anche dei civili (di solito appartenenti ad organizzazioni dell'estrema destra); le azioni consistettero in esecuzioni sommarie o omicidi delle persone sequestrate, disfacendosi poi del corpo (buttandolo in un fiume o seppellendolo clandestinamente), il tutto seguito dalla negazione dei fatti o dal rilascio di false versioni sull'accaduto. Un secondo periodo andava dal gennaio 1974 al novembre 1989: le operazioni venivano compiute principalmente dalla polizia segreta attraverso un preventivo lavoro di informazione e un adeguato e organico dispositivo operativo per effettuare la cattura.

Gran parte degli omicidi furono compiuti appunto dalla Dina (Direcion Nacional de Inteligencia) la polizia segreta creata dal regime nel 1974. La Dina operò con ampi poteri in vari centri segreti e di detenzione distribuiti in tutto il Paese facendo riferimento al Ministero degli Interni. Nel 1977 venne sciolta e sostituita con il Cni (Central Nacional de Informaciòn) che svolgeva gli stessi compiti con gli stessi uomini. La modifica, di pura facciata, fu dettata dalla evidente implicazione di uomini della Dina nell'omicidio dell'ex diplomatico Letelier negli Usa, dove aveva perso la vita anche un cittadina americana, la segretaria del diplomatico cileno. La Cni era sotto il controllo del Ministro della Difesa. Tra la fine del '74 e la metà del '75 l'apparato repressivo cileno si scagliò in modo particolare contro il Mir e a ottobre ne venne assassinato il segretario generale: Miguel Enriquez Espinoza.

Nel corso della dittatura Pinochet adottò un modello liberista molto spinto, mutuato da Milton Friedman e dalla scuola di Chicago, contando sul pieno appoggio dell'oligarchia e della classe media, ed anche su quello delle multinazionali, cui andò il controllo delle imprese precedentemente nazionalizzate. Grazie alla libera importazione di prodotti, il mercato fu invaso di merci straniere, il che comportò licenziamenti, la perdita del potere d'acquisto e l'accentuarsi delle differenze sociali.

In una situazione di pieno controllo della situazione, nel luglio del 1977 il generale Pinochet iniziò un processo volto alla trasformazione della dittatura cilena in una "democrazia protetta" sotto la sua guida, "la nuova democrazia", come ebbe a definirla. Nel gennaio del 1978 l'Onu condannava il Cile per violazione dei diritti umani. L'iniziativa spinse Pinochet a indire un referendum in difesa della "dignità" del Cile, per dimostrare al mondo il consenso popolare di cui godeva il suo regime e ottenne il 75% dei voti a favore, in una consultazione senza registri elettorali e senza la minima garanzia di segretezza del voto. Nel 1980 il regime emanava la legge di amnistia, che prevede l'impunità per tutti quelli che avevano commesso reati, gli autori, i complici e quelli che occultarono i crimini dal giorno del golpe sino al 10 marzo del 1978. Nello stesso anno un plebiscito approvava la nuova costituzione, con il 67% dei consensi, in completa assenza di garanzie democratiche sotto uno stato di assedio proclamato alcuni giorni prima della consultazione. Il progetto prevedeva Pinochet a capo della Giunta per altri otto anni al termine dei quali la stessa Giunta avrebbe indicato il futuro candidato unico, confermato da un plebiscito. Se il plebiscito fosse stato negativo, dopo un anno di attesa sarebbero state indette le elezioni del parlamento e del presidente. Il testo definiva come illecito e contrario all'ordinamento della repubblica ogni atto destinato a diffondere la violenza o una concezione di società fondato sulla lotta di classe. Le organizzazioni, i movimenti e i partiti politici, che per fini e attività dei suoi aderenti avessero perseguito tale visione della società, erano per ciò stesso incostituzionali. L'undici marzo 1981 Pinochet giurava fedeltà in qualità di Capo dello stato ed entrava nella Moneda, otto anni dopo averla bombardata.

La rinascita dell'opposizione

La politica neoliberale portata avanti dalla Giunta golpista portò tra le altre cose ad un abbassamento dei tassi di importazione, dal 1977 al 1982, che raddoppiarono le importazioni Usa, e, aggiunte alle privatizzazioni, portarono ad una diminuzione del 15% della produzione industriale. Il Cile subì un indebitamento vertiginoso con il FMI e le banche internazionali,e fu costretto a svalutare provocando il collasso del sistema creditizio privato nel gennaio 1983. Da quel momento in poi la situazione economica andò sempre più peggiorando.

Alla fine del 1982 si ebbero una serie di manifestazioni contro il carovita e nei primi mesi dell'83 il clima di scontento sociale crebbe fino al punto da indurre la CTC, il sindacato dei minatori del rame a direzione democristiana, a convocare per l'11 maggio 1983 uno sciopero generale. Si trattò della prima giornata di protesta cui, visto il successo, ne seguirono molte altre, caratterizzate dalla ribellione di una nuova generazione di attivisti che era nata nella povertà delle poblaciones (le baraccopoli che circondavano santiago) e che non esitavano a scontrarsi con gli apparati della dittatura anche con costi elevatissimi (morti, feriti, migliaia di arresti). In questa nuova fase di radicalizzazione sociale la sinistra e specialmente il Pc crebbe molto rapidamente lanciando una strategia di "ribellione popolare" che aveva qualche punto di ambiguità dato che comprendeva allo stesso tempo il ricorso alla lotta armata e la rincorsa dell'opposizione moderata capeggiata dalla Dc.

Pinochet, nonostante il crescente isolamento anche presso la sua stessa base sociale, riescì però a resistere a questa ondata di rivolta popolare alternando momenti di dura repressione (stato d'assedio dal 1984 al 1985) a finte negoziazioni che immobilizzavano l'opposizione moderata nella speranza di una qualche riforma della dittatura. Questa dinamica, unita agli errori della sinistra, che approfondiremo in altro momento, fece sì che il dittatore riuscisse in qualche modo a mantenere il suo programma di costruzione di una democrazia autoritaria e a imporre nel 1988 la sua figura come candidato unico alla presidenza. Qui però sbagliò i suoi calcoli: lo scarto tra sì e no fu troppo alto per permettere brogli. Il 54,685% dei cittadini si espresse nel plebiscito del 5 ottobre per il no.

Il 14 dicembre del 1989 alle elezioni presidenziali, vinceva il democristiano Alwyn con il 55,2%, la destra pinochetista con Hernan Buchi otteneva il 29%. Pinochet restava a capo dell'esercito. Il Cile cercava faticosamente la via verso un regime diverso da quella dittatura che per ben 16 anni aveva conosciuto e che aveva interrotto nel settembre di quasi trentanni prima il sogno di un Cile socialista.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 22/3/2008 alle 19:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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