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AntifascismoResistenza
10 maggio 2008
Il Partigiano Nero: la storia di Giorgio Marincola, Medaglia d'Oro della Resistenza ·
 

Giorgio Marincola nasce a Mahaddei Uen (Somalia) nei pressi di Mogadiscio (capitale della Somalia, allora colonia italiana), il 23 settembre 1923 da Giuseppe, ufficiale di fanteria, e una donna del luogo, Ashkiro. Suo padre non sposò mai la madre perché le leggi razziali proibivano i matrimoni misti, obbligando molti militari italiani ad abbandonare le famiglie o a sottrarsi al controllo dello Stato italiano. Secondo il manuale del fascista "l'incrocio fra due razze è nocivo ad entrambe. Il prestigio di razza non si mantiene, se viene mischiato il sangue".  

Giorgio si trasferisce presto a Roma con il padre e con la sorella. La sua adolescenza di italo-africano non deve essere stata facile in un'epoca in cui, citando ancora il manuale: "il meticcio è un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli." 

Frequenta il liceo Umberto I, dove ha tra i professori Pilo Albertelli (al quale poi è stato intitolato il Liceo) che influenza profondamente lui e i suoi amici, fondando il Partito d'Azione nella capitale e organizzando la lotta partigiana, fino alla sua uccisione alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944.  

Nel 1941 Giorgio si iscrive all'Università per specializzarsi in medicina tropicale e tornare in Somalia, ma non ha modo di concludere gli studi. È attivo nel Partito d'Azione, partecipando alla sfortunata difesa di Roma nel gruppo Giustizia e Libertà, inserito nella terza zona (Parioli-Nomentano-Salario). Le azioni sono quelle classiche: sabotaggio, propaganda, attacchi notturni alle truppe tedesche, trasporto di armi.

Si unisce poi alle formazioni partigiane operanti nel Viterbese. 

Il 4 giugno finalmente Roma è libera. Giorgio Marincola però decide di continuare la lotta al nord e si arruola, col grado di tenente, nella "Special Force" del Comando alleato. Nell'agosto 1944 viene paracadutato in Piemonte. Il "Tenente Giorgio" (utilizzerà anche gli pseudonimi di Marcuzio, Mercurio e Marino, dal cognome di uno zio col quale era cresciuto), organizza nel biellese azioni di sabotaggio e attacchi contro le forze nazifasciste. Rende preziosi servizi nel campo organizzativo e in quello informativo; partecipa a numerosi scontri a fuoco rimanendo anche ferito e dimostrando ferma decisione e notevole coraggio.  

È catturato dai tedeschi il 17 gennaio 1945, nei pressi di Zimone (BI), mentre ritorna da una missione a Milano per conto dell'organizzazione "Franchi". Portato a Biella presso Villa Schneider, "Marino" è costretto a parlare alla nazifascista "Radio Baita". Gli chiedono cosa sia per lui, africano, la patria. Nonostante le torture subite, risponde in modo esemplare. "Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica... La Patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori".

Dopo una dura prigionia, liberato da una missione alleata, rifiuta di porsi in salvo attraverso la Svizzera e impugna ancora le armi, insieme ai partigiani trentini. 

Muore presso Castel di Fiemme (Tn) il 4 maggio 1945, cioè 10 giorni dopo la data che festeggiamo come Liberazione, scontrandosi con un reparto di SS in ritirata che, a Stramentizzo, attua l'ultima strage nazista in Italia (27 massacrati tra patrioti e civili inermi).

La motivazione della Medaglia d'Ora al Valor Militare, dice:

"Giovane studente universitario, subito dopo l'armistizio partecipava alla lotta di Liberazione, molto distinguendosi nelle formazioni clandestine romane per decisione, per capacità, per ardimento". 

Nel gennaio del 1946, l'Università di Roma ha conferito alla memoria di Giorgio Marincola la laurea ad honorem; aveva 22 anni

Il Comune di Roma nel 2006, su proposta dell'ANCIS, ha individuato e delimitato a Cesano, tra Via Fosso degli Arcacci e Via Giuseppe Grecceva nel XX° Municipio, Via Giorgio Marincola.




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5 aprile 2008
Vittorio Mario Giuliani
 Vittorio Mario Giuliani detto Ciüiu (Cuneo1 marzo 1922 – Cuneo11 novembre 1993) è stato un partigiano italiano. Medaglia d'argento e medaglia di bronzo al valor militare.
Vittorio Giuliani)
 

Vittorio Mario Giuliani, detto "Ciüiu"

 

Allievo dell'Accademia Militare di Modena, l'8 settembre 1943 rifiuta l'arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana e si unisce ai partigiani del movimento Giustizia e Libertà. Diventa capo squadra della prima banda Italia Libera di Valle Stura di Demonte, indi comandante del distaccamento guastatori della brigata Giustizia e Libertà di Valle Varaita e poi comandante della volante guastatori della brigata GL Saluzzo.

Attivo sulle Alpi del Cuneese, guida una formazione di guastatori e si rende noto per le coraggiose azioni contro il nemico, ricordate nei volumi di Mario Giovana e Giorgio Bocca.

La medaglia d'argento conferita a Giuliani per le azioni ai ponti di Brossasco e Val Curta

La medaglia d'argento conferita a Giuliani per le azioni ai ponti di Brossasco e Val Curta

La medaglia di bronzo per l'azione notturna contro il presidio tedesco
Il 13 settembre 1948, gli viene conferita dal Presidente della Repubblica la medaglia d'argento al valor militare per le azioni ai ponti di Brossasco e Val Curta, cui si aggiunge, il 20 marzo 1950, la medaglia di bronzo per l'azione contro il presidio tedesco, entrambe descritte nel libro di Giovana.



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4 aprile 2008
Alcide Cervi
 
Alcide Cervi conosciuto come papà Cervi (Campegine6 maggio 1875 – Sant'Ilario d'Enza27 marzo 1970) è stato un partigiano e contadino italiano. Emblema, insieme ai 7 figli, della Resistenza Italiana al nazifascismo.

Nato nel 1875 da Agostino e Virginia Cervi, Alcide Cervi si unisce sin da giovanissimo al partito popolare e partecipa attivamente allo scontro con i socialisti, che conquistano sempre più consensi tra i contadini emiliani.

Nel 1899 si sposa con Genoveffa Cocconi, insieme alla quale darà alla luce sette figli maschi e due figlie femmine tra il 1901 ed il 1921.

Tra il 1920 ed il 1925, con la famiglia, si trasferisce più volte da un podere all'altro, e nel 1934 infine in quello di Campi Rossi nel comune di Gattatico, dove inizia l'attività di affittuario di un fondo in pessime condizioni che ben presto, grazie all'aiuto di tutta la famiglia, renderà pienamente produttivo. In questa realtà Alcide si occupa della vendita dei prodotti della fattoria.

All'inizio della seconda guerra mondiale casa Cervi diventa un vero e proprio luogo del dissenso militare contro il fascismo e la guerra. Insieme ai figli maschi, Alcide si riunisce nella "Banda Cervi" dedita alla lotta partigiana.

Nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1943, durante un rastrellamento, vengono sorpresi nella loro abitazione dalle pattuglie fasciste e trasportati nel carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Il 28 dicembre tutti i suoi figli saranno uccisi, per disposizione dei dirigenti fascisti di Reggio Emilia, di cui era capo, dal 25 ottobre 1943, Enzo Savorgnan.

L'8 gennaio del 1944, un bombardamento gli apre la via per fuggire dal carcere di San Tommaso dove era stato trasferito. Tornato a casa, non viene subito informato della morte dei figli, ma anche quando ne sarà informato riuscirà a riprendersi dal durissimo colpo.

Nell'ottobre del 1944 la casa della famiglia Cervi viene incendiata. Il 15 novembre dello stesso anno, forse a causa di questa ulteriore dolorosa esperienza, Genoveffa Cocconi muore di crepacuore.

Solo nell'ottobre del 1945 Alcide Cervi potrà far sì che venga celebrato un funerale solenne per i suoi figli. Nel pomeriggio del 28 ottobre, dopo la manifestazione di affetto dei cittadini emiliani, i feretri dei fratelli sono portati al cimitero di Campegine. In questa occasione papà Cervi pronuncerà la celebre frase: "dopo un raccolto ne viene un altro".

Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli, gli fu consegnata una medaglia d'oro creata dallo scultore Marino Mazzacurati. La medaglia reca da un lato l'effige di Alcide Cervi e dall'altro un tronco di quercia tra i cui rami spezzati compaiono le 7 stelle dell'orsa. Durante la consegna, Alcide pronunciò un discorso di cui sono ancora ricordate queste parole: "Mi hanno sempre detto... tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta... la figura è bella e qualche volta piango... ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo."

Il 27 marzo 1970, all'età di 95 anni si spegne Alcide Cervi. Oltre 200000 persone si riuniranno a Reggio Emilia per salutarlo per l'ultima volta.




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4 aprile 2008
Felice Cascione
 Felice Cascione (Imperia2 maggio 1918 – Nasino27 gennaio 1944) è stato un partigiano e medico italiano comunista, eroe della Resistenza, che morì in battaglia contro i fascisti, e per questo fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. E' noto anche per aver composto il testo della canzone Fischia il vento, uno degli inni del movimento partigiano di liberazione dal nazi-fascismo.

Felice Cascione durante la Resistenza

Nato ad Imperia da una famiglia di condizioni modeste, antifascista attivo dal 1940, si laureò a Bologna nel 1943 in medicina.Quando l'8 settembre i nazisti occuparono l'Italia e misero un governo fascista fantoccio (la Repubblica Sociale Italiana), Cascione entrò subito nella Resistenza contro i tedeschi. Si mise a capo di una improvvisata brigata partigiana, la prima dell'Imperiese.Tuttavia non fu ricompensato per la sua generosità. Dogliotti verso la metà di gennaio del 1944 riuscì a fuggire e guidò le "brigate nere" contro i partigiani guidati da Cascione. I fascisti intercettarono la brigata e l'assalirono. Cascione allora, benché ferito, tentò di ricoprire la ritirata dei suoi. Emiliano Mercati e Giuseppe Cortellucci non riuscirono a vedere la probabile fine del loro compagno e tornarono ad aiutarlo. I nemici erano troppi e l'azione fallì subito. Mercati riuscì a fuggire ma Cortellucci fu preso e torturato per dire dove era il suo capo. Allora Cascione, ferito in maniera gravissima, si fece vedere e gridò "il capo sono io!". Morì crivellato di colpi, a soli 26 anni. Il 27 aprile 2003 gli fu eretto un monumento, vicino al luogo in cui cadde.

Medaglia d'oro al valor militare

«Perseguitato politico, all'annuncio dell'armistizio iniziava l'organizzazione delle bande partigiane che sotto la sua guida ed al suo comando compirono audaci gesta per la redenzione della Patria. Arditi colpi di mano, atti di sabotaggio, azioni di guerriglia sulle retrovie nemiche lo videro sempre tra i primi, valoroso fra i valorosi, animatore instancabile, apostolo di libertà. Ferito in uno scontro contro preponderanti forze nazifasciste rifiutava ogni soccorso e rimaneva sul posto per dirigere il ripiegamento dei suoi uomini. Per salvare un compagno che, catturato durante la mischia, era sottoposto a torture perché indicasse chi era il comandante, si ergeva dal suolo ove giaceva nel sangue e fieramente gridava: « Sono io il capo ». Cadeva crivellato di colpi immolando la vita in un supremo gesto di abnegazione.»

— Val Pannevaire, 27 gennaio 1944.

  • All'indomani dell'uccisione di Felice Cascione per mano fascista, Italo Calvino aderisce assieme al fratello Floriano,alla seconda divisione d'assalto partigiana "Garibaldi" intitolata allo stesso Cascione.
  • Felice Cascione, come detto, è noto anche per essere l'autore del testo della celebre canzone popolare "Fischia il vento", scritto nel settembre 1943, per incitare il movimento partigiano. La musica è quella della canzone russa Katyusha.
  • Numerosissime vie e piazze sono intitolate a Cascione.



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    4 aprile 2008
    Carlo Ludovico Ragghianti
     
    Carlo Ludovico Ragghianti
    Carlo Ludovico Ragghianti

    Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca, 18 marzo 1910 - Firenze, 3 agosto 1987) è stato un uomo politico, nonché un critico, storico e teorico dell'arte.

    Studiò a Pisa, dove fu allievo di Matteo Marangoni; a Pisa insegnò fino al 1972. La sua formazione estetica fu influenzata da Benedetto Croce e dalla teoria della "pura visibilità"; successivamente avvicinò e approfondì le teorie di Konrad Fiedler, Alois Riegl, Julius von Schlosser.

    Esordì come studioso nel 1933 con saggi sui Carracci e Vasari; successivamente scrisse su cinema e spettacolo come espressioni dell'arte figurativa, dimostrando così il suo interesse per tutte le manifestazioni del linguaggio visivo. Nel 1935 fondò insieme a Ranuccio Bianchi Bandinelli la rivista Critica d'arte, alla quale contribuì anche Roberto Longhi.

    Fu tra i fondatori del Partito d'Azione e dopo l'8 settembre 1943 organizzò la resistenza armata in Toscana. Fu presidente del CLN toscano e capo del governo provvisorio artefice della liberazione di Firenze (1944-08-11).

    Nel governo Parri fu sottosegretario alle arti e spettacolo; anche in seguito si impegnò in problemi istituzionali come riforma universitaria, formazione dei docenti, tutela del patrimonio artistico e introduzione dell'insegnamento di storia e critica del cinema nelle Università italiane.

    Dal 1952 al 1965, insieme alla moglie Licia Collobi, diresse con notevole successo la rivista di informazione e cultura artistica seleARTE.

    Della teoria e metodologia dell'arte fanno parte "Commenti di critica d'arte" (1946) e "Profilo della critica d'arte in Italia" (1948), delle ricostruzioni storico-filologiche "Arte in Italia" (1967) e della interpretazione dell'arte contemporanea "Impressionismo" (1946) e "Mondrian e l'arte del XX secolo" (Premio Viareggio 1963).

    Furono di fondamentale importanza i suoi 21 critofilm e in particolare i 18 della seleARTE cinematografica da lui realizzati dal 1948 al 1964; con essi Ragghianti fece del mezzo cinematografico un efficace strumento di indagine critica e di divulgazione.

    Alle "Arti della visione" dedicò tre volumi (1974-1979), sintesi delle sue ricerche sul cinema, sullo spettacolo teatrale e sulla filosofia dell'arte.

    Ragghianti ha fondato e promosso molte istituzioni culturali: "Istituto di Storia dell'Arte" e "Raccolta nazionale di Disegni e Stampe" dell'Università di Pisa, "Università Internazionale dell'Arte" di Firenze (1969) e nel 1980, con la moglie, ha costituito a Lucca la "Fondazione Centro Studi sull'arte Licia e Carlo L. Ragghianti".




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    4 aprile 2008
    Silvio Trentin


    Silvio Trentin (San Donà di Piave11 novembre 1885 – Treviso12 marzo 1944) è stato un partigiano e giurista italiano, docente universitrio di diritto amministrativo.

    Figlio di un possidente agricolo, fino agli 11 anni visse nella residenza di famiglia a San Donà. Aveva 2 fratelli: Giorgio (nato nel 1881) e Bruno (nato nel 1892).

    Nonostante la perdita del padre, a 7 anni, Silvio ebbe forte solidarietà dalla famiglia. Lo zio paterno, Antonio Trentin, ricco possidente e filantropo, si assunse la tutela della famiglia del fratello. Aiuti alla famiglia vennero anche dagli zii materni Alberto Cian e Vittorio Cian. Alle scuole elementari, Silvio Trentin incominciò ad avere una visione patriottica e liberale della storia d'Italia. Dal 1896 al 1903 frequentò il liceo ginnasio "Canova" di Treviso, da dove però fu espulso nel 1903, per comportamento troppo esuberante.

    Nell' autunno del 1903 Silvio Trentin incominciò il suo ultimo anno di liceo al "Marco Foscarini" di Venezia, frequentato soprattutto dall'alta borghesia. Il 9 dicembre 1904 si iscrisse all'università di Pisa per studiare Legge.

    Laureatosi in legge, sotto la guida di Giovanni Vacchelli, che lo considerava suo allievo prediletto facendogli pubblicare uno scritto prima ancora della laurea, divenne in breve docente di diritto amministrativo nelle università di Pisa, Camerino e Venezia.

    I suoi scritti riguardarono vari aspetti del diritto pubblico e del diritto amministrativo.

    Si ritirò spontaneamente dall'insegnamento nel 1925, in quanto strenuo oppositore del fascismo, non accettando l'obbligo di giurare fedeltà al regime e difendendo l'assoluta autonomia dell'individuo e dell'insegnamento rispetto al nascente regime. Riparò quindi nel sud della Francia, a Auch, dove continuò ad occuparsi privatamente di diritto. Nonostante fosse lontano dagli ambienti dei rifugiati politici italiani a Parigi, Silvio Trentin era sempre considerato un punto di riferimento per l'antifascismo. Militò dapprima nel Partito repubblicano italiano e nella Lega italiana dei diritti dell'uomo, quindi nella Concentrazione antifascista e in Giustizia e Libertà.

    Per sostenersi, lavorò per alcuni anni come manovale in una tipografia. In seguito al suo licenziamento, raccolti alcuni fondi presso amici, acquistò una libreria a Tolosa, dove si trasferì nel 1934. La libreria divenne ben presto un riferimento per gli intellettuali antifascisti e progressisti tolosani; durante la guerra civile spagnola servì da punto di collegamento da e verso la Spagna. Nella cantina della libreria furono tenute anche riunioni segrete e ospitati antifascisti e cospiratori.

    Con la caduta di Mussolini, rientrò in Italia, a San Donà, a inizio settembre 1943. A quel tempo era già sofferente di problemi cardiaci. Dopo l'8 settembre si attivò per organizzare formazioni armate partigiane in Veneto, sempre come esponente di "Giustizia e Libertà", declinando un invito di Emilio Lussu a entrare nella direzione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), che si trovava a Roma.

    Il 19 novembre fu arrestato dalla polizia fascista. Rilasciato a dicembre, fu ricoverato per l'aggravarsi della sua malattia cardiaca, che lo portò alla morte nel marzo 1944.

    È il padre di Bruno Trentin, segretario generale della CGIL dal 1988 al giugno del 1994.

    A Silvio Trentin sono intitolate, tra l'altro, il corso principale e una scuola elementare di San Donà di Piave, e una scuola media a Venezia Mestre.




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    4 aprile 2008
    Dante Castellucci
     

    Dante Castellucci (Sant'Agata di Esaro (CS) 6 agosto 1920, Zeri (MS) 22 luglio 1944), fu un comandante partigiano del Battaglione "Guido Picelli", meglio noto con il nome di battaglia "Facio", si distinse per le capacità militari organizzative e per il socialismo umanitario di cui si fa testimone con i compagni. Era reduce dal fronte russo dove aveva combattuto nell'ARMIR ed al ritorno in Italia fece amicizia e frequentò i fratelli Cervi.

    Fu fucilato all'alba del 22 luglio 1944, accusato del furto di un lancio di rifornimento paracadutato dagli alleati, ma con il tempo, e secondo molte testimonianze, tale accusa fu definita del tutto infondata. Nella sua vicenda fu implicato Antonio Cabrelli nome di battaglia “Salvatore” personaggio conosciuto per aver avuto legami col regime fascista ed espulso dal Partito comunista ma riuscito comunque ad arrivare al ruolo di commissario politico in un distaccamento del battaglione “Guido Picelli”.

    Castellucci si può definire come un partigiano "anomalo", quali furono Mario Musolesi e Silvio Corbari, per il loro pensiero e talvolta per il modo di agire fortemente autonomi. La sua fama nacque durante la battaglia del Lago Santo, dove con soli 9 uomini, dopo circa 20 ore di lotta, mise in fuga un reparto di un centinaio di tedeschi. Il suo nome di battaglia è indicativo del suo istinto ribelle nella realtà storica infatti “Facio” fu brigante calabrese che aveva combattuto duramente contro i Borboni, prima e contro i piemontesi dopo, una di quelle persone che non avevano timore a scontrarsi contro eserciti regolari in presenza di soprusi e violenze contro la povera gente. Laura Seghettini,quella che avrebbe dovuto diventare moglie di Dante analizza la sentenza di condanna stesa dopo la fucilazione e si avvede che le motivazioni son ben diverse da quelle raccontate da "Facio" e dai compagni che non lo avevno abbandonato durante la notte precedente l'esecuzione,manca sopratutto l'accusa di sabotaggio che non gli e' stata contestata durante la requisitoria. In pratica gli viene semplicemente contestato di essersi appropriato di un bidone di sterline paracadutato dagli alleati inglesi."Facio" in quel momento secondo altre testimonianze e' ben distante dal punto di lanco cioe' dall'altra parte della vallata.Laura dopo l'omocidio di Dante va a combatterecon i partigiani del parmense e dopo la guerra inizia l'iter per avere giustizia e riabilitazione per "facio".Incontra Giorgio Amendola che le comunica che non vi son prove per incriminare "Salvatore" ovvero Antonio Cabrelli che era stato quello che aveva messo in moto il meccansismo d'accusa,anche se il partito non si fida di lui.A quel punto ,forse capita la situazione che si sta preparando nei suoi confronti , Antonio Cabrelli fa un rapido cambiamento di partito e va nel PSI.Assume la carica di consigliere e poi assessore a Pontremoli.Ma Antonio Cabrelli fa una fine singolare ed ambigua :muore in un incidente stradale con una donna che Laura conferma essere ex spia dell’OVRA,per cui vi son sospetti sulla morte del Cabrelli interpretabile come eliminazione di un personaggio assai scomodo,non e' l'unico caso dopo la guerra che personaggi scomodi,per vari motivi, muoiono in ambigui incidenti stradali od a causa delle conseguenze di tali incidenti, esempi ne sono i comandanti partigiani Aldo Gastaldi di tendenze monarchiche molto legato a Paolo Emilio Taviani,Emilio Canzi anarchico ,comandante della XIII zona operativa del piacentino e combattente della Guerra di Spagna e Ilio_Barontini comunista e rivoluzionario di professione che ha combattuto dalla Cina alla Spagna ,dall'Etiopia allaFrancia e ovvimante in Italia.




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    4 aprile 2008
    Fratelli Besana
     

    Carletto Besana, nato a Barzanò il 1 luglio 1920, di professione operaio, dopo l'8 settembre 1943 svolge intensa attività di collegamento e rifornimento fra la Brianza e la Valsassina (Lecco) dove con il fratello Guerino (anch'egli operaio, nato a Barzanò, il 27 settembre 1918) si era unito a bande partigiane.

    Il 20 luglio 1944, Carletto, incaricato di prelevare armi a Costa Masnaga, viene ferito a un fianco in uno scontro a fuoco. Ricercato, è costretto a rimanere nascosto; appena guarito ritorna in Valsassina.
    L'11 ottobre 1944, durante un rastrellamento di SS italiane nella valle tra Biandino e Introbio, Guerino viene ferito gravemente alle sette del mattino. Si trascina su per la montagna per avvertire i compagni che lo trovano morente alle cinque di sera nei pressi di una grotta.
    Carletto accorre alla notizia del ferimento del fratello che gli muore tra le braccia. Non vuole abbandonarlo ai cani dei fascisti che battono la valle e rimane a vegliarlo nella grotta. Viene catturato anch'esso dalle stesse SS di stanza ad Oggiono che hanno ucciso il fratello.
    Tradotto a Casargo (Lecco), viene rinchiuso con tredici compagni in un pozzo, sottoposto a lunghi interrogatori e seviziato. Processato il 13 ottobre 1944 a Casargo, da un tribunale misto tedesco e fascista, viene condannato a morte. Mentre aspetta di essere fucilato scrive poche righe alla madre: "Cara mamma, fatevi coraggio quando riceverete la notizia della nostra morte, ho ricevuto i Sacramenti e muoio in pace col Signore. Mamma non pensate al fratello Guerino perché l'ho assistito io alla sua morte. Arrivederci in Paradiso. Figlio Carlo. Ciao."
    Viene fucilato alle ore 15 del 15 ottobre 1944 presso il cimitero di Introbio (Lecco). Vengono fucilati con lui Benedetto Bocchiola, Carlo Cendali, Francesco Guarnerio, Andrea Ronchi e Benito Rubini. Dopo il 25 aprile 1945, le salme dei due fratelli Besana vengono recuperate e riportate al paese natale di Barzanò. Qui il 10 maggio si svolgono i solenni funerali.




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    4 aprile 2008
    Aldo Morandi
     Riccardo Formica (Trapani4 agosto 1896 – Milano28 gennaio 1975) è stato un antifascista italianocombattente nelle Brigate Internazionali.Nasce a Trapani da Guido (ufficiale dell’Esercito) e Matilde Paolino Pistone.Frequenta l’Accademia di Livorno. Partecipa alla prima guerra mondiale con il grado di guardiamarina nella “Brigata Marina” che diverrà il Battaglione San Marco. Contrae la malaria.

    Aderisce alla Gioventù Socialista nel 1919 a Trieste svolge attività politica ed organizzativa. Nel 1921 aderisce al partito comunista italiano e diventa un funzionario del comune di Legnano. Accusato di essere in contatto con elementi sovversivi, di partecipare a riunioni politiche e di fare propaganda fra i marinai viene accusato di falsificazione di documenti. Il Tribunale Militare di Firenze lo condanna a tre mesi di carcere, alla destituzione dal grado ed all’espulsione dall’Esercito. Morandi sosterrà che le accuse erano false, costruite per il suo impegno politico.Impiegato presso il comune di Legnano nel 1922. Segretario della locale sezione comunista è più volte aggredito e bastonato dai fascisti, collabora alla stampa clandestina dei giornali “La Verità”, “La Recluta”, “La Caserma”, di opuscoli e manifestini di propaganda, alla falsificazione di documenti e passaporti ed a mantenere i contatti con i gruppi clandestini che operano oltre confine. Per vivere si adatta a diversi mestieri: guardia notturna presso uno stabilimento tessile, manovale, muratore, impiegato di banca. Sempre licenziato per antifascismo.

    Nel 1923 viene arrestato a Firenze per attività politica clandestina, condannato, fa sette mesi di carcere .Nel 1924 e' arrestato a Pistoia per le stesse accuse sconta quattro mesi di carcere. Nel 1925 la Procura Militare di Bologna lo accusa di aver fornito un falso libretto di matrimonio ad Umberto Terracini ed il Ministero degli Interni il 30 novembre apre a suo carico un fascicolo. Nel 1926 e' arrestato il 6 maggio con altri due compagni alla stazione di Milano. Prima di essere catturato urla “Viva il comunismo”. Nella valigia sequestratagli vengono rinvenute istruzioni per la compilazione di passaporti falsi. Un mese dopo viene scarcerato perché “il reato non consente il mandato di cattura”.Nel 1927 il 27 maggio è colpito da mandato di cattura per aver fornito un falso libretto di matrimonio a Terracini ed è deferito al Tribunale Speciale nel “Processone”, che vede imputati i maggiori esponenti comunisti. In quanto latitante la sua posizione viene stralciata . Per evitare il carcere si rifugia in Francia . Per incarichi di partito si sposta in Belgio e in Cecoslovacchia, in tutti e tre i paesi viene arrestato ed espulso.Sarà iscritto nella Rubrica di Frontiera e nel Bollettino delle Ricerche nel 1937. Nel corso di uno dei suoi viaggi all’estero per conto del P.C. d’I conosce in Svizzera Vincenzina Fonti, la cui sorella aveva sposato un noto esponente comunista, Vincenzo Gigante (Medaglia d’Oro della Resistenza).A causa dei dissensi di carattere organizzativo,nel 1928 con i responsabili esteri del P.C.I. viene sollevato dall’incarico ed inviato nell’ U.R.S.S., dove diventa membro del Partito Comunista Russo. Frequenta la scuola leninista del Komintern. Nel 1931 nuovo dissidi con i rappresentanti dei comunisti italiani che ne chiedono l’allontanamento. Lascia tutti gli incarichi e lavora in fabbrica a Mosca.

    Stella delle Brigate Internazionali
    Stella delle Brigate Internazionali

    Nel mese di agosto del 1936 parte per la Francia, dove a Parigi fa propaganda presso i lavoratori italiani immigrati. Il 30 novembre raggiunge la Spagna, si iscrive al Partito Comunista Spagnolo. Alla base delle Brigate Internazionali ad Albacete viene nominato capitano e comandante del Battaglione Misto d’Istruzione. Il 23 dicembre diventa Capo di Stato Maggiore della XIV Brigata Internazionale con cui raggiunge il fronte dell’Andalusia: battaglie di LoperaPorcuna.Il 4 gennaio del 1937 sostiene l’accusa contro il maggiore Delasalle, che si era macchiato di codardia davanti al nemico, abbandonando il suo battaglione. Promosso maggiore, raggiunge con la Brigata il fronte di Madrid e partecipa alla battaglia di Las Rozas de Madrid – Majadahonda. Il 14 febbraio è nominato comandante dei Battaglioni 21° e 24° con cui partecipa alla battaglia Jarama. Ferito alla coscia. Il 12 marzo è nominato comandante del 20° Battaglione Internazionale con cui raggiunge il fronte dell’Andalusia. L’ 8 aprile è promosso tenente colonnello gli viene affidato il comando della 86ª Brigata Mixta, il 31 ottobre il comando della 63ª Divisione.Il 19 marzo del1938 è nominato comandante della Divisione di Manovra Extremadura; fronte dell’Aragona. Combatte contro la divisione fascista XXIII Marzo, il cui Tribunale Militare lo condanna a morte. Il 26 aprile per continui attacchi di malaria, lascia il comando, per curarsi. Il 30 maggio è nominato comandante dell’VIII Corpo d’Armata, deve rifiutare per le cattive condizioni di salute. Va in convalescenza a Valencia, poi a Barcellona ed infine a Parigi. Il 2 settembre ritorna a Barcellona, assume il comando della 42ª Divisione. Ma l’ordine viene sospeso in quanto i volontari stranieri delle Brigate Internazionali devono lasciare la Spagna, con cui partecipa a Barcellona alla sfilata di congedo.La vicenda spagnola di Morandi si puo' cosi' riassumere : dopo il breve in qualita' di miliziano nelle Brigate internazionali entra nell'Esercito Popolare spagnolo,col comando di formazioni dell'esercito regolare iberico e nel particolare las 86ma Brigada Mixta e la 63ma Divisione e per ultima la Divisine di Manovra che erano unità dell'esercito regolare a tutti gli effetti.Nel 1940 il 7 febbraio sotto il suo comando i volontari italiani raggiungono la frontiera francese. Il 9 febbraio è internato nel campo di Saint Cyprien dove viene nominato comandante interno del Campo n. 7 che raccoglie gli interbrigatisti. Il 25 febbraio lascia il campo e trova lavoro a Lione. Non aderisce al Partito Comunista Francese. Ricercato dall’OVRA e dalla Gestapo nell’agosto lascia la Francia ed entra clandestinamente in Svizzera. Arrestato dalle autorità svizzere viene processato per immigrazione clandestina e condannato a quattro mesi di carcere e all’espulsione.Uscito dal carcere, viene inviato al campo di lavoro per politici a Gordola, dove rimane fino alla fine dell’anno. Nel maggio del 1945 rientra a Milano e diventa membro del Comitato Direttivo della Federazione provinciale socialista.Nel 1947 abbandona il Partito Socialista e aderisce al Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli di cui diventa Segretario regionale. Collabora con la Società Umanitaria. Il 28 gennaio 1975 muore a Milano.




    permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 4/4/2008 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
    4 aprile 2008
    Giuseppe Bifolchi
     
    Giuseppe Bifolchi è quello di destra

    Giuseppe Bifolchi (Balsorano20 febbraio 1895 – Avezzano16 marzo 1978) è stato un partigiano e anarchico italiano.

    Sottufficiale durante la prima guerra mondiale, alla fine del conflitto aderì alle correnti anarchico individualiste che si svilupparono in Italia, per poi spostarsi verso l'area anarco-comunista difatti fu tra i firmatari del "Manifesto degli anarchici comunisti italiani".

    Negli anni '20 fu costretto all'esilio in Francia dove aderì alla "Piattaforma organizzativa dei comunisti anarchici", e partecipò al primo incontro dei "piattaformisti" nel 1927. Nel 1924 era entrato a far parte della redazione del giornale "L'Agitazione", un periodico di cultura e politica anarchica italiana pubblicato dagli esiliati a Parigi, di cui fu pubblicato solo il primo numero.

    Nel 1927, per sopravvivere fu costretto ad iniziare a lavorare in un cementificio. Nello stesso periodo iniziò a collaborare con il giornale anarchico francese "Le Libertaire". Il 7 agosto dello stesso anno partecipò attivamente al "Comitato internazionale anarchico di difesa per Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti". Nel 1929 causa delle vicessitudini con la polizia francese dovute al suo attivismo, fu costretto ad abbandonare Parigi, per trasferirsi, con la sua compagna Argentina Gantelli, a Bruxelles, dove divenne redattore del mensile anarchico "Bandiera Nera", dove rimase fino al 1931. Contemporaneamente collaborò con le riviste svizzere "Le réveil anarchiste" e "Vogliamo".

    Nel luglio del 1936 con Camillo Berneri ed altri, tra cui la sua compagna, organizzò il primo gruppo di italiani diretti a Perpignan per preparare la lotta in Spagna contro i franchisti. Fu nominato capo dei fucilieri del gruppo di Francisco Ascaso e in tale veste conquistò, subendo comunque gravi perdite, le alture del Monte Pelato. Successivamente divenne capitano della colonna Rosselli a Huesca: mentre Carlo Rosselli venne considerato la mente politica della spedizione, Bifolchi ne era ritenuto lo "stratega" militare e dimostrò grandi doti tattiche durante l'offensiva su Almudevar.

    Rientrato il Belgio nel 1937 aiutò molti anarchici, alla vigilia della seconda guerra mondiale, a fuggire in Sud America, grazie a passaporti falsificati presi in Spagna durante la guerra civile.

    Nel 1940 fu internato in un campo di concentramento, per essere, in seguito, estradato in Italia, dove fu inviato al confino prima a Ponza e poi a Ventotene.

    Aderì alla resistenza partigiana italiana e fu nominato "sindaco della liberazione" di Balsorano nel 1944. Nello stesso anno organizzò una delegazione per chiedere agli Alleati di non bombardare il paese dato che i tedeschi si erano ritirati. La richiesta non venne accolta ed il paese abruzzese fu bombardato il 4 giugno 1944.

    Dopo la Liberazione organizzò una cooperativa anarchica e collaborò con il giornale "L'Internazionale". Nel 1970 emigrò negli Stati Uniti per poi rientrare in Italia poco prima della morte, avvenuta nel 1978.




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