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AntifascismoResistenza
26 marzo 2008
La Resistenza austriaca
 

Non è facile, in questa sede, parlare della Resistenza austriaca contro il Nazismo, non solo perchè gli austriaci hanno fatto parte delle forze d’occupazione militari e civili di questa Regione dal settembre 1943 alla fine della guerra nel 1945, ma anche per ragioni di politica interna austriaca, derivanti dalla Dichiarazione di Mosca del 1° ottobre 1943, in seguito alla quale le tre grandi potenze, gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, considerarono l’Austria come prima vittima dell’aggressione hitleriana, affermando allo stesso tempo che, alla fine della guerra il destino austriaco sarebbe stato giudicato in base al fatto che l‘Austria stessa fu parte attiva nella propria liberazione dal Nazismo.

Interesse e obiettivo prioritari della politica austriaca nell’immediato secondo dopoguerra furono la volontà di mettere in piena luce anche il minimo elemento d’azione o di pensiero che avrebbero potuto essere considerati utili sia per sottolineare le pretese austriache nei confronti del Sudtirolo, sia per difendersi dalle pretese jugoslave sulla Carinzia meridionale, nonchè di evitare di dover pagare riparazioni di guerra.

Esistevano perciò ragioni di stato nel sopravvalutare entità ed effetto della propria Resistenza.

D‘altra parte, a causa della stretta collaborazione con il regime nazista di gran parte della popolazione austriaca, almeno nei primi anni del regime, e considerata la non perfetta riuscita dell‘opera di denazificazione dopo la capitolazione nazista nei primi anni della rinata Repubblica Austriaca, non pochi austriaci consideravano la Resistenza opera di traditori ed erano loro ostili per aver cooperato con il nemico, cosa che viene considerata d’impronta puramente comunista. Il movimento politico comunista conobbe scarso successo in Austria dall’immediato dopoguerra in poi, e fu discriminato per il suo stretto legame con l’Unione Sovietica, una delle forze di occupazione più odiate nel paese fino al 1955.

Queste due correnti si contrappongono fino ai nostri giorni, l’una discriminatoria, l’altra sopravvalutante, e ambedue impediscono una ricostruzione veriteria delle realtà in cui si svilupparono l’organizzazione e l’azione della Resistenza austriaca dall’Anschluss nel 1938 fino alla capitolazione nel 1945.

È vero che con il sostegno dell’Italia fascista il governo austriaco si oppose al pericolo nazista dal 1934 in poi, ma nello stesso tempo, avendo distrutto tutte le strutture del sistema democratico, gli mancò anche, e sempre di più, il consenso della popolazione, che si stava orientando verso il Nazismo nella speranza, così, di risolvere i problemi della disoccupazione e della stagnazione dell’economia. Questo atteggiamento fu condiviso anche da non pochi esponenti della classe economica.

La nazificazione dell’Austria nel marzo 1938 avvenne perciò non solo sotto la minaccia dell’intervento militare tedesco-nazista, ma anche grazie ad un consenso al Nazismo molto diffuso nella popolazione. Il processo di nazificazione si completò però solo mediante il colpo di stato del ministro dell’Interno, Arthur Seyss-Inquart, tramite l‘utilizzo dei mezzi di comunicazione della stessa dittatura austriaca.

Anche se i nazisti immediatamente dopo l’Anschluss eliminarono una parte dei funzionari dell‘esercito, della polizia e delle autorità giudiziarie, non si può non negare l‘estesa continuità dell’apparato statale e dei suoi strumenti, in parte già sotto l’egida dei collaborazionisti nazisti prima dell’Anschluss.

Consenso della popolazione, continuità parziale dell’apparato statale e prime misure rigorosissime della Gestapo e delle SS, non impedirono alla Resistenza austriaca di fare i primi tentativi d’azione contro il nazismo. Quasi 70.000 persone furono arrestate nelle prime settimane della nazificazione, qualche centinaia deportate al campo di concentramento di Dachau, fra le quali anche i più importanti funzionari della comunità ebraica.

Poco dopo si costruì un campo di concentramento nella stessa Austria a Mauthausen.

Gli ebrei furono il primo obiettivo dell’odio e dell’avidità degli austriaci, che sotto gli occhi della polizia, e in particolar modo a Vienna, derubarono e calpestarono impunemente il patrimonio ebraico.

Furono i comunisti per primi a opporre resistenza, utilizzando volantini, manifesti, scritte sui muri e altri mezzi di contropropaganda. Furono loro i meglio organizzati, i più numerosi ed esperti nell’azione clandestina, perché già operativi durante la dittatura austriaca nel 1933.

I comunisti si riunivano in gruppi organizzati in tutte le zone industrializzate dell’Austria, nonché in tutti i nodi ferroviari. Proprio perchè più attivi fra i gruppi di Resistenza, essi hanno patito anche le più grandi perdite. Uno dopo l’altro i Comitati Centrali del partito clandestino vennero scoperti dalla Gestapo, i membri delle organizzazioni arrestati e non pochi trucidati. Si stima che circa 6.300 di loro furono arrestati.

I Socialisti Rivoluzionari, continuando la tradizione socialdemocratica, furono non meno attivi, ma operarono più all’interno dei gruppi: essi furono arrestati in massa nel 1938 e a guerra appena iniziata. Il gruppo più importante si ricostituì intorno ad un insegnante di scuola media, Johann Otto Haas, di Vienna. Fino alla metà del 1942 Haas riuscì a formare un forte gruppo a Vienna, che rimase anche in stretto legame con Salisburgo e con Monaco di Baviera. Scoperti i gruppi, alcune centinaia di membri furono arrestati, solo nel Salisburgese quaranta furono condannati a morte.

Un simile destino ebbero gruppi dell’opposizione conservatrice, costituiti da austrofascisti e monarchici con i leader Karl Roman Scholz, un canonico degli agostiniani di Klosterneuburg, Karl Lederer e Jakob Kastelic. Denunciati da una spia della Gestapo già nella metà del 1940, come del resto anche i Socialisti da un loro ex-compagno, quattrocento persone dei tre gruppi furono arrestate, dodici condannate a morte.

Il grande problema della Resistenza austriaca fu che non si riuscì a organizzare un gruppo dirigente comune, fatto molto improbabile anche in quanto gli obiettivi politici e ideologici erano diversi: coloro che volevano ricostruire l’Austria come Stato indipendente, cioè comunisti e monarchici, erano contrari al sistema politico democratico; coloro che si interessavano della ricostruzione democratica avversavano il problema nazione: i socialisti e comunisti, dove i primi pensavano ad un Austria non indipendente, ma integrata in una grande Germania socialista.

E poi mancava anche un forte e duraturo sostegno di gran parte della popolazione. Per un confronto approssimativo: centomila aderenti alla Resistenza dovevano confrontarsi con settecentomila membri austriaci del Partito nazista.

Non che non esistesse un‘opposizione critica alla situazione. A Vienna le prime reazioni di malumore presso la popolazione si stavano verificando già subito dopo l’inizio della guerra nel 1939. Al grande mercato centrale di Vienna, al Naschmarkt, la gente si lamentava per la dotazione irregolare di viveri di gusto viennese: poca farina e poco grasso; il servizio tram non era regolare, e peggio ancora, i Cafés dovevano chiudere già all’una di notte.

E poi, con somma indignazione dei nazisti, circolavano sempre barzellette come questa:

Si incontrarono due soldati della Wehrmacht a Vienna. L‘uno chiese all’altro: che farai dopo la guerra? Farò un grande giro di bicicletta per tutta la Germania, rispose l’altro. Va bene, disse il primo. Questo alla mattina, ma cosa faresti al pomeriggio?

E poi i giovanotti, i cosiddetti „Schlurfs" perchè camminavano a forza strascicando i piedi e lasciavano crescere i capelli lunghi. Troppo giovani per essere arruolati nell’esercito, combattevano sempre contro i giovani hitleriani.

Ma la svolta decisiva nel consenso delle popolazione austriaca, almeno nella parte orientale del Paese, si verificò con la sconfitta dell’esercito tedesco a Stalingrado. Poche famiglie rimasero senza caduti, pochi soppravissuti che credevano ancora in una vittoria finale della Germania di Hitler.

Già nel novembre 1941 era iniziata l‘opera di istigazione alla diserzione via radio tra le retroguardie tedesche da parte dell’Armata Rossa, per convincere gli austriaci a disertare. Anche gli americani, verso la fine della guerra, qualche volta arruolarono austriaci volontari per combattere dietro le linee in Austria, come fortunatamente accadde nella zona alpina dell’Alta Austria, qualche volta, invece, furono denunciati e trucidati assieme ai membri della famiglia che aveva offerto loro sostegno.

Furono disertori anche i primi nuclei di partigiani sloveni in Carinzia, e, a fianco dei partigiani in Jugoslavia, combatterono anche battaglioni austriaci. Alcuni disertori austriaci trovarono rifiugio anche nel Veneto.

Impressionante fu il caso del’ex-tenente d’aviazione Robert Schollas, probabilmente un viennese, che cooperò con la Divisione Osoppo; „...prendete le Vostri armi", scriveva in un’appello agli austriaci nel 1944, „e venite alla divisione Osoppo Friuli, inseritevi nella lotta per la giustizia e la vittoria della democrazia. Il movimento di liberazione austriaca vi aspetta."

Schollas viene fucilato dalla Landwacht in Carinzia in novembre 1944.

Gli austriaci erano sempre presenti : vittime e persecutori; disertori nascosti e funzionari della Gestapo; capi e vittime dei campi di annientamento; attivisti antinazisti monarchici o socialisti, comunisti e delatori ex-compagni; generali sanguinari o ufficiali impiccati dalle SS per aver tentato di salvare Vienna dalla furia della guerra.

Paragonando il numero degli uni e quello degli altri non si può che osservare un notevole squilibrio.

Oggi però, passato più di mezzo secolo, dobbiamo chiederci ancora, quale spazio nella nostra memoria dobbiamo concedere. Un appello per dimenticare mi sembra la soluzione sbagliata. Dobbiamo scegliere quale tradizione preferiamo che prevalga.




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26 marzo 2008
Zydowski Zwiazek Walki
 La Zydowski Zwiazek Walki (ZZW, termine polacco per Unione combattente ebraica) è stata una organizzazione clandestina di resistenza ebraica che operò durante il secondo conflitto mondiale nell'area del ghetto di Varsavia e prese parte alle operazioni militarti durante la rivolta del ghetto contro le truppe naziste.

La ZZW venne fondata nell'ottobre-novembre 1939 dopo l'invasione tedesca della Polonia da membri dei partiti di destra revisionisti prebellici come il Betar e l' Hatzohar.

La ZZW si occupò, dalla sua fondazione, del reperimento di armi ed aiutando gli ebrei a fuggire illegalmente dal ghetto. Inoltre mantenne rapporti con la resistenza polacca dell' Armia Krajowa che spesso la aiutò nel reperimento di armi e munizioni ed inoltre organizzò diverse fughe di ebrei. In diverse occasioni la ZZW, di ispirazione nazionalista, ebbe attriti con un altro movimento clandestino ebraico, la Zydowska Organizacja Bojowa formata principalmente da appartenenti ai movimenti giovanili di ideali socialisti.

Il comandante della ZZW fu probabilmente Dawid Wdowinski, anche se la mancanza di documenti e fonti ci impedisce di affermarlo con certezza. Il movimento era organizzato in diversi dipartimenti:

  • Dipartimento informazioni, diretto da Leon Rodal
  • Dipartimento organizzativo, diretto da Pawel Frenkel
  • Dipartimento rifornimenti (in polacco Kwatermistrzowski), diretto da Leon Wajnsztok
  • Dipartimento finanziario
  • Dipartimento collegamenti (principalmente per i contatti con l' Armia Krajowa), diretto da Dawid M. Appelbaum
  • Dipartimento sanitario, diretto dal dottor Józef Celmajster (con lo pseudonimo di Niemirski)
  • Dipartimento giudiziario, diretto da Dawid Szulman
  • Dipartimento salvataggi (in polacco Ratowanie), per le evasioni dal ghetto, diretto da Kalma Mendelson
  • Dipartimento tecnologia, trasporti e rifornimenti, che scavò, tra le altre cose, due tunnel sotto le mura del ghetto, diretto da Hanoch Federbusz
  • Dipartimento militare diretto da Pawel Frenkel e Dawid Apfelbaum

Durante la rivolta del ghetto di Varsavia, pare che lo ZZW avesse circa 400 combattenti bene armati raggruppati in 11 unità. Lo ZZW combatté insieme ai militanti dell'AK in via Muranowska (4 unità sotto Frenkel). Dawid M. Apfelbaum prese posizione in via Mila. Il gruppo di Heniek Federbusz organizzò una forte sacca di resistenza in una house vicino a via Zamenhoff. L'unità di Jan Pika prese posizione in via Mila, mentre l'unità di Leizer Staniewicz combatté nelle vie Nalewki, Gesia and Franciszkanska. Il gruppo di Dawid Berlinski prese posizione nella seconda parte di via Nalewki. Roman Winsztok commandava il gruppo vicino a via Muranowska, dov'era situato anche il quartier generale dell'Unione (via Muranowska, 7/9).




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26 marzo 2008
Zydowska Organizacja Bojowa
 La Zydowska Organizacja Bojowa (ZOB, termine polacco per Organizzazione ebraica di combattimento; in yiddish: ?????? ???? ???????????) è stata un movimento di resistenza ebraica durante la Seconda guerra mondiale che ebbe la propria sede nel ghetto di Varsavia. La ZOB era formata principalmente da giovani appartenenti ai movimenti giovanili sionisti di sinistra ed ebbe un ruolo centrale durante l'insurrezione del ghetto di Varsavia. Dopo la liquidazione del ghetto alcuni appartenenti alla ZOB parteciparono, insieme alla resistenza polacca, alla rivolta di Varsavia.
Varsavia in fiamme durante la rivolta del ghetto del 1943
Varsavia in fiamme durante la rivolta del ghetto del 1943

Il 22 luglio 1942 le autorità tedesche di occupazione emanarono un decreto con il quale si stabilì il destino del ghetto: tutti, senza distinzione di età o sesso, dovevano essere "reinsediati" nei territori dell'Est. A seguito di questo ordine iniziò una massiccia deportazione degli ebrei che proseguì fino al 12 settembre 1942 e che vide circa 300.000 persone essere rastrellate e deportate, molte verso il campo di sterminio di Treblinka. Quando questa prima deportazione terminò la popolazione ebraica di Varsavia era ridotta a 55.000-60.000 abitanti.

I movimenti giovanili che successivamente dovevano dare origine alla ZOB, avevano già capito da tempo le intenzioni tedesche di sterminare la popolazione ebraica ed iniziato una campagna educativa e culturale che mirava a propagare la volontà di resistere a tutti i costi, con le armi se necessario.

A differenza delle generazioni più anziane, i gruppi giovanili capirono quello che stava succedendo e non si fecero illusioni sul futuro. Un documento pubblicato dal movimento giovanile Hashomer Hatzair tre mesi prima dell'inizio delle deportazioni dichiarava: "Noi conosciamo i sistemi di Hitler, omicidio, persecuzioni e rapine conducono chiaramente ad un finale di morte e alla distruzione della civiltà ebraica".

Vista la loro capacità di vedere la situazione obbiettivamente, diversi gruppi sionisti giovanili di sinistra, come l' Hashomer Hatzair proposero la creazione di una organizzazione di autodifesa durante un incontro con i leader della comunità ebraica di Varsavia nel marzo 1942. La proposta venne rifiutata dal Bund che considerava impossibile un movimento senza l'appoggio della resistenza polacca e da altri movimenti che, invece, non credevano alla volontà di sterminio degli ebrei da parte dei tedeschi. Inoltre si ipotizzò che ogni movimento di resistenza armato avrebbe provocato dei moti di rappresaglia tedesca contro l'intera comunità ebraica.

I movimenti giovanili e i partiti politici si incontrarono segretamente il 23 luglio 1942 all'interno del ghetto di Varsavia per trovare una linea d'azione comune. La riunione ebbe esito negativo a causa delle diversità di opinione dei partiti politi convenuti. Il 28 luglio 1942 i rappresentanti di tre organizzazioni giovanili ebraiche, Hashomer Hatzair, Dror e Bnei Akiva (tutti di ispirazione socialista) si incontrarono senza la presenza dei rappresentanti dei partiti politici e decisero la fondazione della ZOB. Icchak Cukierman, uno dei leader della ZOB descrisse così le condizioni che portarono alla creazione del movimento: "All'incontro i gruppi giovanili decisero di fondare l'Organizzazione ebraica di combattimento. Solo noi, senza l'appoggio di nessun partito politico".

La ZOB cercò immediatamente dei contatti con la parte "ariana" della città di Varsavia al fine di procurarsi armi e stabilire contatti con i gruppi di resistenza polacchi come l'Armia Krajowa. Con poche eccezioni, viste le dure condizioni repressive all'interno del ghetto, gli ebrei non potevano garantire di mettere al sicuro le armi e i gruppi polacchi erano riluttanti nello sprecare le loro povere risorse per armare il disorganizzato e poco addestrato gruppo di ebrei. Il generale Rowecki, comandante dell'Armia Krajowa, disse: "Ebrei di tutti i gruppi [...] vengono da noi e chiedono armi come se i nostri depositi ne fossero pieni". La questione dell'aiuto alla ZOB venne ulteriormente dibattuta dalla resistenza polacca: la ZOB era infatti un movimento di sinistra con molti simpatizzanti per l'Unione Sovietica. L'Armia Krajowa prevedeva che in futuro l'Unione sovietica ed i gruppi comunisti sarebbero stato l'ostacolo all'indipendenza polacca dopo la sconfitta della Germania. Per questo l'ispirazione di sinistra della ZOB venne sempre vista con sospetto e gli aiuti furono limitati ed irregolari.

Nonostante la grave carenza di armi iniziò la ZOB le sue operazioni: il 29 ottobre 1942 riuscì a colpire il vicecomandante della polizia ebraica del ghetto alla quale fece seguito una massiccia campagna di propaganda diretta contro i collaborazionisti e alle spie dei nazisti. Gli ebrei residenti nel ghetto, infatti, venivano controllati da una speciale polizia ebraica che faceva capo alle autorità tedesche; la ZOB emanò una serie di proclami che minacciavano di morte chiunque fosse stato trovato a collaborare con i nazisti.

Durante le successive deportazioni dal ghetto i tedeschi ebbero successo nel catturare molti importanti ufficiali della ZOB lasciando l'organizzazione in preda al caos. L'ordine poté essere ristabilito in parte con l'afflusso di nuove organizzazioni giovanili sioniste come il Gordonia e lo Noar Zioni all'interno del movimento. L'evento che rafforzò maggiormente la ZOB avvenne quando il Bund, i comunisti e altri adulti appartenenti a movimenti sionisti entrarono a far parte delle sue fila. Mordechaj Anielewicz, il precedente capo dell'Hashomer Hatzair, divenne il nuovo leader della formazione.

Immediatamente la ZOB iniziò una dura repressione nei confronti di coloro che avevano collaborato con i nazisti per la deportazione: tra questi il dottor Alfred Nossig, un conosciuto uomo della comunità ebraica che era diventato informatore delle autorità tedesche. Nonostante queste esecuzioni fossero motivate da vendetta ebbero anche l'effetto collaterale di impaurire coloro che avevano pensato, per motivi di salvezza personale, di cospirare con le forze nemiche.

Il 18 gennaio 1943 i tedeschi iniziarono una seconda ondata di deportazioni. Tra i primi ebrei incolonnati erano presenti numerosi combattenti della ZOB, infiltratisi intenzionalmente. Comandati da Mordechai Anielewicz essi attesero un segnale concordato per uscire dalle colonne ed iniziare un violento combattimento armato contro le unità di scorta tedesche mentre le colonne di deportati si sparpagliavano e la notizia dei combattimenti si diffondeva velocemente nel ghetto informando gli abitanti delle intenzioni naziste. Durante questa "piccola" deportazione i nazisti riuscirono a deportare solo circa 650 ebrei e ucciderne 1.200 durante gli scontri.

Le deportazioni, contrastate da continui atti di resistenza, proseguirono altro quattro giorni. Quando i tedeschi lasciarono il ghetto, il 22 gennaio 1943, gli ebrei sopravvissuti gridarono alla vittoria. Ciò che gli ebrei non sapevano era che non era intenzione dei tedeschi liquidare completamente il ghetto con le deportazioni del gennaio 1943: l'ordine proveniva direttamente da Heinrich Himmler, comandante delle SS, che aveva ordinato di dimezzare la popolazione del ghetto portandola da 40.000 a 26.000 abitanti. I 650 deportati, contro i 24.000 previsti, furono l'unico risultato che le forze tedesche ottennero.

La liquidazione del ghetto iniziò durante la festa di Pesach, la Pasqua ebraica, il 19 aprile 1943. Le strade del ghetto erano deserte, la maggior parte dei 30.000 abitanti rimasti era nascosta in sotterranei adeguatamente predisposti, molti dotati di elettricità ed acqua corrente ma che purtroppo non permettevano nessuna via di fuga.

Quando i tedeschi marciarono dentro il ghetto si scontrarono con la fiera resistenza armata dei combattenti che li attaccarono sparando dalle finestre dei piani superiori dei palazzi. I difensori del ghetto utilizzarono diverse tattiche di guerriglia e disponevano del vantaggio tattico di trovarsi in alto rispetto ai loro avversari; questo vantaggio venne annullato quando i tedeschi iniziarono ad incendiare sistematicamente tutti i palazzi obbligando i difensori a rifugiarsi negli scantinati. Il fuoco consumò rapidamente l'ossigeno degli scantinati dei palazzi rendendoli delle soffocanti trappole mortali.

Entro il 16 maggio 1943, il generale Jürgen Stroop che aveva ricevuto l'ordine di liquidare il ghetto poté affermare che il compito (chiamato dai tedeschi Grossaktion) era stato portato a termine. Per celebrare il successo egli ordinò di radere al suolo la Grande Sinagoga di Varsavia. Il ghetto era distrutto e quello che rimaneva della rivolta era stato schiacciato.
Il memoriale dedicato alle vittime della rivolta nel ghetto di Varsavia 
Il memoriale dedicato alle vittime della rivolta nel ghetto di Varsavia

Anche dopo la distruzione del ghetto un piccolo numero di ebrei riuscì a trovare scampo nascondendosi nella zona "ariana" della città: durante gli ultimi mesi del ghetto circa 20.000 ebrei, riuscirono a fuggire. Alcuni di questi, componenti delle formazioni giovanili ebraiche come Kazik Ratajzer, Icchak Cukierman e Marek Edelman parteciparono successivamente alla Rivolta di Varsavia del 1944.

Nonostante molti membri e comandanti dei movimenti giovanili ebraici morissero nel ghetto, i movimenti sopravvissero e ancora oggi possono trovare in diverse nazioni. I gruppi di sinistra Hashomer Hatzair e Habonim Dror sono attivi in Sudafrica, Gran Bretagna, Argentina, Cile, Italia, Stati Uniti, Israele, Messico ed Australia. Il movimento giovanile di destra Betar ha largo seguito negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale.




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25 marzo 2008
La Resistenza nei Lager nazisti
 

Parlare della Resistenza nei Lager non è cosa facile né semplice. Udendo la parola Resistenza il lettore è portato a immedesimarla a forme di lotta armata (che ci sono anche state nei Lager), trascurando col pensiero tutte le altre vere ed infinite forme di Resistenza che nei Lager si manifestarono e presero piede soprattutto dopo il 1938 quando nei Lager, accanto ai tedeschi vennero deportati i primi "stranieri" austriaci e cecoslovacchi, seguiti poi da polacchi, francesi, belgi, olandesi, russi, ecc..

Ad un certo momento troviamo nei Lager persone deportate che rappresentano il fior fiore della democrazia delle nazioni europee ed anche di alcune extra-europee.

Prima di proseguire nel nostro discorso sulla Resistenza nei Lager nazisti, è opportuno ricordare come per parecchi anni nel dopoguerra la qualifica di "resistente" era usata salvo rare eccezioni, per indicare il partigiano.

Quello sì che era un resistente, aveva sparato contro i nazifascisti, aveva sofferto il freddo, aveva dovuto spesso miracolosamente sfuggire ai rastrellamenti in pianura ed in montagna, aveva difeso il patrimonio industriale del paese dalla distruzione nazista ed infine era sceso dai monti e dalle colline ad occupare le città ed era a lui ed al movimento partigiano di cui faceva parte che si arresero e consegnarono le armi buona parte delle truppe tedesche e fasciste. Gli altri, i deportati, i prigionieri di guerra, i lavoratori coatti, gli ebrei, ecc., erano i "reduci". Ben visti, ben tollerati, ma "diversi". Non era concepibile, né per i partigiani, né per la stampa in genere, salvo qualche eccezione, né tantomeno per l'opinione pubblica che senza le armi fosse stato possibile opporsi al nemico nazifascista. Venne così negata o risultata sbiadita la qualifica di resistente dovuta a parere mio a pieno titolo a tutta quella parte della popolazione che contribuì a mettere noi partigiani in condizione di affrontare i nazifascisti.

Mi riferisco ai ragazzi e ragazze, spesso giovanissimi di 13-14 anni che fungevano da staffette, da portaordini, da avvisatori di possibili rastrellamenti, alle donne che scendevano dai paesini di montagna (es. dalla Carnia e dal Cadore) nella pianura per barattare quello che possedevano riempendo la gerla di generi alimentari e dopo decine di chilometri di marcia portavano a noi qualcosa da mangiare. Mi riferisco anche a quelle famiglie, a quei preti e frati che, con rischio della propria vita, ci davano rifugio e ci nascondevano; a tutti coloro i quali nelle campagne e nelle città procuravano calze, scarpe, vestiti e cibo da inviare "in montagna".

Il fatto di essere ben visti, ben tollerati, ma "diversi" rispetto alla resistenza armata, aveva creato in molti di noi deportati, nello stesso tempo, una doppia identità di partigiano e deportato con una forte insistenza sulla prima qualifica quella di partigiano, "quasi che la seconda da sola sembrasse monca o troppo debole in confronto della prima" come molto bene viene messo in rilievo dalla Bravo e dallo Jalla.

Sempre da loro due vengono ricordati gli atteggiamenti che Lidia Beccaria Rolfi, partigiana, deportata a Ravensbruech, racconta: "quando tu tentavi di raccontare la tua avventura, tiravano fuori l'atto eroico: .... però noi .... I tedeschi li avevano ammazzati loro, i fascisti li avevano fatti fuori loro .... noi eravamo solo dei prigionieri ... ". Col passare degli anni, come dovetti accorgermi, la considerazione verso i deportati cambiò; però la parola "resistente" per noi non veniva mai pronunciata.

Anche noi deportati che operammo una scelta fummo in ciò condizionati da fatti diversi: ci fu chi preferì arroccarsi nella qualifica di partigiano; io, invece, diedi sempre preminenza alla mia identità di deportato. Mi manteneva più vicino al ricordo dei compagni lasciati nelle fosse comuni e nei forni crematori.

Eppoi la deportazione é un trauma che uno si porta dietro per tutta la vita. Qualunque cosa faccia, qualunque pensiero attraversi il suo cervello, qualunque paragone gli passi per la mente, il deportato ritorna col pensiero sempre allo stesso posto: al suo lavoro nel Lager, ai suoi compagni morti, agli odori del Lager (quando mai riuscirò a liberarmi dall'odore di carne bruciata che emanava dal camino del crematorio di Buchenwald?).

Sarà per questo, per la preferenza che ho dato alla mia identità di deportato, che trovo più facile e nello stesso tempo più importante scrivere sulla deportazione piuttosto che sulla Resistenza.

Un'altra cosa che mi preme mettere in chiaro, prima di passare a trattare della Resistenza nei Lager è la mia netta avversione a quella che noi deportati chiamiamo il Koschinskismo, cioè il sillogismo formulato da un nostro compagno ebreo tedesco per cui tutti coloro che sono stati deportati nei Lager sono e devono essere riconosciuti resistenti in quanto sono vittime della ferocia nazista.

Questo assioma deportato=resistente, a mio modo di vedere, non ha nessun fondamento. Sono troppe le categorie in cui i deportati anche politici dovrebbero essere inquadrati. Ad esempio: possiamo considerare resistenti coloro che nel Lager si sono preoccupati solo del proprio "particulare", un lavoro al riparo dalle intemperie, la caccia sfrenata ad un pezzo di pane con tutti i mezzi possibili, il disinteresse nei confronti dei compagni, la perdita della propria dignità? oppure coloro che hanno assunto la veste di provocatori, di spioni (e Dio solo sa quanti ve n'erano nei Lager e quante sono state le loro vittime), coloro che si sono macchiati di crimini comuni, coloro che bastonavano e assassinavano i compagni, ecc.? Costoro io non posso e non potrò mai accettarli con buona pace di Koscinski nel ruolo di resistenti anche se sono stati dei deportati.

Dopo queste considerazioni possiamo riprendere il discorso.

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I gerarchi nazisti avevano una particolare considerazione per i Lager; essi costituivano, con le loro centinaia di migliaia di deportati, un immenso serbatoio di forza-lavoro per l'industria tedesca in genere e per quella degli armamenti in particolare.

Dopo la sconfitta di Stalingrado, fra i più avveduti gerarchi, quelli che compresero che ormai la sconfitta della Germania era inevitabile, fece capolino una preoccupazione che andò man mano aumentando ed i Lager entrarono così nei loro pensieri con una parola, come dice Speer "Gefachrlichkeit" (pericolosità). Per costoro i Lager costituivano una polveriera pronta ad esplodere con la resa della Germania ed i deportati, secondo loro, una volta liberi difficilmente si sarebbero trattenuti dal compiere una carneficina sulla "inerme ed incolpevole popolazione tedesca".

Per altri, come Himmler, la preoccupazione era di un ordine diverso: i deportati sono testimoni della ferocia e della crudeltà nazista. In altre parole, sono custodi dei segreti dei crimini del nazismo. Perciò vanno eliminati.

Almeno sino alla fine del 1944 nessuno dei gerarchi nazisti, da quello che mi risulta, pensò o sospettò che si formassero nei Lager tra i deportati delle organizzazioni resistenzialiaventi scopi ben definiti. Ritenevano che le differenze linguistiche, gli odi nazionali ed anche razziali, l'altissimo tasso di mortalità che portava a continui ricambi di persone nei vari Lager, la polverizzazione della massa dei deportati distribuiti attraverso i trasporti senza alcun preavviso nelle centinaia e centinaia di Lager, la ferocia delle SS e l'acquisizione da parte delle stesse di spioni e provocatori tra i deportati stessi, rendessero impossibile la creazione di organizzazioni clandestine di resistenza all'interno dei Lager.

Temevano tutt'al più le fughe per le notizie che gli evasi avrebbero potuto far arrivare agli Alleati.

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La Resistenza nei Lager assume in genere aspetti, forme e dimensioni diverse da quelle che noi intendiamo solitamente; talvolta è il singolo che si oppone al terrore nazista (ricordo il caso di un ebreo ormai ridotto agli estremi che con le ultime forze e che gli erano rimaste si avventò contro un SS che passeggiava nei pressi e lo strangolò nonostante l'intervento dei lavoratori civil


i accorsi in aiuto della SS); altre volte sono piccoli gruppi che si uniscono tra loro e che hanno un denominatore comune, il partito, la nazionalità, la regione. Secondo un polacco, lo Czarnewski, a Buchenwald si erano costituiti addirittura 19 gruppi, associazioni regionali, tra i deportati politici tedeschi che durarono fino alla fine del Lager.

Anche a Dachau e Sachsenhausen si costituirono pure organizzazioni segrete su base regionale. Su questo tipo di organizzazione abbiamo molte testimonianze. Otto Horn, austriaco, deportato anche lui a Buchenwald, racconta che almeno sino a metà del 1944 i comunisti tedeschi dell'organizzazione internazionale del Lager erano raggruppati per regioni; Karl Wagner arrivato da Dachau riferisce che al suo arrivo viene incorporato nel gruppo Wirtenberghese. In altri Lager si formarono con denominazioni varie i comitati di lotta antifascista che raccolsero resistenti e partigiani selezionati (la paura degli spioni e dei provocatori è una costante nella vita del Lager). Oltre alla varietà delle denominazioni, questi comitati, queste organizzazioni resistenziali assunsero anche scopi che, pur essendo sempre di resistenza e di lotta al nazismo, vennero differenziati da Lager a Lager anteponendo, a seconda delle situazioni, le particolarità proprie di quel Lager oltre a quelle comuni della lotta antinazista. Ad esempio:

- tra le donne rinchiuse a Ravensbrueck compito fondamentale deciso dall'organizzazione, accanto al sabotaggio ed all'aiuto da prestare a chi vuol evadere, è quello della salvaguardia della dignità umana[0];

- ad Auschwitz, secondo Pilecki, si passa da un primo periodo in cui l'organizzazione si prefigge come scopi quello di rianimare il morale dei deportati, di aiutarli procurando cibo e vestiario, a cercare di far sapere all'esterno cosa succede nel Lager in modo che si creino delle bande armate pronte a combattere, ad un secondo periodo, quello che coincide con l'inizio dello sterminio della popolazione ebraica, dove l'impegno profuso da tutta questa organizzazione (formata in gran parte da ufficiali polacchi deportati) deve essere quello di far conoscere al mondo intero la nefandezza dei crimini nazisti e ciò deve essere fatto favorendo, a qualsiasi costo, le fughe di deportati debitamente istruiti che ad Auschwitz raggiunsero un livello superiore a quello degli altri Lager, tanto che Himmler intervenne con una sua circolare minacciosamente.

A questo proposito occorre dire che quando questi evasi, portatori di segreti e notizie raccapriccianti (lo sterminio degli ebrei) e aiutati dalla resistenza polacca, raggiungono Stoccolma e Londra raccontano cosa stava succedendo ad Auschwitz non vengono creduti.

Si pensi che nel febbraio 1942, quando lo sterminio ebraico era già in atto (nel Lager di Chelmo funzionava già da due mesi la gasazione), un giornale ebraico, lo "Hatzofe", raccomandò ai suoi corrispondenti "maggiore responsabilità e a non gonfiare a dismisura ogni voce allarmante"; persino il Massacro di Babi-Yar venne tralasciato dicendo che "il giornale russo che ne aveva pubblicato la notizia aveva scritto che la maggior parte delle vittime non era ebrea"!

Le organizzazioni della Resistenza nei Lager, a partire dal 1942, si trovarono di fronte un altro problema piuttosto complesso da dover risolvere, cioè di come comportarsi rispetto alla continua creazione da parte delle SS dei cosiddetti Aussenkommandos (Lager dipendenti dai campi principali) per sopperire alla necessità di manodopera per l'industria bellica. Mantenere intatta l'organizzazione del Lager principale? o inviare elementi fidati e politicizzati in questi Lager di nuova formazione affinché creino anche lì delle organizzazioni e dei comitati antifascisti? Quasi dappertutto si optò per la seconda soluzione.

Io stesso ho fatto parte nel Lager di Langenstein-Zwieberge del Comitato antifascista, l'organizzazione resistenziale del Lager che cercò in tutti i modi di aiutare i compagni deportati, tra difficoltà di ogni genere dovute principalmente all'assoluta scarsità di mezzi.

Il lavoro del Comitato consistette per lo più nel tener alto il morale dei deportati consolando gli ammalati, rincuorando gli avviliti, dando notizie sull'andamento della guerra ed incitando tutti a tener duro perché il giorno della liberazione si avvicinava.

Per una eventuale ed impossibile rivolta, vista anche la topografia della zona, avevamo a disposizione tre candelotti di dinamite, i coltelli da cucina ed i manici delle pale!

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Dopo queste parentesi possiamo dire che nei Lager troviamo comitati che si preparano per la Resistenza armata (Auschwitz, Buchenwald, Sobibor, Treblinka, tutti Lager che insorgeranno); altri che svolgono un'attività che potremmo chiamare di resistenza a carattere assistenziale (formati da gruppi nazionali, da membri di un partito, da elementi che sentono profondamente la solidarietà e la fratellanza dell'antifascismo); altri che svolgono un'azione di difesa (contro i soprusi di altri deportati, es. Kapos e Vorarbeiters, contro i delatori ed in genere contro le infamie commesse da altri deportati); altri ancora si preoccupano del sostegno morale e religioso dei loro compagni che va dalla raccolta e diffusione delle notizie (per lo più sulle operazioni belliche) sino all'aiuto di chi prepara in gran segreto un'evasione; altri comitati, organizzazioni che potremmo definire di Resistenza passiva, obbligano i loro membri alla rinunzia di eventuali incarichi nel Lager (Kapò, Vorarbeiters, Capoblocco, ecc..) per non essere costretti ad infierire sui compagni, per non dover fare la spia, ecc.. ed addirittura a suicidarsi per il timore di non resistere alle torture degli interrogatori delle SS e quindi tradire i propri compagni (qui occorre dire che l'ufficio politico della SS di ogni Lager aveva al suo servizio un gran numero di spie e di provocatori assoldati per lo più con un pezzo di pane e una razione di brodaglia).

Un altro compito che si prefissero i comitati clandestini nei Lager fu quello di ricercare tra gli aguzzini dei punti deboli quali bramosia di denaro e di oggetti preziosi (questo nei grandi Lager dove venivano ammassati e selezionati i beni degli ebrei), sfiducia nell'esito della guerra, un sottofondo tiepido verso il nazismo ed una volta individuati gli elementi su quali operare, la Resistenza si avvalse dei beni accantonati nel Lager nelle Effektenkammer o del coraggio e dell'intelligenza di alcuni suoi membri politicamente preparati che convinsero elementi delle SS a collaborare ed aiutare i deportati.

Assumono un particolare rilievo per il rischio, l'impegno ed il particolare coraggio con cui svolsero le loro attività nei campi di Auschwitz e Buchenwald due intellettuali e futuri storici della deportazione, Hermann Langbein ed Eugene Kogon che, grazie alla loro preparazione politica ed alle loro mansioni, furono in grado di accattivarsi la benevolenza dei loro superiori SS ed indirizzarli a svolgere spesso un'azione concreta a sostegno ed in difesa dei deportati in quei due Lager.

Ovviamente, man mano che gli eserciti nazisti collezionavano sconfitte, aumentava il numero degli aguzzini che avevano interesse di accumulare oro o di apparire migliori, intervenendo anche con rischi personali in favore dei deportati.

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Non penso di aver esaurito così diciamo "le categorie" nelle quali si manifestò la Resistenza nei Lager nazisti; ho voluto di proposito enunciare solo le più importanti.

Purtroppo a mezzo secolo di distanza non è facile ricostruire tutte le forme, tutte le azioni e gli episodi di Resistenza nei Lager nazisti in quanto la stragrande maggioranza dei testimoni sopravvissuti ai Lager è scomparsa, cercheremo tuttavia attraverso testimonianze e ricordi di dare un'idea di ciò che essa fu nei Lager.

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Sembrerà strano, a chi non ha vissuto la tragedia dei Lager, la raccomandazione che mi fece il Capoblocco del 43 a Buchenwald, nel consegnarmi il biglietto con cui venivo trasferito al blocco 45, di tenermi pulito sia negli abiti che nella persona. "Il mantenersi puliti ed ordinati fa parte della nostra lotta ai nazisti: loro godono quando ci vedono sporchi


e trascurati ed hanno la possibilità di paragonarci agli animali". Al momento non diedi molta importanza a tale raccomandazione. Comprenderò in pieno il senso di quel discorso sei mesi dopo nel Lager di Langenstein dove eravamo ridotti a larve umane, laceri, sporchi, pieni di pidocchi, senza un pezzo di sapone, senza un bagno (6000 deportati). Eravamo arrivati ad essere quello che lo stato nazista voleva: degli Untermenschen, dei sottouomini, una via di mezzo tra i porci e gli uomini la cui vita non aveva per i nazisti alcuna importanza.

Infatti nemmeno quando il bisogno di manodopera per le industrie belliche si fece assillante la nostra vita di deportati contava qualcosa.

Il furto di un arnese, un lavoro eseguito male, il rifiuto di lavorare se non veniva aumentata la razione di cibo, ad esempio, venivano considerate azioni di sabotaggio ed erano punite con la fucilazione e l'impiccagione. Ricordo a proposito di quest'ultimo rifiuto la fucilazione dei 7 alpini italiani deportati a Dora, Lager per politici, avvenuta il 15 dicembre 1943.

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Come ho accennato sopra, in tutti i Lager di una certa importanza sorsero quei comitati o quelle organizzazioni di lotta antinazista (che non so perché si chiamarono sempre "di lotta antifascista") che nella clandestinità assoluta gestivano il Lager operando al suo interno.

La massa dei deportati non solo non avvertì l'esistenza di simili comitati, ma nemmeno sospettò che esistessero.

Il segreto che li circondava era protetto dalle regole della clandestinità. Nessuno dei deportati sapeva più delle poche cose che era indispensabile conoscesse per poter svolgere la sua attività in modo che se anche fosse stato scoperto e sottoposto a tortura, potesse fare il minor danno possibile all'organizzazione.

(Un discorso a parte andrebbe fatto a questo punto sugli italiani a Buchenwald: inguaribili chiacchieroni, che D. Ciufoli[0] fosse il rappresentante italiano nell'organizzazione internazionale era il segreto di Pulcinella).

Se non erro, la prima importante uscita allo scoperto di una tale organizzazione avvenne a Buchenwald nella primavera-estate del 1938.

Nei Lager la distinzione dei deportati nelle varie "categorie" era contraddistinta da un triangolo che ognuno portava cucito all'altezza del cuore. I triangoli vennero introdotti nei Lager nel 1937quando accanto ai politici (triangolo rosso) vennero portati i testimoni di Geova (triangolo violetto) ed i criminali (triangolo verde) che presero così nel gergo del campo il nome di "verdi". Più tardi avremo anche triangoli di altro colore e la stella gialla per gli ebrei.

Con il trasferimento dalle carceri ai Lager di oltre 2000 criminali tedeschi avvenuto nel marzo 1937, le SS dei vari Lager affidarono a costoro gli incarichi più importanti nella gestione interna del Lager (Capiblocco, Capisquadra, Kapos, ecc.). Furono giorni durissimi per i politici e per gli ebrei tedeschi deportati successivamente. I verdi giravano per il Lager con al braccio la fascia che indicava le loro funzioni e con un bastone in mano per mettere in evidenza la loro autorità. A Buchenwald arrivarono parte di questi 2000 verdi sin dall'apertura del Lager (luglio 1937). Il loro passatempo era di angariare politici ed ebrei, bastonarli, far loro la spia alle SS e arrivare anche ad ucciderli.

Per le SS ciò non aveva e non avrà neanche successivamente alcuna importanza. Importante, e questo lo è sempre stato nei Lager, era che il numero dei deportati, morti più vivi, quadrasse, cioè che non vi fossero delle fughe.

Dentro ai Lager avvennero risse furibonde tra "verdi" e separatamente politici ed ebrei. Sinché nel 1938 a Buchenwald, sotto la guida di Karl Barthel, che era stato il più giovane deputato della repubblica di Weimar, i politici ed i giovani ebrei si unirono e si ebbero scontri con morti e feriti da entrambi le parti. I "Verdi" comprendendo di essere braccati ed in netta minoranza si asserragliarono nelle loro baracche da dove uscivano solo in folti gruppi. Anche in quella occasione le SS non mancarono di andare in loro aiuto; li fecero trasferire tempestivamente nel Lager di Mauthausen che allora, settembre 1938, era stato aperto da poche settimane.

Secondo Eugene Kogon, che quei giorni li visse nel Lager, uno dei motivi che determinarono il trasferimento dei "verdi" deve ricercarsi anche nella concorrenza che gli stessi facevano alla SS nello spogliare gli ebrei arrivati nel Lager con i loro averi (oro, gioielli e denaro).

Da molti viene considerata questa azione come la prima effettuata da una organizzazione antifascista nei Lager.

Nel Lager, spariti i randellatori e gli spioni, tornò, se si può usare un eufemismo, la quiete. Le SS, gli assassiniì dovettero da quel tempo in avanti compierli in proprio.

Negli altri campi ed in tempi diversi la lotta proseguì senza soste: a Mauthausen, a Gusen, a Majdanek e a Gross Rosen dove i criminali avevano maltrattato ed assassinato parecchi politici tedeschi. Testimonia M. Moldawa su Gross Rosen: "là dove i "verdi" sono investiti delle funzioni non vi era altro che una fine rapida per i politici, liquidati da essi (i verdi) con l'accordo della gente di Hitler" cioè delle SS.

Un'attenzione particolare, a questo punto, è necessario concentrarla sul comportamento dei deportati polacchi.

Occorre ricordare che mentre i deportati tedeschi si fregiavano dei triangoli di vario colore a seconda della loro "categoria" di deportazione, tutti i deportati stranieri che io ho incontrato avevano il triangolo rosso da politici. Così i membri della malavita corsa tradotti dalle carceri francesi, così gli ergastolani italiani tradotti dalle carceri di Sulmona, così gli altri italiani tradotti dal carcere militare di Peschiera[0], ecc.. Questa inflazione di triangoli rossi generò nei Lager una confusione enorme: si tentava di scoprire il vero politico dal numero di matricola basso per potersi fidare. Ma anche questo modo di individuare il politico era sbagliato. I resistenti italiani, francesi belgi, olandesi, ecc. che arrivarono nei Lager negli ultimi anni di guerra erano politici ai quali venne dato il numero di matricola progressivo sempre più alto. E' illusorio quindi, come dice anche il Collotti, "pensare che il Lager fosse solo scuola di fraternità e di affratellamento. La tragedia del Lager fu quella di far correre ad ogni istante il rischio che la condizione umana si lasciasse degradare al rango di bestialità cui i nazisti volevano condannare i loro prigionieri. Il Lager esaltò le qualità umane al livello più elevato ed esasperò al livello più basso gli istinti meno nobili. Dove la solidarietà, il dovere della solidarietà, non era mediato dalla consapevolezza politica, la brutale legge della sopravvivenza imponeva l'obbligo di badare a se stessi, di rinchiudersi nella difesa non del proprio privilegio (questo sarà semmai il caso dei Prominenten) ma semplicemente del proprio particulare, nell'esasperazione del proprio egoismo, nella speranza di salvarsi isolandosi dagli altri e spesso, se necessario, a spese degli altri. La tentazione di considerare importante unicamente la propria sorte faceva parte della natura umana sottoposta alla prova così dura nell'anticamera della distruzione".

Parlare dei deportati polacchi nei Lager e del loro comportamento sarebbe una cosa lunghissima e si rasenterebbe la generalizzazione. Io stesso tra i polacchi provenienti dalla Resistenza attiva ebbi compagni amabilissimi, così come erano dei bravissimi compagni i superstiti di quei gruppi di polacchi deportati nei primi anni di guerra. Il 16 novembre 1939, arrivarono a Buchenwald, i primi polacchi, 2860 tra cui parecchi ebrei, 104 partigiani polacchi facenti parte di questo gruppo vennero rinchiusi in una speciale gabbia di 30 metri per due. Nel Lager era risaputo che dovevano essere liquidati. Con 150 grammi di pane e mezzo litro di brodaglia al giorno morirono ad uno ad uno nello spazio di un mese. Di un trasporto di 1100 resistenti polacchi arrivati nell'agosto 1940, il primo giorno di lavoro nella cava di pietre ne furono fucilati undici e dopo quattro mesi i superstiti di quel trasporto erano ridotti a meno di trecento.

Tuttavia, ac


canto a persone deportate in quanto partigiani, esponenti politici e resistenti, arrivarono in rapida successione nel Lager migliaia e migliaia di polacchi razziati nei villaggi, nei paesi, nelle città e nelle carceri dall'esercito tedesco e dalle SS, i quali di politico non avevano niente. Anche a loro venne attribuito il triangolo rosso. Erano costoro nella stragrande maggioranza dei poveri diavoli che si trovarono così al centro di una tragedia più grande di ogni loro immaginazione. Senza cultura, senza formazione politica, non sentivano alcun sentimento di fratellanza e di solidarietà con i loro compagni di deportazione. Erano ferocemente antisemiti ed anticomunisti. Fu facile per loro, grazie al desiderio unico di sopravvivenza a qualunque costo, di entrare nel giro delle SS dalle quali vennero usati ben presto come spioni, come provocatori e divennero insieme ai "verdi" i peggiori nemici dei politici delle varie nazionalità.

Sull'antisemitismo, sull'anticomunismo e sul servilismo dei polacchi nei Lager si è scritto a sufficienza, ma a parer mio non ancora abbastanza. Sull'odio che gli stessi portavano verso i partigiani e verso i combattenti della repubblica spagnola non si è ancora parlato. Solo Razola e Costante, entrambi spagnoli, parlano dei polacchi di Mauthausen e Gusen dicendo: "erano i nemici più feroci di chi aveva combattuto per la repubblica spagnola". I polacchi "erano dei ricchi che trovavano naturale bastonare ed uccidere i poveri".

Un francese Louis Deblè racconta: "erano cattivi, grandi ammiratori di Salazar e di Franco". In un altro Lager, Sachenhausen, Poitner racconta che "i polacchi forniscono (alle SS) la più grande massa di spioni". Più avanti scrive: "erano tutti nazionalisti, sopratutto sciovinisti, fascisti, antitedeschi (cioè contro i deportati politici tedeschi). I loro principali nemici non erano né le SS, né Hitler".

Accanto alla massa di costoro che crearono grossi problemi alle organizzazioni resistenziali dei vari Lager, troviamo tra i polacchi anche delle figure luminose da Massimiliano Kolbe a Marin Barko che presero volontariamente il posto di un polacco condannato a morte per rappresaglia in seguito ad una fuga, al Kapo Krassowskiche salva un compagno sostituendo il suo numero con quello di un morto, all'ing. Damazyn che a Buchenwald partecipò alla Resistenza e costruì segretamente, rischiando la vita, una radio non solo ricevente, ma anche trasmittente ad onde corte con la quale venne chiesto tre giorni prima della liberazione l'aiuto delle truppe americane.

A Mauthausen sarà Joséf Cyrankiewicz, arrivato da Auschwitz, che imprimerà una svolta e riuscirà a smantellare, così come aveva fatto ad Auschwitz, le idee della sinistra polacca antiunitaria e riuscirà a farla aderire negli ultimi mesi di guerra al Comitato antifascista internazionale.

A Langenstein invece fummo costretti, per difenderci dalla loro prepotenza e ferocia, ad eliminare 7 Vorarbeiters polacchi. Il racconto di questo triste fatto si trova depositato da anni nell'archivio dell'Istituto storico del Movimento di liberazione di Trieste.

Termino questa digressione sui polacchi ricordando anche che il maggior numero dei fucilati davanti al muro nero di Auschwitz era polacco, così come lo era una parte considerevole dei fucilati ed impiccati nel Lager di Dora.

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Riprendiamo ora il discorso sui sabotaggi. A mio modo di vedere è su questo terreno, quello del sabotaggio, che si manifesta tutta l'importanza in modo concreto, continuo e fermo delle organizzazioni resistenziali dei Lager anche se in infiniti casi il sabotaggio èopera personale di singoli deportati che non hanno alcun legame con l'organizzazione antifascista del Lager. Anzi, talvolta il sabotaggio avveniva senza che il sabotatore avesse l'intenzione di sabotare. Nel mio libro racconto l'episodio, che confidatomi da un compagno triestino a Langenstein, il quale mentre cercava solo di guadagnare alcuni minuti in più di riposo, si risolse invece in un autentico grosso sabotaggio: l'eliminazione di un impianto che trasportava il cemento per intonacare le volte del tunnel. Sempre di Langenstein e delle gallerie racconto la storia delle punte del perforatore fatte sparire nei vagoni dei detriti su mia proposta. Una storia che rischiò di finire male. Debbo confessare che in quel momento l'idea del sabotaggio non attraversò la mia mente.

Parlando dei sabotaggi bisogna andare col pensiero a quella che era la condizione di vita del deportato. Sinché egli lavorava dentro al Lager, costruiva baracche, porte, finestre, rampe di scale, bagni, gabinetti, ecc., oppure era addetto alle pulizie, era occupato come medico, e così via, non si sognava di operare sabotaggi. Sapeva che il suo lavoro sarebbe servito per migliorare le condizioni di vita dei suoi compagni e quindi era stimolato ad operare con professionalità.

Quando invece il deportato viene inviato a lavorare nelle fabbriche, e notate bene che sono tutte legate direttamente e indirettamente alla produzione di materiale bellico, comprende benissimo che lavora a sostegno della guerra nazista, in sostanza lavora contro sé stesso e lavora per prolungare la guerra ed a ritardare la sua sospirata liberazione.

Scatta così la molla del sabotaggio.

Alcuni fanno risalire l'inizio dei sabotaggi al gennaio 1942, però i miei compagni tedeschi mi raccontarono che già nel 1940 iniziarono i sabotaggi, anche se in forme poco appariscenti ma decise. Ad esempio: un'industria richiedeva al Comando del Lager l'invio di meccanici, tornitori, disegnatori, ecc.. L'ufficio statistico dei deportati, allertato dalla organizzazione, si guardava bene dall'inviare i deportati specializzati richiesti. Inviava a quell'industria il numero dei deportati richiesti, ma con professioni diverse se non addirittura contadini.

Nel 1942 incomincia la necessità di reclutare mano d'opera per le industrie tedesche. Gran parte dei lavoratori tedeschi sono mobilitati e le industrie sono costrette, per coprire i vuoti che si aprono nei loro stabilimenti a ricorrere sempre di più ai Comandi dei Lager per avere la forza lavoro necessaria.

Non si chiede più operai specializzati, si chiede genericamente un numero di deportati. Penserà poi l'industria, o meglio i suoi capi-reparto, a specializzarli usando il bastone.

Vicino a Mauthausen, la Messerschmitt apre una fabbrica per produrre dei particolari per i suoi aerei. Questi pezzi escono, ma sono fuori misura, non perfetti. Allora necessita che i tecnici della impresa perdano il loro tempo per istituire i deportati sul corretto uso delle macchine, sull'uso degli strumenti di controllo, ecc.. Dopo qualche settimana spesa inutilmente, rimandano nel Lager quei deportati finti zucconi e se ne fanno inviare degli altri. Il training procede lentamente facendo infuriare le SS che intervengono facendo lavorare il bastone. Sempre in quell'industria, racconta un russo, per evitare perdite di tempo vennero edificate le latrine vicino ai capannoni. Il risultato fu che i deportati gettavano nelle latrine un'infinità di rivetti ben riusciti.

Mi raccontava un compagno che una direttiva del comitato antifascista di Sachsenhausen apparsa addirittura scritta su alcune porte all'interno dei blocchi diceva: "Sabotare le macchine utensili, lavorare il più lentamente possibile, moltiplicare gli scarti". Nella primavera del'44 le SS scoprirono in una fabbrica dei volantini che invitavano i lavoratori civili tedeschi a forme di resistenza passive ed a operare sabotaggi.

Nelle fabbriche d'armi si sabotava regolando male certi meccanismi o tarando male gli strumenti di misura.

A Dora, dove si producevano le V-1 e V-2, il boemo Cespiva sistema in luoghi adatti degli specialisti con l'incarico di rallentare la produzione; altri hanno l'incarico di modificare la tensione di alcuni relais dopo che erano stati controllati, altri ancora di neutralizzare, quando era possibile, i sistemi elettrici di pilotaggio.

Ad Arolsen, dove esisteva una scuola guida delle SS, un lussemburghese, meccanico nell'officina manutenzione automezzi e che sarà protagonista di una storica fuga, vuotava ogni giorno una tasca di sabbia nei serbatoi delle autovet


ture in riparazione.

Nei Lager di Buchenwald ed in quello di Dora il sabotaggio raggiunge forme massicce: a Buchenwald perché esso viene organizzato dal Comitato antifascista, a Dora anche perché la costruzione delle V-1 e V-2, le armi della vendetta, costringeva ogni deportato a riflettere che il successo di quelle produzioni allontanava la fine della guerra e per lui la libertà o addirittura la sopravvivenza.

A Buchenwald, in prossimità del campo, vennero costruiti dodici grandi capannoni della fabbrica d'armi Gustloff.

Era diventata una norma sotto il nazismo costruire fabbriche vicino ai Lager o aprire un Lager nelle vicinanze di una fabbrica. Lo scopo era sempre quello: sfruttare la forza-lavoro dei deportati. Le officine Gustloff occuparono, sino al bombardamento alleato che il 24 agosto 1944 le distrusse, parecchie migliaia di deportati e producevano diversi tipi di armi: cannoni da 88 mm, cannoni antiaerei da 37 mm, quelli anticarro da 75 mm ed altre armi.

I deportati colà inviati e ritenuti dal Comitato politicamente poco affidabili venivano richiamati nel Lager e destinati ad altri lavori. Venivano sostituiti da antifascisti delle varie nazionalità di sicuro affidamento e pronti ad assumersi pienamente la responsabilità e i rischi personali.

Come raccontano Mader e Leibbrand: "la pianificazione del lavoro nella fabbrica mette in evidenza la necessità di un certo numero di macchine utensili e di materiali. Per "disattenzione" dei deportati che lavorano negli uffici, gli ordini vengono ripetuti per mesi facendo perdere tempo (migliaia di ore di lavoro) a chi produceva i macchinari, a chi li imballava e a chi li trasportava". I conflitti di competenza, creati o suggeriti dai deportati, provocarono ulteriori ritardi. Inoltre la Wehrmacht, mentre esagerava i controlli, alle minime imperfezioni pretendeva modifiche facendo rallentare ulteriormente la produzione. Soltanto tardivamente la Wehrmacht si accorse dei difetti gravi ed occulti insiti nelle armi che avevano già superato il controllo ed erano già state destinate ai reparti. Dovette rinviare alla Gustoff tutta la produzione di canne per l'artiglieria fornita durante nove mesi senza che la sua Commissione di controllo avesse in partenza potuto scoprirne i difetti.

Chi diresse questa azione di sabotaggio tra i deportati fu un russo Skobtov.

Nel 1944 all'arrivo di un ordine urgente, il Comitato fece intervenire i medici deportati che segnalarono al Comandante del Lager d'aver diagnosticato dei casi di tifo in alcuni deportati che lavoravano alla Gustloff. Costui temendo un'epidemia, che avrebbe coinvolto anche i civili che vi erano occupati, ordinò due settimane di quarantena per i deportati che lavoravano in quella fabbrica. Così anche questa fornitura venne ritardata.

Uno dei piani di produzione prevedeva la costruzione di 10.000 canne di cannone da 88 mm al mese. Vennero ordinate macchine utensili per produrne oltre 16.000 al mese e dopo 18 mesi la produzione raggiunse a mala pena le 8.000 unità. La Wehrmacht insospettita nominò una Commissione d'inchiesta che iniziò i suoi lavori poco prima del grande bombardamento alleato del 24 agosto 1944 che distrusse le officine Gustloff. Ovviamente l'inchiesta venne sospesa.

Un altro piano produttivo prevedeva la consegna mensile di 55.000 pezzi delle carabine automatiche G43.

Nel marzo 1944 furono consegnati 3.000 pezzi, in aprile 6.000 e in maggio si arrivò a consegnarne 9.000. Ad agosto ci fu il bombardamento e la produzione cessò.

Scrisse il Capo tedesco delle officine Gustloff: "gli stabilimenti erano praticamente distrutti, ma un notevole numero di macchine utensili di grande valore e precisione rimasero intatte. I deportati che aiutarono nei lavori di sgombero delle materie si sono adoperati per rendere la gran parte di esse inutilizzabili". A Dora, nonostante il terrore instaurato dal generale delle SS Dornberger incaricato di sovraintendere la produzione delle V-1 e V-2, i sabotaggi continuarono fino alla fine della guerra. In quel Lager non si andava per il sottile, il Comando SS nel dubbio fucilava ed impiccava senza pietà.

Il Tagebuch, il diario delle morti dei deportati a Dora, èterrificante, ciononostante i sabotaggi erano una cosa sentita: dallo urinare nell'olio dei trasformatori, ad allentare una vite invece di stringerla, a recidere un cavetto delle V-1 o V-2 in fase terminale, ecc.. Il sabotaggio organizzato agiva parallelamente a quello individuale e pur trascurando le cifre che ci dicono che un quinto delle 11.300 V-1 non sono riuscite a partire e che quasi la metà delle V-2 esplosero subito dopo la partenza, citiamo un documento della direzione della produzione, una direttiva speciale dell'8 gennaio 1944 che dice: "Abbiamo l'obbligo di segnalarvi che, in diverse riprese per perturbazioni, distruzioni e furti, dei danneggiamenti sono stati scientemente e volontariamente causati alle nostre installazioni".

il tributo pagato dalla Resistenza in questo Lager è stato pesante: per azioni di sabotaggio solo in pochi giorni del marzo 1945 vennero impiccati 118 deportati.

Rinunciamo a parlare di altri sabotaggi, a Steyr, ad Auschwitz, a Ohrdruf, ecc. e passiamo a parlare della Resistenza armata.

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Parlare delle ribellioni e delle rivolte a mano armata avvenute nei Lager è sempre molto difficile per due motivi principali:

I) le rivolte e le ribellioni furono quasi sempre domate ferocemente dai nazisti con l'uccisione sino all'ultimo uomo;

II) nella maggior parte dei casi, se non in tutti questi tentativi di ribellione, furono protagonisti soldati ed ufficiali dell'armata rossa ex prigionieri di guerra.

Com'è risaputo, al loro ritorno in patria, una gran parte di costoro venne eliminata (arrestati, deportati, fucilati) per ordine di Stalin in quanto considerati trasgressori della disposizione da lui emanata che imponeva al soldato russo di morire, ma di non cedere un centimetro di terra all'invasore tedesco.

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Di quasi tutte le rivolte si parla grazie alla testimonianza di qualche deportato sopravvissuto di quel Lager, che certamente non era al corrente dell'organizzazione della rivolta data l'assoluta segretezza che circondava l'azione, ma che ha vissuto lo stesso l'angoscia dello sterminio dei suoi compagni attraverso il rumore degli spari delle mitragliatrici delle torrette di guardia ed èriuscito a fuggire per il varco aperto dai rivoltosi.

Oggi per raccontare questi eroismi solitari e non, siamo costretti quasi sempre a consultare la documentazione esistente presso i tribunali tedeschi o quelli dei paesi invasi, che riguarda i processi contro esponenti della SS e della GESTAPO. Fra interrogatori e contro-interrogatori di testimoni ed imputati è stato possibile in alcuni casi di rifare la storia di azioni collettive anche con la testimonianza diretta dei carnefici. Abbiamo avuto la ventura, grazie a questi processi, di conoscere lo svolgimento dell'episodio, il bagno di sangue che ne è seguito all'interno del Lager, mancandoci però la parte più importante cioè la preparazione della rivolta.

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Dalla deposizione di Rudolf Hoess, ex comandante del Lager di Auschwitz, al tribunale di Cracovia in data 14 marzo 1946 veniamo a conoscenza di un episodio che riguarda 1.700 ebrei polacchi arrivati ad Auschwitz da Bergen-Belsen (dove era stata loro fatta balenare la speranza di un espatrio in Svizzera) per essere sterminati nelle camere a gas. Quando oltre un migliaio era già nella camera a gas, scoppiò, tra quelli che dovevano ancora entrare, quello che Hoess definisce un "ammutinamento". Hoess prosegue raccontando che alcuni sottufficiali della SS entrano con le pistole in pugno nel camerone degli "ammutinati". In quel momento vengono tagliati i fili elettrici, le SS attaccate, disarmate ed uno di loro pugnalato. "In quello stanzone il buio era totale al mio arrivo ho fatto chiudere le porte ed ho dato l'ordine di asfissiare quelli che erano già nelle camere a gas. Poi, assieme alle SS sono entrato nel camerone con delle lampade portatili costringendo i deportati a rifugiarsi in un condotto a gomito da dove furono tirati fuori, ad uno ad uno, per essere uccisi su mio o


rdine con armi di piccolo calibro in una sala vicino al crematorio". Un SS morì ed uno fu gravemente ferito in questa azione.

Lo stesso giorno udendo gli spari, i deportati che lavoravano al crematorio IV si ribellarono, comprendendo ciò che stava succedendo, ma senza fortuna. Il boschetto accanto al crematorio era pieno di cadaveri vestiti, cioè di deportati che lavoravano lì dentro.

Dagli atti del processo tenutosi a Dachau (1946/47) riusciamo a ricostruire i motivi ed il succedersi dei fatti avvenuti nel Lager di Muelsen S. Michel, dipendente da Flossenbuerg il 1 e 2 maggio 1944. In quel Lager mancava tutto: i ritmi di lavoro erano disumani, le razioni di pane venivano via via ridotte per motivi disciplinari, i deportati erano costretti a vivere nel terrore imposto dal capo campo, un deportato tedesco di nome Weilbach. I prigionieri di guerra russi deportati come politici, in contatto con i loro compagni destinati al lavoro coatto fuori dai Lager, costituirono un movimento di resistenza che il 1 maggio bruciò padiglioni e baracche, massacrò a coltellate Kapos, Capiblocco, Capisquadra polacchi e bruciò lo stabilimento dove lavoravano. La rivolta venne domata dalle SS; nessuno riuscì a fuggire. Le sentinelle uccisero 195 deportati ed i sospettati istigatori della rivolta furono riportati a Flossenbuerg dove 40 di essi vennero fucilati nello spazio di qualche mese. In quest'ultimo Lager, il Weilbach si sarebbe vantato, così depone un ex deportato al processo, di aver sparato sui rivoltosi assieme alle SS, Questo episodio è raccontato da Toni Siegert che seguì il processo in un suo libro.

Un altro processo, a Dusseldorf, attraverso i suoi atti, ci racconta ciò che avvenne nel Lager di Treblinka, un campo di sterminio per ebrei che in seguito si rivoltò.

Nel novembre 1942 arrivano a Treblinka alcuni ebrei polacchi di Grodno i quali si rifiutano di spogliarsi e di entrare in quella camera a gas che eufemisticamente veniva chiamata sala docce. Neanche le bastonate li convincono a spogliarsi. Continuano ad incoraggiarsi a vicenda ed a difendersi dalle SS ucraine che continuano a bastonarli. Scoppia una bomba che ferisce gravemente una SS. Il sottufficiale della SS, Kurt Franz, uno degli imputati di questo processo, ricorda che contemporaneamente allo scoppio della granata venne ferito da una coltellata che lo mandò parecchie settimane all'ospedale. Altri SS vennero feriti più o meno gravemente, ma alla fine, secondo uno dei testi, tutti quei 2.000 ebrei furono fucilati.

Sempre durante quel processo si parlò dell'episodio Berliner; questo giovane ebreo, che aveva visto sua moglie ed il figlioletto condannati alle camere a gas, si gettò su Biala, un sottufficiali delle SS e lo tempestò a morte di coltellate urlando: "non posso fare altrimenti".

Nell'agosto 1942 abbiamo un altro episodio singolo: a un giovane ebreo viene impedito da un SS ucraino di dare l'addio a sua madre che veniva condotta alla camera a gas. Si vendica uccidendo l'SS con un coltello.

La rivolta che scoppiò il 2 agosto 1943 sempre a Treblinka è stata pure ricostruita durante il processo di Dusseldorf.

La rivolta organizzata dal Comitato antifascista iniziò con la costruzione di una doppia chiave dell'armeria delle SS. Dopodiché i deportati organizzati ed armati insorsero contro le SS tedesche e le guardie ucraine, il Lager venne incendiato e circa 500 deportati riuscirono a fuggire e a nascondersi nella foresta. Molti di costoro caddero combattendo con i partigiani, ma tanti altri furono vittime di polacchi antisemiti. Al processo sfilarono come testimoni molti deportati sopravvissuti ed a verbale sono pure le dichiarazioni delle SS imputate.

Un'altra rivolta avvenne in un altro campo di sterminio degli ebrei: a Sobibor. Vorrei consigliare a tutti la visione del film "fuga da Sobibor", prodotto sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e che io considero uno dei più interessanti film sulla deportazione.

In questo Lager, dove nessuno aveva una qualche possibilità di uscire vivo, un capo ebreo che preparava con altri due la rivolta venne tradito da un ebreo e tutti e tre vennero fucilati.

Come risulta dalla sentenza del tribunale di Hagen, dove venne celebrato il processo contro le SS di Sobibor, nonostante le violenze continue, il piano di sollevazione del Lager non fu abbandonato. Si cercò un contatto con le guardie ucraine; queste dapprima si impegnarono ad aiutare i deportati pur di aver salva la vita, poi, invece, quasi tutte fuggirono da sole.

Nel settembre 1943 arrivò da Minsk un trasporto nel quale si trovavano anche soldati ed ufficiali russi. Uno di questi, Alexander Pechersky, si attirò subito la stima dei deportati grazie alla dignità del suo comportamento. Compresero che era un capo, l'uomo di cui il Lager aveva bisogno.

Una SS ucraina che egli aveva conosciuto nell'armata rossa, lo informò della rivolta avvenuta poche settimane prima a Treblinka e l'avvertì che da qualche settimana girava la voce che lo sterminio degli ebrei era vicino. Gli ebrei rimasti a Sobibor, ad "azione Reinhard" ultimata cioè a sterminio degli ebrei compiuto, potevano essere considerati come un reparto speciale il quale aveva come scopo la raccolta e la selezione di tutti i beni degli ebrei arrivati a Sobibor e lì sterminati nelle camere a gas. Quindi, terminato il lavoro che stavano effettuando, sarebbero stati soltanto dei testimoni scomodi di quello sterminio e come tali eliminati.

Non ritengo necessario esporre tutta l'organizzazione che fu necessaria per arrivare alla rivolta. Il 14 ottobre, dopo aver ucciso 6 SS tedesche e due ucraine, un incidente imprevisto obbligò i capi dell'organizzazione ad anticipare di qualche ora la sollevazione del campo. Corsero fuori dal Lager, dopo aver abbattuto i fili spinati, sotto il fuoco delle mitragliatrici delle torrette di guardia ed entrarono in un campo minato largo 15 metri che circondava il Lager. i primi saltarono sulle mine, ma aprirono la strada agli altri.

Ecco come spiega la sollevazione di Sobibor un rapporto della GESTAPO di Lublino: "Il 14 ottobre verso le 17 rivolta degli ebrei del Lager di Sobibor... hanno conquistato l'armeria e dopo scontri con gli effettivi rimasti nel campo (SS) sono fuggiti in direzione sconosciuta... 9 SS uccise, 1 SS disperso, 1 SS ferito, 2 guardie uccise... 300 deportati circa spariti... i rimanenti fucilati...".

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Anche Buchenwald conquista la libertà poche ore prima dell'arrivo degli americani. Accanto all'organizzazione della rivolta che il comitato clandestino aveva meticolosamente preparato con squadre dei vari gruppi nazionali, ad ognuna delle quali era stato indicato l'obbiettivo da raggiungere, troviamo l'azione di Eugen Kogon che con la complicità di un medico delle SS venne fatto uscire dal Lager, dentro una cassa che avrebbe dovuto contenere medicinali, il giorno prima della liberazione e dalla casa di un amico, da Weimar, chiamò al telefono il Comandante del Lager mettendolo in guardia da quello che potrebbe succedergli qualora avesse messo in atto operazioni contro i deportati.

Il piano di sollevazione predisposto dal Comitato antifascista era minuzioso e preciso. Agli italiani venne assegnato il settore compreso tra le sentinelle 28 e 33 della catena esterna, cioè tra la stazione ed il Baulager.

La loro azione doveva svolgersi attraverso l'azione di 5 gruppi; il primo gruppo doveva neutralizzare le sentinelle numero 28, 29 e 30, il secondo gruppo le sentinelle numero 31, 32 e 33; il terzo gruppo era di riserva ed il quinto gruppo rimaneva a disposizione del Comando della rivolta per compiti speciali mentre il quarto gruppo doveva impegnarsi nella stazione.

Gli italiani che parteciparono direttamente alla rivolta furono una settantina, mentre quelli destinati a intervenire per eventuale sostegno attendevano nei blocchi a loro assegnati.

Quando venne dato il segnale della rivolta e distribuite le armi precedentemente nascoste, si intravedevano in lontananza i carri armati che procedevano nella pianura verso Weimar.

Mentre i deportati si scatenano, spingendosi fuori del Lager in tutte le direzioni, le SS spaventate abbandonano garitte e torrette e scappa


no o si danno prigionieri, lasciando i deportati, padroni del Lager, ad attendere l'arrivo degli americani ai quali consegnano oltre 220 SS prese prigioniere.

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La liberazione del Lager ed il suo controllo a Buchenwald da parte dei deportati ha avuto una importanza eccezionale nella ricostruzione di fatti, situazioni, collusioni con l'industria, con le università avvenute durante il nazismo. Infatti le SS in fuga non ebbero né il tempo né la possibilità di bruciare gli archivi del Lager, i cui documenti rinvenuti intatti, vennero più tardi utilizzati come fonte importante per l'accusa nei vari processi per i crimini nazisti che saranno celebrati nell'immediato dopoguerra.

Gli storici hanno sempre trascurato l'importanza di questi documenti. Vogliamo qui ricordare l'enorme interesse rivestito dai "Diari" del blocco 46, dove venivano sperimentati i medicinali delle grandi industrie farmaceutiche tedesche sui deportati usati come cavie (es. alla data del 7 settembre 1943 il "Diario" espone laconicamente i risultati della sperimentazione di un farmaco, l'ASID su 70 deportati: "la serie degli esperimenti viene conclusa: 55 casi mortali") e viene messa in evidenza sia l'importanza dell'istituto scientifico "Robert Koch" che si fa promotore dell'uso dei deportati come cavie ("dato che gli esperimenti sugli animali non consentono una sufficiente valutazione, gli esperimenti devono essere effettuati sull'uomo") e le responsabilità di docenti e professori di varie Università tedesche (Lockemann di Berlino, Otto e Prigge di Francoforte) e di professori, ricercatori e dirigenti della I.G. Farbenindustrie. Si trova in quegli archivi tutta la corrispondenza intercorsa tra il Lager e tutte le grandi e piccole aziende chimiche, farmaceutiche, degli armamenti, della industria meccanica (BMW, Junker, Volkswagen, Elsag, ecc..); si trovano gli ordini relativi all'assassinio di deportati del Lager provenienti dai comandi berlinesi (es. Arno Ricke, socialista, 2 marzo 1945, Franz Mojuz id.) ed anche il documento contenente l'ordine "di sospendere la produzione delle teste rimpicciolite e dei cosiddetti articoli-regalo " (astucci di pelle umana per sigari, per occhiali, paralumi confezionati con pelle dei deportati ricoperta di tatuaggi) e così avanti.

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Concludendo, dobbiamo dire che, in genere, manca una storia della Resistenza dei tedeschi contro il nazismo. Ricordo frammentariamente quella opposta da religiosi e da gruppi, come "La Rosa Bianca", il "Circolo di Kreisau", "la Rota Kapelle", gli interventi di pastori come Bonhoeffer, di Martin Niemoeller con la sua "Chiesa confessante" e le omelie del vescovo Von Galen dal pulpito di Muenster che riuscirono a bloccare l'operazione T4 (detta eutanasia).

Gli altri tedeschi, i capi dei partiti delle organizzazioni operaie e delle centrali sindacali, già due giorni dopo l'avvento di Hitler al potere cominciano ad affluire, arrestati nei Lager che man mano vengono aperti dai nazisti e dove saranno loro gli artefici di quella resistenza che ivi si sviluppò.

Attraverso le considerazioni esposte ed il racconto di alcuni dei tanti episodi avvenuti, penso di aver dato un'idea, seppur sommaria, di quello che fu la Resistenza nei Lager nazisti.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 25/3/2008 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
UNA ROSA BIANCA PER UCCIDERE HITLER
 LA RESISTENZA IN GERMANIA DAL 1938 AL 1945

UNA ROSA BIANCA
PER UCCIDERE HITLER

Le insanabili divisioni tra socialdemocratici, cristiano-sociali e conservatori, una spietata repressione e la connivenza di ampi strati della popolazione impedirono il costituirsi di un fronte antinazista all'interno del Terzo Reich. I pochi che si opposero lo fecero a prezzo della vita e con esiti infausti. Ma il loro sacrificio non fu vano.

Alcuni membri della Rosa Bianca: da sinistra Hans
Scholl, sua sorella Sophie e Christoph Probst
di UMBERTO STEFANI
"Quando i nazisti presero i comunisti non ho aperto bocca: non ero mica un comunista io. Quando rinchiusero i socialdemocratici sono rimasto in silenzio: non ero mica un socialdemocratico. Quando presero i cattolici non ho protestato: non ero mica un cattolico. Quando hanno preso me, non c'era più nessuno che potesse protestare". Così il pastore protestante Martin Niemöller ha rievocato, con efficacia, la tragedia della resistenza tedesca nei dodici tragici anni della dittatura hitleriana. Nelle sue parole è racchiusa sia l'essenza della lacerazione politica e ideale ereditata dalla repubblica di Weimar sia la previsione di quella che sarebbe diventata la contrapposizione tra le due Germanie dopo la seconda guerra mondiale.
La categoria della Resistenza con la R maiuscola - come ci è stato insegnato in quest'ultimo mezzo secolo fin dai banchi di scuola, con tutto il suo corollario di opposizione politica, lotta armata, sabotaggi e spionaggio - se applicata alla Germania hitleriana rischia di essere fuorviante (ammessa, e non concessa, la possibilità di accomunare i movimenti resistenziali europei in modo univoco). Se in Francia, Italia, Iugoslavia, Polonia, Grecia e più in generale in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht la Resistenza al nazismo ha assunto contemporaneamente, ma con gradazioni e combinazioni diverse, i caratteri di guerra patriottica, guerra di classe e guerra civile, in Germania ha invece assunto nei suoi tragici esiti finali un carattere speculativo e altamente ideale. In breve, è stata un fallimento che però sul piano morale è pesato quanto un successo.
Spazzata dalla repressione del regime, dai successi economici e di politica estera che avevano contribuito a cementare un forte consenso attorno al regime, l'opposizione a Hitler in Germania praticamente non può definirsi tale prima del 1938. Il forte partito comunista aveva già cessato di rappresentare un pericolo con la morte di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg nel gennaio 1919. "I Tedeschi non assalterebbero una stazione ferroviaria senza aver prima acquistato il biglietto d'ingresso", aveva osservato malignamente Lenin dopo il fiasco della rivoluzione subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Durante la repubblica di Weimar la frattura lacerante tra socialdemocratici al governo e comunisti fu così aspra da compromettere la possibilità di un fronte comune di forze progressiste anche di fronte all'avvento del nazismo.
"La scissione e la confusione politica dell'opposizione a Hitler - ha scritto lo storico tedesco Hans Thamer - ebbe anche a che fare con la tecnica nazionalsocialista della presa del potere che mandò a monte, con la sua "rivoluzione legale", i modelli e le interpretazioni politiche del potere tradizionali indebolendo così le potenziali forze di opposizione. Con le loro manipolazioni apparentemente democratiche, nonché con la loro congiunzione ambivalente di tradizione e rivoluzione e di allettamento e minaccia, i nazionalsocialisti paralizzarono ogni minimo tentativo da parte degli oppositori di fare fronte comune".
Di suo Hitler ci mise, dal 1933 in poi, una spietata repressione e una lunga serie di successi politici e poi militari che placarono tutti i tentativi di ribellione, sia di sinistra, sia di tendenza conservatrice, sia provenienti dalla Wehrmacht. Migliaia di funzionari del partito comunista (KPD) furono arrestati subito dopo l'incendio del Reichstag e a metà degli anni Trenta praticamente tutte le strutture organizzative della sinistra erano completamente scardinate. Fiaccati, i superstiti affiliati al KPD si limitarono da allora in poi a una posizione di attesa, nella speranza che si realizzasse l'atteso crollo del capitalismo europeo, di cui il nazismo - in accordo con la più rigorosa ortodossia marxista - doveva rappresentare l'evoluzione ultima. L'inapplicabilità di questa teoria si palesò definitivamente con la firma del patto Ribbentrop-Molotov nell'agosto 1939, che venne giustificato dall'internazionale comunista come uno strumento per contrastare il paese imperialista per eccellenza, la Gran Bretagna.
Migliaia di funzionari del partito comunista (KPD) furono arrestati
Non meno fallimentare fu l'atteggiamento dei socialdemocratici (SPD), che non riuscirono a mettere in piedi una struttura organizzata. Alcune cellule si trasferirono in Cecoslovacchia, ma l'unico risultato fu una produzione di ciclostilati inviati clandestinamente in Germania. Al flusso di materiale "sovversivo" mise la definitiva sordina la creazione del protettorato tedesco nel 1939. Ma altrettanto indicativo fu l'atteggiamento dei generali dell'esercito nei mesi precedenti lo scoppio del conflitto. Molti di loro si erano resi conto dei rischi della politica nazista e tentarono di prendere accordi con Londra per rovesciare Hitler nel caso avesse voluto trascinare la Germania in una guerra con Francia e Gran Bretagna. Nel 1938 fu messo a punto un piano per una rivolta dell'esercito al fine di scongiurare un attacco contro la Cecoslovacchia. Ma gli accordi di Monaco impedirono di andare oltre.
Nel 1939 alcuni generali (von Brauchitsch e Ludwig Beck) assieme a Karl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, e all'ex ambasciatore a Roma Ulrich von Hassel, si esercitarono in una prova di complotto da attuarsi se Hitler avesse dato il via alla guerra in occidente. Ancora una volta non se ne fece nulla, anche perché i fulminanti successi in Polonia e in Francia rafforzarono la fiducia nei confronti delle virtù strategiche del Führer. Ma la categoria resistenziale non è univoca. Intesa in senso "passivo" può essere applicata anche all'emigrazione verso altri paesi europei o extraeuropei. Non è questo il caso di molti ebrei, per i quali la scelta dell'esilio fu spesso obbligata (finché se ne presentò l'opportunità) quanto invece il caso di intellettuali, artisti e scienziati di grande spessore, profondamente legati alla propria patria.
Thomas Mann in testa a tutti, che da buon tedesco visse l'esilio come una profonda lacerazione, necessaria però a riaffermare la supremazia della civiltà contro la barbarie nerocrociata. Ma non solo lui. Basti pensare a Marlene Dietrich, che, presa la cittadinanza americana nel 1937, a più riprese rifiutò le offerte di Goebbels per farne un'eroina della filmografia nazista. Durante la guerra l'"Angelo azzurro" difese la causa alleata partecipando attivamente agli spettacoli di intrattenimento per le truppe americane. Ma la lista degli esiliati volontari è lunghissima: Albert Einstein, Joseph Schumpeter, Theodor Adorno, Ernst Cassirer, Karl Popper solo per citarne alcuni. Un esodo che privò la Germania dei suoi intelletti migliori. Per l'opposizione rimasta in Germania il periodo più buio fu quello compreso tra la sconfitta della Francia e i primi fulminei successi nella campagna di Russia. Scoraggiati, delusi e dubbiosi, i resistenti tedeschi erano divisi in tre gruppi piuttosto definiti, ognuno interprete minoritario di una avversione al regime che faticava a trovare piani d'azione comuni con gli altri. Il primo gruppo era costituito da un ristretto circolo di giovani intellettuali di estrazione cristiana imbevuti di vaghi ideali socialisti.
Facevano capo al conte Helmuth von Moltke e, dal nome della tenuta slesiana in cui erano soliti incontrarsi, presero il nome di Circolo di Kreisau. Al centro delle loro discussioni posero la ricerca di una terza via tra capitalismo e socialismo, alla quale si sarebbe giunti dopo una profonda riforma morale del paese. La liberazione dai vecchi concetti del nazionalismo, della politica di potenza e della
Scoraggiati, delusi e dubbiosi, i resistenti tedeschi erano divisi in tre gruppi
subordinazione del singolo al volere dello Stato dovevano essere, una volta eliminato il nazismo, le prime tappe per una rinascita tedesca Il secondo gruppo era invece di ispirazione nazionalconservatrice e non faceva mistero della sua volontà di ripristinare, al termine del conflitto, il ruolo egemonico dello stato tedesco-prussiano sulla scena europea. Il conservatore Karl Goerdeler, già borgomastro di Könisberg e Lipsia, e in un primo tempo sostenitore del nazismo, ne era la personalità di maggiore spicco. Infine, c'era il gruppo dei giovani ufficiali della Wehrmacht radunati attorno a von Stauffenberg, von Tresckow e Olbricht. Idealisti, romantici, meno preoccupati di teorizzare il futuro assetto istituzionale della Germania, vedevano nell'azione immediata, nell'uccisione di Hitler, il vero e unico obiettivo che avrebbe consentito al popolo tedesco di riscattarsi agli occhi del mondo e della storia. Caratteristica di tutte queste forme di resistenza era quella di provenire dall'alto, cioè da una élite della società tedesca.
Mancavano infatti gli strati sociali numericamente più ampi: non c'era la sinistra e la classe operaia, che mai avrebbe accettato di collaborare con la nobiltà prussiana per abbattere Hitler; non c'erano i vecchi esponenti della Repubblica di Weimar; assente, infine, era anche la borghesia e la classe imprenditoriale. In questo "vuoto" merita però di essere segnalata l'azione di piccoli gruppi slegati e spesso improvvisati, che svolsero azioni di scarsa utilità pratica ma di elevato valore morale. Come non ricordare quindi il sacrificio del gruppo della Rosa Bianca, fondato da i due fratelli Hans e Sophie Scholl e formato da studenti e intellettuali dell'università di Monaco. Tra il maggio 1942 e il febbraio del 1943 tentarono di opporsi al nazismo svolgendo una sotterranea attività propagandistica ispirata a ideali etico-religiosi. Ma il movimento ebbe vita breve. Scoperti dalla polizia, tutti i componenti del gruppo furono arrestati e decapitati nel 1943. A un destino simile andò incontro anche lo sparuto gruppo di intellettuali di sinistra che faceva parte del circolo della Rote Kapelle, in contatto con l'Unione Sovietica. Furono infatti scoperti e arrestati nell'agosto del 1942.
I rovesci sul fronte russo e i primi segni di disaffezione sul fronte interno diedero alle elaborazioni teoretiche dei tre principali gruppi di opposizione l'opportunità di tentare il colpo finale. Molto si è discusso sul fatto che l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 sia stato messo in atto quando la sconfitta era ormai certa, con i Russi che premevano verso il Reich e gli alleati saldamenti attestati in Francia. Occorre però ricordare che, se una certa dose di opportunismo poteva essere presente (ma a questa stregua una critica analoga la si dovrebbe estendere ad altri momenti della resistenza europea), gli ufficiali dovettero in ogni caso usare una estrema violenza nei confronti dello spirito di casta di cui erano imbevuti, retaggio dell'antico imprinting prussiano fatto di disciplina, rispetto della gerarchia e della legalità. Quando non furono questi elementi a bloccare le volontà dei cospiratori fu il carisma di Hitler a impedire ad alcuni dei personaggi a lui più vicini di scegliere la soluzione dell'assassinio. Tipico l'esempio di Albert Speer, architetto e ministro degli armamenti. Alcuni anni dopo la fine del conflitto così rievocò il suo atteggiamento di fronte ai progetti del 1944 per eliminare il Führer. "Su un piano razionale ormai da molti mesi, se non da prima ancora, avevo capito che solo la morte di Hitler poteva salvarci dalla catastrofe. Ma dal punto di vista psicologico, o se si preferisce emotivo, non avrei potuto mai prendervi parte. Ne ebbi un'ulteriore conferma sette mesi dopo quando, avendo elaborato un piano per eliminarlo, mi resi contemporaneamente conto che mai avrei potuto porlo in atto".
Diverso l'atteggiamento di von Stauffenberg, il più determinato tra i congiurati del 20 luglio. "Io perseguo con tutti i mezzi a mia disposizione l'alto tradimento" ebbe modo di dire senza mezzi termini durante una riunione preparatoria dell'attentato. Negli ultimi mesi di guerra per Stauffenberg non era neanche più in gioco l'esito positivo della congiura, quanto il gesto in sé. Anche il semplice tentativo di uccidere il tiranno avrebbe contribuito a riscattare moralmente il popolo tedesco da undici anni di dittatura, indipendentemente dal risultato finale dell'azione.
Nella caricatura Hitler si chiede:
"Chi è il più forte del reame?"
E i dubbi sull'esito della congiura erano assolutamente leciti, visto il provvidenziale "stellone" che nel corso del 1943 e dei primi mesi del 1944 consentì più volte a Hitler di sfuggire a tutta una serie di attentati orditi da ufficiali legati al gruppo di Stauffenberg. Due bombe piazzate nella macchina del Führer mentre era in visita al quartiere generale fecero cilecca. Il tentativo di far saltare l'arsenale di Berlino nel corso di un'altra visita non sortì alcun esito perché Hitler si trattenne solo pochi minuti. In un altro caso la bomba scoppiò in anticipo. Altri tentativi fallirono miseramente in seguito a repentini cambiamenti di programma, a inconvenienti tecnici o perché - come nel caso di von Breitenbuchs, che voleva uccidere Hitler a colpi di pistola durante un colloquio al Berghof - all'attentatore fu negato in extremis l'accesso.
Da parte alleata non si fece alcuno sforzo per incoraggiare la fronda nell'esercito tedesco. Eppure nel corso del 1943 alcuni ufficiali e civili tedeschi cercarono in diverse occasioni di avviare negoziati con gli anglo-americani. Ma il desiderio di voler mantenere quasi tutte le conquiste tedesche fatte prima dell'invasione della Polonia pregiudicarono ogni possibile dialogo. "E del resto, la riluttanza degli uomini di stato alleati era facilmente comprensibile - ha scritto lo storico Joachim Fest -. Il loro rifiuto a legarsi le mani, prima della vittoria che appariva prossima, unito alla preoccupazione di fare un affronto all'Unione Sovietica, era tutt'altro che ingiustificato. E altrettanto comprensibile è la loro incapacità ad afferrare i complessi conflitti politici e morali dei congiurati tedeschi. […] L'atteggiamento di riserbo era ulteriormente rafforzato da un innegabile risentimento nei confronti dei tedeschi, oggetto del quale era pur sempre quel tipo umano che ora si presentava loro quale portatore di un nuovo ordine mondiale, ma che in realtà sembrava soltanto il rappresentante del vecchio, vale a dire il "militarista", lo "junker" prussiano, l'"ufficiale di stato maggiore"".
Nell'aprile del 1944 von Moltke venne arrestato e il circolo di Kreisau scomparve dalla scena. Per Goerdeler e Stauffenberg non c'era un minuto da perdere, pena il rischio di veder smascherate anche le loro strutture cospirative. Non c'era tempo per contattare gli alleati né per organizzare una strategia politica a lungo termine, tanto più che con lo sbarco in Normandia qualsiasi velleità di vittoria dell'esercito tedesco stava venendo meno. Anche Rommel decise di prendere parte al colpo di stato: "Se Hitler si rifiuta di trarre le conseguenze - disse - entreremo in azione noi". Una volta eliminato Hitler il progetto dei congiurati prevedeva l'imposizione dello stato d'assedio per contrastare una rivolta delle SS costruita ad arte. La Wehrmacht avrebbe assunto il comando, occupando i ministeri, le stazioni radio e disarmando le SS ovunque si trovassero. Doveva essere la rivincita dell'antica tradizione militare prussiana contro la nazificazione delle forze armate. In un secondo momento Karl Goerdeler avrebbe dovuto prendere le redini del Paese come nuovo cancelliere. Il 20 luglio del 1944 von Stauffenberg, che in qualità di capo di stato maggiore generale dell'esercito di riserva aveva accesso alle riunioni del Führer, si presentò al quartiere generale a Rastenburg con una bomba nascosta nella valigia.
La bomba esplose e l'attentatore, fuggito pochi minuti dopo l'innesco dell'ordigno, volò a Berlino convinto che Hitler fosse rimasto ucciso. Ma per una serie di circostanze fortuite questi sfuggì ancora una volta all'attentato, cavandosela solo con qualche graffio. Intanto la macchina cospiratoria era già in movimento, non solo a Berlino ma anche a Parigi e Vienna. Stauffenberg si recò al Ministero della guerra annunciando la morte di Hitler e ordinando che l'esercito assumesse il potere contro le SS. Ma tra lentezze, indecisioni e tentativi in extremis di volgere alla propria causa altri esponenti dell'esercito si perse tempo prezioso. La notizia che Hitler era ancora vivo colse i congiurati mentre le tappe del colpo di stato non erano ancora concluse o erano già fallite. L'ordine dalla viva voce del Führer di stroncare la sedizione pose fine all'ultimo ed estremo atto di resistenza, dando il via a una barbara repressione. Come nell'atto finale di una tragedia nibelungica a mezzanotte di quello stesso 20 luglio nel cortile del Ministero della Guerra furono fucilati Stauffenberg e altri congiurati. Altri si suicidarono o furono invitati a farlo, come Rommel. Goerdeler e Tresckow furono arrestati e quindi impiccati. La vendetta fu estesa anche i familiari della sparuta pattuglia di oppositori. Così si consumò l'atto finale dell'ultima congiura contro il dittatore nazista. E le vittime principali del fallimento, oltre ai personaggi direttamente interessati, furono ancora una volta i popoli coinvolti nel conflitto. Soprattutto quello tedesco. La sopravvivenza di Hitler costò la vita a più di quattro milioni e mezzo di tedeschi negli ultimi nove mesi di guerra.
Se la resistenza interna al nazismo, nei diversi aspetti che ha assunto durante dodici anni di dittatura, può quindi definirsi inconcludente e confusa nei suoi propositi, troppo spesso divisa e sicuramente fallimentare sul piano degli effetti pratici, sul piano morale è valsa quanto un successo. Il sangue versato dai giovani studenti della Rosa Bianca, da Stauffenberg e dai cospiratori radunati attorno a lui servì a dimostrare (più del processo di Norimberga, imposto dalle potenze vincitrici alla Germania sconfitta) che un barlume di coscienza civile era pronto a rinascere sulle ceneri del Terzo Reich.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 marzo 2008
La resistenza civile in Danimarca: il salvataggio degli ebrei danesi.
 

L’anno 1943 fu teatro del salvataggio più spettacolare della guerra: quello degli ebrei di Danimarca. Fin dall’occupazione del Paese nell’aprile 1940, il governo danese, che s’era impegnato nella collaborazione di Stato con Berlino, si era fatto garante dell’integrità della comunità ebraica. Tutto ciò non era una prova di pro-semitismo: l’attitudine governativa era piuttosto fondata su una posizione politica di principio. Prendersela con gli ebrei equivaleva ad una lesione di un elemento fondamentale della costituzione danese: quello dell’uguaglianza di diritti fra cittadini. Il re Cristiano X dava prova della stessa fermezza e minacciava di portare la stella gialla, qualora Berlino volesse imporla agli ebrei. E siccome la Germania ci teneva al mantenimento del governo danese, il progetto della loro deportazione fu respinto più volte. Ma la crisi dell’agosto 1943, che segnò la fine della collaborazione dello stato danese, per via delle dimissioni del governo, riportò la questione all’ordine del giorno. Infatti il Paese passò sotto il diretto controllo dell’occupante e poco dopo Berlino attuò il piano di arresto degli ebrei, senza poter tuttavia contare sulla collaborazione della polizia danese. Ma ci fu una fuga di notizie: tre giorni prima che l’azione si scatenasse, com’era previsto, nella notte del primo ottobre, un funzionario dell’ambasciata tedesca, Georges Ferdinand Duckwitz, preavvisò i responsabili della Resistenza danese. Il progetto di rastrellamento fu comunicato ai dirigenti della comunità ebraica ed a parecchi fra i massimi responsabili dello Stato danese. All’indomani, 29 settembre vigilia dello “Yom Kippur”, il rabbino della sinagoga di Copenhagen preavvisò i partecipanti alla funzione del mattino. La notizia circolò molto in fretta, passando parola ed utilizzando i canali informativi propri della Resistenza o di numerose associazioni. Le recenti dimissioni del governo avevano radicalizzato gli animi e in parecchi erano disposti a "fare qualcosa"” non necessariamente per gli ebrei, ma contro i tedeschi in ogni caso.

Il mattino del 2 ottobre, il commissario del Reich, Werner Best, aveva catturato 475 persone, il 6% degli ebrei danesi. Furono deportatati a Theresienstadt, campo di transito e non di sterminio. Proteste pubbliche contro il rastrellamento non tardarono a farsi sentire: dal Primate della Chiesa danese, all’insieme dei Vescovi, dai principali partiti politici, ma anche da diverse organizzazioni sindacali, professionali, etc.

Tuttavia gli ebrei non erano ancora fuori pericolo: nascosti in Cophenagen e nei dintorni, restavano in condizioni precarie di sicurezza. S’impose perciò la loro fuoriuscita per mare verso la vicinissima Svezia, attraverso il Dund, come la soluzione migliore. In pochi giorni il salvataggio degli ebrei era diventato una questione nazionale per molti Danesi, un modo concreto per sfidare l’ordine nazista.

E così migliaia di persone di ogni ambiente si mobilitarono spontaneamente per far riuscire l'operazione. Il salvataggio prese allora il tono di un'epopea. Uno dei suoi responsabili principali, Aage Bertelsen, un insegnante, ne ha fatto un racconto particolareggiato.

Descrive come uomini e donne, senza alcuna esperienza della clandestinità s'impegnarono spontaneamente in quel servizio: come fu necessario reclutare le imbarcazioni dei pescatori ed assicurarsi che fossero pagati; come toccò vigilare sulla sicurezza degli ebrei quando essi si recavano nei loro punti d'imbarco, ecc. Le principali strade e sentieri che vi conducevano erano sorvegliati da membri della Resistenza, pronti ad aiutare coloro che si perdevano. La stessa polizia danese prese parte al salvataggio guidando la gente verso la direzione giusta.

Ingenti fondi privati furono messi a disposizione, ed anche da banche, per provvedere alle spese, poiché erano numerosi quelli che non avevano il necessario per pagarsi il viaggio. L'operazione fu un successo e fornì la prova che nell'Europa dominata dai nazisti era ancora possibile la solidarietà umana su vasta scale. Questa riuscita testimoniava che un piccolo popolo disarmato poteva spezzare la logica infernale del genocidio, quando era esente da antisemitismo.




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23 marzo 2008
Resistenza europea
 Lotta militare e politica condotta nel corso della seconda guerra mondiale da organizzazioni clandestine e formazioni militari di volontari contro l’occupazione nazista in Europa e contro i regimi collaborazionisti; si diffuse in tutto il territorio europeo, a partire dal 1942, assumendo differenti e specifici caratteri.

Nei paesi occupati dai tedeschi sin dal 1940, come la Danimarca, la Norvegia e l’Olanda, l’obiettivo era di proseguire la guerra perduta dagli eserciti regolari e di ritornare alla situazione prebellica. In altri paesi, come la Francia, la Iugoslavia, la Grecia, la Polonia e l’Italia, la Resistenza assunse un carattere di scontro politico, anche con risvolti rivoluzionari, pur nell’ambito di una comune strategia militare finalizzata al ripristino della libertà e alla riconquista della sovranità nazionale, e si sviluppò in collegamento con le operazioni di guerra condotte dagli eserciti alleati.

Fu questo il caso anche dell’Italia che, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 con gli anglo-americani, restò divisa in due e vide la nascita di formazioni partigiane nella parte occupata dai tedeschi e organizzata nel regime della Repubblica sociale italiana.




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23 marzo 2008
La Resistenza francese
 

La Francia fu il paese in cui si formarono i primi gruppi partigiani, che ebbero un punto di riferimento nelle forze militari di France libre, costituitesi sotto la guida di Charles De Gaulle nei territori d’oltremare. Nella prima fase l’organizzazione della Resistenza francese fu estranea ai partiti tradizionali, pur avvalendosi di uomini che da questi provenivano; si trattò prevalentemente di un movimento spontaneo, dettato dalla coscienza individuale. A partire dal 1941 le diverse anime partigiane iniziarono invece a organizzarsi in una fitta rete di gruppi di lotta: nel Nord, cioè nella zona sotto il diretto controllo tedesco, agì il raggruppamento del Fronte nazionale, voluto dal Partito comunista francese, con la partecipazione anche di socialisti e radicali; nel Sud furono attivi i movimenti Combat, Libération, quest’ultimo a base popolare, e Franc-Tireur, che raccoglieva i sostenitori nella borghesia moderata.

L’espansione dell’occupazione tedesca pose la necessità di unificare i diversi gruppi sotto un’unica direzione: nel 1943, grazie all’instancabile opera di Jean Moulin, fu istituito il Consiglio nazionale della Resistenza, organismo di coordinamento, voluto da De Gaulle e presieduto, dopo l’improvviso arresto e uccisione di Moulin, da Georges Bidault. I partigiani francesi pagarono un alto prezzo di sangue e svolsero un ruolo militare importante in occasione dello sbarco alleato in Normandia, nell’estate del 1944.




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23 marzo 2008
La Resistenza polacca
 In Polonia la Resistenza nacque da una duplice necessità: quella di preservare l’identità nazionale, violata da Hitler e da Stalin, e quella di rispondere alle brutalità commesse dai nazisti, che avevano colpito prevalentemente, ma non solo, la popolazione ebraica. La Resistenza polacca visse profonde lacerazioni, divisa com’era tra una fazione moderata, che faceva capo al governo in esilio a Londra, e quella rivoluzionaria di matrice comunista, costituitasi nel 1942 con l’appoggio sovietico e che nel 1944 diede forma al Comitato di liberazione nazionale (PKWN). L’insurrezione degli ebrei del ghetto di Varsavia, distrutto dai tedeschi tra l’aprile e il maggio del 1943, rappresentò un episodio cruciale della Resistenza polacca. La drammaticità della divisione della Resistenza si manifestò in tutta la sua evidenza nella rivolta di Varsavia dell’agosto 1944: organizzata dal governo in esilio a Londra, fu boicottata dai sovietici per ragioni di convenienza politica, così che i tedeschi in ottobre ripresero il controllo della città.



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23 marzo 2008
La Resistenza iugoslava
 

In Iugoslavia la Resistenza si scisse in due schieramenti, divisi da ragioni ideologiche ed etniche: l’uno monarchico e conservatore, a maggioranza serba, capeggiato dal generale Draža Mihailovic; l’altro comunista e rivoluzionario, diffuso soprattutto tra croati e bosniaci, comandato dal maresciallo Tito. La lotta contro i tedeschi si intrecciò alla guerra civile contro gli uomini del regime fascista di Ante Pavelic e dei suoi ustascia, che avevano dato vita al Regno di Croazia.

Le formazioni partigiane comuniste di Tito raggiunsero le dimensioni e la struttura di un vero e proprio esercito, arrivando a contare 600.000 uomini, adeguatamente equipaggiati grazie ai generosi aiuti degli inglesi: si posero così le premesse per il futuro stato socialista della Iugoslavia, ma altresì per la sua autonoma collocazione rispetto a Mosca. La Resistenza iugoslava, monopolizzata dalle formazioni comuniste guidate da Tito, riuscì a portare a termine con le proprie forze la liberazione del territorio dall’occupazione tedesca, sconfiggendo contemporaneamente i regimi collaborazionisti in Croazia e le forze legittimiste in Serbia.




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