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AntifascismoResistenza
21 settembre 2008
Per Walter Rossi ·
 WALTER ROSSI 30 Settembre 1977 - 30 Settembre 2008
CONTRO OGNI FASCISMO

L38 Squat
l38squat@paranoici.org

La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d'emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E' una aperta ostilita' verso qualsiasi espressione della societa' che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
La linea di continuita' fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e' la volonta' di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.

31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L'assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.

Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni '60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.

Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita' dell'equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.

Dopo un'estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell'iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.

Appuntantamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi - M Cipro



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3 agosto 2008
BOLOGNA, 2 AGOSTO 1980: LA STRAGE ALLA STAZIONE
 Due film presi subito dopo l’esplosione: Bologna1 e Bologna2 

Ore 10,25, stazione ferroviaria di Bologna, 2 agosto 1980. Nella sala d’attesa di seconda classe viene sistemata una borsa con esplosivo collegato con un timer ad innesco elettrico. La bomba viene sistemata proprio vicino al muro portante dell’edificio: in questo modo si ha la certezza che lo scoppio potrà distruggere l’intera palazzina.

Dalla ricostruzione della Polizia giudiziaria, con ogni probabilità l’attentatore entra nella sala d’aspetto intorno alle 10,10. Si concede quindici minuti per la fuga. Alle 10,25 si trova ad alcuni chilometri di distanza dalla stazione quando esplode l’ordigno che annienta di colpo 85 persone innocenti in attesa di prendere il treno per lavoro o vacanza. 200 furono i feriti.

Nelle ventiquattro ore successive si mette in dubbio la natura dolosa dell’esplosione. Vengono ipotizzate cause fortuite, come lo scoppio delle tubature del gas e della caldaia. Ma sotto il bar/ristorante nella sala d’aspetto la caldaia è perfettamente funzionante. Su segnalazione del capo dell’Antiterrorismo Santillo, i magistrati bolognesi indirizzano le prime indagini verso una pista franco-italiana. La pista suggerita dai servizi tramonta in poche ore. Gli inquirenti esaminano le carte che il giudice Mario Amato, assassinato a Roma dai Nar, aveva collezionato in anni di ricerche sul terrorismo neofascista.

Il 28 agosto scattano i primi arresti. 28 ordini di cattura. Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimo Orsello, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Valerio Fioravanti, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Francesco Bianco, Alessanro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, PierLuigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, GianLuigi Napoli, Fabio De Felice, Maurizio Neri. Vengono subito interrogati a Ferrara, Roma, Padova e Parma. Tutti saranno scarcerati nel 1981.

Le imputazioni attribuite sono associazione sovversiva, costituzione di banda armata ed eversione dell’ordine democratico. Dopo il blitz del 28 agosto inizia a prendere corpo la pista dell’eversione ’nera’. Note informative dei vertici dei servizi segreti dell’epoca (per il Sismi il generale Santovito e per il Sisde il generale Grassini) e le indagini puntano verso la pista internazionale.

Sono svariate le ipotesi sulle quali si muovono gli inquirenti: la pista libanese, quella francese, quella massonica legata alla loggia Montecarlo della quale faceva parte Licio Gelli, quella spagnola. La strage di Bologna viene collegata al ’mistero Ustica’ relativo all’incidente del Dc 9 Itavia Bologna Palermo il 27 giugno dello stesso anno, trentasei giorni prima la tragica mattina del 2 agosto 1980.

Man mano che passano i mesi documenti, indiscrezioni, fughe di notizie sulla stampa, relazioni informative su vari esponenti del terrorismo di destra europeo, l’ingresso sotto mentite spoglie di agenti dell’intelligence francese, tedesca, inglese, americana, producono confusione, incertezze, depistaggi che di fatto allontanano, per sempre, la verità sugli 85 morti della strage. Viene attribuita a Licio Gelli, più volte chiamato in causa, la responsabilità di aver pensato una nuova strategia della tensione per fini golpisti.

LE 85 VITTIME DELLA STRAGE DI BOLOGNA

Vito Ales, Mauro Alganon, Maria Idria Avati, Rosina Barbaro, Nazzareno Basso, Irene Baundouban, Euridia Bergianti, Katia Bertasi, Francesco Betti, Paolino Bianchi, Verdiana Bivona, Argeo Bonora, Viviana Bugamelli, Sonia Burri, Davide Caprioli, Lilia Cardillo, Flavia Casadei, Mirko Castellaro, Antonella Ceci, Franca Dall’Olio, Elisabetta De Marchi, Roberto De Marchi, Antonino Di Paola, Mauro Di Vittorio, Brigitte Drouhard, Berta Franco Ebner, Mirella Fornasari, Franco Diomede Fresa, Vito Diomede Fresa, Maria Fresu, Angela Fresu, Enrica Frigerio, Roberto Gaiola, Pietro Galassi, Manuela Gallon, Natalia Gallon, Carla Gozzi, Sekiguchi Iwao, John Kolpinski, Francesco La Scala, Vincenzo Lanconelli, Pierfrancesco Laurenti, Salvatore Lauro, Velia Lauro, Umberto Lugli, Eckardt Mader, Kai Mader, Margret Mader, Lina Mannocci, Maria Marangon, Rossella Marceddu, Angelina Marino, Domenico Marino, Luca Marino, Francisco Martinez, Morveno Marzagalli, Anna Maria Mauri, Carlo Mauri, Luca Mauri, Patrizia Messineo, Catherine Mitchel, Loredana Molina, Antonio Montinari, Nilla Natali, Giuseppe Patruno, Vincenzo Petteni, Angelo Priore, Roberto Procelli, Pio Remollino, Gaetano Roda, Romeo Ruozi, Vincenzina Sala, Sergio Secci, Salvatore Seminara, Silvana Serravalli, Mario Sica, Angelina Tarsi, Anna Maria Trolese, Marina Trolese, Eleonora Vaccaro, Vittorio Vaccaro, Fausto Venturi, Rita Verde, Onofrio Zappalà, Paolo Zecchi




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6 luglio 2008
Strage del Mulinaccio: il ricordo e il cippo restaurato
 Strage del Mulinaccio: il ricordo e il cippo restaurato15 civili inermi uccisi dalla violenza tedesca: un crudele eccidio avvenuto il 6 luglio 1944 alle porte di Arezzo e passato alla storia come la “strage del Mulinaccio”.
La rappresaglia avvenne a 10 giorni dalla liberazione della città lungo gli argini del torrente Castro dopo che le persone, di età compresa tra i 17 e 62 anni ed appartenenti alle famiglie coloniche dei Roggi, dei Bianchi e dei Martini, erano state prelevate dal casolare del Mulinaccio dove abitavano assieme alle donne e ai bambini scampati alla furia tedesca.

Questa mattina alla cerimonia di commemorazione c’erano i sopravvissuti, i testimoni, le persone, oggi anziane ma bambini di 7 e 10 anni al tempo della strage ai quali toccò il triste compito della sepoltura.
Strage del Mulinaccio: il ricordo e il cippo restaurato“Con assi di legno e chiodi - ha ricordato Emilio Bertocci – ho seppellito i cadaveri. I  tedeschi arrivarono al podere e senza nessuna spiegazione riunirono gli uomini e con i mitra puntati li fecero avviare lungo il sentiero che porta al Castro.”
“Noi bambini assieme alle donne – ha proseguito Bertocci – rientrammo in casa con la speranza di rivederli poiché non c’era nessun partigiano tra di noi e le nostre famiglie nei giorni precedenti avevano assecondato le richieste dei tedeschi con i prodotti della terra.”

E c’era anche chi ricorda ancora gli alberi con la corteccia forata dalle pallottole dei fucili, chi ha lavorato per scavare la fossa comune.
Inoltre non sno volute mancare le autorità dal vice sindaco Giuseppe Marcone a Mirella Ricci in rappresentanza della Provincia, alla parlamentare Donella Mattesini, al Consigliere regionale Ricci e al prefetto Francesca Garufi che hanno sottolineato l'importanza della memoria.
Strage del Mulinaccio: il ricordo e il cippo restaurato“Il giorno della commemorazione - ha poi dichiarato il presidente della circoscrizione Mazzi – è a distanza di 64 anni anche un giorno di festa.”
“Può sembrare strano - ha proseguito Mazzi - ma oggi grazie all’impegno di tutti e ai familiari delle vittime siamo riusciti a ‘far tornare in vita’ quindici persone."
"La sistemazione del monumento – ha concluso Mazzi – deve servire a riportare gente al cippo; questa mattina la cerimonia è partecipata e sentita dalla popolazione che numerosa è intervenuta per riflettere sui fatti accaduti nel rispetto delle vittime. L’impegno della circoscrizione Fiorentina è di proseguire il lavoro nelle scuole e di pubblicare un volume le cui pagine ricostruiscano i tragici fatti accaduti la sera del 6 luglio del 1944.”



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15 giugno 2008
15 giugno 1944 - in memoria
 Proprio in questi giorni, nel cassetto del comodino del nostro babbo, fra i fazzoletti e la piastrina da prigioniero, abbiamo trovato un vecchio ricordino funebre che riporta due foto, due date di nascita ed una sola di morte, con questo testo:
"Diverse vie, vocazioni diverse, ma un solo anelito di giustizia, la medesima fede eroica in un'Italia libera, umana, cristiana condussero allo stesso carcere, allo stesso strazio, allo stesso sacrificio i fratelli Dottor Santino Tani, avvocato integro, carattere fiero, entusiasta, generoso, e Don Giuseppe Tani, Sacerdote di Cristo, anima umile ed alta, apostolo di bene fra gli umili. Dalle tombe i corpi insanguinati, gli spiriti dalla Gloria di Dio implorano per tutti gli uomini tregua agli odi insani, fraternità di opere e di cuori. Pel primo anniversario della morte, solenne Uffizio di rito, con Messa cantata alle ore 10, nella Cattedrale di Arezzo, il sabato 16 Giugno 1945".
Alcune di queste parole forse oggi paiono invecchiate, ma c'è solo da invidiare la sincerità e la fierezza della sostanza, la certezza di idee talmente forti da essere pagate con la vita.
 
Santino Tani, Giuseppe Tani, Aroldo Rossi, Giuseppe Oddone, Justin Meuret, uccisi il 15 giugno 1944. E accanto a loro, vivo per molti anni a ricordarli con tenacia, il piccolo coraggiosissimo frate officiatore delle loro esequie, padre Raimondo Caprara.
 
Ad un anno da quelle morti, nelle parole del ricordino che nostro padre ha conservato, la memoria era ancora e soprattutto dolore, ma anche, incredibilmente, perdono. Dov'è oggi la nostra memoria?

Queste sono le parole di Zanobi Bigazzi alle quale purtroppo non ho saputo rispondere.
In questa domanda riscontro tutta l' amarezza che in questo periodo mi sta attanagliando.



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25 maggio 2008
Domani ricorderemo Licio Nencetti
 

Licio Nencetti è stato un partigiano aretino. Pur non essendo lui soggetto, per la giovanissima età, alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana, a 17 anni decide di ribellarsi e di "darsi alla macchia". Si trasferisce con alcuni amici nel basso Casentino, e nel Comune di Capolona (più precisamente, in loc. il Rocolo), forma la brigata partigiana "La Teppa", della quale assume il ruolo di comandante. Era nato a Lucignano (Arezzo) il 31 marzo 1926. Aveva 18 anni quando il 26 maggio del 1944 si trovò davanti i fucili del plotone fascista di esecuzione. Si reggeva a malapena in piedi, piagato in ogni parte del corpo, il viso sfigurato. La cattura e il carcere non avevano piegato la sua determinazione di non parlare, di non dire una parola sui compagni in cambio della libertà promessa. Glielo propongono tante volte: "…se dici qualche nome dei comandanti partigiani e dove si trovano, sei salvo". Ma Licio non cede. Qualche mese prima aveva scritto alla madre che era necessario il suo impegno tra i partigiani "per difendere l’idea di mio padre, che è sempre viva in me e per ridare ancora una volta l’onore alla mia bella Patria".
Di fronte ai fucili puntati Licio trova la forza, l’ultima, di ergersi dritto, guardare le colline della Valdichiana che lo avevano visto combattere a fondo e gridare "Bella è la morte per l’onore della Patria". Di fronte a tanta fierezza – testimonia la motivazione per la concessione della Medaglia d’argento al valor militare alla memoria – i fascisti del plotone esitano. Licio è una maschera di sangue, molte ossa rotte, gli occhi pesti, ma si sforza di guardare fisso in avanti. Preso da furia isterica, il comandante del plotone corre davanti a Licio e scarica la rivoltella alla testa, fino all’ultimo colpo. Ma nessun uomo del plotone fascista si affiancò a lui. Chissà cosa passava, in quei momenti così unici, per la testa di quei fascisti, soldati di Mussolini, chiamati a sparare ad un altro italiano, così fiero delle sue idee, così impavido, così sicuro di morire per un ideale patriottico che - quello stesso ufficiale aveva loro detto - i "banditi", i "ribelli", i partigiani assolutamente non potevano avere.
Licio voleva "muoversi". Non tollerava la inerzia, l’attesa; voleva, come scrisse alla madre, "combattere per un’idea leale e giusta". Si arruolò nella 23ª brigata Pio Borri, diventandone in poco tempo uno dei componenti più decisi e capaci e conobbe in breve i compiti di comando, le azioni audaci, la lotta sempre più attiva nella Valdichiana e nel Casentino.
È per questo che ancora oggi, a tanti anni di distanza dalla sua fucilazione nella piazza di Talla, il nome di Licio Nencetti è ricordato con riverenza e con affetto. E’ per questo che a suo nome – un battaglione partigiano, subito dopo la sua morte si chiamò "Licio Nencetti" - sono intitolate, in molti comuni dell’Aretino (da Talla a Terontola, da Lucignano a Foiano della Chiana), piazze, strade, cooperative, sezioni dell’ANPI. E’ per questo che il nome di Licio ritorna in tante ballate e canzoni raccolte nei "Canti popolari toscani".
E’ per questo che, il 20 ottobre 1990, il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ha decretato la concessione, alla memoria di Nencetti, anche della massima ricompensa al valor militare con questa motivazione: "Giovane diciottenne animato dai più elevati sentimenti patriottici, fin dall’inizio partecipava attivamente al movimento di liberazione, organizzando una agguerrita formazione armata, alla testa della quale, con indomito coraggio e notevole perizia, svolgeva numerose e difficili operazioni di guerra contro il nemico, nel corso delle quali viene anche ferito. Catturato in una imboscata e sottoposto a snervante interrogatorio e ad atroci torture, nulla di utile rivela ai suoi aguzzini che lo condannano a morte. Il suo contegno davanti al plotone di esecuzione è talmente fiero e sublime che i componenti di questo, all’ordine di <fuoco!> non hanno il coraggio di sparare contro di lui. Soltanto il comandante, sparandogli in bocca con la pistola, riuscirà a far tacere la sua voce fino all’ultimo inneggiante alla libertà della Patria".Nei paesi del basso Casentino, molti primogeniti maschi nati nell'immediato dopoguerra sono stati chiamati "Licio" in suo onore.Pochi giorni fa alcuni ricordavano la figura di Giorgio Almirante,noi preferiamo di gran lunga ricordare tutti coloro che come Licio decisero di andare a combattere in montagna,spesso pagando con la vita il prezzo di quella che fu una durissima guerra di liberazione dal nazifascismo.Ringrazieremo sempre coloro che si impegnarono per restituire a questo Paese un regime democratico e ad i suoi cittadini la libertà.

                               Sezione Anpi Giovani Arezzo

                                       Il Coordinatore

                                   Agostini Francesco




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13 maggio 2008
Anniversario della fucilazione di Giuseppe Testa

Giuseppe Testa


Motivazione della Medaglia d'Oro conferita "alla memoria" con decreto del 15 maggio 1946 da S.M. il Re d'Italia.
"Giovane ardente e di alti sentimenti di amore patrio, abbracciava con entusiasmo la causa dei partigiani, costituendo nel suo paese un comitato per l'assistenza dei prigionieri di guerra alleati e dei militari italiani sbandati. Arrestato per vile delazione di un militare tedesco fintosi inglese, non svelava, malgrado torture e minacce, l'organizzazione clandestina e il luogo dove era occultato un soldato alleato. Processato da un tribunale tedesco, benché promessagli salva la vita se avesse parlato, preferiva la morte. Dinanzi al plotone d'esecuzione, con virile fermezza, offriva la sua nobile e giovane vita per la libertà della Patria". 




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20 aprile 2008
Stragi di Vallucciole e Stia
 Con l'inizio della primavera del 1944 si era estesa la presenza dei partigiani nell'alto Casentino e nella vallata del Bidente, fra la provincia di Forlì, dove operava la Brigata "Romagna", e quella di Arezzo dove erano sorti altri gruppi, tra cui una formazione che aveva preso il nome di Faliero Pucci. In quello stesso periodo, stabilizzatosi il fronte a Cassino, il Comando tedesco facente capo al Feldmaresciallo Kesselring cominciava a predisporre i piani per una linea arretrata di difesa che avrebbe attraversato tutto l'Appennino tosco-romagnolo (Linea Gotica). In questo quadro, seguendo una prassi tipica e costante della loro condotta di guerra, i nazisti ritenevano che il modo migliore per assicurarsi la piena disponibilità logistica della zona e la sicurezza lungo le strade secondarie (essendo quelle principali inagibili per i continui bombardamenti e mitragliamenti degli Alleati) fosse di trasformare il territorio in "terra bruciata". Ciò significava cacciarne a forza e con il terrore gli abitanti, distruggere i centri abitati e dare qualche feroce "esempio" per prevenire ogni tentativo di resistenza attiva o passiva da parte della popolazione. A tale criminale bisogna venivano addetti reparti tedeschi già sperimentati nei paesi dell'Europa orientale (SS e Divisione "Goering") con l'appoggio di collaborazionisti italiani (SS Italiane, Battaglione "Muti", Guardia Nazionale Repubblicana).
Per meglio predisporre l'azione, i tedeschi cercavano anzitutto di localizzare le formazioni partigiane eventualmente presenti nella zona e, a tale scopo, oltre a raccogliere informazioni dalle autorità fasciste mandavano in avanscoperta nuclei di esploratori per segnare gli itinerari e gli obiettivi delle stragi. Fu appunto uno di questi nuclei, composto da 3 SS travestite da partigiani che, il pomeriggio del 12 aprile 1944, viaggiando a bordo di un'auto civile venne intercettato in località Molin di Bucchio (presso Stia) da una squadra della "Faliero Pucci" scesa a rifornirsi di farina. Ingaggiato il combattimento, due dei tedeschi vennero uccisi sul posto, ma il terzo riuscì a fuggire gettandosi nella boscaglia. I! Comando tedesco non tardò a sfruttare quel pretesto per scatenare l'attacco cercando di farlo apparire una già di per sé mostruosa rappresaglia: all'alba de! 13 aprile reparti tedeschi e italiani, già pronti da alcuni giorni, investirono la zona di Stia, compiendovi una terrificante strage con epicentro a Vallucciole, ma poi estesasi a Stia, a il Castagno (San Godenzo) e in tutte le località circostanti. Si ignora il numero complessivo delle vittime.
Alla fine dì quella spaventosa giornata Vallucciole non esìsteva più. Intere famiglie erano state distrutte, le case incendiate e 108 cadaveri di donne, vecchi e bambini erano sparsi fra le macerie fumanti.
La drammaticità della strage nazista è testimoniata da Mons. Ermindo Melani, Abate di San Godenzo:
Nella notte dal 12 al 13 aprile e, verso le ore 2, una colonna di circa cento automezzi fra cannoni, autoblinde e carri armati, con un contingente di circa sei o settecento soldati tedeschi delle S.S. è passata per San Godenzo ed è piombata su Castagno, sorprendendo tutti nel sonno. Per tutta la notte, nel giorno successivo e nella notte seguente, fino al tramonto del giorno 14, abbiamo udito di qui continui spari di cannone, di mitraglia e formidabili detonazioni. Si vedevano pure vasti incendi. Alcune persone che erano riuscite a fuggire dalla zona investita raccontavano cose spaventose.
Tentai ripetutamente di recarmi sul luogo, come lo tentarono altre autorità locali, ma non fu assolutamente possibile, essendo tutte le strade sbarrate dai soldati tedeschi.
Ieri finalmente, essendo partita la compagnia delle S.S. e subentrati altri militi, potei portarmi a Castagno e rendermi ragione di quanto era accaduto. La colonna appena giunta in paese aprì il fuoco con tutti i mezzi. Tutti, letteralmente tutti gli abitanti, comprese le donne, i bambini ed i malati furono trascinati fuori seminudi, alcuni nudi, dalle loro case, in mezzo agli spari ed agli incendi, derubati di anelli, oroloqi e di tutto quanto avevano indosso, e richiusi in due stanze. Poi le case furono spogliate di tutto, tutte fino alle capanne. Quello che rimase fu distrutto. Poi molte case furono fatte saltare con la dinamite, contro altre furono sparate cannonate, una ventina furono bruciate. Fino ad ora abbiamo ritrovato sette persone morte a fucilate. Tre donne e quattro vecchi. Altri undici morti sono in un bosco oltre Castagno: ma nessuno è potuto andare a rilevarli.
La Canonica fu tra le prime a essere aggredita e il Parroco, tratto fuori seminudo fu con gli altri ammassato in una stanza ove rimase fino alla sera del 14. La Chiesa fu violata. La porta laterale fu aperta con una bomba. Contro il Crocefisso furono sparate cinque fucilate».
Nei giorni della strage i tedeschi catturarono 17 giovani partigiani ripiegati nel Casentino dalla Romagna. Condotti presso il cimitero di Stia, tutti i prigionieri furono fucilati. Essi erano: Rino Bagnoli, Mario Berlini, Giorgio Bratti, Zo Casadei, Giorgio Cremonini, Antonio Fabbri, Lelio Lama, Michele Manaresi, Marcello Marzolini, Gualtiero Righini, Romolo Zaccaroni, Fidelmo Zambianchi, più 5 di cui non è stato possibile procedere all'identificazione.



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14 aprile 2008
Varalli e Zibecchi

16 - 17 aprile 1975 ... 16 - 17 aprile 2008

Per non dimenticare: Varalli e Zibecchi,  33 anni dopo.

Claudio Varalli e Giannino Zibecchi

Il 1975 è stato un anno denso di avvenimenti politici. Lo scontro sociale era acuto; le forze progressiste e i gruppi giovanili della sinistra extraparlamentare si contrapponevano al fronte della reazione guidato dalla Democrazia cristiana, coadiuvato da una forte componente neofascista, con aggressive spinte squadriste e stragiste: una galassia formata da numerose e spesso fittizie sigle di piccoli gruppi, all’interno della quale svolgeva un ruolo primario il Movimento sociale italiano (Msi) guidato, a livello nazionale, da Giorgio Almirante e, a Milano, da Franco Servello. Soltanto nel maggio dell’ anno precedente i fascisti avevano compiuto a Brescia una strage in piazza della Loggia: una bomba posta in un cestino per rifiuti, esplodendo durante un comizio sindacale, aveva causato 8 morti e 84 feriti. In agosto un’altra strage: 12 morti e 44 feriti per una bomba sul treno “Italicus”. Lo scontro sociale in atto voleva fermare l’avanzare di una concezione moderna e democratica della società, dove le conquiste dei lavoratori si saldassero alle esigenze più generali di ampi strati sociali e in cui il progresso civile si accompagnasse a una visione politica più avanzata e non legata all’oscurantismo clericale.
Erano fortemente presenti nel tessuto sociale alcuni temi: la battaglia per la casa, legata all’emergenza sfratti nelle grandi città; la pressione esercitata dal movimento sindacale, in quella fase animato da larghe spinte unitarie, per consolidare le conquiste politiche e salariali e contrastare l’offensiva della Confindustria; la lotta per una scuola meno nozionistica e più legata alla realtà. Il 1975 era anche anno di elezioni amministrative e in quel periodo ogni appuntamento elettorale era un’occasione per immaginare il sorpasso del’intera sinistra sullo schieramento governativo.
Il clima era quindi acceso e il governo guidato da Aldo Moro aveva mostrato notevole aggressività nei confronti delle lotte popolari e operaie. Così a Milano, in aprile, vi era una notevole tensione che subì un’improvvisa accelerazione.
Il 16 aprile era in programma una manifestazione per il diritto alla casa, cui partecipano migliaia di persone aderenti ai sindacati degli inquilini, ai gruppi di base cresciuti in quegli anni sulla parola d’ordine della casa come diritto sociale e ai gruppi giovanili della sinistra rivoluzionaria. Al termine del corteo, alcuni militanti del Movimento dei lavoratori per il socialismo si avviarono verso l’Università statale, passando per piazza Cavour. In quella piazza un gruppo di neofascisti stava effettuando un volantinaggio: in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per qualsiasi manifestazione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l’aspetto, definibile di sinistra. Era quanto avveniva stabilmente alla fine degli anni Sessanta in piazza San Babila, con decine di persone aggredite e talvolta accoltellate gravemente, prima che lo sdegno popolare vi ristabilisse la convivenza civile. La tattica degli squadristi era sempre la stessa: affermare una presenza, intimidire chiunque non simpatizzasse per il neofascismo e cercare di colpire i militanti di sinistra.
In piazza Cavour scattò la trappola: i giovani di ritorno
dal corteo vennero aggrediti da un gruppo di squadristi. Reagirono, ma uno dei fascisti, Antonio Braggion, non esitò a sparare ripetutamente, colpendo mortalmente Claudio Varalli. Le indagini accertarono rapidamente che il proiettile aveva colto Claudio alla nuca mentre cercava di mettersi in salvo, smentendo la tesi dei fascisti che avevano sostenuto di essere stati vittime di un’aggressione. Alla tragedia si aggiunse la provocazione: vennero infatti fermati una decina di compagni di Claudio alcuni dei quali furono imputati di rissa.
In pochi minuti la notizia fece il giro di Milano e piazza Cavour divenne il punto di raccolta spontaneo di tutti gli antifascisti della città, sgomenti e carichi di rabbia per l’ennesimo crimine fascista lasciato impunito. Braggion infatti si era immediatamente reso irreperibile e tale rimase fino quasi al termine del processo che si tenne soltanto nel 1978.
La partecipazione al presidio fu enorme e appassionata. Nel Palazzo dei Giornali, nella stessa piazza, avevano (e hanno tuttora) sede la redazione e la tipografia de Il Giornale, allora diretto da Indro Montanelli. A tarda sera si sparse la voce che il numero in uscita dalle rotative conteneva una ricostruzione dei fatti che accreditava la versione fascista di un’aggressione da parte dei giovani di sinistra.
Questo affronto alla memoria di Varalli sembrò veramente troppo. Così un gruppo consistente di manifestanti entrò nella sede del quotidiano e ne impedì la distribuzione. Contemporaneamente, venne indetta per l’indomani una manifestazione che affermasse con forza che Milano era una città chiusa alla reazione e al neofascismo.
Il 17 aprile 1975 era una bella giornata di sole, ma la tensione era forte fin dalle prime ore della mattina. Nella città vennero colpiti i simboli più sfacciati della presenza fascista, soprattutto le sedi da cui partivano le spedizioni squadristiche e prese forma un corteo immenso che voleva affermare un rifiuto netto e invalicabile del fascismo. La meta finale era piazza Cavour, il luogo dove poche ore prima Varalli era stato assassinato, ma la folla enorme quasi per un moto spontaneo, proseguì alla volta di via Mancini, dove vi era la federazione del Msi, il centro motore di tutte le sanguinose attività di provocazione nella città. A difesa della sede vi era un imponente schieramento di polizia e carabinieri che non intendeva permettere la logica conclusione della giornata: la distruzione della federazione del Msi.
Come in piazza Cavour il giorno precedente, anche qui scattò una trappola. Mentre migliaia di persone si accalcavano in corso XXII marzo, all’angolo con via Mancini, ingaggiando con le cosiddette forze dell’ordine una battaglia, sbucò da piazza Cinque Giornate una colonna di automezzi dei carabinieri lanciati ad alta velocità. La colonna si divise in due tronconi secondo un piano ben preciso – come emergerà poi dal processo che si terrà nel 1980 – spazzando letteralmente sia la strada che i marciapiedi, senza che i carabinieri trascurassero di sparare colpi d’arma da fuoco dai finestrini. I manifestanti tentarono di sfuggire alla carica ma sul lato destro di corso XXII marzo, all’angolo con via Cellini, il camion che stava spazzando il marciapiedi con il chiaro intento di investire chiunque fosse sulla sua traiettoria, si trovò innanzi il palo che reggeva l’orologio: l’autista ebbe un brusco scarto per evitare l’ostacolo e ripiombò sulla strada dove si trovava Giannino Zibecchi che venne travolto in pieno, schiacciato e ucciso. Altri manifestanti restarono feriti, chi colpito meno gravemente dall’urto del mezzo, chi ferito da colpi di arma da fuoco.
All’improvviso la strada si svuotò, rimasero i poliziotti, i carabinieri e il corpo di Zibecchi: un altro antifascista caduto per difendere la democrazia in Italia.

L’assassinio di Varalli e Zibecchi scatenò un’ondata di sdegno e manifestazioni in tutta Italia: quasi ovunque l’ordine del governo fu quello di reprimere qualsiasi protesta. L’aprile ‘75 fu un aprile di sangue che vide cadere anche Rodolfo Boschi, militante del Pci ucciso dalla polizia durante scontri a Firenze, e Tonino Micciché, militante di Lotta continua assassinato a Torino da una guardia giurata durante manifestazione per il diritto alla casa e per protestare contro i fatti di Milano.
Dopo l’assassinio di Varalli e Zibecchi a Milano, nello stesso pomeriggio del 17 aprile, un altro forte e determinato corteo attraversò la città a sottolineare l’irreversibilità della scelta antifascista. La mattina del 18 aprile un enorme sciopero inizialmente solo studentesco, ma che riuscì via via a coinvolgere ampi settori di lavoratori, percorse le vie del centro cittadino e segnò la fine delle provocazioni: nessuna presenza di fascisti, di carabinieri o di polizia a turbare un momento di lotta di grande intensità che anticipò la partecipazione ai funerali dei due ragazzi.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 14/4/2008 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
8 aprile 2008
Mario Salvi: oggi 32 anni dall’uccisione del 21enne di Autonomia operaia ·
 

Il 7 aprile del 1976, 32 anni fa, lo studente antifascista Mario Salvi veniva ucciso a Roma da un colpo di pistola alla nuca sparato dalla guardia carceraria Domenico Velluto. Mario aveva 21 anni, apparteva alla sinistra extraparlamentare vicina al movimento dell’Autonomia operaia, attiva nella borgata romana di Primavalle.

Nel momento in cui veniva uccisso, Mario stava manifestando contro il Ministero di Grazia e Giustizia e contro la decisione del tribunale di Salerno di condannare a 9 anni di reclusione Giovanni Marini, l’anarchico accusato di aver reagito ad un’aggressione fascista, disarmando il missino Carlo Falvella ed uccidendolo con il suo stesso coltello.

In solidarietà a Marini, Mario si trovava lì quel giorno insieme a migliaia di altri manifestanti. Le dinamiche di quei momenti vogliono che il colpo mortale alla nuca raggiungesse Mario Salvi quando si trovava di spalle. In seguito al lancio di alcune molotov contro il “Palazzaccio” da parte di alcuni ragazzi della sinistra extraparlamentare dell’Atuonomia operaia, tra cui Salvi, l’agente di custodia in borghese Velluto incominciava ad inseguirli. Sembrerebbe, però, che il colpo mortale abbia raggiunto Mario Salvi una volta terminata la fuga, vale a dire mentre stava camminando in via degli Specchi, ormai lontano dal luogo del lancio delle bottiglie.

Il 15 aprile, Velluto veniva arrestato per omicidio preterintenzionale, reato per il quale è prevista una pena che va di 10 ai 18 anni di reclusione. A fare scattare l’arresto è il sostituto procuratore Gianfranco Viglietta, che conduceva le indagini. La decisione stupisce perché mai era capitato che un agente venisse arrestato per aver sparato a morte nel corso di una manifestazione, evento non raro in quegli annni. Ed infatti, ad agosto, l’agente veniva scarcerato per motivi di salute e per aver manifestato “sincero pentimento”. Nel luglio del ‘77, la Corte d’Assise lo assolveva definitivamente “per aver fatto uso legittimo delle armi”. Giovanni Marini, invece, è rimasto in carcere per tutti i 9 anni ed è morto per infarto nel dicembre del 2001, all’età di 59 anni.

7 aprile 2008
Oggi pomeriggio, alle ore 17, in piazza Mario Salvi, proprio a Primavalle, si è tenuta una commemorazione per ricordare quella vicenda. L’obiettivo è quello di non dimenticare ieri per creare una società migliore oggi. Una riflessione necessaria alla luce delle tendenze di questi ultimi anni in cui si sta pericolosamente assistendo alla progressiva legittimazione di movimenti di estrema destra, antidemocratici e razzisti, come Forza Nuova e la Destra di Storace che, anche grazie alla tanto decantata logica dell’equidistanza, adesso si trovano a poter condurre una campagna elettrole alla luce del sole e senza che alcuno più si scandalizzi.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 8/4/2008 alle 22:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
25 marzo 2008
64 Anniversario dell' Eccidio delle Fosse Ardeatine :non dimenticheremo mai !!!


L'eccidio delle Fosse Ardeatine è il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili italiani, come atto di rappresaglia per un attacco eseguito da partigiani contro le truppe germaniche ed avvenuto il giorno prima in via Rasella. Per la sua efferatezza, l'alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, è diventato l'evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell'occupazione.L'eccidio delle fosse Ardeatine - con le 335 vittime innocenti ivi trucidate il 24 marzo 1944 - rappresenta una delle tappe culminanti nel martirio che Roma subì dai nazifascisti occupanti e, dal cielo, per opera dei bombardieri Alleati. Per meglio comprendere il clima nel quale tale tragico crimine fu consumato, è necessario inquadrarlo nel contesto drammatico da cui esso trasse origine e nel quale si svolse uno tra i più efferati - ma non l'unico - dei fatti di sangue che sconvolsero la capitale, coinvolta in prima linea nel secondo conflitto mondiale.Il massacro fu organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, all'epoca ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma nell'ottobre del 1943 e delle torture contro i partigiani detenuti nel carcere di via Tasso.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 25/3/2008 alle 21:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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