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AntifascismoResistenza
4 settembre 2008
Settembre 1938 - settembre 2008: è il 70° anniversario delle leggi razziste del fascismo.

L' espulsione degli ebrei stranieri (1938) 

 

REGIO DECRETO-LEGGE 7 settembre 1938-XVI, n. 1381 Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri

VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D'ITALIA IMPERATORE D'ETIOPIA

Ritenuta la necessità urgente ed assoluta di provvedere;
Visto l'art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Duce, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro Segretario di Stato per l'interno;Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1. Dalla data di pubblicazione del presente decreto-legge è vietato agli stranieri ebrei di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo.Art. 2. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato ebreo colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.Art. 3. Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte a stranieri ebrei posteriormente al 1° gennaio 1919 s'intendono ad ogni effetto revocate.Art. 4. Gli stranieri ebrei che, alla data di pubblicazione del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo e che vi abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell'Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno espulsi dal Regno a norma dell'art. 150 del testo unico delle leggi di P.S., previa l'applicazione delle pene stabilite dalla legge.Art. 5. Le controversie che potessero sorgere nell'applicazione del presente decreto-legge saranno risolte, caso per caso, con decreto del Ministro per l'interno, emesso di concerto con i Ministri eventualmente interessati. Tale decreto non è soggetto ad alcun gravame né in via amministrativa, né in via giurisdizionale. Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e sarà presentato al Parlamento per la conversione in legge. Il Duce, Ministro per l'interno, proponente, è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.Ordiniamo

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 7 settembre 1938-Anno XVIVittorio Emanuele, Mussolini

 

L' espulsione degli ebrei dalle scuole italiane (1938)

 REGIO DECRETO - LEGGE 5 settembre 1938 - XVI, n. 1390 Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D'ITALIA IMPERATORE D'ETIOPIA

Visto l'art. 3, n.2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l'educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze; Abbiamo decretato e decretiamo;

Art. 1. All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, né al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio della libera docenza.Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l'educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.Ordiniamo

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVIVittorio Emanuele, Mussolini, Bottai, Di Revel  

 

Il Manifesto della Razza (1938)


(Da
"La difesa della razza", direttore Telesio Interlandi, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2).

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.

Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.4. La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.5. È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.6. Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani. 

Il Gran Consiglio del Fascismo sulla politica razziale ( 6 ottobre 1938 )

 

DICHIARAZIONE SULLA RAZZA

Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero, dichiara l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti.

Il problema ebraico non è che l'aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.

Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:

a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;

b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici - personale civile e militare - di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;

c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell'Interno;

d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell'Impero.

Ebrei ed ebraismoIl Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l'ebraismo mondiale - specie dopo l'abolizione della massoneria - è stato l'animatore dell'antifascismo in tutti i campi e che l'ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato - in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica unanimemente ostile al Fascismo.

L'immigrazione di elementi stranieri - accentuatasi fortemente dal 1933 in poi - ha peggiorato lo stato d'animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l'internazionalismo d'Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l'ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevici di Barcellona.Il divieto d'entrata e l'espulsione degli ebrei stranieri

Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d'ingresso nel Regno, degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ritardata, e che l'espulsione degli indesiderabili - secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie - è indispensabile.

Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all'esame dell'apposita commissione del Ministero dell'Interno, non sia applicata l'espulsione nei riguardi degli ebrei stranieri i quali:

a) abbiano un'età superiore agli anni 65;

b) abbiamo contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI.

Ebrei di cittadinanza italianaIl Gran Consiglio del Fascismo, circa l'appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:

a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;

b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;

c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;

d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all'infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI.

Discriminazione fra gli ebrei di cittadinanza italianaNessuna discriminazione sarà applicata - escluso in ogni caso l'insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana - quando non abbiano per altri motivi demeritato - i quali appartengono a:

1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall'Italia in questo secolo; libica, mondiale, etiopica, spagnola;

2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;

4) famiglie dei Caduti per la Causa fascista;

5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;

6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni 19- 20- 21- 22 e nel secondo semestre del 24 e famiglie di legionari fiumani.

7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione.

Gli altri ebreiI cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie, nell'attesa di una nuova legge concernente l'acquisto della cittadinanza italiana, non potranno:

a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;

b) essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone;

c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;

d) prestare servizio militare in pace e in guerra. L'esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.

Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:

1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;

2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;

3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l'attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;

4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l'istituzione di scuole medie per ebrei.

Immigrazione di ebrei in EtiopiaIl Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere, anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell'Etiopia. Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno essere annullate o aggravate a seconda dell'atteggiamento che l'ebraismo assumerà nei riguardi dell'Italia fascista.Cattedre di razzismo

Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell'Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno.Alle camicie nere

Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerarsi fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli Ministri.

 La delazione contro gli ebrei

I delatori non tardarono a mettersi in moto e sotto certi aspetti anticiparono il diritto pubblico, denunciando comportamenti che solo in una fase successiva furono sanzionati come reati, come il possesso di un apparecchio radiofonico o l’assunzione di personale di servitù di "razza ariana".

Trieste fu uno dei luoghi nei quali maggiormente si esercitò il rituale della delazione. Una campagna d’odio fu orchestrata dai fascisti triestini che sfruttarono il malcontento e l’insofferenza generati dall’arrivo di centinaia di ebrei fuggiaschi dal Reich. Fin dall’estate del 1938 partirono memoriali anonimi indirizzati al ministero dell’Interno per segnalare persone da "eliminare", così come non mancarono scritte murali inneggianti a Hitler e alla politica di discriminazione razziale. Anche chi, tra mille cautele, era riuscito a mantenere un minimo di attività lavorativa e di vita sociale, veniva immediatamente segnalato.

Denunce e delazioni riguardavano anche episodi marginali: una lettera anonima al questore di Ancona segnala che a Falconara Marittima "… un ebreo, tale Fornari Mario, avrebbe potuto installare …un apparecchio telefonico facendolo intestare a nome della donna di servizio", il Fornari, in seguito, fu deportato ad Auschwitz, dove morì nel 1944.

Tra l’estate 1940 e la caduta di Mussolini circa 400 ebrei italiani antifascisti e 6.000 ebrei stranieri furono internati in campi di concentramento o confinati. L’internamento spesso dipendeva da comportamenti privati segnalati per via anonima alle autorità.

Fu l’8 settembre 1943 a segnare però un vero spartiacque tra la fase della negazione dei diritti e quella della persecuzione contro la vita, con l’avvio delle deportazioni su larga scala.




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3 agosto 2008
I Rom..una storia lunga 600 anni
 

È quasi impossibile negare quanto la presenza dei Rom ai margini delle nostre città crea problemi sempre più acuti. L'inquietudine metropolitana e la necessità di sicurezza trova dunque in essi un facile bersaglio da cui ne deriva uno stato di conflittualità, che spesso impedisce di guardare realisticamente ai fatti e spinge di frequente ad operare scelte politiche che non rispettano i loro diritti.

Per la terza volta in poco meno di due anni l'Europa si pronuncia a sfavore sui provvedimenti che l'Italia intende assumere sui Rom. Il 24 aprile 2006 , in una delibera, il Comitato Europeo per i Diritti Sociali dichiarò che “l'Italia viola sistematicamente il diritto di Rom e Sinti ad un alloggio adeguato. Le politiche abitative per Rom e Sinti puntano a separare questi gruppi dal resto della società italiana e a tenerli artificialmente esclusi. Bloccano qualsiasi possibilità di integrazione, e condannano i Rom a subire il peso della segregazione su base razziale. In numerosi insediamenti di Rom e Sinti si riscontrano condizioni abitative estremamente inadeguate, che sono una minaccia per la salute e per la stessa vita dei residenti nei campi. Inoltre, le autorità italiane sistematicamente e con regolarità sottopongono Rom e Sinti a sgomberi forzati dalle loro dimore.

Durante gli sgomberi, le autorità spesso distruggono arbitrariamente i loro beni, adoperano un linguaggio denigratorio e offensivo e umiliano gli sfrattati in vari modi. In molti casi, le persone cacciate dalle loro residenze, come risultato delle azioni della polizia e delle autorità locali, sono rese senza casa. In alcune circostanze, nel corso di tali sgomberi, i Rom stranieri sono stati espulsi collettivamente dall'Italia. Molti Rom e Sinti, in Italia vivono sotto la continua minaccia di sgomberi forzati”. Dello stesso tenore è stato il rapporto sull'Italia pubblicato nel maggio 2006 dalla Commissione Europea contro il Razzismo e la Discriminazione, con l'aggiunta dell'inadeguatezza delle politiche scolastiche e di integrazione. Di fatto, negli ultimi decenni, le politiche urbane, invece che migliorare la situazione degli zingari, sono andate via via peggiorandola. La diffusione del modello metropolitano, intrisa ormai quasi unicamente di valori fondiari e immobiliari, con la scomparsa del “valore d'uso” della città, a vantaggio esclusivo del suo “valore di scambio”, hanno mutato profondamente la geografia urbana. Spazi che prima erano ritenuti periferici, ora entrano nel grande business immobiliare, e costringono i Rom ad allontanarsi sempre di più. Per loro restano solo le discariche o altri spazi inutilizzabili per finalità economiche. In Italia si comincia a parlare di “campi nomadi” all'inizio degli anni settanta quando, con alcune disposizioni ministeriali, si invitano i comuni “ad esaminare la possibilità di realizzare, in appositi terreni, campeggi attrezzati con i servizi essenziali, al fine di consentire che la sosta dei nomadi si svolga nelle migliori condizioni igieniche possibili”.

Dal momento in cui si comincia a parlare di “campi nomadi”, lo spazio per i Rom si restringe sempre più. Le scelte dei luoghi su cui realizzare o tollerare un “campo nomadi”, evidenziano con chiarezza un atteggiamento diffuso: gli zingari sono un popolo da allontanare e da cui allontanarsi, nonostante i  Rom, i Sinti e i Camminanti, in Italia comunemente chiamati zingari, costituiscono il gruppo minoritario più grande d'Europa, più di dieci milioni di persone presenti su tutto il territorio continentale. I Rom giunsero in terra europea tra il 1300 e il 1400: la loro provenienza originaria sembra essere il nord dell'India, dato storico indicato soprattutto dal romanì, lingua indoeuropea comune a tutte le comunità rom anche se con molte differenze, che costituisce la principale espressione culturale di queste popolazioni. Ma ad iniziare dal XVI secolo gli “ zingari” furono, assieme agli ebrei, espulsi e perseguitati dai grandi stati nazionali che si stavano formando, perché considerati, nella loro «diversità», elementi di disturbo nella unificazione e nel senso di unità dei popoli. In certe epoche gli zingari potevano essere uccisi impunemente, in Romania furono schiavizzati per 400 anni (fino ad oltre la metà del secolo scorso).

Ma nessuna persecuzione fu così sistematica come quella nazista, quando nei campi di concentramento tedeschi morirono mezzo milione e forse più di zingari: a Dachau e a Ravensbruck, dove donne e bambine zingare furono sterilizzate, a Auschwitz-Birkenau, dove fu tenuto un libro che riporta, annotati con incredibile acribia, i nomi di 20.946 zingari, a Natzweiler-Struthof, nell'Alsazia francese, dove furono sottoposti a vari e mortali esperimenti medici, a Buchenwald, da dove furono ceduti alle grandi società farmaceutiche per 170 marchi per «capo»: un olocausto troppo spesso dimenticato. Dall'idea del nomadismo dei Rom è nata la decisione di segregarli nei campi. Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, dieci regioni italiane hanno adottato delle leggi per “La protezione delle culture nomadi”, attraverso la costruzione di campi segregati: il risultato è che molti Rom sono stati forzati a vivere, sulla loro pelle, la romantica e repressiva immagine che gli italiani hanno di loro, ma oltre il 70%, sono cittadini italiani. Sono uguali agli altri davanti alla legge e alla Costituzione, hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Come i cittadini italiani, hanno diritto di votare, di andare a scuola, di essere curati. Dire che sono diversi è una bestemmia. La descrizione dei Rom come nomadi rinforza anche l'idea corrente che non siano italiani e non abbiano nulla a che fare con l'Italia. La sensibilità antropologica delle autorità italiane funziona solo in negativo, per eliminare la possibilità di considerare i Rom come parte integrante della società. Così gli uffici che si occupano di Rom sono chiamati “Uffici Nomadi”, e ricadono nella sfera di competenza della politica dell'immigrazione. Analogamente, l'esistenza di uffici locali per “stranieri e nomadi”, indica che i Rom, anche quando lo sono, non sono considerati cittadini italiani. Altra cosa riguarda gli immigrati. La prima data emblematica è il 1963, quando ci fu il terremoto di Skopje. Nel 1993, ne arrivò un gruppo molto forte dalla Bosnia e nel Duemila, dal Kossovo.

Questi, essendo migranti, sottostanno alla legge Bossi-Fini, che ha notevolmente complicato le cose. Due esempi per tutti: per un Rom è particolarmente difficile trovare un lavoro, e questo gli impedisce di avere il permesso di soggiorno. La stessa cosa si dica per quanto riguarda il rapporto tra metraggio di casa e possibilità di permesso di lavoro. Chi sta nei campi non ha la metratura sufficiente. Forse bisogna cominciare a capire che gli “zingari” non esistono. Esistono tantissime persone che appartengono a gruppi con tradizioni particolari. Ma, siamo sempre di fronte ad individui. E' vero, esistono gruppi in cui il furto è considerato un po' meno negativo di quanto non sia considerato da noi o da altri gruppi rom. Si tratta di gente disperata, che al limite ha rubato per vivere, come può succedere a chiunque di noi. Ci sono invece altri gruppi che hanno un atteggiamento più leggero, in cui i ragazzini spesso vengono indirizzati al furto. Qualche volta, anche le donne, ma molto meno. Si usano i ragazzini perché si crede che la legislazione nei loro confronti sia meno severa. Vale, comunque, per tutti una cosa: i Rom e i Sinti che si sono inseriti nel lavoro, hanno un rapporto diverso con i non Rom. Invece, quelli che sono emarginati, spesso giustificano il furto a partire da questa emarginazione. La questione dell'emarginazione è fondamentale. Attenzione, non si tratta solo di emarginazione solo in termini fisici, ma in termini culturali. L'ECRI (European Commission Against Racism and Intolerance), sostiene che i campi costringono i Rom fuori dalla linea vitale della società italiana. Non si parla soltanto di emarginazione nel senso lavorativo, abitativo od economico, ma di una emarginazione più ampia. Di qualcuno che è tenuto fuori, non ha più nessun rapporto. Quale rispetto ci può essere a questo punto? Ne deriva una cultura del disinteresse nei confronti dell'altro. E' questo il vero problema da risolvere. Se un bambino rom esce dal campo, va a scuola, torna al campo e non ha nessuna possibilità di interagire con gli altri bambini, quale educazione e quale integrazione ha? Non è prendendo le impronte digitali ai bambini che si limita e circoscrive la criminalità, ci vuole ben altro! Se un compagno di scuola di un bambino rom vuole fare i compiti con lui, non riuscirà mai ad andare al campo, dove c'è una situazione tremenda e non esiste un angolo dove poter stare tranquilli. Ed il bambino rom non andrà mai dal compagno, perché non c'è scambio. Colui che vive in una situazione normale ha molte più possibilità di inserimento nel sistema sociale, permette alla scuola di non essere solo un'istituzione, ma anche un punto di incontro dove impara non le materie, ma la cultura. Qualunque tipo di pensiero - perfino quello degli intellettuali, degli studiosi, degli scienziati - procede per modelli prestabiliti, stereotipi, pregiudizi: questi costituiscono, quindi, una modalità intrinseca ad ogni processo cognitivo.

Tuttavia, il pregiudizio può diventare una maniera consueta e socialmente condivisa di percepire e rappresentare gli “altri”, e così alimentare xenofobia e razzismo. I pregiudizi verso certe categorie di persone - gli stranieri, le donne, gli omosessuali, i Rom, altre minoranze…- non possono essere ricondotti solo a limiti individuali percettivi o cognitivi, poiché sono sempre connessi con un certo clima sociale e politico, con certi retaggi storici, con il ruolo svolto dai mezzi di comunicazione di massa e dalle istituzioni.
Nella formazione del pregiudizio, il linguaggio gioca un ruolo fondamentale: esso è al tempo stesso spia, veicolo e creatore di pregiudizi. L'educazione al pluralismo culturale e religioso ed alla convivenza, sicuramente ha una funzione di rilievo, ma insufficiente se non è accompagnata, su altri piani, dalla tensione verso il riconoscimento, il rispetto e l'uguaglianza sociale e giuridica di coloro che sono percepiti e stigmatizzati come “diversi da noi”.




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27 giugno 2008
Nelson Mandela e Apartheid
                                                Nelson Mandela


Nelson Mandela 

Di origini aristocratiche essendo figlio di un capo della tribù Thembu, Nelson Rolihlahla Mandela nasce il 18 luglio 1918.

I primi passi verso una vita volta alla conquista della libertà degli uomini Nelson Mandela li mosse nel 1940 all'età di 22 anni quando insieme al suo cugino Justice fu messo di fronte al fatto di doversi sposare con una ragazza scelta dal capo thembu Dalindyebo. Questa imposizione di matrimonio obbligatorio è una condizione che nè Mandela nè il cugino vogliono tollerare. La scelta è molto delicata: o si sposa e va contro al suo principale principio e cioè la libertà oppure non si sposa mancando di rispetto così alla sua tribù e alla sua famiglia. Decise di scappare insieme al cugino in direzione Johannesburg, verso la città, la metropoli.

Da giovane studente di legge, Mandela fu coinvolto nell'opposizione al minoritario Regime sudafricano, che negava i diritti politici, sociali, civili alla maggioranza nera sudafricana. Unendosi all'African National Congress nel 1942, due anni dopo fondò l'associazione giovanile Youth League, insieme a Walter Sisulu, Oliver Tambo ed altri.

Dopo la vittoria elettorale del 1948 da parte del Partito Nazionale, fautore di una politica pro- apartheid di segregazione razziale, Mandela si distinse nella campagna di resistenza del 1952 organizzata dall'ANC, e ebbe un ruolo importante nell'assemblea popolare del 1955, la cui adozione della Carta della Libertà stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid.

Durante questo periodo Mandela ed il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l'ufficio legale Mandela e Tambo fornendo assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza rappresentanza legale.

Nel 1961 divenne il comandante dell'ala armata Umkhonto we Sizwe dell'ANC ("Lancia della nazione", o MK), della quale fu co-fondatore. Coordinò la campagna di sabotaggio contro l'esercito e gli obiettivi del governo, e elaborò piani per una possibile guerriglia per porre fine all'apartheid. Raccolse anche fondi dall'estero per il MK, e dispose addestramenti para-militari, visitando vari governi africani. Nell'agosto 1962 fu arrestato dalla polizia sudafricana, in seguito a informazioni fornite dalla CIA, e fu imprigionato per 5 anni con l'accusa di viaggi illegali all'estero e incitamento allo sciopero.

Durante la sua prigionia, la polizia arrestò importanti capi dell'ANC, l'11 luglio 1963 presso la Liliesleaf Farm, di Rivonia. Mandela fu considerato fra i responsabili,e insieme ad altri fu accusato di sabotaggio e altri crimini equivalenti al tradimento (ma più facili per il governo da dimostrare). Joel Joffe, Arthur Chaskalson e George Bizos fecero parte della squadra di difesa che rappresentò gli accusati. Tutti, ad eccezione di Rusty Bernstein, furono ritenuti colpevoli e condannati all'ergastolo, il 12 giugno 1964. L'imputazione includeva il coinvolgimento nell'organizzazione di azione armata, in particolare di sabotaggio (del cui reato Mandela si dichiarò colpevole) e la cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi ad invadere il Sudafrica (reato del quale Mandela si dichiarò invece non colpevole). Per tutti i successivi 26 anni, Mandela fu sempre maggiormente coinvolto nell'opposizione all'apartheid, e lo slogan "Nelson Mandela Libero" divenne l'urlo di tutte le campagne anti-apartheid del Mondo.

Mentre era in prigione, Mandela riuscì a spedire un manifesto all'ANC, pubblicato il 10 giugno 1980. Il testo recitava:

« Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l'incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l'apartheid! »

Rifiutando un'offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata (febbraio 1985), Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990. Le crescenti proteste dell'ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio l'11 febbraio del 1990, su ordine del Presidente sudafricano F.W. de Klerk, e alla fine dell'illegalità per l'ANC. Mandela e de Klerk ottennero il premio nobel per la pace nel 1993. Mandela era già stato in precedenza premiato con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988.

Inizialmente coinvolto nella battaglia di massa non-violenta, fu arrestato insieme a altre 150 persone il 5 dicembre 1956, e accusato di tradimento. Seguì un aggressivo processo, durato dal 1956 al 1961, al termine del quale tutti gli imputati furono assolti. Mandela ed i suoi colleghi appoggiarono la lotta armata dopo l'uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville, nel marzo del 1960, e la successiva interdizione dell'ANC e di altri gruppi anti-apartheid.

Divenuto libero cittadino e Presidente dell'ANC (luglio 1991 - dicembre 1997) Mandela concorse contro de Klerk per la nuova carica di presidente del Sudafrica. Mandela vinse, diventando il primo capo di stato di colore. De Klerk fu nominato vice presidente.

Come presidente, (maggio 1994 - giugno 1999), Mandela presiedette la transizione dal vecchio regime basato sull'apartheid alla democrazia, guadagnandosi il rispetto mondiale per il suo sostegno alla riconciliazione nazionale ed internazionale.

Alcuni esponenti radicali furono delusi dalle mancate conquiste sociali durante il periodo del suo governo, nonché dall'incapacità del governo di dare risposte efficaci al dilagare dell'HIV/AIDS nel Paese. Mandela stesso ammise, dopo il suo congedo, che forse aveva commesso qualche errore nel calcolare il possibile pericolo derivante dal diffondersi dell'AIDS. Mandela è stato anche criticato per la sua stretta amicizia con Fidel Castro e Muammar Gheddafi, da lui chiamati "compagni in armi". Anche la decisione di impegnare le truppe Sudafricane per opporsi al golpe del 1998 in Lesotho rimane una scelta controversa.

Mandela si è sposato 3 volte. La prima moglie è stata Evelyn Ntoko Mase dalla quale ha divorziato nel 1957, dopo 13 anni di matrimonio. Il suo secondo matrimonio con Winnie Madikizela è terminato con una separazione nell'aprile 1992 ed il definitivo divorzio nel marzo 1996, alimentato da forti contrasti politici. A ottant'anni Mandela ha poi sposato Graça Machel, vedova di Samora Machel, presidente fondatore mozambicano e alleato dell'ANC morto in un incidente aereo 15 anni prima.

Dopo aver abbandonato la carica di Presidente nel 1999, Mandela ha proseguito il suo impegno e la sua azione di sostegno alle organizzazioni per i diritti sociali, civili ed umani. Ha ricevuto numerose onorificenze, incluso l'Order of St. John dalla Regina Elisabetta II e la Presidential Medal of Freedom da George W. Bush.

Mandela è una delle due persone di origini non indiane (Madre Teresa è l'altra) ad aver ottenuto il Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile indiano (nel 1990).

A testimonianza della sua fama va ricordata la visita del 1998 in Canada, durante la quale allo Skydome di Toronto parlò in una conferenza a 45.000 studenti che lo salutarono con intensi applausi. Nel 2001 ha ricevuto l'Order of Canada, ed è stato il primo straniero a ricevere la cittadinanza onoraria canadese.

Nel giugno 2004, all'età di 85 anni, Mandela ha annunciato di volersi ritirare dalla vita pubblica e di voler passare il maggior tempo possibile con la sua famiglia, finché le condizioni di salute glielo avrebbero concesso. Ha comunque fatto un'eccezione nel luglio 2004, confermando il suo duraturo impegno nella lotta contro l'AIDS, recandosi a Bangkok per parlare alla XV conferenza internazionale sull'AIDS.

Il 23 luglio 2004, con una cerimonia tenutasi a Orlando, Soweto, la città di Johannesburg gli ha conferito la più alta onorificenza cittadina, il "Freedom of the City", paragonabile alla consegna delle chiavi della città.

APARTHEID

Apartheid è un termine afrikaans usato per definire il sistema di rigorosa segregazione razziale nei confronti della gente di colore attuato nel Sud Africa a partire dal 1954. Accompagnato da sanguinose repressioni di ogni moto dei Neri per l'eguaglianza, ha raggiunto estremi tali di ingiustizia e inumanità da determinare proteste e risoluzioni di condanna in seno non solo alle assise internazionali dei popoli africani, ma anche all'ONU e al Commonwealth, dal quale il Sud Africa è stato estromesso nel 1961. Nel 1989 con l'avvento del presidente F.W. De Klerk si è avuta una progressiva riduzione fino alla formale abolizione nel 1991.
 
 L'unione operò una politica sempre più rigorosa di segregazione razziale, specialmente dopo la vittoria elettorale dell’ala destra del Fronte Nazionale nel 1948 coi governi di Daniel François Malan (1948-1954), Johannes Gerhardus Strijdom (1954-1958) e Hendrik F. Verwoerd (1958-1966) che causarono gravi contrasti interni per l'inasprirsi della politica di apartheid, con perdita dei diritti civili delle popolazioni nere: perdita del diritto di voto per gli Africani, l’Atto di Proibizione dei Matrimoni Misti del 1949 (che proibì a neri e bianchi di sposarsi tra loro) e l'istituzione di scuole agricole e commerciali speciali (le uniche istituzioni che accetteranno allievi neri). I negozi devono servire tutti i clienti bianchi prima dei neri. I neri devono avere speciali passaporti interni (pass book) per muoversi nelle zone bianche, pena l’arresto o peggio.

L’African National Congress, la più grande organizzazione politica che includeva i neri, era di stampo socialista, giustificazione sufficiente per renderla illegale dagli afrikaner. Sia neri (Albert Luthuli, insignito nel 1960 del Premio Nobel per la pace) che bianchi (partito unito e partito laburista ), organizzarono proteste contro l’apartheid, che venivano puntualmente soffocate con brutalità dalle forze di sicurezza governative.

Nel 1956 la politica di apartheid fu estesa a tutti i cittadini di colore compresi gli asiatici.

Gli ultimi legami col governo britannico cessarono il 15 marzo 1961 quando il Sudafrica esce dal Commonwealth britannico, rimuovendo Elizabeth II dalla carica di capo di stato e proclamando la repubblica.

Nel 1961 viene approvata la condanna della politica razziale da parte delle Nazioni Unite. Negli anni 60 sotto Hendrik Verwoerd, 3,5 milioni di neri furono sfrattati con la forza dalle loro case e reinsediati nelle "homeland del sud" (Bantustan), nel tentativo di ristrutturare l’apartheid rendendolo meno evidentemente razzista. Una serie di stati con governi neri fantoccio all’interno del Sudafrica, con la possibilità per i neri di trasferirvisi, in base alle proprie discendenze etniche. Vietato (1960) e senza potere politico, l’ANC e una scheggia del gruppo di soli neri, il Pan-Africanist Congress, si rivolge alle azioni violente. L’ANC limitandosi agli obiettivi strategici come distruggere le centrali elettriche (motivo di arresto del futuro presidente Nelson Mandela) e altre infrastrutture, mentre il Pan-African Congress si dedico ad atti più casuali e più generali di terrorismo. Nel 1962 i rapprentanti dell'ANC vengono invitati l'assemblea generale dell'ONU, dove chiedono ai propri membri di porre sanzioni economiche contro il Sudafrica e nel 1963 un embargo sulle armi. Nel marzo 1966 Verwoerd viene rieletto, nel settembre viene assassinato in una seduta parlamentare, Balthazar J. Vorster diventa primo ministro. Nell'ottobre 1966, l'ONU vota la fine del mandato del Sudafrica sull'Africa del Sud-Ovest, ma il Sudafrica non riconosce questo atto della Nazioni Unite. Vorster rimane in carica fino al 1970.

Nel 1975, durante la riorganizzazione del Dipartimento Educativo Bantù del governo, burocrati decisero di fare rispettare una legge a lungo dimenticata che richiedeva che la formazione secondaria fosse condotta soltanto in lingua afrikaans, invece che in altre lingue africane locali. Dal 1976, molti insegnanti ignorarono l'indirizzamento e furono licenziati. La tensione crebbe. Gli studenti si rifiutarono di scrivere in Afrikaans e vennero espulsi. La rivolta si estese, una scuola dopo l’altra, unica soluzione del governo fu di chiudere le scuole e di espellere gli studenti rivoltosi.
Una marcia protesta fu organizzata nel distretto nero di Soweto (Johannesburg) il 13 giugno 1976.
Circa 20.000 allievi arrivarono in gruppi, seguiti attentamente dalla polizia. Malgrado gli appelli degli organizzatori a non contrapporrsi alla polizia in nessun modo, lo scontro incomincio quasi subito, con gas lacrimogeno lanciato dalla polizia e spari sulla folla. La polizia, numericamente inferiore, si ritira per radunarsi, e gli studenti costruirono barricate iniziando a distruggere tutto quello che rappresentasse il governo. I tumulti di Soweto finirono dopo alcuni giorni, quando un notevole numero di poliziotti fu assegnato alla zona per reprimere le violenze, che, nelle settimane successive, si sparsero nel resto del paese.
Durante i tumulti, i commentatori internazionali, trasmisero le notizie sui massacri della folla di manifestanti inermi. Da allora, la maggior parte dei paesi nel mondo (eccezioni Gran Bretagna e USA), imposero sanzioni economiche al Sudafrica, in risposta all’apartheid.

Gli anni 90 portarono alla fine dell’apartheid, con la liberazione di Nelson Mandela l’11 febbraio 1990 decisa da F.W. de Klerk e con l’introduzione di elezioni democratiche tenute il 27 aprile 1994, prima sotto Nelson Mandela, quindi con Thabo Mbeki.
Il Sudafrica aggiunse 9 lingue africane native all’afrikaans e all'inglese come lingue ufficiali, portanti il totale a 11
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25 giugno 2008
Guatemala, un genocidio dimenticato
 

Il popolo del Guatemala ha vissuto uno dei più brutali regimi di terrore che l’America Latina abbia conosciuto, imposto dalle dittature militari che si sono susseguite dal 1954 al 1985 e che hanno provocato:

  • Oltre 100 mila persone assassinate e 45 mila desaparecidos;
  • 440 villaggi di contadini indigeni maya rasi al suolo;
  • 1 milione di sfollati interni;
  • 250 mila rifugiati all’estero;
  • 500 mila indigeni costretti a partecipare alle cosiddette Pattuglie di Autodifesa Civile.

di Andrea Necciai

La mattina del 27 aprile 1998, nel cortile della casa parrocchiale di San Sebastian (Città del Guatemala), veniva rinvenuto il cadavere di monsignor Juan Gerardi Conedera, vescovo ausiliare della capitale e titolare della diocesi di Quiché.

Appena due giorni prima, l’alto prelato aveva presentato ufficialmente alla stampa e al mondo intero il testo del rapporto “Guatemala nunca mas”, nel quale era riuscito a documentare oltre 50.000 casi di gravi violazioni dei diritti umani (compresi centinaia di omicidi, torture, sparizioni e stupri) avvenuti durante la guerra civile, terminata nel 1996 con la firma degli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri dell’URNG.

Dopo un’estenuante ricerca costata tre anni di lavoro la “Commissione per il Recupero della Memoria Storica”, presieduta dallo stesso Gerardi, aveva attribuito alle forze armate guatemalteche circa l’80% dei delitti commessi in quel paese, riesumando dall’oblio della memoria i fantasmi di un passato un po’ frettolosamente rimosso. Con dovizia di testimoni, date, nomi e cognomi dei responsabili “delle atrocità costate la vita a più di 200 mila persone e la fuga o l’esilio a oltre un milione di guatemaltechi”, il rapporto diocesano di 1400 pagine ebbe il merito di far luce su una delle tragedie più sanguinose della storia dell’umanità.

Nel Guatemala degli anni ‘80-‘90 la tortura è la regola: le vittime sono contadini, sindacalisti, uomini politici, studenti, giuristi, giornalisti, religiosi. La strategia antinsurrezionale dell'esercito “porta alla costituzione delle Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC), reclutate tra i contadini (in buona parte forzosamente) con compiti paramilitari e di repressione. Vengono anche fondati i “Poli di Sviluppo” e le “Aldeas Modelo”, nei quali una notevole parte della popolazione contadina viene arbitrariamente concentrata per essere direttamente controllata dalle unità governative.” *

Per contro, la reazione armata della guerriglia marxista a questi abusi cresce d’intensità ma produce come unica conseguenza “un continuo aumento di crimini e violazioni dei diritti umani, nonostante la presenza nel paese di una commissione di controllo delle Nazioni Unite (Minugua).” *

Analogamente al caso di Romero, il vescovo salvadoregno difensore dei diritti del popolo oppresso - ucciso nel 1980 da un cecchino mentre officiava una messa -, la pista delle indagini per risalire agli attentatori di Gerardi porta dritto agli ambienti dell’EMP, il servizio d’informazione dell’esercito guatemalteco.
Per intuire il movente del delitto Gerardi non occorre essere degli Sherlock Holmes. Fin dagli anni più bui della guerra, il vescovo di Quiché si era schierato a fianco delle popolazioni indigene emarginate e massacrate, diventando col tempo un personaggio assai scomodo agli ambienti governativi e padronali guatemaltechi per la sua determinazione nel denunciare la repressione.

Nessuno prima di lui aveva osato sfidare il potere militare, rischiando la vita in più di un’occasione e subendo per due anni la punizione dell’esilio coatto in Costa Rica. Nel 1984 aveva fatto ritorno nel suo paese, e di lì a poco accettò l’incarico affidatogli dalla Conferenza Episcopale come coordinatore dell’Ufficio per i Diritti Umani e rappresentante della Chiesa nella lunga trafila dei negoziati di pace tra governo e guerriglia.

Poi il tragico epilogo, la notte del 26 aprile 1998, quando uno sconosciuto armato di un mattone ha posto fine all’esistenza del principale artefice del processo di recupero della verità storica. Verità tutta, contenuta in quel copioso dossier il cui titolo esprime un severo ammonimento e un impegno ineludibile per il futuro: “nunca mas” - mai più guerre, massacri e sofferenze per il popolo guatemalteco. 

“Guatemala nunca mas”

Il rapporto diocesano si compone di quattro distinte sezioni. Nella prima parte vengono analizzate le testimonianze delle varie forme di violenza perpetrata - in larga misura dall'Esercito - nei confronti delle persone, della famiglia, delle comunità e le forme di resistenza: il terrore come metodo, la violenza contro l'infanzia (la distruzione del seme), la disgregazione e la militarizzazione delle comunità, l'esperienza dei desplazados, la violenza contro la religione e la cultura maya, la violenza sessuale sulle donne individuale e di massa.

Nella seconda parte si prendono in considerazione i meccanismi dell'orrore e la relativa pratica: la struttura di intelligence, le strategie di controllo, le aldeas modelo e i polos de desarrollo, la militarizzazione della vita quotidiana, l'educazione alla violenza, i massacri, le sparizioni e il reclutamento forzato, la tortura, le carceri clandestine. La terza parte analizza invece il contesto storico-politico con riferimenti appropriati alla nascita e allo sviluppo delle forze controinsurrezionali, nonché alla strategia della guerriglia. Infine la quarta e ultima sezione che, con l’ausilio di tabelle e sintesi, riassume i dati statistici relativi alle vittime del conflitto.

Quale giustizia?

Sotto la presidenza di Alfonso Portillo (2000-2004) - esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco, la forza politica ispiratrice ed artefice della repressione - il processo di giustizia e verità storica è giunto ad un punto di stallo. Le inchieste giudiziarie a carico dei pochi responsabili finora incriminati procedono in modo lento e farraginoso, ostacolate da vari tentativi di insabbiamento e depistaggio da parte di chi, negli ambienti politico-militari, ha tutto l’interesse ad archiviare rapidamente la pratica.

Nello svolgimento dell’istruttoria i giudici designati sono pertanto costretti a muoversi in un campo minato, quando non sono oggetto di minacce o intimidazioni. E’ questo il caso dei procuratori Galindo e Zeissig, titolari dal 1999 dell’inchiesta sull’omicidio Gerardi. I due, pur riuscendo ad ottenere la condanna a 30 anni del generale in pensione Estrada e di altri due ufficiali dell’esercito (sentenza che deve essere ancora confermata - o meno - in secondo grado), sono stati indotti uno dopo l’altro ad abbandonare il caso per le ripetute minacce di morte contro di loro e all’indirizzo dei loro familiari.

Una sorte ben peggiore è invece toccata al sacerdote José Maria Furlan, considerato l’erede morale di Gerardi per il suo impegno nella difesa dei diritti civili, assassinato a colpi d’arma da fuoco nella zona 5 di Città del Guatemala. Negli ultimi mesi della presidenza Portillo, il reverendo “aveva duramente criticato il governo per aver ostacolato il chiarimento delle violazioni dei diritti umani commesse nel passato.” *

(Andrea “Chile” Necciai)

Note:
* “La lunga ombra dell’impunità”, di Stefano Guerra.

tratto da www.resistenze.org




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24 giugno 2008
IL GENOCIDIO ARMENO
 

Storia

 

Gli Armeni sono gli abitanti autoctoni dell'Armenia e la loro presenza su quel territorio è documentata da testimonianze risalenti a più di 2500 anni fa. Fino all'inizio del ventesimo secolo essi hanno abitato un vasto territorio che, estendendosi ben oltre i confini dell'attuale Repubblica Armena ex sovietica, ingloba il lembo nord-occidentale dell'Iran, tutta la parte orientale della Turchia, le regioni occidentali dell' Azerbaigian ed una parte nel sud della Georgia.

Su questo territorio gli Armeni già più di duemila anni fa hanno costituito un proprio stato unitario che nel corso dei secoli ha perso e più volte riconquistato la propria indipendenza, subendo a più riprese invasioni e dominazioni straniere.

All'inizio del 4° secolo l'Armenia si convertì al Cristianesimo divenendo così il primo stato ad accettare la fede cristiana come religione di stato.

La dominazione straniera più lunga e nefasta per l'Armenia è stata quella dei Turchi che vi penetrarono per la prima volta circa nove secoli fa e pian piano la soggiogarono instaurando un regime di pulizia etnica ante litteram, con soprusi, vessazioni, conversioni forzate all'Islam, periodici pogrom e ricorrenti massacri.

Verso la fine del diciannovesimo secolo le persecuzioni contro gli Armeni da parte dei Turchi aumentarono in intensità ed in ferocia, raggiungendo il loro culmine sotto il regno del sultano Abdul Hamid 2° che, alle richieste degli Armeni di ottenere riforme volte a tutelare le loro vite, le loro persone ed i loro beni, rispose con dei massacri di massa nel corso dei quali, dal 1895 al 1897, furono trucidati 300.000 Armeni.

In conseguenza di ciò aumentarono da parte degli Armeni, e delle potenze europee, le richieste di riforme statali atte a tutelarli.

Parallelamente al declino dell'Impero Ottomano, sul finire del 19 secolo, iniziò a svilupparsi presso i Turchi un acceso movimento nazionalista, cosiddetto dei "Giovani Turchi", che diede origine al partito "Ittihad ve Terakki" (Unione e Progresso) che si impadronì del potere nel 1908 e lo mantenne per dieci anni.

Scopo principale del movimento nazionalista turco era la creazione di un grande impero panturco che inglobasse tutte le popolazioni turche, dal Mar Egeo ai confini della Cina. Gli Armeni, situati a mo' di cuneo fra i Turchi dell'Anatolia e quelli del Caucaso, costituivano un' isola non-turca in mezzo al grande mare delle popolazioni turche. Erano perciò un ostacolo sulla via della realizzazione di questo progetto e fu quindi stabilito di sterminarli onde poter creare la Grande Turchia.

Già un anno dopo aver conquistato il potere i Giovani Turchi dimostrarono i loro veri intendimenti con il massacro di Adana, in Cilicia, nel corso del quale furono uccisi più di trentamila armeni.

 

 

Il genocidio

 

In un congresso segreto dei "Giovani Turchi", tenutosi a Salonicco nel 1911, fu deciso di sopprimere totalmente gli armeni residenti in Turchia. L'occasione per realizzare questo piano di sterminio si presentò con lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale allorquando le potenze europee, impegnate nella guerra, non potevano interferire nelle faccende interne della Turchia.

Inizialmente furono chiamati alle armi tutti gli Armeni validi che, dopo esser stati separati dai loro reparti, ed inquadrati per costituire i cosiddetti "Battaglioni operai" vennero uccisi. Furono quindi arrestati ed in seguito uccisi tutti gli intellettuali, i sacerdoti, i dirigenti politici. Nelle città e nei villaggi abitati da Armeni rimasero quindi solo donne, vecchi e bambini. Per loro venne decretata la deportazione. Adducendo come pretesto la prossimità della zona di guerra, vennero costretti ad abbandonare le loro abitazioni per trasferirsi, così fu detto, in zone più sicure. Ma furono deportate anche le comunità armene residenti a centinaia di chilometri dal teatro bellico, segno evidente che l'allontanamento dalle zone di guerra era solo un pretesto per lo sterminio. Per strada le carovane dei deportati venivano sistematicamente assalite da bande di malfattori, fatti uscire appositamente dal carcere per costituire la cosiddetta "Teskilate maksuse" (Organizzazione Speciale) il cui compito era lo sterminio degli Armeni.

I mezzi usati per compiere questo sterminio furono di un'inaudita ferocia e di un sadico accanimento contro le vittime. Chi riusciva a sfuggire al massacro periva per la fame, la sete, le malattie e gli stenti del lungo viaggio compiuto a piedi per centinaia di chilometri. Perirono così circa 1.500.000 di persone: la quasi totalità degli Armeni di Turchia. Furono risparmiati solo quelli residenti a Istanbul e Smirne, perché troppo vicini a sedi diplomatiche straniere. Si salvarono pure gli abitanti di alcune province in prossimità del confine russo, che si misero al riparo fuggendo oltre frontiera o furono salvate dall'avanzata dell'esercito russo.

"In precedenza è stato comunicato che il Governo, su ordine del Partito (Unione e Progresso), ha stabilito di sterminare completamente tutti gli Armeni residenti in Turchia. Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere negli organici dell'amministrazione dell'Impero. Bisogna dar fine alla loro esistenza, per quanto siano atroci le misure adottate , senza discriminazioni per il sesso e l'età e senza dar ascolto a considerazioni legate alla coscienza". Così recita il telegramma del ministro dell'interno turco, Talaat pascià, del 15 settembre 1915.

 

 

Dopo lo sterminio

 

Al termine della Prima Guerra Mondiale, in seguito alla sconfitta della Turchia, cadde il regime dei "Giovani Turchi" ed il nuovo governo istituì - controvoglia e per ingraziarsi le potenze europee vincitrici- una corte marziale per giudicare i responsabili dello sterminio degli Armeni. Fu giustiziato un prefetto, ma molti fra i colpevoli, con il compiacente sostegno non solo delle autorità turche, ma anche delle potenze vincitrici, poterono fuggire o comunque vivere indisturbati. Poco dopo, e senza aver terminato i propri lavori, anche la corte marziale fu sciolta. Solo alcuni fra i principali organizzatori del genocidio armeno furono poi uccisi da parte di giustizieri armeni. Non ci fu quindi una Norimberga per il genocidio armeno che rimase così impunito.

Lo stato turco smise di perseguire i responsabili , incamerò tutti i beni mobili ed immobili appartenenti agli armeni e diede inizio alla mistificazione della storia, prima non parlando mai dello sterminio degli armeni e, negli ultimi decenni, negando apertamente l'avvenuto genocidio.

Venne steso così un velo di silenzio sullo sterminio degli Armeni tanto che Hitler stesso, nell'agosto del 1939, poco prima di aggredire la Polonia, per vincere le titubanze dei suoi collaboratori a proposito dei suoi piani di sterminio, disse loro espressamente: "Chi si ricorda più del massacro degli Armeni?".

La Turchia, dal genocidio in poi ha continuato, e persiste tutt'ora', ad avere un atteggiamento ostile nei confronti delle poche decine di migliaia di armeni rimasti in quel paese, concentrati quasi esclusivamente ad Istanbul.Negli anni '20 è stata emanata la cosiddetta legge sui beni abbandonati in virtù della quale lo Stato turco ha incamerato tutti i beni appartenenti alle vittime del genocidio. Successivamente sono stati espulsi circa 30.000 armeni residenti in Anatolia. Nel 1939 e nel 1964, sempre in Anatolia, vi è stato un massacro di armeni. Nel 1942 è stata emanata la cosiddetta tassa sulla ricchezza, ideata ed attuata al solo scopo di distruggere economicamente le minoranze armena, greca ed ebrea del paese. L'anno successivo, con il pretesto di una chiamata alle armi, è stato organizzato un massacro di armeni che solo all'ultimo momento è stato possibile scongiurare. Nel 1955 vi è stato il grande pogrom contro armeni e greci di Istanbul. Negli anni successivi sono continuate le vessazioni contro gli armeni, frapponendo artificiosi ostacoli alla normale attività delle istituzioni armene di Turchia (chiese, scuole ecc.). Nel 1993, d'accordo con i rivoltosi del parlamento russo (che si erano sollevati contro Yeltsin) la Turchia preparò un'invasione dell'Armenia, che però non avvenne grazie alla sconfitta dei rivoltosi.Dal 1992 la Turchia mantiene chiuso il confine con l'Armenia, non consentendo il transito di merci e persone da e per l'Armenia.

 

 

 

La negazione del genocidio

 

A differenza dell'Olocausto ebraico, riconosciuto e condannato da parte tedesca, quello armeno non è stato né riconosciuto né tanto meno condannato da parte della Turchia attuale che anzi, in ogni occasione, sia pubblicamente che riservatamente, continua a negare il fatto che sia mai avvenuto un genocidio degli armeni.

A tutt'oggi la Turchia spende ingenti somme per mistificare la storia e far tacitare tutti coloro che, specialmente nel mondo occidentale, reclamando una postuma giustizia per gli armeni, chiedono che il genocidio armeno venga riconosciuto in quanto tale dai vari paesi ed in primo luogo dalla Turchia.Per tacitare queste richieste la Turchia ancora oggi corrompe politici, studiosi e giornalisti occidentali affinché, affermando il falso, neghino che vi sia mai stato un genocidio armeno. Oltre a ciò ricorre alle minacce ed ai ricatti politici, come ha recentemente fatto con la Francia allorquando l'Assemblea Nazionale, prima, ed il Senato, poi, hanno riconosciuto il genocidio armeno.

Negli ultimi tempi, poi, sono stati messi in circolazione da parte della Turchia dei falsi documenti storici per depistare le ricerche degli studiosi del genocidio armeno. Il Ministero della Pubblica istruzione ha introdotto l'obbligo dell'insegnamento della storia dei rapporti fra i turchi da un lato ed armeni, greci, assiro-caldei da un altro. Scopo evidente di questo insegnamento, obbligatorio in tutte le scuole, è l'indottrinamento delle nuove generazioni sulla base della mistificazione della storia, della negazione del genocidio armeno e dello sterminio dei greci del Ponto e degli assiro-caldei.

Come se ciò non bastasse ad Istanbul e ad Ankara sono state intitolate vie e piazze ai nomi dei principali responsabili dello sterminio degli armeni. In onore di uno di essi,Talat pascià, è stato eretto un vero e proprio mausoleo ad Istanbul.

. Inoltre la Turchia odierna non ha rinunciato alle sue mire espansionistiche tant'è vero che l'onorevole Demirel, allorquando era presidente della repubblica (fino alla primavera del 2000), ha ripetutamente affermato che la zona d'influenza turca si estende dall'Adriatico alla Cina. Il suo predecessore Ozal, ricordando il contenzioso con l'Armenia, ha affermato che forse la "lezione" data agli Armeni all'inizio del secolo non era stata sufficiente ed occorreva darne loro un'altra.

Nel 1996 con il massimo degli onori ed alla presenza del presidente della repubblica e delle più alte cariche dello stato turco, furono traslate dall'Asia Centrale, e tumulate in Turchia, le spoglie di Enver pascià, un altro dei maggiori responsabili dello sterminio degli armeni.

Il semplice fatto poi che il 24 aprile - data in cui vengono commemorate le vittime del genocidio armeno- uomini politici stranieri , in varie parti del mondo, rendano omaggio alla memoria di queste ultime, suscita rabbiose e scandalizzate reazioni in Turchia.

E' evidente che una Turchia che ha un simile atteggiamento costituisce un serio pericolo non solo per gli Armeni, ma anche per la democrazia, la libertà e la pacifica coesistenza fra i vari popoli. Sarebbe come se in Germania attualmente non solo non venissero condannate le azioni di Hitler, ma venisse eretto un mausoleo in suo onore ed in varie città tedesche vi fossero vie o piazze intitolate a Himmler, Goebbels, Goering ed inoltre le più alte cariche dello stato negassero l'esistenza stessa dell'Olocausto.Sarebbe come se in tutte le scuole tedesche vigesse l'insegnamento obbligatorio della negazione della Shoah.

 

 

La documentazione sul genocidio

 

Ma nonostante la negazione della Turchia e le sue reticenze, lo sterminio armeno è un dato di fatto incontestabile, ampiamente documentato oltre che dalle narrazioni dei superstiti, anche da parte di testimoni stranieri ed imparziali quali l'ambasciatore americano Morgenthau ed altri diplomatici statunitensi, il pastore evangelico tedesco Lepsius, gli inglesi Lord Bryce e A. Toynbee,lo scrittore e filantropo tedesco Armin Wegner, il francese Henri Barby, e, non ultimo, il console d'Italia a Ttrebisonda, Gorrini,per citare solo alcuni dei più noti.

Negli archivi americani, inglesi, francesi, tedeschi ed austriaci c'è poi una ricca documentazione al riguardo.

Infine vi sono i documenti di diretta provenienza turca, prodotti dalla corte marziale convocata per giudicare i responsabili del genocidio.

Tutta questa copiosissima documentazione non lascia ombra di dubbio sul fatto che gli Armeni abbiano subito un genocidio organizzato da parte del governo turco.

Il termine stesso "genocidio" è stato creato all'inizio degli anni '40 dal giurista americano di origine ebreo-polacca Raphael Lemkin che ha coniato questa parola proprio in seguito all'impressione subita nell'apprendere le modalità dello sterminio degli Armeni.

 

I riconoscimenti internazionali

 

Negli anni immediatamente successivi al genocidio armeno, sebbene non fosse stato ancora coniato il termine "genocidio", questo crimine fu condannato dai governi alleati già nel 1915 ed inoltre dal Senato degli Stati Uniti, nel 1916 e 1920, dal Tribunale Militare turco nel 1919, dal Trattato di Sèvres nel 1920 e nel 1921 dalla Corte Criminale di Berlino che assolse un giustiziere armeno che aveva ucciso Talaat pascià, principale responsabile dello sterminio armeno.

In seguito, però, venne steso un velo di silenzio sullo sterminio degli Armeni che fu sempre più dimenticato. In epoca più recente, e nonostante le pressioni esercitate da parte della Turchia, varie istituzioni nazionali ed internazionali hanno riconosciuto e condannato il genocidio armeno.

Nel 1984 è stato il Tribunale Permanente dei Popoli che, nel corso della sessione dedicata a questo argomento, dal 13 al 16 aprile 1984, ha riconosciuto fra l'altro che "lo sterminio delle popolazioni armene con la deportazione ed il massacro costituisce un crimine imprescrittibile di genocidio ai sensi della convenzione del 9/12/1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio".

L'anno successivo è stata la "Sottocommissione per la lotta contro le misure discriminatorie e per la protezione delle minoranze" della Commissione dei Diritti dell'Uomo dell' O.N.U. che nella seduta del 29/8/1985 ha riconosciuto, fra gli altri, anche il genocidio armeno.

Infine il Parlamento Europeo, nella seduta del 18 giugno 1987, riconoscendo il genocidio armeno e condannando l'atteggiamento della Turchia, ha invitato gli stati membri della Comunità Europea a dedicare un giorno alla memoria dei genocidi armeno ed ebreo. Oltre a ciò, proprio in considerazione dell' attuale atteggiamento turco nei confronti del genocidio armeno, il Parlamento Europeo ha posto, quale pre-condizione per l'ammissione della Turchia nella Comunità Europea, il riconoscimento da parte turca dello sterminio degli armeni.

In epoca più recente, il 14 aprile 1995, la Duma (il parlamento) della Russia ha riconosciuto all'unanimità il genocidio armeno. Lo stesso anno il genocidio armeno fu riconosciuto dai parlamenti di Bulgaria e Cipro. Così pure il vice-ministro degli esteri israeliano dell'epoca, Iosi Beilli, nel corso della seduta del parlamento d'Israele del 27 aprile 1994, affermò che lo sterminio degli Armeni era stato un vero e proprio genocidio. Identiche affermazioni sono state fatte da parte di due ministri israeliani nel corso dell'anno 2000. Nel 1996 il genocidio armeno venne riconosciuto da parte del parlamento della Grecia e l'anno successivo da quello del Libano. Nel 1998 furono i senati del Belgio e dell' Argentina a riconoscerlo. Successivamente il 29 maggio 1998 ed il 18 gennaio 2001 fu riconosciuto all'unanimità da parte dell'Assemblea Nazionale francese, nonostante la forte opposizione e le minacce ricattatorie della Turchia; mentre il 29 marzo 2000 il genocidio armeno è stato formalmente riconosciuto dal parlamento svedese. Analogo riconoscimento, e nello stesso anno, vi è stato da parte del parlamento dell'Uruguay.Inoltre il genocidio armeno è stato riconosciuto dal Senato francese (8 novembre 2000), dal Vaticano (10 novembre 2000),in Italia dalla Camera dei Deputati(17 novembre 2000) ed, ancora una volta, dal Parlamento Europeo (15 novembre 2000). Quest'ultimo ha reiterato le condizioni poste alla Turchia affinché possa essere ammessa nella Comunità Europea. Una di queste condizioni è il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Turchia. Il 13 giugno 2002 è stata la volta del Senato Canadese che, quasi all'unanimità, ha riconosciuto il genocidio armeno; mentre il 16 dicembre 2003 il genocidio armeno è stato riconosciuto dal parlamento svizzero.

Parallelamente a ciò, nell'ultimo decennio, anche vari parlamenti locali, come quelli dell'Ontario e del Quebec in Canada,del Nuovo Galles del Sud in Australia, e di 24 Stati degli Stati Uniti d'America hanno condannato lo sterminio degli Armeni.

Affermazioni simili, con sfumature diverse, sono state fatte da eminenti uomini di stato, come per esempio il presidente francese Mitterand, o da personalità politiche, da parlamentari e diplomatici europei ed americani.

In Italia , negli anni 1997-2003, il genocidio armeno è stato riconosciuto dai Consigli Comunali di varie città: Roma, Milano, Genova, Firenze, Venezia, Padova, Parma, Ravenna, Belluno,Udine, Bagnacavallo (RA), Camponogara (VE), Castelsilano(KR), Conselice(RA), Cotignola(RA), Faenza(RA), Feltre (BL), Fusignano(RA), Lugo((RA), Imola(BO),Mira(VE) Russi(RA), Sant'Agata sul Santerno(RA), Solarolo(RA), Thiene(VI), Villafranca Padovana(PD), Ponte di Piave (TV), S.Stino di Livenza (VE), Sanguinetto(VI), Asiago(VI),Montorso Vicentino(VI), Monteforte d'Alpone(VR), Massalombarda (RA), Salgareda (TV), Sesto S.Giocanni(MI), Bertiolo (UD), oltre alla Comunità Montana Feltrina ed all'ANCI (Associazione Nazionale Comuni d'Italia)

e così pure dal Consiglio Regionale della Lombardia. Sempre in Italia, nel settembre 1998, una proposta di riconoscimento del genocidio armeno è stata presentata alla Camera dei Deputati da parte di più di 170 parlamentari, appartenenti a tutti i gruppi politici presenti in Parlamento. Il 17 novembre 2000 la Camera dei Deputati ha votato, a larga maggioranza, una mozione di riconoscimento del genocidio armeno

 

 

Conclusioni

 

Il riconoscimento del genocidio armeno e la sua condanna non costituiscono un problema storico particolare riguardante gli Armeni soltanto, ma rivestono principalmente un carattere politico ed etico molto più generale coinvolgente molte altre nazioni, vicine o lontane, che si sentirebbero sicuramente minacciate da una Turchia che ad una tradizione militarista e ad una notevole carica demografica unisce uno spirito a tal punto espansionista da non rinnegare la pratica dello sterminio di altri popoli pur di raggiungere i propri obiettivi territoriali. Ieri sono stati gli Armeni ed i Greci ad essere sterminati, oggi sono i Kurdi. Tutto ciò si verifica anche perché il genocidio armeno non è stato sufficientemente condannato. Difatti la sua negazione costituisce tuttora un pericoloso precedente che da un lato, nel recente passato, ha servito da alibi a Hitler per organizzare l'Olocausto nel corso della Seconda Guerra Mondiale e da un altro lato, successivamente, ha fatto da battistrada alla sua negazione da parte dei cosiddetti storici revisionisti.

E' evidente che fin tanto che il genocidio armeno non verrà ufficialmente condannato, esso costituirà un esempio negativo che potrà incoraggiare altri a compiere simili crimini ed in primis la Turchia, Stato con velleità espansionistiche e perenne candidato all'adesione all'Unione Europea. Non per nulla il Parlamento Europeo , con la risoluzione del 18 giugno 1987, ha posto come pre-condizione per l'adesione della Turchia all'Unione Europea, il riconoscimento del genocidio armeno da parte dello Stato turco.

Riconoscere il genocidio armeno non è quindi un atto di ostilità verso la Turchia, al contrario è un atto di amicizia nei suoi confronti poiché è stato proprio in seguito al riconoscimento del genocidio armeno da parte dei parlamenti di vari paesi che in Turchia è iniziato un movimento di condanna del genocidio armeno da parte di un gruppo sempre più numeroso di intellettuali. Questi ultimi vanno quindi incoraggiati affinché abbiano il sopravvento sulle tendenze militariste e xenofobe e spingano così la Turchia a riconoscersi sempre di più nei valori fondamentali sui quali è basata l'Unione Europea.

Il riconoscimento del genocidio armeno, quindi, non è un atto di inimicizia nei confronti della Turchia, anzi è un segno di amicizia nei suoi confronti, poiché il vero amico non è chi accondiscende anche alle malefatte del proprio amico, ma colui che, criticandolo per i suoi errori, lo induce a correggerli. Il riconoscimento del genocidio armeno è quindi uno stimolo, un aiuto rivolto alla classe dirigente della Turchia ed alla popolazione di quel paese affinché si liberi di una pesante eredità negativa del passato la quale, fino a che non verrà rimossa, costituirà un ostacolo ad un pieno sviluppo della democrazia e delle libertà civili in quel paese.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/6/2008 alle 19:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
16 aprile 2008
Rom e Sinti sotto Nazismo e Fascismo
 


di Giovanna Boursier

Perseguitati come gli ebrei per motivi razziali, furono centinaia di migliaia gli zingari sterminati dai nazisti. E anche in Italia…

 

I rom vittime del nazifascismo sono migliaia di uomini, donne e bambini emarginati, perseguitati, sterilizzati in massa, deportati, rinchiusi nei campi di concentramento, utilizzati come cavie, uccisi nelle camere a gas e nei forni crematori.
Ma la storia del loro sterminio continua a essere, sostanzialmente, storia negata, persino evitata, trascurata dalla maggior parte degli storici e degli studiosi (basti pensare che la prima giornata di commemorazione della vittime rom del nazismo si è tenuta nel 1994 al Museo dell'Olocausto di Washington).
Invece l'argomento dovrebbe suscitare interesse fosse anche solo per il fatto che la storia dello sterminio nazifascista di rom e sinti è, insieme a quella della Shoah ebraica, connessa al pensiero razziale e alle sue aberranti conseguenze. Invece – e purtroppo – se anche negli ultimi decenni si è cominciato a diffondere qualche dato su questa pagina tragica del nazifascismo, non si può dire altrettanto sulle ragioni che condussero sinti e rom nelle camere a gas del Terzo Reich. Annoverati infatti genericamente tra le vittime, rom e sinti sono poi “tralasciati” dalla stragrande maggioranza della storiografia che continua così sostanzialmente ad accreditare l'ipotesi secondo cui furono nei lager come “asociali” o “criminali”, ignorando – più o meno consapevolmente – il fatto che queste caratteristiche derivavano, secondo i nazisti, dalla genetica e non erano, perciò, modificabili.
Per fortuna oggi anche questa verità sta emergendo, cominciando finalmente a chiarire che, come scriveva fin dai primi anni '60 Miriam Novitch – ebrea sopravvissuta ai lager e prima in assoluto a tentare di documentare lo sterminio dei rom e dei sinti – la persecuzione nazista dei rom e dei sinti fu, esattamente come quella degli ebrei, razziale.
Anche per questo sostengo l'importanza di iniziative come questa. La celebrazione della memoria in sé per sé non è interessante ne utile, stanca e non serve a capire o ragionare.
È invece importante far conoscere la storia e la sua evoluzione per superare gli stereotipi e i luoghi comuni.
Perché la conoscenza dell'altro diventi senso di rispetto e reciprocità che sono alla base del vivere comune. Anche in questo senso è importante il documentario Porrajmos: perché ci consente di entrare in un'abitazione Rom, e ci permette di ascoltare il dialogo di una famiglia seduta ad una bella tavola come tutte le famiglie del mondo. Perché ci rende partecipe delle difficoltà degli anziani a raccontare. Anche i testimoni ebrei ritornati dai campi di sterminio avevano pudore a raccontare, tanto che molti hanno aspettato anni per ricordare. Ricordare per tutti noi.
Quello che mi auguro è che tutti, Rom e non Rom, troviamo la forza e il coraggio per dire e ascoltare, per metterci insieme confrontandoci e arrichendoci affinché non ci sia mai più un Porrajmos né una nuova Shoà, ne per noi né per nessun altro popolo sulla Terra.

 Per cause genetiche

Secondo i nazisti, l'asocialità zingara non era dovuta a ragioni di comportamento: gli zingari erano ladri, truffatori, nomadi, pericolosi, per cause genetiche, perché tali caratteristiche erano nel loro sangue, irrimediabilmente tarato e perciò irrecuperabile.
Da questo assurdo punto di vista, due furono dunque i popoli uccisi – quello ebreo e quello rom –, per lo stesso motivo – razziale – e con gli stessi metodi – quelli della cosiddetta “soluzione finale” e dello sterminio nazista.
Tra i fautori delle idee razziali ci furono, in primo luogo, molti scienziati e ricercatori che, fin dai primi anni del nazismo, si posero, più o meno opportunisticamente, al servizio del potere elaborando teorie che esplicitavano giustificazioni alla prassi criminale dei nazisti.
Va anche detto, però, che il terreno era già stato preparato perché le teorie e le ricerche sulla presunta nocività del popolo zingaro erano avviate da anni. A Monaco di Baviera esisteva, fin dal 1899, un “Ufficio informazioni sugli zingari” diretto da uno zelante funzionario statale, Alfred Dillmann, che, nel 1905, pubblicò un volume intitolato “Zigeunerbuch” in cui aveva raccolto 3350 nomi e informazioni dettagliate su 611 persone, delle quali 435 definite “zingari” e 176 “girovaghi assimilabili agli zingari”. Una schedatura perfetta e, ovviamente, riutilizzata con facilità dall'amministrazione del Terzo Reich che, infatti, trasferirà l'Ufficio di Dilmann a Berlino ribattezzandolo “Centrale per la lotta alla piaga zingara”.
Atteggiamenti di questo tipo, comunque, non esistevano solo in Baviera: molti altri Länder fornirono informazioni e elenchi alla centrale di Monaco, tanto che nel 1925 questa banca dati aveva già accumulato oltre 14.000 nomi provenienti da tutta la Germania e la schedatura delle impronte digitali di tutti i rom residenti in Baviera.
La Baviera fu anche il primo Land a andare oltre le semplici regolamentazioni di tipo amministrativo varando, nonostante l'opposizione di socialdemocratici e comunisti, una vera e propria legge sugli zingari, emanata nel 1926 e nella quale, oltre a ogni sorta di restrizioni e controlli (basati sul pregiudizio per cui tutti gli appartenenti al popolo rom conducevano inesorabilmente vita disonesta), era chiaramente scritto che «il concetto di zingaro è universalmente noto e non richiede ulteriori delucidazioni».
Si può quindi affermare che la persecuzione e lo sterminio nazista dei rom e sinti si inserisce in una storia secolare di discriminazione e violenza che, però, solo all'interno del sistema e dell'ideologia nazionalsocialista ha trovato certe forme di espressione e concretizzazione.

 Robert Ritter, il massimo esperto

Tre anni dopo l'ascesa al potere di Hitler, nella primavera del 1936 il ministero degli interni del Reich crea, nell'ambito dell'Ufficio sanità del Reich di Berlino, un istituto di ricerca che si chiama “Rassenhygienische und bevölkerunsgbiologische Forschungsstelle” (Istituto di ricerca sull'igiene razziale e la biologia della popolazione) che ha il compito di indagare sulla popolazione nomade. A dirigerlo viene messo il dottor Robert Ritter che, in breve, verrà considerato il massimo esperto in materia al servizio del governo nazista.
Con i suoi collaboratori, tra i quali gli antropologi Adolf Würth, Gerhard Stein e soprattutto la sua assistente Eva Justin, puericultrice diplomata, Ritter visita città e campagne, campi nomadi, scuole, prigioni e campi di concentramento ed elabora teorie sulla pericolosità della “razza zingara”, di origine ariana ma ormai irrimediabilmente tarata da un gene molto pericoloso, il Wandertrieb (l'istinto al nomadismo), che confermano «l'irrecuperabilità della razza zingara» condannandola, secondo i canoni del pensiero nazionalsocialista, allo sterminio.
Le prime deportazioni di rom e sinti, di circa 400 persone, sono documentate a Dachau, nel 1936. Nello stesso anno, in occasione dei giochi olimpici di Berlino, la polizia “ripulisce” la città imprigionando circa 600 rom e sinti in un ex discarica vicina a un cimitero, il campo di Marzahn, che poco dopo verrà dichiarato campo di concentramento. Intanto vengono anche aperti i campi per zingari di Frankfurt am Main e di Düsseldorf.
Ritter e i suoi collaboratori svolgevano le loro ricerche anche in questi campi: perseguitavano le loro vittime con domande relative alla loro vita e agli alberi genealogici e analizzavano le loro caratteristiche fisiche facendo rilevazioni sul colore degli occhi, la misura dei crani, e, a volte, prendendo persino il calco di cera del volto. I poveri rom e sinti non capivano i motivi di tanto accanimento e vivevano tutto questo terrorizzati, anche per le terribili punizioni loro inflitte se non soddisfacevano le richieste. Lo ricorda Otto Rosenberg, un sinto sopravvissuto alla guerra:
«La maggior parte delle persone rispondeva. Però ce n'erano alcune che non ricordavano tutto. Gli anziani, per esempio. Mi ricordo ancora la fine che fecero fare a uno di loro. Si trattava di una vecchia, avrà avuto un'ottantina d'anni, ma era ancora una donnona, alta e robusta. Bene, non so perché, in ogni modo, la presero e le rasarono i capelli. Fu una scena terribile. Forse non aveva detto la verità o forse non aveva risposto esattamente alle domande della Justin e del dottor Ritter, fatto sta che scappò e si nascose lungo il Falkenberger Weg. Purtroppo però la scovarono e con l'aiuto della polizia le tagliarono tutti i capelli. Ma non è tutto, perché poi la costrinsero a star ferma mentre le versavano dell'acqua gelida addosso. E mi ricordo che in quel periodo faceva già molto freddo. Morì nel giro di tre giorni. L'hanno sotterrata nel cimitero di Marzhan, in una specie di cassa di latta, neanche in una bara».
C'è una particolarità che distingue, nelle elucubrazioni razziste dei nazisti, gli ebrei dai rom, ed è proprio il concetto di “qualità” razziale, ossia la distinzione tra individui di razza pura o impura. Nel caso degli ebrei il negativo era individuato nell'ebraicità in quanto tale. Ne scaturiva quindi una concezione per cui la presunta quantità di sangue ebraico definiva il grado di estraneità al Völk ariano, che diminuiva quanto più nella storia genealogica di ciascun individuo erano presenti incroci con «ariano-tedeschi». Per i nazisti, quindi, l'ebreo cosiddetto «puro» (vale a dire discendente da ebrei «puri») rappresentava quindi il tipo umano da eliminare, classificabile tra gli «inferiori». Nel caso dei rom e dei sinti – invece – quello da perseguitare era l'individuo di sangue «misto», il «mischling». E più era «misto», «impuro», peggio era. Perché gli zingari erano portatori di una specifica contraddizione. Visto che erano di origine «ariana», in quanto popolo proveniente dall'antica India, ma visto anche che li si considerava comunque «razza inferiore», se ne deduceva che dovevano essersi talmente mescolati, «incrociati» con individui di altre razze da essere ormai completamente «razzialmente degenerati». E questa teoria, secondo i nazisti, che ovviamente non consideravano fattori fondamentali, calzava a pennello per un popolo nomade.
Di conseguenza, ad esempio, secondo Ritter, ormai solo meno del 10% degli zingari era ancora «puro» mentre il restante 90% era costituito da incroci indesiderabili e incontrollati nel corso dei secoli, che dovevano quindi essere sottoposti a misure che ne impedissero la riproduzione, come la sterilizzazione, la ghettizzazione, e poi la deportazione e lo sterminio.

 La sterilizzazione coatta

Nel passaggio dalla teoria alla prassi della persecuzione razziale una delle prime ipotesi formulate per risolvere la cosiddetta “questione zingara” fu quella della sterilizzazione coatta (che Poliakov ha giustamente definito una sorta di sterminio dilazionato nel tempo).
Lo stesso dottor Ritter, mentre proponeva la deportazione e il lavoro forzato, si premurava di raccomandare sempre di sterilizzare preventivamente tutti i rom e i sinti, in particolare i bambini non appena avessero compiuto il dodicesimo anno di età.
Uno dei primi accenni alla sterilizzazione risale al 1937, in un articolo su una rivista tedesca che dichiarava «il 99% dei bambini zingari» della città di Berleburg ormai maturo per la sterilizzazione. E ancora nel 1945, ad Auschwitz, il professor Clauberg sterilizzò più di 130 donne rom.
Si può quindi dire che la sterilizzazione di rom e sinti fu praticata durante tutti gli anni del nazismo, con operazioni mediche sommarie e terribili, prima negli ospedali, poi nei lager. E spesso, prima degli interventi, i nazisti costringevano le loro vittime a firmare le autorizzazioni, quelle stesse firme utilizzate poi, nel dopoguerra, come alibi per i loro crimini.

 L'angelo della morte

Un altro capitolo impressionante della storia dei rom e dei sinti nei lager è quello degli esperimenti medici nei quali, probabilmente in quanto considerati «ariani decaduti», erano utilizzati come cavie. E dai quali raramente uscivano vivi.
Lo stesso dottor Mengele, l'SS-Hauptsturmführer soprannominato angelo della morte di Auschwitz, installò il suo laboratorio proprio accanto al settore zingaro e compì atroci esperimenti sul nanismo, sulla bicromia oculare e sulle malattie che si diffondevano nel campo, in particolare il Noma, una specie di tumore della pelle causato dalla denutrizione e particolarmente diffuso tra i bambini zingari prigionieri. Una delle sue cavie fu Barbara Richter, che ci ha lasciato una intensa testimonianza:
«Il dottor Mengele mi ha presa per fare esperimenti. Per tre volte mi hanno preso il sangue per i soldati. Allora ricevevo un poco di latte e un pezzetto di pane con il salame. Poi il dottor Mengele mi ha iniettato la malaria. Per otto settimane sono stata tra la vita e la morte, perché mi è venuta anche un'infezione alla faccia...».
Gli esperimenti sui piccoli rom erano abituali per Mengele che nutriva una vera e propria ossessione per i bambini e per i gemelli rom e sinti in particolare. In alcuni casi le detenute si illusero anche di salvare i propri figli presentandoli al dottore come gemelli, magari semplicemente perché della medesima altezza. Ma il loro destino non fu diverso da quello del resto degli internati:
«Ricordo in particolare una coppia di gemelli: Guido e Nina, di circa quattro anni. Un giorno Mengele li portò via con sé. Quando ritornarono erano in uno stato terribile. Erano stati cuciti insieme, schiena contro schiena, come i siamesi. Le loro ferite erano infette e ne colava il pus. Piansero giorno e notte. Poi, i loro genitori, ricordo che il nome della madre era Stella, riuscirono a trovare un po' di morfina ed uccisero i loro bambini, per placarne le sofferenze».

 Himmler e la questione zingara

A mano a mano che i nazisti istituzionalizzavano e perfezionavano la loro macchina razziale anche il problema zingaro andava definendosi, assumendo dimensioni e caratteristiche proprie che, anche se mai riassunte in una legge specifica, erano nei vari decreti emanati a getto continuo nel Terzo Reich.
In questo contesto il 1938 è un anno cruciale per la storia dello sterminio dei rom. L'anno in cui Heinrich Himmler, dal giugno 1936 capo delle SS e della polizia di Berlino, diventa anche il responsabile della “questione zingara” nel Reich.
Alla fine dell'anno, e precisamente l'8 dicembre 1938, Himmler emana un decreto fondamentale per la storia dello sterminio del popolo rom, la prima legge che li riguarda esplicitamente e esclusivamente come «razza» e nella quale, tra l'altro, viene regolata la concessione di documenti ai cittadini ”zingari” in base a perizie razziali e si impone loro una scelta obbligata tra sterilizzazione e internamento.
Il testo è molto chiaro: la «questione zingara» è considerata una «questione di razza» e come tale va affrontata.
Da allora in poi, e fino al crollo del Terzo Reich, è un proliferare continuo di leggi e provvedimenti sulla «questione zingara»: oltre a quelle che regolano (e annullano) i diritti nell'ambito di matrimonio, lavoro, scuola (analoghe a quelle formulate per gli ebrei), in vigore dalla fine del 1938, e all'ordinanza del 7 agosto 1941, che definisce le distinzioni tra zingari di razza pura (Z), zingari al 50% (ZM), zingari per più o meno del 50% (ZM+ o ZM-), non zingari (ZN), si attivano i meccanismi della deportazione di massa, tanto è vero che in una lettera dell'ottobre 1939 Eichmann in persona, interrogato sull'organizzazione dei trasporti degli zingari, scrive: «mi pare che il metodo più semplice sia quello di agganciare a ciascuna tradotta (di ebrei) qualche vagone di zingari».
Non possono perciò esservi dubbi sul carattere di queste norme che non solo esplicitano i motivi razziali della persecuzione, ma indicano la presenza di una «questione zingara» – non criminale – che minaccia il popolo tedesco. La sorte dei rom nella Germania nazista e in tutti i territori occupati risulta identica a quella degli ebrei: persecuzione, deportazione e morte. I vagoni merci diretti ai lager, quindi, trasportano insieme ebrei, rom e sinti per una stessa via, diretti verso lo stesso tragico destino.
Esistono documenti terrificanti che raccontano la persecuzione di rom e sinti in Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Austria, Francia, Belgio, Olanda, Yugoslavia. Ed esistono documenti altrettanto terrificanti sulla loro presenza a Dachau, Ravensbrück, Treblinka, Buchenwald, Bergen Belsen, Chelmno, Maidanek, Gusen, Theresienstadt, Belzec, Sobibor, Auschwitz.
In questo quadro va anche tenuto presente ciò che accade in Unione sovietica, invasa dalle armate hitleriane il 22 giugno 1941. Cominciano allora, anche nei territori dell'est, gli assassini dei sinti e dei rom perpetrati, in particolare, dalle famigerate Einsatzgruppen, che seguivano le armate tedesche uccidendo e sterminando in esecuzioni sommarie e di massa. La ferocia delle esecuzioni risulta, a volte, dai rapporti redatti dagli stessi assassini: uomini, donne e bambini braccati, costretti a spogliarsi nudi prima dell'esecuzione, uccisi con un colpo alla nuca sul bordo di una fossa comune in cui venivano lasciati a centinaia, alle volte ancora vivi. 

La soluzione finale

La “soluzione finale” della “questione zingara” fu decretata il 16 dicembre 1942, quando Himmler firmò l'ordine di internare, o trasferire, tutti gli zingari ad Auschwitz.
Proprio Auschwitz risulta essere il lager sul quale esiste maggiore documentazione sullo sterminio e sulla prigionia dei rom e dei sinti, probabilmente anche perchè qui, tra il febbraio del 1943 e l'estate del 1944, esistette una sezione appositamente riservata a loro: il campo BIIe di Birkenau, per famiglie, lo Zigeunerlager.
Era un recinto solo per gli zingari, vicino ai crematori, dove gli zingari vivevano in condizioni particolari, vale a dire diverse da quelle di tutti gli altri prigionieri. Ma solo diverse, non migliori. Perché va subito sottolineato il fatto che non è suffragabile l'ipotesi per cui i rom avrebbero dovuto vivere: forse, avrebbero potuto morire in modo diverso. Ma il loro destino di morte non è discutibile: del resto non si spiegherebbe diversamente l'ordine di internali proprio ad Auschwitz, all'epoca già trasformato in campo di sterminio.
Nello Zigeunerlager rom e sinti erano radunati in una sezione speciale, circondata da filo spinato attraversato da corrente elettrica ad alta tensione. Le famiglie restavano unite: uomini con donne, genitori con figli, mariti con mogli. Subito destinati alle loro baracche, appena arrivati erano tatuati e rasati a zero, ma poi nessuno si preoccupava più dei loro capelli, che ricrescevano. Le donne potevano partorire (il primo bimbo venne alla luce l'11 marzo 1943, quando il lager esisteva da pochissimo tempo, e da quel giorno vennero regolarmente registrate nascite), nessuno lavorava e, soprattutto, i prigionieri rom e sinti non erano sottoposti alle terribili selezioni per le camere a gas, prassi, invece, per tutti gli altri deportati. Una volta entrati nell'area BIIE rom e sinti erano, in definitiva, quasi abbandonati alla loro sorte.
Molti altri prigionieri, che li vedevano da altre sezioni del campo, consideravano tutto questo un privilegio. E purtroppo tale lo hanno considerato anche alcuni storici che hanno liberamente parlato della vita nello Zigeunerlager come di una condizione molto particolare e meno difficile che per la maggior parte degli altri prigionieri. Una simile presentazione dei fatti risulta, però, offensiva e denigrante di fronte alla loro sorte. Come ha ricordato Ulrich Konig lo Zigeunerlager non corrispondeva ad alcun progetto umanitario. Lo mostra persino il libro mastro del campo di Birkenau che ci restituisce l'altissimo livello di mortalità dello Zigeunerlager dove, dei circa 300 bambini nati nel periodo della sua esistenza, nessuno sopravvisse.
Le condizioni dello Zigeunerlager erano spaventose e i prigionieri rom erano come tutti gli altri prigionieri di Auschwitz. Nella primavera del 1943 il numero dei rom a Birkenau era di 16.000: le baracche erano sovraffollate ed in un blocco da 300 persone ce n'erano 1.000.
Hermann Langbein ricorda quando, come medico dell'infermeria, si trovò nel campo degli zingari:
«Su un pagliericcio giacciono sei bambini che hanno pochi giorni di vita. Che aspetto hanno! Le membra sono secche e il ventre è gonfio. Nelle brande lì accanto sono le madri, occhi esausti e ardenti di febbre. Una canta piano una ninna-nanna. A quella va meglio che a tutte, ha perso la ragione, mi dicono...Al muro è annessa una baracchetta di legno...È la stanza dei cadaveri. Ne ho già visti molti nel campo. Ma qui mi ritraggo spaventato. Una montagna di corpi alta più di due metri. Quasi tutti bambini. In cima scorazzano i topi». 

Tutti in una notte

La storia dello Zigeunerlager termina la notte tra il 31 luglio ed il 1° agosto 1944 quando i circa 4.000 zingari sopravvissuti nello Zigeunerlager fino a quel momento vengono condotti nelle camere a gas.
Le testimonianze su quella tragica notte sono agghiaccianti:
«L'ora dell'annientamento è suonata anche per i 4.500 detenuti del campo zingaro. La procedura è stata la stessa applicata per il campo ceco. Prima di tutto divieto di uscire dalle baracche. Poi le SS e i cani poliziotto hanno cacciato gli zingari dalle baracche e li hanno fatti allineare. Hanno distribuito a ciascuno le razioni di pane e i salamini. Una razione per tre giorni. Hanno detto loro che li portavano in un altro campo e gli zingari ci hanno creduto ... Il blocco degli zingari sempre così rumoroso, s'é fatto muto e deserto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo ».
Nel gennaio del 1945 i rom rimasti ad Auschwitz erano pochissimi: all'appello del 17 gennaio – dieci giorni prima della liberazione – risposero solo quattro uomini.
Non è facile dire quanti rom morirono ad Auschwitz, così come non si conosce con precisione nemmeno il numero di quelli uccisi in quella tragica notte. Secondo le fonti più accreditate sono circa 23.000 i rom morti in quel lager.
Altrettanto difficile stabilire il numero totale dei rom vittime del nazismo: le cifre ufficiali indicano circa 500.000 persone ma sembrano non tenere conto di molti dati e scontare la carenza di documentazione sull'argomento. Come abbiamo visto, infatti, il materiale d'archivio testimonia che molti rom, oltreché nei lager, furono uccisi nelle esecuzioni di massa nei territori dell'est e tanti altri furono sterilizzati e rimessi in libertà.
In realtà il numero totale dei rom uccisi sotto la dittatura nazista non è documentabile. Soprattutto perché è incerto il numero dei sinti e dei rom presenti in Europa prima della guerra, visto che molti non erano registrati alla nascita e tanti cambiavano luogo e nominativo nel corso della loro vita; e poi perché – diversamente dagli ebrei – non vivevano in comunità e quindi dopo la guerra, anche se si fosse voluto, non sarebbe stato facile contare i superstiti; e infine perchè il popolo rom ha una concezione della memoria diversa dalla nostra, che tenta di allontanare il male e il negativo dai ricordi, e poco incline alla documentazione scritta come mezzo di trasmissione. 

Anche in Italia…

Se per quel che riguarda il nazismo – come abbiamo visto – si è arrivati, per quanto tardivamente, a conclusioni che inquadrano le vicende della persecuzione, della deportazione e dell'uccisione dei rom e dei sinti, e ci restituiscono un quadro almeno sufficiente dei fatti, non altrettanto si può dire per ciò che riguarda i rom e i sinti nell'Italia fascista.
Nel nostro paese, infatti, la ricerca è ancora molto “mancante” – soprattutto a livello accademico – come lo è, d'altra parte, anche quella sull'internamento in Italia, paese che non vuole riconoscere le proprie contiguità con il nazismo e quindi le proprie responsabilità nelle politiche di persecuzione razziale attuate in tutta Europa. Eppure di ricerca da fare ce ne sarebbe moltissima, come dimostrano gli studi di coloro che hanno cominciato a farla, da Carlo Spartaco Capogreco (I campi del duce) agli studenti universitari che, faticosamente, stanno aprendo nuove prospettive di lavoro su questi argomenti.
Anche per questo fino a pochi anni fa sulla persecuzione fascista dei rom e dei sinti esistevano solo rare fonti orali e dati documentari sparsi. Tra questi la presenza di sinti e rom nel campo di Ferramonti (uno dei più grandi campi di concentramento italiani esistito dal 1941 al 1943) o l'arrivo di alcuni rom italiani nel lager austriaco di Lackenbach, luogo di morte per migliaia di sinti e rom europei. Nelle testimonianze orali (raccolte faticosamente in tanti anni soprattutto da Mirella Karpati del Centro Studi Zingari di Roma), invece, alcuni ricordavano luoghi di prigionia italiani come Perdasdefogu (in Sardegna), Agnone (in Molise), Tossicia (in Abruzzo) o le isole Tremiti.
Considerando però anche il fatto che i testimoni rom e sinti utilizzano la memoria in modo molto diverso da quello a cui noi siamo abituati e all'interno di ambiti che poco hanno a che fare con lo scritto e il valore della testimonianza, basandosi invece su un'oralità che, nel tramandare, trasforma il ricordo, e tenendo anche presente che non sappiamo ancora quasi nulla su come vivevano rom e sinti nel nostro paese durante gli anni del fascismo, va detto che le testimonianze orali non erano sufficienti a illuminare i tempi, i modi e le ragioni della persecuzione.
Forse anche per questo la maggior parte di coloro che si sono occupati del problema della persecuzione fascista dei rom hanno generalmente liquidato la questione affermando che in Italia la politica discriminatoria era indirizzata essenzialmente contro gli stranieri e dovuta a ragioni di ordine e sicurezza. Secondo questa interpretazione fu l'occupazione della Yugoslavia e la conseguente fuga di molti rom da quel paese a indurre le autorità fasciste a internarli, cosa certamente anche vera ma che non comprende e spiega la totalità dei fatti.
La documentazione conservata all'Archivio centrale dello stato fornisce infatti ipotesi di studio diverse, riguardanti anche i rom e i sinti italiani.
Quello che i fascisti pensavano di sinti e rom – e che non sembra poi molto diverso da quello che altri pensavano prima di loro o anche da quello che pensano molti ancora oggi – emerge chiaramente da una circolare ministeriale del 1926 che ordina di espellere tutti gli zingari stranieri presenti nel regno per «epurare il territorio nazionale della presenza di carovane di zingari, di cui è superfluo ricordare la pericolosità per la sicurezza e per l'igiene pubblica per le loro caratteristiche abitudini di vita».

 Arrestati, schedati, espulsi, internati

Il primo ordine di internamento vero e proprio, e che riguarda inequivocabilmente anche Rom e Sinti italiani, risale invece all'11 settembre del 1940, quando una circolare del ministero degli interni, indirizzata a tutte le prefetture, ordina rastrellamenti di zingari e loro concentramento in tutto il paese, «sotto rigorosa sorveglianza in località meglio adatte ciascuna provincia». È un ordine importante, che coinvolge prefetture e organi di governo locale che, oltretutto, si dimostrano piuttosto solleciti, impazienti e zelanti nel cominciare a cercare e imprigionare “zingari”. Quasi subito, e da tutto il paese (Udine, Ferrara, Aosta, Bolzano, Ascoli Piceno, Trieste, Verona, Campobasso), giungono al ministero telegrammi di risposta all'ordine ministeriale che informano sulle persone catturate e spesso chiedono cosa fare.
Se questi documenti ci consentono, però, solo di immaginare ipotesi di persecuzione e prigionia, indicando solo intenzioni, senza fornire informazioni sull'effettività dell'internamento, altri documenti ci permettono invece di fare un ulteriore passo avanti. Si tratta dei fascicoli personali degli arrestati. Pagine lasciate per decenni negli schedari dell'Archivio centrale, lettere e corrispondenze varie tra ministero e prefetture che riguardano determinate persone rom e sinte negli anni che vanno dal 1928 al 1943.
Sembra, e forse simbolicamente, di leggere storie di oggi: vicende di giostrai, allevatori di cavalli, calderai che battono il rame e il ferro, uomini e donne che girovagano vendendo portafiori di vimini o stoffe ricamate e che vengono continuamente arrestati e espulsi dal territorio italiano nel quale cercano di continuare a vivere, a esistere, accerchiati da norme e regole che glielo impediscono, trascinandoli, contemporaneamente, nella tragedia della seconda guerra mondiale. Quasi tutti prima vengono ripetutamente arrestati, schedati e espulsi, poi, a partire dalla fine del 1940, e quindi dall'emanazione dell'ordine di internamento, reclusi, imprigionati in diversi luoghi.
I prigionieri rom erano ovviamente sottoposti alle regole generali dell'internamento in Italia, che prevedevano due tipi di procedure: il “campo di concentramento” e il soggiorno obbligato in una data località, il cosiddetto “internamento libero”, in cui i prigionieri dovevano vivere in un luogo determinato, senza potersi spostare e costretti, per esempio, a lavorare. Entrambi i tipi di internamento avvenivano, solitamente, in luoghi isolati e piccoli paesi, in condizioni di vita dure, regolate da un'infinità di norme rigide e spesso crudeli, di controllo e sorveglianza, della quali, per rom e sinti, la più tremenda era senza dubbio la mancanza di libertà e l'impossibilità di spostarsi liberamente e mantenere i contatti con l'esterno. 

A Boiano, per esempio

Se da una parte questa documentazione ci permette di affermare, ormai senza dubbio, l'effettività dell'internamento, dall'altra ci consente anche di dire, con certezza, che il regime fascista adottò verso rom e sinti provvedimenti distinguibili in almeno due fasi (ovviamente intrecciate al contesto più generale della guerra e della conseguente politica di internamento): la prima, che precede il settembre 1940, e la seconda, che va dal 1940 al 1943 (anno dell'armistizio che segna l'inizio dell'occupazione tedesca).
Prima del 1940 rom e sinti venivano quasi sempre arrestati e subito espulsi dal Regno, accompagnati al confine e lì abbandonati, tanto che generalmente rientravano quasi subito e la procedura si ripeteva periodicamente. Dalla fine del 1940, invece, la politica di espulsione si trasforma in politica di internamento. E in queste carte la realtà della prigionia emerge in tutta la sua evidenza, ed emergono anche alcuni dei luoghi dove rom e sinti erano reclusi.
Se alcuni, come Vinchiaturo (Cb), le Isole Tremiti e la Sardegna risultano, per il momento, solo come casi isolati, ci sono invece altri luoghi dove la politica di internamento fascista nei confronti di rom e sinti si fa più chiara. In particolare a Boiano, Agnone e Tossicia.
A Boiano, in provincia di Campobasso, è certa la presenza di rom e sinti almeno nell'estate del 1941. Ma forse anche prima visto che altri documenti relativi al campo, recentemente rintracciati (per esempio da Rosa Corbelletto, che ha appena compilato una tesi di laurea, dove propone nuovi e molto interessanti documenti sull'internamento di Roma e Sinti in Italia), segnalano due famiglie, in totale 17 persone, assegnate a questo campo già nel dicembre del 1940. I prigionieri erano alloggiati fuori dal paese, nella vecchia Manifattura Tabacchi, composta da cinque capannoni freddi e umidi e in condizioni così precarie e terribili da indurre persino funzionari e amministratori fascisti a tentare opere di manutenzione e risanamento, e infine a trasferire gran parte dei prigionieri in altri luoghi. Ma non “gli zingari”, che furono invece trasferiti solo alla chiusura di Boiano avvenuta nell'agosto del 1941. Erano, allora, 65 rom e sinti, di cui 21 minori di 15 anni.

Agnone, solo per Rom

E da Boiano arrivarono ad Agnone, un paesino vicino a Isernia, dove il campo si trovava fuori dal paese, a 850 metri di altezza, allestito in un ex convento benedettino requisito dai fascisti. In questo campo i documenti non solo attestano la presenza di rom e sinti ma addirittura fanno supporre che, almeno da un certo periodo in poi, e probabilmente dalla fine del 1941, il campo fosse destinato esclusivamente a loro. Dai documenti si capisce che gli zingari arrivano, trasferiti anche da altri campi, nel luglio del 1941 quando si comincia anche a pensare di adibire il campo solo per loro. E nel luglio 1942 ne risultano 250. Ci sono lettere e corrispondenze che indicano anche che nel gennaio del 1943 venne istituita una scuola per i bambini rom, o più precisamente «per l'educazione intellettuale e religiosa dei figli minorenni degli zingari colà internati». Il 23 aprile del 1943 un documento attesta la presenza di 146 internati zingari e si premura di sottolineare che tutto procede bene, compresa la scuola che si occupa di «toglierli dalle loro abitudini randagie e amorali».
Ma le cifre e gli elenchi del campo devono ancora essere rintracciati e studiati: intanto perché non si capisce come possano passare da 250 a 130 come attestato e nel giro di soli tre mesi e poi perché esistono testimonianze, come quella di Tommaso Bogdan, che anticipa il suo arresto e il suo internamento ad Agnone già dal 1940. E i riscontri documentari sembrerebbero confermare. È una testimonianza molto intensa, raccolta recentemente, nella quale Tommaso Bogdan, che oggi vive in un campo sosta a Roma, ricorda anche i suoi due fratelli morti di stenti ad Agnone e i suoi genitori che non sopravvissero alla fuga dal campo quando, dopo l'armistizio dell'8 settembre, qui come anche in altri campi, i fascisti aprirono le porte ordinando ai prigionieri di andarsene.
Il campo di Tossicia, infine, è uno dei più noti. Funzionante dall'ottobre del 1940, venne smantellato con l'armistizio. Prima di allora, però, vi erano rinchiusi anche rom e sinti. Disponiamo infatti di almeno due elenchi che documentano la presenza di almeno 108 di loro nel mese di luglio del 1942. Tossicia era uno dei peggiori campi dell'Italia centrale. Gli internati vivevano ammassati in tre case e casa Mirti era quella riservata agli zingari, in condizioni intollerabili: gli edifici erano privi di finestre, non c'era acqua e le fogne allagavano continuamente la zona.
Ci sono pochissime informazioni, e assolutamente frammentarie, sul destino dei rom e dei sinti nel periodo dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale e soprattutto sul destino di coloro che, a quell'epoca, si trovavano già imprigionati e segnalati. In ogni caso è bene riflettere sulle eventuali responsabilità italiane nel trasferimento e nella successiva eliminazione dei prigionieri rom e sinti nei campi di sterminio hitleriani. Da segnalare, almeno, la testimonianza, indiretta, della partigiana Laura Conti che, internata a Gries di Bolzano, ricorda tra i prigionieri «bambini zingari italiani e spagnoli» che vivevano con le madri nell'unica baracca femminile e «parlavano solo la loro lingua quindi fu difficile sapere qualcosa su di loro». E quella del sinto Vittorio Mayer (che riuscì a salvarsi nascondendo la sua origine e diventando violinista nell'esercito tedesco) che ricorda la sorella Edvige morta a vent'anni nel campo di Bolzano: «maledetta guerra! Ho sempre nel cuore l'immagine di mia sorella, rinchiusa dietro i reticolati».
Per chiudere questa breve sintesi sull'Italia va sottolineato che, grazie al lavoro di alcuni storici e studiosi caparbi, oggi possiamo affermare con certezza che anche nel nostro paese i fascisti perseguitavano, discriminavano, arrestavano e imprigionavano rom e sinti e che, addirittura, pensavano e organizzavano luoghi di internamento solo per loro. Dove venivano imprigionati e schedati come zingari. E questo, per quanto ancora non esistano dati oggettivi per assimilare la politica fascista a quella razziale nazista, qualcosa potrebbe voler dire. 

Dopo la guerra

Per concludere qualche parola sul dopoguerra. E soprattutto una riflessione: nemmeno la tragicità della fine della seconda guerra mondiale riuscì a essere occasione di pace e convivenza con il popolo rom.
Nei vari processi contro i nazisti responsabili di crimini contro l'umanità – primo tra tutti quello di Norimberga – mai nessuno decise di sentire testimonianze di rom e sinti. E ancora quindici anni dopo, al processo di Gerusalemme, nonostante Eichmann si fosse dimostrato consapevole delle pratiche di deportazione degli zingari, il capo di imputazione che riguardava questo argomento venne annullato.
Nel dopoguerra anche Robert Ritter e i suoi collaboratori continuarono a vivere più o meno indisturbati. Nessuno di loro venne mai condannato.
La sottovalutazione, o la negazione, della «questione zingara» fin dal primo dopoguerra nasconde, in verità, anche un problema molto complesso e concreto, quello dei risarcimenti dovuti alle vittime del nazismo. Nonostante la Convenzione di Bonn – imposta dagli Alleati alla Germania nel 1945 – prescrivesse il pagamento di riparazioni e indennizzi a tutti coloro che erano stati perseguitati per ragioni di politica razziale, nel caso dei rom e dei sinti questo fu negato e tutte le loro istanze di risarcimento eluse dalla magistratura tedesca.
Col tempo però, la discussione sullo sterminio dei rom e, in particolare, sul riconoscimento o meno di uno sterminio razziale si dovette confrontare sempre più con le prove documentarie che man mano emergevano e che provavano il carattere razziale – appunto – della persecuzione di rom e sinti. Le autorità tedesche, allora, cercarono di barcamenarsi nel più totale cinismo e disprezzo razzista. Se prima i giudici, con una sentenza assurda, riconobbero la persecuzione razziale solo a partire dal decreto di internamento ad Auschwitz (1942), poi si trincerarono dietro al fatto che non esisteva un organismo rappresentativo del popolo romanì al quale affidare i risarcimenti.
Fu infine solo nel 1980 che il governo tedesco riconobbe ufficialmente – e finalmente – che rom e sinti avevano subito «sotto il regime nazista nell'Europa occupata, una persecuzione razziale».
A noi resta un dato sul quale riflettere: il popolo romanì, dopo la seconda guerra mondiale, aveva diritto ai risarcimenti. E questo diritto non fu mai affermato.

tratto da Rivista Anarchica Online 

Le foto che corredano l'articolo sono di Paolo Poce.

Il termine “zingaro” (o zigano), che noi siamo abituati a usare – utilizzati anche qui per ragioni di comprensibilità – non sono, in realtà, completamente appropriati: coniati dalle società ospiti già nel corso del 1300 provengono dalla denominazione bizantina atziganoi – che si rifà a una falsa origine egiziana e dalla quale derivano il tedesco Zigeuner, il francese Tsiganes, l'italiano zingari e etonimi simili in altre lingue – e hanno assunto anche un significato dispregiativo. Andrebbero quindi correttamente sostituiti dai termini che indicano i vari gruppi del popolo rom e utilizzati dagli stessi rom che, però, non sempre hanno un equivalente sintetico in italiano. Forse la dizione rom e sinti appare la migliore.




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14 aprile 2008
IL MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI ANTIFASCISTI
 Gl' intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl' intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista. Nell' accingersi a tanta impresa quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile e famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagli intellettuali tedeschi: un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore. E, veramente, gl' intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell' arte, se come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l' ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno solo il dovere di attendere, con l' opera dell' indagine e della critica, e con le creazioni dell' arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale, affinchè, con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie. Varcare questi limiti dell' ufficio a loro assegnato, contaminare politica, letteratura e scienza, è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi neppure un errore generoso. E non è nemmeno, quello degl' intellettuali fascisti, un atto che risplenda di molto delicato sentire verso la Patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni. Nella sostanza, quella scrittura, è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini: come dove si prende in iscambio l' atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico con la concezione sommamente storica della libera gara e dell' avvicendarsi dei partiti al potere, anche, mercè l' opposizione, si attua, quasi graduandolo, il progresso; - o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl' individui al Tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale. [ … ] Ma il maltrattamento della dottrina e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell' abuso che vi si fa della parola "religione"; perchè, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte, la quale le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; - e ne recano a prova l' odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani. Chiamare contrasto di religione l' odio e il rancore che si accendono da un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere d' italiani e li ingiuria stranieri, e in quest' atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l' animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto perfino ai giovani dell' Università l' antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili: è cosa che suona, a dir vero, come un' assai lugubre facezia. In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d' altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all' autorità e di demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di aborrimento dalla cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo. E, se taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantare un' originale impronta, tale da dare indizio di un nuovo sistema politico, che si denomini dal fascismo. Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l' anima dell' Italia che risorgeva, dell' Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l' educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento. Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l' Italia patirono e morirono, e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri italiani avversari, e gravi e ammonitori a noi perchè teniamo salda in pugno la loro bandiera. La nostra fede non è un' escogitazione artificiosa e astratta o un invasamento di cervello, cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale e morale. Ripetono gl' intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trista frase che il Risorgimento d' Italia fu opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d' Italia di fronte ai contrasti tra il fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero d' italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale. Perfino il favore, col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascistico, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercè di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perchè no?) anche forze conservatrici. Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell' inerzia e nell' indifferenza il grosso della nazione, appagandone taluni bisogni materiali, perchè sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici e quietistici. Anche oggi, nè quell' asserita indifferenza e inerzia, nè gli impedimenti che si frappongono alla libertà, c' inducono a disperare o a rassegnarci. Quel che importa, è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d' intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragione di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto. E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l' Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.

1 Maggio 1925, Il Mondo



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5 aprile 2008
Valgrande partigiana: il rastrellamento del giugno 1944
 

La Val Grande è stata testimone di uno dei più drammatici episodi della Resistenza all’occupazione nazista e al fascismo: il rastrellamento del giugno 1944. 17.000 uomini (15.000 tedeschi e 2000 fascisti) attaccano le formazioni partigiane (450/500 uomini in tutto) insediate sui monti della Val Grande e della vicina Valle Intrasca. Perché tanta sproporzione di forze? Forse perché i nazisti sopravvalutano la forza numerica dei partigiani, forse perché vogliono essere sicuri di raggiungere l’obiettivo che si sono proposti: distruggere le formazioni partigiane operanti tra quelle montagne nel quadro di una più vasta operazione tesa a colpire la resistenza nel Piemonte nord-orientale, dove è particolarmente attiva. Le operazioni proseguiranno infatti anche nel basso Cusio e in Valsesia nella prima metà di luglio e si concluderanno nel biellese il 26 dello stesso mese: ma in questi casi il risultato per i tedeschi sarà decisamente negativo.

Le formazioni partigiane presenti sui monti del Verbano sono tre: la VALDOSSOLA, che opera in Val Grande, la CESARE BATTISTI, che è installata tra Pian Vadà e il Passo Folungo, e la GIOVINE ITALIA, che agisce tra Miazzina e il Pian Cavallone. In tutto sono 450/500 partigiani, di cui 350 armati, soprattutto di moschetti e fucili ’91.

La Valdossola è nata dalla fusione di un piccolo gruppo proveniente dalla bassa Valle Antigorio, guidato da Mario Muneghina, con un gruppo di giovani riuniti intorno a Dionigi Superti. La Valdossola arriverà a contare circa 300 uomini; Superti ne è il comandante, Muneghina (il “capitano Mario”) il numero due.

La Cesare Battisti (70/80 uomini) è nata per iniziativa di tre sottotenenti dei bersaglieri, Arca (Armando Calzavara, della provincia di Treviso), Marco (Giuseppe Perozzi, di Urbino) e Selva (Enzo Piazzotta, della provincia di Varese), che si sono stabiliti in Valle Intrasca dopo un’esperienza partigiana finita male nel pinerolese subito dopo l’armistizio.

La Giovine Italia inizia la sua attività dopo l’8 settembre nella zona di Miazzina. Dal marzo 1944 la comanda l’operaio comunista cremonese Alfredo Labadini, chiamato Guido il Monco (ha perso una mano in seguito a un incidente di lavoro). La banda utilizza talvolta l’alberghetto del Pian Cavallone, ma il comando si installerà al vicino rifugio. Alla fine di maggio 1944 conta più di ottanta uomini. In quello stesso mese entreranno nella formazione due tenenti degli alpini: il verbanese Gaetano Garzoli (Rolando), che ne assumerà il comando, e Mario Flaim di Rovereto.





Dionigi Superti (1899-1968). Durante la prima guerra mondiale era stato volontario negli alpini e poi nell’areonautica, guadagnandosi quattro medaglie al valor militare. Nel 1919 si era iscritto al Partito Repubblicano e durante il fascismo aveva subito due carcerazioni e il confino. Negli anni che precedettero l’inizio della Resistenza era direttore dei lavori di disboscamento nell’alta Val Grande per conto dell’IBAI (Industria Boschiva Alta Italia). Saranno proprio i boscaioli dell’IBAI, sotto la sua guida, a dare vita, dopo l’8 settembre 1043, al primo nucleo della formazione Valdossola, di cui Superti divenne presto il comandante. Si faceva chiamare “maggiore”, ma nessuno sa quale grado abbia avuto (se l’ha avuto) nell’aviazione. I suoi uomini lo ammiravano e lo amavano perché sapevano che era un uomo coraggioso e leale. Entrato in contatto con gli Alleati (attraverso i consolati americano e inglese di Lugano) per ottenere aiuti in armi e viveri mediante lanci aerei, aveva un’idea attendista del compito resistenziale: per lui occorreva mantenere intatte le forze partigiane in attesa delle iniziative degli Alleati. Per sua volontà, la formazione Valdossola si trasferì tutta in Val Grande, considerata difficilmente inespugnabile (purtroppo non sarà così). Il comando fu posto a Orfalecchio, mentre altri distaccamenti erano presenti lungo tutta la valle. Sopravvissuto al rastrellamento, ricostituirà la Valdossola che parteciperà alla liberazione dell’Ossola e alla difesa della repubblica partigiana (10 settembre-23 ottobre 1944).


Mario Muneghina. Iscritto al PCI sin dal 1921, dopo l’8 settembre aveva dato vita ad una formazione partigiana che operava nella zona tra Montecrestese e Pontemaglio, all’inizio della Valle Antigorio. Più avanti si era unito alla formazione Valdossola, divenendone il vicecomandante. Il “capitano Mario” non condivideva però la linea attendista di Superti; secondo lui occorreva agire e attaccare fascisti e nazisti senza aspettare l’iniziativa degli Alleati. Questa divergenza non rimaneva solo sulla carta. Il 29 maggio 1944, ad esempio, due settimane prima del rastrellamento, una trentina di partigiani del Valdossola, al comando di Muneghina, lasciò il distaccamento del corte di Velina e attaccò il presidio fascista di Fondotoce, procurandosi armi, munizioni e viveri e facendo anche 45 prigionieri (i fascisti lasciarono sul campo anche 4 morti e alcuni feriti). Sopravvissuto al rastrellamento, si ricongiungerà a Superti e alla formazione Valdossola. Ma le divergenze tra i due erano ormai troppo evidenti e Muneghina darà quindi vita alla brigata Valgrande Martire che entrerà nelle Brigate Garibaldi come 85a brigata, partecipando alla liberazione dell’Ossola e alla difesa della repubblica partigiana (10 settembre-23 ottobre 1944).



Maria Peron (1915-1976). Era un'infermiera dell'Ospedale di Niguarda di Milano. Ai primi di maggio del 1944 era entrata nella formazione Valdossola. Durante il rastrellamento e fino alla Liberazione sarà "l'infermiera dei partigiani", eseguendo, con strumenti di fortuna, anche interventi chirurgici (come l'estrazione dei proiettili e delle schegge). Ma, in quei giorni, era anche il medico della Val Grande e si prendeva cura della gente degli alpi e di Cicogna.


Un gruppo di comandanti partigiani dell'Ossola. Mario Muneghina, il "capitano Mario" è al centro della fotografia (è il più piccolo del gruppo). Il primo a sinistra è Aldo Aniasi ("Iso").



Partigiani in azione nella zona dell'Ossola


LA CRONACA DEL RASTRELLAMENTO

Il pomeriggio dell’11 giugno una colonna motorizzata tedesca sale da Rovegro verso Cicogna. Nei pressi della galleria che precede Ponte Casletto si imbatte nei partigiani che difendono la postazione e inizia lo scontro a fuoco. Verso sera i tedeschi si ritirano. Lo scontro riprende il mattino successivo. Due autoblindo cercano di attraversare il ponte che però viene fatto saltare dai partigiani. La stessa sorte tocca al ponticello sulla mulattiera che proviene da Cossogno, ma non alla passerella della condotta dell’acqua.

Nel frattempo una colonna tedesca proveniente da Mergozzo, dopo aver scavalcato il Monte Faié, attacca Corte Buè che viene abbandonata dai partigiani. Lo scontro si sposta intorno al Ponte di Velina, che poi verrà fatto saltare nel tentativo di fermare l’avanzata tedesca.

A Ponte Casletto, verso mezzogiorno, la situazione peggiora. I tedeschi costringono i partigiani ad arretrare, riescono ad attraversare la passerella dell’acqua e iniziano a salire verso Cicogna. Le case di Velina sono colpite dai mortai e dalle mitragliatrici piazzati a Corte Buè: Mario Muneghina decide la ritirata in Val Pogallo e manda a chiamare gli uomini che si trovano al comando di Orfalecchio (Superti è assente, perché si è recato in Svizzera per contattare gli Alleati). Verso sera i partigiani del Valdossola (circa 280 uomini) con una cinquantina di prigionieri iniziano a salire verso Corte del Bosco.

Il mattino successivo (dopo aver lasciato una ventina di prigionieri chiusi in una stalla) la colonna riparte e all’alba si trova sopra l’Alpe Prà, dove vengono individuati da un ricognitore nemico. I tedeschi, che intanto hanno occupato Cicogna, iniziano il tiro dei mortai. I partigiani, senza scendere a Pogallo, iniziano a traversare verso l’Alpe Brusà, dove si fermeranno per la notte (l’alpigiano di Busarasca si è rifiutato di ospitarli). Un gruppo di uomini è inviato a Pogallo per controllare l’avanzata dei tedeschi; anche i feriti vengono inviati a Pogallo: da qui saranno portati nella zona ancora tranquilla del Pian Cavallone, dove si trovano gli uomini della Giovine Italia.

Intanto a Orfalecchio, nella giornata del 12, è rientrato Superti che viene informato dai pochi rimasti. Il comandante fa richiamare gli uomini che si trovano all’Arca e a In la Piana e insieme (sono una trentina di uomini) traversano a Velina, dove giungono all’alba del 13. Da qui salgono a Corte del Bosco e a sera ripartono per Pogallo, dove arrivano all’alba del 14. Superti viene informato della situazione e manda due uomini all’alpe Brusà per ordinare a Muneghina di scendere a Pogallo per rientrare in Val Grande (ha concordato con gli Alleati un lancio di viveri e armi su In La Piana). Muneghina (informato da una pattuglia che in Val Cannobina non ci sono nemici e convinto che la Val Grande sia ormai solo una trappola) si rifiuta di seguire Superti: il Valdossola si spacca in due gruppi.

Gli aerei tedeschi sparano sugli uomini nascosti nel bosco intorno all’Alpe Brusà. Poi il tempo si guasta e la visibilità ridotta consente agli uomini di Muneghina di iniziare la marcia verso la Bocchetta di Terza per scendere in Val Cannobina. Sono 200 partigiani (un gruppo ha deciso di seguire Superti) e una trentina di prigionieri: all’alba del 15 giugno si fermano in un faggeto del vallone di Finero. Il tempo è pessimo e anche la situazione è drammatica, perché i tedeschi hanno raggiunto il fondovalle e la popolazione, terrorizzata, non aiuta i partigiani che non conoscono la zona.

A sera, col cielo tornato sereno, gli uomini di Muneghina riprendono il cammino; alcuni non tengono il passo e un gruppo di 20/25 uomini perde il contatto con il grosso della colonna: tenteranno di rientrare in Val Grande attraverso Scaredi e la Val Portaiola.

La colonna di Muneghina giunge presso Finero; a Pian di Sale incrocia i tedeschi: alle 3,30, inizia una tremenda battaglia. Alla fine, mentre il tempo si guasta di nuovo, Muneghina ordina agli uomini di disperdersi per meglio sottrarsi alla caccia nemica. Alcuni finiranno oltre confine, alcuni saranno uccisi dai tedeschi, altri catturati. Mario Muneghina, con una quindicina di uomini, arriva all’Alpe Polunnia (Val Cannobina), dove si scontra ancora con i tedeschi. Per alcuni giorni il gruppetto (sono rimasti in dieci) vagherà intorno al Monte Torriggia e tra le rocce del Gridone. La sera del 20 giungeranno presso gli alpeggi di Orasso dove verranno accolti e rifocillati da una contadina del luogo.

Il gruppo che si era staccato dalla colonna nel vallone di Finero sta intanto cercando di rientrare in Val Grande, ma deve fare i conti con la presenza ormai massiccia dei tedeschi; all’alba del 18 questi uomini arrivano sotto la Laurasca e tentano di traversare verso l’Alpe Scaredi; qui però ci sono già i tedeschi e allora il gruppo, sotto la pioggia, prova a salire alla Bocchetta di Scaredi. Anche qui ci sono nemici: i partigiani si arrendono. Consegnati ai fascisti della Muti, verranno portati a Malesco, torturati e poi trasportati a Intra.

Al mattino del 15 giugno, Superti e i suoi (in tutto 70/80 uomini) lasciano Pogallo Alta e nel tardo pomeriggio sono alla Bocchetta di Campo. Il mattino successivo scendono all’Alpe Campo e all’Alpe Portaiola: gli alpigiani li informano che nessun reparto tedesco è passato di lì. Passano da In la Piana e arrivano all’Arca che è quasi il tramonto. Qui trovano un pacchetto di sigarette buttato da poco: è tedesco. All’alba del 17 una pattuglia di partigiani si imbatte nei tedeschi. Superti ordina quindi la ritirata lungo il canalone tra la Ganna Grossa e il Pedum. Si fermeranno a 1800 metri, presso il nevaio terminale. Qualcuno è ferito. Piove. Resteranno in quel punto per due giorni, ma i tedeschi non se ne andranno, anzi hanno ormai esteso l’occupazione agli alpeggi dell’alta valle.

All’alba del 20 giugno gli uomini d Superti si rimettono in moto: la prima parte del percorso sotto le strette del Casè e Cima Pedum è massacrante, il terreno è impervio e privo di sentieri. C’è nebbia e questo impedisce ai tedeschi di vederli. Arrivano di nuovo all’Alpe Campo e poi nei pressi dell’Alpe Portaiola, dove si preparano per passare il torrente. Sono uomini stremati dalla fatica e dalla fame. Di colpo la nebbia si alza. I tedeschi piazzati all’Alpe Portaiola li vedono e iniziano a sparare. E’ una strage: non meno di trenta partigiani muoiono. I superstiti si disperdono alla disperata ricerca della salvezza.

Un gruppo di nove uomini (guidati da Mario Morandi e dai fratelli Alfonso e Bruno Vigorelli) sale verso l’Alpe Riazzoli, nei pressi della quale precipita e muore Bruno Vigorelli. Possono muoversi solo di notte. All’alba del 22 giungono all’Alpe Casarolo, dove l’alpigiano ha già accolto quattro uomini scampati alla strage dell’Alpe Portaiola. I tedeschi li raggiungono. I partigiani si arrendono (in tre riescono a fuggire e raggiungeranno la salvezza a Colloro) e verranno fucilati sul posto.

Della colonna di Superti sopravvivono solo altri dieci/dodici uomini, tra cui lo stesso Superti che è riuscito a raggiungere l’Alpe Crot (alta Val Gabbio) e poi, allo stremo delle forze, sarà trovato dagli alpigiani di Premosello.

Il 13 giugno i partigiani della Giovine Italia ricevono qualche notizia di ciò che sta accadendo dai feriti e dai loro accompagnatori che provengono da Pogallo, ma non riscono ad avere chiara la situazione. Il 14 i fascisti della legione Leonessa salgono oltre Miazzina ma sono respinti dai partigiani; lo stesso accade a un reparto tedesco sotto il Pizzo Pernice. Il 15 giugno la battaglia riprende tra la Colma e il Pian Cavallone. Gli attacchi dei tedeschi sono respinti per tre volte, poi dal campo sportivo di Intra inizieranno ad arrivare i colpi del mortaio da 149 e le sorti dello scontro cambieranno. All’arrivo della notte la battaglia è finita: i partigiani devono ritirarsi. Flaim si porterà al Pian Vadà per tenere i contatti con la Cesare Battisti; Guido e altri uomini, tra cui i feriti e i disarmati rientrano nel fondovalle per tenersi buoni per un’altra volta; Rolando con pochi altri salirà alla Marona per contrastare l’avanzata tedesca.

All’alba del 16 un’autocolonna tedesca parte da Colle e, lungo la strada militare, avanza verso le posizioni della Cesare Battisti al Pian Vadà. Il comandante Arca ha potuto disporre la difesa, ma le forze tedesche sono preponderanti.

Intanto un reparto tedesco, dal Pian Cavallone, marcia verso il Pizzo Marona, dove si trovano Rolando e pochi altri uomini della Giovine Italia. Il primo attacco nemico è respinto. Poi arrivano i colpi del mortaio da 149, ma anche l’attacco del pomeriggio è respinto. In serata, dal Vadà, arriva Flaim e al mattino del 17 altri partigiani della Cesare Battisti. Alcuni scendono in Val Marona, altri rimangono. E’ di nuovo battaglia, ma a mezzogiorno tutto sarà finito. La cappelletta verrà fatta saltare. Undici corpi verranno trovati sotto la cima, verso la Val Pogallo. Di Rolando si perderà ogni traccia.

Il bilancio del rastrellamento è tragico. Tra i partigiani si contano circa 300 morti. 150/160 sono caduti in combattimento; 150 sono stati eliminati tra il 17 e il 27 giugno dopo essere stati catturati e, quasi sempre, picchiati e torturati (vedi la cartina e le immagini). Tra i civili ci sono 7 vittime. Le perdite del nemico sono valutabili in 200/250 morti e almeno altrettanti feriti. Ingenti danni sono stati provocati alle case, agli alpeggi e ai rifugi (vedi le immagini).

Nel mese di luglio, dopo il rastrellamento, i superstiti della Cesare Battisti (40 uomini) si trovano a Rocca di Scareno; quelli della Giovine Italia (60 uomini), guidati da Guido, si installano a Miazzina. Mario Muneghina, tornato dalla Val Cannobina, si porta di nuovo all’Alpe Velina con gli altri superstiti della Valdossola. Qui li raggiunge Superti. Le divergenze tra i due sono ormai insanabili e Muneghina ne trae le conseguenze, dando vita, con una trentina di uomini, ad una nuova formazione, la Valgrande Martire. Superti, con un’altra trentina di uomini, si porta all’Alpe Crot per ricostituire la Valdossola su posizioni diverse dall’attendismo originario. Alla fine del mese la Giovine Italia confluirà nella Valgrande Martire. All’inizio di luglio, nel retroterra di Cannero, si costituisce, per iniziativa di due ufficiali milanesi (Filippo Frassati e Nicola Lazzari), una nuova formazione, la Giuseppe Perotti, di ispirazione monarchica. La Valgrande Martire entrerà nella 2a divisione Garibaldi come 85a brigata. Queste formazioni parteciperanno attivamente alle successive fasi della lotta partigiana nel Verbano e nell’Ossola.



FUCILAZIONI, ECCIDI, DANNEGGIAMENTI, DISTRUZIONI

Le vittime del rastrellamento sono state circa trecento. 152 sono state eliminate dopo la cattura. Ecco una tabella dei luoghi e delle esecuzioni avvenute durante quei tragici giorni:

12 giugno, ROVEGRO, 2 morti

14 giugno, MIGIANDONE, 4 morti

16 giugno, ALPE FORNA', 7 morti

17 giugno, PIZZO MARONA, 11 morti

17 giugno, AURANO, 8 morti

17 giugno, PONTE CASLETTO, 2 morti

18 giugno, FALMENTA, 4 morti

18 giugno, POGALLO, 18 morti

20 giugno, FONDOTOCE, 42 morti

21 giugno, BAVENO, 17 morti

22 giugno, ALPE CASAROLO, 11 morti

23 giugno, FINERO, 15 morti

24 giugno, PONTE CASLETTO, 2 morti

27 giugno, BEURA-CARDEZZA, 9 morti



Pogallo. Il grande fabbricato dell’impresa boschiva è diventato il comando tedesco. Qui vengono trascinati dieci partigiani catturati il 17 giugno sotto l’Alpe Baldesaut; altri otto vi saranno portati dopo essere stati presi nei pressi della Bocchetta di Campo. Il giorno 18, i primi dieci prigionieri sono costretti a scavare una lunga fossa alla base del terrapieno sottostante la costruzione. Alle undici inizia l’eliminazione: ogni prigioniero viene convocato negli uffici del comando e gli vien fatto firmare un verbale in tedesco; poi un soldato lo conduce sul bordo della fossa e lo fa spogliare. La scarica del plotone di esecuzione, sei uomini, lo elimina. Poi le operazioni si fanno più sbrigative e tutti i diciotto partigiani vengono eliminati.


Pizzo Marona. Dopo la sconfitta del 15 giugno, Rolando e qualche altro partigiano della Giovine Italia si portano sul Pizzo Marona per cercare di contrastare l’avanzata tedesca. Nella serata del 16 arriva anche Mario Flaim dal Vadà e la mattina del 17 sarà la volta di alcuni partigiani della Cesare Battisti. Il mortaio da 149 spara sulla cima; i tedeschi attaccano. Alcuni partigiani scendono in Val Marona. Verso mezzogiorno tutto è finito. Prima di ritirarsi i tedeschi fanno saltare la cappelletta (poi ricostruita). Dopo il rastrellamento, alla base dei roccioni verso la Val Pogallo, verranno trovati i cadaveri di undici partigiani. Alcuni di essi non presentano ferite da arma da fuoco, ma solo quelle prodotte dalla caduta: forse sono stati gettati vivi dall’alto.


Il gruppo dei 43 partigiani fucilati a Fondotoce. Nelle cantine di Villa Caramora a Intra, dove si trovava il comando SS, i partigiani, tutti catturati durante il rastrellamento, furono trattati con estrema brutalità (pugni, pedate, nerbate, colpi col calcio del fucile). Verso le quindici del 20 giugno vennero fatti passare in colonna attraverso Intra, Pallanza, Suna e Fondotoce; qui, nei pressi del canale che unisce il Lago Maggiore e quello di Mergozzo furono eliminati tre a tre (uno riuscì miracolosamente a salvarsi dal colpo di grazia perché nascosto dai cadaveri degli sventurati compagni). La donna che si vede in prima fila (unica donna del gruppo) è Cleonice Tomassetti, catturata a Rovegro (o a Corte Buè). Sulle sue ultime ore, trascorse nell’orrore di Villa Caramora, esiste la testimonianza del giudice Emilio Liguori (presidente del Trbunale di Verbania, era stato arrestato per i suoi contatti con i partigiani del Valdossola; trasferito in prigione a Torino, sarà liberato per l’interessamento di personalità religiose e forensi della stessa città). Secondo Liguori, Cleonice “conservò una calma e una serenità incredibile in una donna: e tale calma e tale serenità seppe per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura, avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi”.



Alpe Casarolo. Dopo la tragica battaglia dell’Alpe Portaiola (20 giugno) i partigiani di Superti si disperdono. Un gruppo di nove uomini, tra cui ci sono i fratelli Alfonso e Bruno Vigorelli, sale verso l’Alpe Riazzoli (i fratelli Vigorelli erano sottotenenti di fanteria; avevano incontrato Superti a Lugano, dove il padre era in esilio, ed erano entrati con lui in Valgrande il 12 giugno). Nei pressi dell’alpeggio Bruno Vigorelli precipita e muore. Gli altri, spostandosi solo di notte, all’alba del 22 giungono all’Alpe Casarolo, dove l’alpigiano (Enrico Andreolotti di Colloro) ha già accolto altri quattro uomini scampati alla strage dell’Alpe Portaiola. I tedeschi li raggiungono. I partigiani si arrendono (in tre riescono a fuggire) e verranno fucilati sul posto. Un pastorello di dodici anni (Silverio Dinetti) arriva poco dopo all’alpeggio e tra i partigiani a terra ne scorge uno ancora vivo (probabilmente Adolfo Vigorelli), che gli chiede di richiamare i tedeschi perché gli diano il colpo di grazia. Raggiunti dal ragazzino, i tedeschi tornano indietro e finiscono il partigiano morente. Tra le vittime dell’eccidio ci sono anche l’alpigiano (portato via e ucciso a randellate a In la Piana) e suo fratello Giovanni, che viene fucilato appena arriva all’alpeggio dove i partigiani sono stati da poco eliminati.

Nella foto: Alfonso, detto Fofi, e Bruno Vigorelli



Pian Cavallone. Il 21 maggio 1944 i fascisti della legione Tagliamento, dopo aver attaccato i partigiani della Giovine Italia, danno fuoco all’alberghetto che viene distrutto (non sarà ricostruito). Le distruzioni provocate dal rastrellamento saranno ingenti: 208 baite sono state incendiate; 50 case di Cicogna sono state distrutte o danneggiate dal bombardamento tedesco; tre rifugi alpini (Bocchetta di campo, Pian Cavallone, Pian Vadà) sono stati distrutti e un altro (Casa dell’Alpino all’Alpe Prà) danneggiato. Il rifugio Pian Cavallone verrà ricostruito dopo la guerra. Quello della Bocchetta di Campo è stato recentemente restaurato (1999) dal Parco Nazionale Val Grande.




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2 aprile 2008
Il contributo della Resistenza italiana alla vittoria alleata
 Riportiamo qui un rapporto segreto fatto al Quartier Generale Alleato dal comandante della Special Force (il servizio incaricato del collegamento tra gli Alleati e i Partigiani). Da esso risulta l'entità notevolissima dell'apporto dato dalle forze partigiane alla vittoria degli Alleati in Italia.

Ovunque, in Lombardia e in Piemonte, le nostre avanguardie furono accolte da partigiani entusiasti, in città e villaggi liberati. I C.L.N. locali avevano assunto la direzione dell'amministrazione civile e l'ordine pubblico era mantenuto da distaccamenti rappresentativi di ogni formazione partigiana in ciascuna zona.
Nel mese di aprile vennero catturati dai partigiani (italiani) complessivamente più di 40.000 prigionieri tedeschi o fascisti. Vennero distrutte o catturate grandi quantità di armi e di equipaggiamenti. Sacche nemiche, rimaste nel solco delle truppe avanzate, vennero eliminate, permettendo alle armate di avanzare senza ostacoli. Furono salvati dalla distruzione obbiettivi quali ponti, strade, comunicazioni telegrafiche e telefoniche di vitale importanza per una rapida avanzata. Complessivamente più di 100 centri urbani furono liberati, prima che noi giungessimo, dai partigiani. Le armate alleate non ebbero da fare altro che entrare nelle città, ormai liberate, ed aiutare i partigiani nel rastrellamento delle ultime guarnigioni isolate.
Il contributo dei partigiani alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e a così poco prezzo.



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2 aprile 2008
I giornali della Resistenza
                                                                   Il Ribelle

Esce come e quando può (1944-1946)

Il 19 novembre 1944 fu stampato il primo numero di "Brescia Libera", giornale che continuò le sue pubblicazioni fino a quando, nel gennaio successivo, furono arrestati Ermanno Margheriti e Astolfo Lunardi, due giovani impegnati nella diffusione del foglio clandestino. La condanna inflitta loro dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, cui seguì il 6 febbraio 1944 la fucilazione, pose termine all’esperienza del giornale provocando la diaspora del gruppo che vi gravitava attorno.

La maggior parte dei collaboratori si trasferì a Milano dove da un incontro fra Claudio Sartori, che su "Brescia Libera" curava la cronaca e le notizie delle Fiamme Verdi, e Teresio Olivelli, ufficiale del 2° Reggimento Alpino fuggito in ottobre dal campo di prigionia di Markt Pongau e nominato dal Cln comandante nel settore Bresciano, sorse l’idea di riabilitare la memoria dei due martiri bresciani. Il 5 marzo del 1944 venne così alla luce, a scopo commemorativo, il primo numero del "Ribelle" che fu diffuso con una tiratura di 15 mila copie riscuotendo un successo << enorme >>. I risultati lusinghieri ottenuti con la prima uscita spinsero gli autori a continuare nella loro esperienza che si protrasse così lungo tutti i mesi della lotta di liberazione. Espressione dei cattolici inquadrati nelle Fiamme Verdi, il giornale riuscì a pubblicare altri 25 numeri affiancati dalla serie dei "Quaderni". Di questi ultimi si succedettero 11 pubblicazioni nelle quali, oltre a svolgere un’analisi del fascismo, furono stilati i princìpi che avrebbero dovuto regolare la nuova società e ipotizzate alcune soluzioni ai probabili problemi, quali ad esempio il rapporto fra Stato e Chiesa, che sarebbero sorti all’indomani della liberazione.

"Il Ribelle", contando su squadre di distributori ben organizzate, sul notevole appoggio fornito dalle donne, << le protagoniste più coraggiose e spericolate >>, e sul diffuso entusiasmo dei cattolici, fu in grado di raggiungere tutti i maggiori centri del nord Italia, penetrando largamente in Emilia, in Lombardia, nel Veneto, in Piemonte, arrivando, per lo meno fino a quando fu possibile, a Roma e anche in Svizzera dove era riprodotto dalla "Squilla Italica".

Il periodico fece suo il motto già adottato da "Brescia Libera": "Esce come e quando può" e, simbolicamente, continuò a riportare in tutti i numeri la data di Brescia. Il foglio in realtà fu sempre composto fra Milano, dove era disponibile un linotipista, e Lecco dove fra il sabato e la domenica era impaginato e stampato. In totale i collaboratori furono all’incirca una ventina; fra i più noti vi era Teresio Olivelli mentre altri, come Laura Bianchini, don Giuseppe Tedeschi, Enzo Petrini, avevano in precedenza collaborato attivamente con "Brescia Libera".

Il successo del primo numero indusse i fondatori a continuare, << nel nome dei morti, più vivi dei vivi >>, il proprio lavoro proclamando << l’inesorabile e vitale necessità >> della rivolta. Nella pubblicazione successiva, datata 26 marzo, Teresio Olivelli, con un articolo contrassegnato da una grande tensione morale, espose la piattaforma ideologica del giornale. Nell’articolo, che era intitolato "Ribelli", Olivelli portava in superficie tutta la rabbia e lo sdegno della nuova generazione cresciuta e formatasi sotto il fascismo. Era uno scritto di alta intensità nel quale si riflettevano le stesse vicende dell’autore che, dopo un lungo travaglio interiore, aveva ormai assunto una netta posizione antifascista. Personalità animata da un profondo sentire religioso e da un forte rigore morale, Olivelli, come molti cattolici, aveva aderito al regime con l’intenzione di agire al suo interno per trasformarlo in senso cristiano. Del fascismo, nonostante alcuni dubbi che egli manifestò nei suoi scambi epistolari, era giunto anche ad accettare l’impegno bellico tanto da arruolarsi volontario prendendo parte alla campagna di Russia. Visse così in prima persona la tremenda ritirata iniziata nel gennaio del 1943, trovandosi a compiere gesta al limite delle possibilità umane. Il sacrificio sopportato da tanti giovani in terra sovietica gli apparve << troppo grande >> e << troppo difficile >> da giustificare, egli non riuscì né a trovargli un senso, né a conferirgli una qualsiasi utilità, un’ esperienza che troncò in lui qualsiasi illusione sulla possibilità di modificare il fascismo in senso cristiano aprendogli la strada ad una profonda riflessione critica.

Ad un anno di distanza da quegli avvenimenti e dopo la caduta del fascismo, la disfatta dell’8 settembre, la nascita della Repubblica di Salò, tali considerazioni sfociarono in una critica che prese la forma di una decisa rivolta morale << contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo >> che segnava, fra coloro che intendevano proseguire l’esperienza passata e quanti invece puntavano a distaccarsene, un << abisso inadeguabile >>.

Tutta la prima parte dell’articolo "Ribelli" è caratterizzata da una lunga, intensa e decisa requisitoria contro i costumi che avevano dominato un ventennio di storia italiana. Nulla era tralasciato. Lo Stato onnipotente che aveva annichilito la persona, la classe politica che aveva utilizzato per i propri fini di potenza le istituzioni, una cultura servile, gli ideali dell’apparire, le masse apatiche e passive e, per finire, i fascisti irriducibili, che in onore ai loro ideali si erano tramutati in << prezzolata appendice dello straniero>>; tutto era travolto da una critica che partiva dalla consapevolezza dell’impossibilità di poter salvare qualcosa del vecchio mondo e dall’orgoglio di aver ritrovato, nel fondo delle coscienze, la capacità di ribellarsi ad un ordine tirannico. Di fronte al crollo morale e sociale del paese, che aveva raggiunto il parossismo con lo scoppio della guerra civile, la parola d’ordine che veniva lanciata era quella di rompere con << una tradizione decaduta a retorica per riprendere "ab intus" ed "ab imis" l’edificazione della personalità e della cultura >>, in modo da << riprodurre in termini nuovi l’ordine delle convivenze >> e realizzare così una nuova società << più libera, più giusta, più solidale, più "cristiana">>. Il giornale professò quindi fin dall’inizio la sua ispirazione cristiana, un indirizzo che fu mantenuto anche dopo l’uscita di scena di Olivelli, grazie soprattutto agli assidui interventi di Laura Bianchini nei quali si avverte, come si vedrà, la forte influenza del pensiero neotomista.

La ragione della nascita del "Ribelle" era motivata dal desiderio di edificare un nuovo ordine fondato su una maggiore giustizia e dall’ambizione di diventare una palestra dove i giovani potessero liberamente dibattere e formarsi in vista della società futura; il giornale si proponeva il compito di fungere da << fermento di una libera sana profonda cultura >>, e di diventare un << campo di intransigente moralità >>. Tutti, senza alcuna preclusione politica, di partito, di classe o di fede religiosa, erano invitati a partecipare alla costruzione del nuovo ordine contribuendo sia con il braccio sia con la mente, << coll’idea e con le armi >>, prendendo parte attiva al processo di liberazione senza attenderla in dono da alcuno. La vera libertà poteva essere conquistata solo con il sacrificio e con una scelta attiva compiuta dal singolo individuo, un principio che trovava la sua formula nella frase << non esistono liberatori. Solo, uomini che si liberano >>. Questo desiderio di raggiungere autonomamente alla libertà, unito alla fede della propria scelta, assumeva il significato di una rottura totale con il passato più recente, consentendo ai "ribelli" di conquistare con il proprio coraggio e con il proprio sacrificio una piena dignità personale che assumeva anche i caratteri di un risorgimento nazionale in quanto dava a chi si ribellava il diritto di rappresentare pienamente la nazione:

<< Lottiamo, perché sentiamo con noi nascere il dolore e la speranza del popolo italiano e, […] sentiamo di essere l’avanguardia dello spirito e delle armi, l’esercito "reale" della nazione e dell’umanità >>.

Un’avanguardia, completò il discorso qualche mese più tardi Laura Bianchini, costretta ad usare << la forza in difesa del diritto >> contro quanti riponevano il << loro diritto nella forza >>.

Un altro contributo importante di Olivelli alla storia del giornale è rappresentato dalla distribuzione, con l’uscita del terzo numero, del foglio contenente la "Preghiera del ribelle", << il più alto documento spirituale della guerra partigiana >>. La preghiera, fatta stampare per la comunione pasquale dei partigiani, esprimeva il profondo sentimento religioso dell’autore. In questo scritto la passione di Cristo era assunta come fonte da cui attingere la forza per ribellarsi e il coraggio di sopportare i sacrifici più grandi contro l’ingiustizia in nome dell’amore e della libertà, della verità, della giustizia e della carità. La fede in Dio si traduceva nella fiducia in un domani migliore che avrebbe dovuto essere contraddistinto dalla pace e dal sorgere di una patria capace di essere benevola, rispettosa dell’uomo e al contempo moralmente rigorosa. Nelle mani di Dio, ragione di gioia anche nei momenti più cupi e dolorosi, erano affidati gli affetti più cari, i compagni di lotta e la resurrezione della nazione:

<< Signore che fra gli uomini drizzasti la Tua croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.

Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intesi, alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. Noi Ti preghiamo, Signore.

Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.

Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci non lasciarci piegare.

Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.

Tu ce dicesti: "Io sono la resurrezione e la vita" rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.

Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu, sulle nostre famiglie.

Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore >>.

L’articolo "Ribelli" e la preghiera costituiscono i due momenti salienti dell’impegno intellettuale di Olivelli nella lotta partigiana, due interventi ad ogni modo strettamene legati alla guerra in corso. La sua riflessione e il suo lavoro erano però anche concentrate sul futuro. Nei primi mesi del ’44 furono diffusi due scritti dai titoli: "Schema di discussione di un programma ricostruttivo ad ispirazione cristiana" e "Schema di impostazione di una propaganda rivolta a difendere la Civiltà Cristiana e a propugnare la realizzazione della vita sociale". Gli schemi furono pubblicati dal "Ribelle" solo nel numero commemorativo dedicato ad Olivelli stampato nel giugno del 1945.

Negli schemi erano delineati i tratti principali che avrebbe dovuto assumere la società futura. Il nuovo ordine, di fronte alla << decomposizione e risoluzione >> dell’epoca economica e mercantile, avrebbe dovuto ispirarsi << a un effettivo e non declamatorio spirito cristiano ove la persona umana [doveva essere] principio e fine dell’ordinamento delle solidarietà >>. I punti basilari di questo nuovo assetto democratico, liberale e pluralista, erano individuati nella libertà e nell’eguaglianza, quest’ultima intesa come uguali possibilità iniziali per sviluppare la propria personalità. Per ciò che riguardava il lavoro si affermava che avrebbe dovuto esprimere il valore della persona la quale, tramite di esso, avrebbe portato a termine il suo principale dovere politico. Era poi ripreso un tema caro al pensiero cattolico sociale, cioè la compartecipazione operaia agli utili, strumento consequenziale al principio di una società a base interclassista. Gli altri punti sottolineavano la legittimità della proprietà e il ruolo fondamentale della famiglia ritenuta il nucleo fondante dello Stato. A quest’ultimo, per concludere, era affidato il compito di garantire la difesa della persona e assegnato il dovere di promuoverne la crescita, nonché la funzione di indirizzare le diverse attività della società al conseguimento del bene comune. I valori cristiani dovevano costituire il nucleo fondante di questa nuova società e pertanto era indispensabile compiere un’intensa opera di propaganda e di educazione che, una volta sconfitto il fascismo, doveva permettere di resistere e vincere l’assalto ordito dalla propaganda comunista. L’esempio da seguire, per superare tale sfida, era quello di imitare il comportamento assunto dai cattolici liberali nei riguardi del liberalismo e compiere un’ << opera di purificazione, rielaborazione, assimilazione >> in modo da accogliere quegli elementi di verità presenti nella dottrina comunista. Al centro doveva essere posto il problema sociale, in passato non compiutamente affrontato dai cattolici criticati per aver trascurato << l’humanitas >> e << l’ansia di perfettibilità del mondo umano >>, cui doveva far seguito un impegno totale da parte del cristiano opponendo così alla << concezione integrale >> del comunismo un’identica << concezione integrale >> di chiara connotazione cattolica.

Il contributo di Olivelli alla storia del "Ribelle" cessò a causa del suo arresto avvenuto a Milano il 27 aprile del 1944. Dopo un breve periodo a San Vittore spese gli ultimi mesi della sua vita in diversi campi di internamento dove, a imitazione dei più limpidi esempi di martiri cristiani, donò tutto se stesso ai compagni di prigionia morendo a causa dell’inedia e delle violenze subite. Nonostante le difficoltà derivate dal suo arresto, il " Ribelle" continuò le sue pubblicazioni. Il giornale, oltre che divulgare informazioni di carattere militare preziose per il movimento partigiano, si caratterizzò per il suo orientamento apolitico e per l’attenzione dedicata ai problemi di ordine morale e riguardanti la figura della persona umana.

L’apoliticità costituì sempre un vanto del "Ribelle" come dimostrano le seguenti parole apparse sul numero tredici del 30 settembre:

<< Noi del Ribelle non siamo liberali. Noi del Ribelle non siamo democristiani. Noi del Ribelle non siamo del Partito d’Azione, non siamo comunisti, non siamo socialisti, e non siamo neppure progressisti, né, Dio ce ne scampi monarchici . Se avviene dunque che i democristiani ci credano dei loro e dei più puri, se avviene dunque che i liberali affermino che noi facciamo del più bel liberalismo, se avviene che qualcuno ci creda l’emanazione del P. di A., la colpa sapete di chi è ? Del nostro far sincero, del nostro parlar onesto. Ché in casa nostra spira buon vento di sincerità, di libertà, e ognuno può o sa dire e difendere il proprio ideale. E ognuno cerca di capire, di discutere e talvolta anche di accettare. Ma redini sul collo e niente paraocchi >>.

Questa lunga citazione appare da un lato come l’orgogliosa rivendicazione dell’indipendenza intellettuale del giornale, mentre dall’altro sottintende un impegno che trascendeva gli interessi di parte per fissare come principale obiettivo quello della liberazione del paese. Troppi apparivano infatti al "Ribelle" coloro che sembravano preoccuparsi più del domani che dell’ora presente. Il problema immediato da risolvere non poteva invece che essere quello di porre fine, nell’interesse di tutti, alla guerra in corso. E se a nessuno era negato il diritto di prepararsi in vista della società a venire, tutti erano invitati ad evitare di scivolare nello scontro e nella polemica fine a sé stessa, a sfuggire i contrasti finalizzati solo alla raccolta di consensi per la conquista del potere politico a liberazione avvenuta, a scansare divisioni che non potevano che avvantaggiare fascisti e tedeschi. Nella sua lotta antifascista il "Ribelle" non risparmiava dunque la critica a quelle forze che continuavano a procedere mantenendo atteggiamenti faziosi e a queste opponeva l’esempio della nuova generazione tempratasi nella << sofferenza amorosa >> e purificata dalla volontà di essere diversa da tutti coloro che l’avevano preceduta. La scelta di una linea apolitica era quindi dettata dal bisogno di fare causa comune per risolvere i problemi più importanti creati dalla guerra rinviando al domani le discussioni sul nuovo ordine da costruire. Questa considerazione spiega i continui appelli rivolti dal "Ribelle" all’unità della Resistenza come premessa per creare quel patrimonio comune in cui potersi riconoscere e da cui poter poi ripartire .

Al di là delle pur legittime aspirazioni di ogni singolo partito, per il giornale era innanzitutto fondamentale trovare un terreno comune dove le forze antifasciste potessero incontrarsi. Il riconoscimento e la condivisione di identici valori avrebbero così permesso la formazione di un rinnovato rapporto di fiducia che, unito ad un serio impegno di collaborazione, rappresentavano le migliori e necessarie premesse per la costruzione di una nuova convivenza civile. Solo partendo da questi presupposti si sarebbe ottenuta una liberazione reale e non di facciata, una liberazione conquistata grazie al << coraggio della concordia >> che avrebbero consentito di inaugurare una fase politica nuova capace sia di superare quel tormentato periodo storico, sia di guardare al futuro nel migliore dei modi.

Il sorgere di un serio spirito collaborativo era visto come il primo passo affinché fossero neutralizzati gli << effetti di una ventennale educazione all’odio, alla violenza, al disprezzo della vita umana >>, e affinché, alla base della vita nazionale e internazionale, potesse instaurarsi << la reciproca comprensione, il rispetto del diritto, l’esercizio della solidarietà >>. L’apoliticità, concepita come momento di ricerca di identità comuni, si trasformava così in unità che doveva essere segnata dall’amore per il prossimo poiché, prima di qualsiasi risultato politico, avrebbe dovuto affermarsi il principio del "volersi bene"; per poter avviare un giusto processo di ricostruzione diventava essenziale << far rinascere nel cuore degli italiani l’amore, la stima, il rispetto reciproco >>.

L’insistenza sul tema dell’unità era dovuta anche al timore di un risorgere del fascismo. Dalle colonne del "Ribelle" emergeva infatti la preoccupazione che le divisioni e la tendenza a badare più al proprio interesse che non al bene comune, potessero aprire ancora le porte, come negli anni venti, al ripetersi di un’altra esperienza dittatoriale. A questa preoccupazione si accompagnò lo sforzo di fornire una spiegazione del regime da poco crollato. Nell’analisi del giornale il sistema mussoliniano era raffigurato come una categoria che trascendeva la particolare contingenza storica per assumere un carattere universale; un’esperienza che, pur avendo avuto alcuni caratteri peculiari, avrebbe potuto riprodursi e ripresentarsi nuovamente sotto altre forme perché ritenuta non estirpabile in maniera assoluta. I tratti caratteristici del fascismo erano individuati in << quella particolare attitudine spirituale che fa l’uomo dimissionario della dignità che gli è propria; che lo curva e lo annulla in pratica […] sotto la tirannia di falsi idoli, delle pesanti mistiche della collettività >>. Altra espressione tipica del fascismo appariva anche << quella mentalità sbrigativa che pretende di risolvere le difficoltà intervenendo con la violenza e di sostituire la forza alla leale discussione, alla persuasione, agli accordi liberamente stipulati e lealmente osservati >>. L’analisi catalogava come fasciste anche altre esperienze come la formazione di un capitalismo di Stato, l’onnipotenza delle oligarchie economiche, la possibilità di vivere di rendita sottraendosi al dovere del lavoro, l’annullamento in favore della politica del momento sindacale . Un’interpretazione molto ampia e generalizzata nella quale, come si può ben capire, è possibile farvi rientrare ogni forma di dittatura e di totalitarismo. Da questa impostazione derivava la conclusione che qualsiasi acquisizione democratica non poteva essere considerata definitiva e qualunque crisi, se gestita con una mentalità intransigente e non votata al compromesso, avrebbe riaperto il pericolo di un nuovo fascismo.

Questa analisi così generalizzata può essere spiegata per via del timore, espresso più volte, di passare ad un’esperienza diversa nella forma ma identica nella sostanza: il popolo italiano doveva evitare di lasciarsi abbagliare da nuovi miti per non cadere << nel triste gioco illusorio di liberarsi da una dittatura per cadere sotto un’altra >>. Al fine di evitare tale pericolo, era necessario abbandonare ogni illusione di poter dar vita ad un uomo perfetto; allontanarsi da ogni forma di mistica sotto qualsiasi aspetto di presentasse; cercare un terreno comune sul quale far convergere tutte le distinte opzioni per poter costruire un rapporto di stima e fiducia reciproca. La << tentazione fascista >> poteva essere scongiurata solo se si fosse trovato un minimo comune denominatore a cui fare sempre riferimento e solo se si fosse instaurata << la concordia fra i migliori che hanno sofferto, lottato per un’Italia risorta a vita nuova >>.

Per costruire una nuova società il "disarmo degli spiriti" e la predisposizione all’accordo dovevano essere poi integrati da una profonda rivalutazione dell’uomo. L’impossibilità di prescindere dalla centralità della persona e da una valida riforma morale furono sottolineati in più interventi ed erano assunti come il cardine attorno al quale far ruotare l’intera società. In primo luogo era indispensabile rivalutare l’uomo nella sua veste integrale e riconoscere che i mali del mondo avevano la loro radice nel << disordine della vita personale >>:

<< L’imperativo dell’ora presente è riaffermare la dignità della persona umana […] riaffermare innanzitutto l’integrità unitaria e concreta dell’uomo : corpo e spirito, intelligenza e volontà, essere dal quale sgorga l’azione come l’acqua dalla sorgente >>.

La persona umana doveva essere il punto di partenza da cui procedere per qualsiasi progetto di ricostruzione, era l’elemento principale reputato ancora più importante della società cui l’uomo era anteposto:

<< C’è più di un ordine politico, sociale, economico, internazionale da rifare; c’è l’uomo che è elemento primo di tutti gli ordini. […] Ci vuole, insomma, un’azione spirituale alla quale si deve cominciare col riconoscere di diritto e di fatto il primato dell’iniziativa e il dominio dei fini, che vanno direttamente all’uomo in sé e non al benessere sociale, a cui arrivano solo indirettamente >>.

Il primato assegnato alla persona era la logica conseguenza di un’idea che poneva alla base la necessità di riconoscere e rispettare la << gerarchia dei fini >>: fini temporali, quelli della società, fine eterno quello dell’uomo. Era quest’ultimo un principio che permetteva di completare e di vivificare, unendole e sostenendole, le norme atte a garantire l’ordine sociale. Se era infatti importante tutelare la sicurezza personale e nazionale, dare a ognuno la possibilità di lavorare e di procurarsi i mezzi di sostentamento, instaurare fra i diversi rami produttivi rapporti armoniosi e garantire la tranquillità pubblica, l’insieme di questi elementi, in quanto limitato alla natura temporale, rappresentava soltanto una << fragile struttura esteriore >>. Il riconoscimento e il rispetto dei fini permetteva invece che questa struttura non solo fosse animata, ma che i suoi elementi costitutivi fossero convogliati in direzione di un ordine superiore confacente al carattere più intimo dell’uomo rinvenuto nella sua natura immortale. La società doveva essere quindi ordinata all’uomo ed era concepita come una << persona di persone >> con il compito di creare le condizioni necessarie per garantire lo sviluppo della persona umana in modo da permetterle di riconoscere << in piena libertà la propria vocazione e di seguirla >>.

Questi argomenti erano pienamente inseriti nell’alveo della tradizione cattolica e come tali non costituivano certo una novità. Rispetto al passato mutava però la posizione assunta nei confronti del sistema politico che doveva mettere in pratica tali ideali. Durante tutti gli anni trenta, infatti, la realizzazione di questi princìpi era rimasta indissolubilmente legata all’ambizione di restaurare uno Stato cattolico. Questa linea aveva determinato un atteggiamento benevolo nei confronti di quei sistemi che, pur manifestando un carattere autoritario, avevano mostrato di voler salvaguardare la religione cattolica. Il fascismo italiano, le esperienze corporative del Portogallo di Salazar e dell’Austria di Dolfuss, la nascita del regime di Franco in Spagna, avevano ricevuto così l’appoggio di gran parte del mondo cattolico, fautore di una terza via alternativa al liberalismo e al collettivismo e desideroso di restaurare un suo modello di Stato influenzando i regimi esistenti.

Ora invece, indipendentemente dalla connotazione che avrebbe potuto assumere, il carattere autoritario dello Stato era decisamente rifiutato in quanto giudicato già in partenza negazione della persona umana.

<< Lo Stato autoritario, comunque si denomini, pretende farsi come un assoluto e sostituirsi alla legge morale della stessa intimità della coscienza, negando in tutto o in parte quei diritti che sono essenziali alla dignità della persona, e senza dei quali non esiste sostanzialmente persona >>.

Nel nuovo contesto la soluzione auspicata dal periodico era quella di un sistema democratico i cui caratteri erano comunque completamente diversi rispetto a quelli propugnati da altre scuole di pensiero e realizzati fino ad allora. Nei diversi ordinamenti che si richiamavano alla dottrina democratica erano infatti riscontrati difetti che non si conciliavano con una corretta idea di democrazia. Il sistema americano e quello inglese, ad esempio, erano criticati per l’eccessivo peso rivestito dal denaro, mentre quello francese era tacciato di << parlamentarismo parolaio >>. Per il "Ribelle" quindi la democrazia da << difendere >> e da << servire >> non era stata ancora realizzata da alcuno Stato ed era << qualche cosa di soltanto sognato, accarezzato dal pensiero di pochi >>. A queste critiche faceva poi seguito l’esposizione delle linee fondamentali che avrebbero dovuto caratterizzare una vera democrazia. Per cominciare questa avrebbe dovuto concretizzarsi come il regno del diritto in contrapposizione a quello del numero, dando vita ad un << regime personalista >> capace di << rispettare e valutare e sollecitare le vocazioni dei singoli >>, organizzandole in funzione del conseguimento del bene comune. In secondo luogo la libertà doveva essere concepita non come un fine in se stesso, ma come << condizione dell’azione >> e andava adeguatamente limitata al fine di evitare che le scelte compiute dal singolo intaccassero la libertà altrui. L’uguaglianza doveva trovare invece la sua realizzazione mediante il riconoscimento dato ad ognuno del << diritto di essere pienamente se stesso >>. In pratica un compiuto sistema democratico poteva essere considerato tale solo nel caso in cui da un lato i princìpi della sovranità, della libertà e dell’uguaglianza avessero pienamente rispettato la persona, dall’altro quando le singole vocazioni, grazie all’intervento delle istituzioni, fossero state adeguatamente coordinate e armonizzate fra loro.

Ideali che dopo un anno dalla liberazione apparivano ben lontani dall’essere in via di realizzazione. Nel numero unico uscito in occasione dell’anniversario della liberazione e dedicato a << tutti i morti in purezza >> senza distinguere sul loro colore politico , il "Ribelle" ribadiva con fermezza il senso della propria storia basata soprattutto sul motivo patriottico contrapposto all’antifascismo partitico di quei raggruppamenti che avevano privilegiato nella loro azione il momento politico rispetto alla guerra di liberazione stessa. Dopo quest’affermazione, che conteneva ancora una volta una critica contro quanti continuavano ad anteporre i propri interessi al bene comune della nazione, il giornale constatava amaramente che quella rivolta morale, tante volte richiamata nelle sue pubblicazioni e ritenuta elemento imprescindibile per qualsiasi rinnovamento, aveva ormai subito una battuta d’arresto:

<< In nome della libertà e della democrazia continuano ingiustizie e delitti, si fa legge del proprio arbitrio e, quasi che non fosse piaga recente un ventennio di abbrutimento politico, si ripete l’errore di dividersi e di avvelenarsi per poter rimanere in pochi al potere >>.

Il "Ribelle" vedeva nella nuova fase storica il ripetersi dei vecchi errori tipici dell’epoca prefascista quando il momento politico era stato sopravvalutato a scapito di quello economico e di quello morale, difetti che avevano raggiunto il loro culmine durante il corso del ventennio. Riserve erano poi mosse a quanti davano la democrazia come fenomeno definitivamente acquisito senza preoccuparsi di lavorare per un’ampia diffusione dei suoi princìpi e per educare in tale senso ogni cittadino. Un atteggiamento che contrastava con l’orientamento da sempre assunto dal giornale, proteso in direzione di una rivoluzione morale permanente volta a superare i limiti insiti nella natura umana.

Per uscire da questa difficile situazione era richiesta una forte dose di coraggio finalizzata a fare << pulizia di tutta la gente in malafede >> senza badare alle dichiarazioni di appartenenza politica. Solo una ferma posizione contro << gli arrivati insensibili e gli arrivisti senza scrupoli >> e un’intransigente difesa della verità, della giustizia e della solidarietà avrebbero permesso di porre le basi per una vera e sana moralizzazione del paese avviando un nuovo corso del tutto differente rispetto al passato. Furono gli ultimi richiami del Ribelle che, dopo questo numero, cessò definitivamente la sua attività.

                                                 La Nostra Lotta (1943-1945)


"La Nostra Lotta" fu il principale organo a stampa del Pci nell’Italia settentrionale ed ebbe, fra i suoi maggiori estensori, Pietro Secchia, Luigi Longo ed Eugenio Curiel. Il giornale dedicò un’attenzione costante alle agitazioni condotte dal proletariato, pubblicando puntualmente i resoconti delle proteste e riflettendo attentamente sulle stesse nel tentativo di trarre validi insegnamenti per meglio indirizzare la continuazione della lotta in corso. La fabbrica e il proletariato, ritenuti l’avanguardia dell’intero popolo italiano, furono sempre al centro della riflessione della "Nostra Lotta" che, se da un lato indicava la necessità di << creare un’atmosfera di guerra >> in ogni stabilimento per alimentare continuamente lo scontro, dall’altro invitava ad allargare anche a tecnici e impiegati il movimento d’agitazione in modo da compattare in un unico fronte le << forze più sane, più vive, più sinceramente democratiche del paese >>. Queste tematiche furono accompagnate da un’incessante critica all’attesismo e da un continuo invito all’azione affinché fossero create le condizioni favorevoli allo scoppio dello sciopero generale insurrezionale. Attraverso il periodico è possibile seguire tutte le diversi fasi della guerra partigiana, dal momento della nascita delle prime formazioni, fino a quello dell’offensiva finale, prospettata nel marzo del 1945.

In tale sede saranno affrontati solo alcuni di questi temi: il rapporto con il governo Badoglio e il ruolo assegnato ai Comitati di liberazione nazionale, l’attenzione prestata alla collaborazione con i socialisti e i cattolici, le strategie tracciate per coinvolgere nella lotta le donne e le campagne e, infine, l’atteggiamento assunto nei confronti del nascente Stato jugoslavo.

Il giudizio formulato sul governo Badoglio fu negativo fin da subito. Se era riconosciuta la necessità di un ministero << energico, forte e attivo >>, si contestava che questo ruolo potesse essere ricoperto da quanti avevano avuto responsabilità nel regime passato e che, nonostante il crollo del fascismo, continuavano a rimanere i principali referenti di quei gruppi sociali che avevano costituito la base del consenso alla dittatura. Al nuovo governo era mossa la critica di procedere verso la "sfascistizzazione" dello Stato come se si trattasse di una << semplice questione burocratica >> mentre, per una decisa e reale opposizione ai tedeschi, era necessario assumere un altrettanto deciso comportamento sia nei riguardi della Rsi sia nei confronti di chi aveva sostenuto attivamente il regime passato. Anziché costituire un passo avanti nella conduzione della lotta, il nuovo governo appariva quindi come un elemento di << disgregazione e di demoralizzazione >> di quelle forze che erano disposte a << battersi senza esclusione di colpi >> con il nemico. Solo i Cln, in quanto diretta espressione da un lato delle forze popolari dall’altro delle parti politiche che sempre si erano opposte al fascismo, potevano creare un governo in grado di << unire il popolo >> e di trascinarlo << alla lotta e alla vittoria >>. Al regime monarchico badogliano, che sopravviveva << con uno pseudo governo senza autorità e senza prestigio >>, doveva sostituirsi il potere di questi nuovi organismi, l’unico ritenuto in grado di << saldare il movimento popolare dell’Italia occupata con quello dell’Italia liberata >> e di indirizzarlo << verso un solo obiettivo: lotta contro tedeschi e fascisti >>. Quello che il giornale auspicava era un governo straordinario capace di assumere tutti i poteri costituzionali, di dirigere la lotta in corso e di assumersi l’impegno, una volta cessate le ostilità, di convocare il popolo per la decisione in merito alla forma costituzionale da adottare in futuro. Tali posizioni, che contrapponevano il governo delle zone libere ai Cln, furono superate solo nell’aprile del 1944 in seguito alla cosiddetta "svolta di Salerno" che permise la formazione di un governo d’unione nazionale. Quest’ultimo fu salutato alla stregua di un vero passo avanti verso la libertà e verso la creazione di un paese libero, democratico e progressivo che permetteva, essendo espressione di << tutti i partiti democratici, antifascisti >>, il pieno concretizzarsi della volontà e delle aspirazioni d’ogni patriota. Ogni vecchio contrasto, di fronte al nuovo rapporto di reciprocità che si era creato, veniva pertanto a cadere. Il ruolo dei Cln continuava però a rimanere di vitale e fondamentale importanza poiché, tramite essi, si otteneva la sintesi di tutti i quadri e gli organismi formatisi in quei mesi; una realtà non ancora pienamente definita e che appariva destinata ad allargarsi ulteriormente col proseguire della lotta, accogliendo in sé ogni esperienza che fosse diretta espressione della volontà popolare. Questa capacità di arricchirsi assorbendo gli istituti e le idee sorte nella lotta di liberazione, costituiva l’elemento fondamentale per l’affermazione di una vera democrazia aperta a tutti << i progressi politici sociali >> in quanto diretta << creazione del popolo stesso >>.

Tale linea, fondata sul desiderio e la volontà di dar vita ad un vasto movimento popolare unitario, diede luogo ad alcune polemiche soprattutto con quanti, all’interno del movimento comunista, concepivano la guerra come uno scontro fra due identici imperialismi e contro coloro che rivendicavano un’azione dai caratteri più marcati in senso classista. Nei confronti dei primi è emblematico, nel dicembre del 1943, l’attacco mosso da Pietro Secchia ai fogli "Bandiera rossa", "Prometeo" e "Stella rossa" il cui radicalismo, che sfociava di fatto nell’inazione, era giudicato come una maschera sotto la quale si scorgeva << il bieco sanguinario volto del nazifascismo>>. Verso i secondi, invece, la diatriba raggiunse il suo apice con la condanna del gruppo Legnanese gravitante attorno ai fratelli Venegoni e al giornale "Il Lavoratore". Nel marzo, alla vigilia quindi della svolta, l’intera direzione del Partito assunse una decisa posizione nei confronti delle proposte formulate dal foglio comunista di Legnano definendolo l’<<organo dei rottami del putrido sinistrismo italiano e delle canaglie trotschiste >> e sconfessandolo con l’epiteto di << giornale controrivoluzionario >>.

Un contrasto acceso cui si sommarono, come si è già accennato, gli energici e ripetuti interventi contro l’attendismo. Alla "Nostra Lotta", il tergiversare e gli inviti alla prudenza, apparivano il frutto della strategia dei << grandi industriali >> preoccupati solo di accumulare guadagni e intenzionati a dividere le forze dei Cln per poter, in tal modo, dare vita ad un blocco reazionario. A quanti non ritenevano ancora giunto il momento opportuno per prendere una chiara e inequivocabile posizione, il giornale contrappose l’invito incessante all’azione a tutto campo poiché, solo tramite questa, sarebbe stato possibile << convogliare tutte le forze sane della nazione sulla via del progresso >>. Un richiamo ripetuto ininterrottamente e rivolto anche gli stessi membri del Partito cui era indicato l’obiettivo di << passare all’offensiva per preparare nella lotta le condizioni dell’insurrezione popolare nazionale >>: imbracciare le armi, sabotare la produzione, ostacolare il nemico con ogni mezzo possibile era il << dovere supremo >> con lo scopo di forzare la situazione e di accelerare il processo di liberazione.

Sul versante politico "La Nostra Lotta" prestò attenzione ai rapporti che si venivano delineando sia con i socialisti sia con i cattolici. Il patto d’unità d’azione, siglato con il Partito socialista, fu visto come la felice conclusione del contrasto apertosi negli anni venti e gli fu conferito il significato di un primo passo in direzione dell’unità politica della classe operaia. Questo primo risultato aveva il merito di trasformare il proletariato nel difensore degli interessi della nazione consentendogli, nel medesimo tempo, di << promuovere e cementare l’unione di tutte le forze della democrazia italiana >>. Una democrazia che aveva il suo principale referente nell’Unione Sovietica riconosciuta dai due partiti come << l’avanguardia del movimento operaio e la più sicura alleata dei popoli nella lotta contro le forze reazionarie ed imperialistiche, per l’indipendenza e la libertà >>. Positivo fu anche il riconoscimento dell’azione condotta dalle forze cattoliche che, con il loro comportamento, avevano permesso l’approfondimento dei legami fra partigiani e popolazioni del contado, avevano dato maggior compattezza ai grandi scioperi, avevano contribuito al fallimento dei progetti di reclutamento forzato avanzati dalla Rsi e, infine, pagavano direttamente con i propri morti il prezzo di un tale impegno.

Per via di questi indubbi meriti, e per non cadere negli errori del passato, il Partito comunista si mostrava favorevole nel condurre con i cattolici una politica unitaria che era valutata come l’espressione e la condizione di ogni libertà futura. Al fine di promuovere la collaborazione, pertanto, si pronunciava contro ogni politica anticlericale e si esprimeva in favore della libertà religiosa e di tutte le convinzioni di fede; riconosceva inoltre alla Chiesa la libertà di esercitare le funzioni che le erano assegnate dai cittadini. La partecipazione della Democrazia cristiana e delle diverse organizzazioni cattoliche era ritenuta, inoltre, un presupposto indispensabile per la costruzione di un qualsiasi governo connotato in senso democratico. Tale considerazione varcava i limiti della semplice collaborazione dettata dalle contingenze. L’adesione comune alla lotta in corso costituiva, infatti, la base sulla quale edificare un nuovo ordine capace di esprimere le esigenze delle masse popolari, di migliorarne le condizioni di vita, di difendere l’istituto della famiglia e di affermare la democrazia in maniera completa. Una collaborazione, quella con socialisti e cattolici, che, maturata sul terreno comune dell’opposizione al nazifascismo, era inquadrata in un progetto più ampio destinato a sfociare nella creazione di una democrazia progressiva.

Se la fabbrica era individuata come il fulcro della lotta e la classe operaia italiana l’avanguardia dell’intero popolo italiano, una particolare attenzione fu dedicata anche alle campagne. Partendo dal presupposto che era indispensabile saldare la sua attività con quella della città poiché, senza il supporto della prima la seconda non avrebbe potuto da sola giungere alla vittoria finale, "La Nostra Lotta" cercò di delineare le strategie atte a coinvolgere il più possibile la popolazione del contado. Il giornale reputava innanzitutto indispensabile dissolvere il clima di sfiducia e di accuse mosse dalla Rsi al mondo rurale per ciò che riguardava il proliferare del mercato nero che causava l’aumento indiscriminato dei prezzi di tutti i generi alimentari. I profittatori, a differenza di quanto sostenevano i vertici della Repubblica di Mussolini, non dovevano essere cercati né fra i lavoratori delle campagne né fra i piccoli commercianti, ma erano << gli armatori, i grandi gruppi siderurgici, le industrie belliche […] i grandi proprietari terrieri, i grandi capitalisti agrari >> e, per finire, << i grandi dirigenti e i manipolatori dei consorzi agrari >>. Era un’immagine che corrispondeva alla realtà solo in minima parte. Il mercato nero costituì, infatti, la fortuna di persone appartenenti ad ogni classe sociale. Oltre ad individuare i presunti responsabili seguendo un percorso ideologico chiaramente classista, il giornale non mancava di indicare nell’intensificazione della lotta, al fine di ottenere gli aumenti delle razioni alimentari e una loro regolare distribuzione, la via maestra per dare una soluzione concreta al problema .

La chiave di volta per far breccia nelle campagne era individuata nella creazione dei Comitati contadini che, attraverso i contatti con i fiduciari del Partito, avrebbero dovuto controllare e indirizzare tutta la vita dei propri villaggi . A questi Comitati erano affidati diversi compiti. Costruiti sulla base di tre uomini, che dovevano godere la fiducia della maggioranza di ogni frazione di villaggio, avrebbero dovuto agire come << governo di fatto>> con lo scopo di unire tutti i contadini in un unico blocco e di supportare in ogni modo la lotta partigiana. Ai Comitati spettava inoltre il compito di organizzare le Sap e di procedere con azioni di difesa e di offesa che spaziavano dalla costituzione della polizia di villaggio, al boicottaggio delle imposte, dalla sottrazione di viveri e di bestiame alle requisizioni, al farsi carico del corretto funzionamento delle cooperative. << Ogni cascinale – scrisse Longo – deve diventare una base di aiuti e d’appoggio per i patrioti ed i partigiani […] una fortezza, una ridotta contro i nazifascisti >>. Per raggiungere tale risultato era però necessario ottenere per i contadini precise conquiste di carattere economico volte a migliorarne sensibilmente le condizioni di vita. Ai piccoli proprietari e ai fittavoli doveva perciò essere data la possibilità di conservare i prodotti quando indispensabili al mantenimento della propria famiglia ed essere riforniti di merci industriali; per i braccianti, invece, appariva essenziale garantire loro un sufficiente pagamento in natura. La mancanza di organizzazione, tipica del ceto rurale, e la sua scarsa recettività ai Comitati contadini e ai Consigli di cascina, imponeva ai comunisti il compito di promuovere l’unità d’azione e di interessarsi ai problemi della popolazione contadina in modo da giungere ad una soluzione che incontrasse le loro reali esigenze. La penetrazione nel mondo rurale fu però lenta e stentata tanto da indurre il giornale ad invitare gli stessi operai a marciare verso la campagna per svolgervi l’indispensabile compito educativo. Nonostante le carenze dell’azione svolta e i non soddisfacenti risultati ottenuti, il contadino, rispetto a quanto fatto in passato, doveva in ogni caso essere guardato sotto una nuova luce perché, riconosceva il giornale, non era rimasto <estraneo alla lotta, ma aveva partecipato ad essa e continuava a prenderne parte attivamente >> .

Una certa attenzione fu dedicata anche alle donne, viste come coloro che da sempre avevano manifestato un sentimento d’avversione al regime e che non avevano esitato a lottare apertamente sia nelle fabbriche sia nelle campagne. Il giornale riteneva però che la loro partecipazione avrebbe dovuto essere ulteriormente ampliata e, a tal fine, incitava a moltiplicare la formazione dei "Gruppi di difesa della donna". Attraverso questi nuclei, le donne avrebbero dovuto fornire ogni forma di assistenza ai partigiani e, in secondo luogo, supportare il loro impegno bellico con un’intensa azione rivendicativa sotto il profilo economico. L’invito della "Nostra Lotta" era quello di prendere esempio dall’atteggiamento tenuto dalle donne in tutti i paesi occupati e, in modo particolare, da quello assunto dalle donne russe capaci di occupare un ruolo preminente nella conduzione della stessa lotta militare. Gli imponenti scioperi del marzo imposero, come per altre questioni, un’importante occasione di riflessione in merito al lavoro svolto fino ad allora. Se le agitazioni di protesta avevano mostrato in tutte le località in cui si erano svolte la combattività e la maturità delle masse femminili, il giornale non mancava di cogliere alcuni aspetti negativi. Raramente, si segnalava, le donne erano riuscite ad avanzare rivendicazioni specifiche e assente appariva anche un’adeguata struttura organizzata presso le massaie; nelle commissioni di fabbrica, infine, il coinvolgimento femminile era ancora lontano dall’essere soddisfacente. Nonostante l’impegno profuso il giudizio finale era quindi assai drastico: << i nostri sforzi sono stati insufficienti >> e, gli stessi risultati raggiunti, apparivano nel complesso contrassegnati da << scadente qualità >>. I limiti individuati nell’insieme del movimento femminile non risparmiavano neppure le stesse donne di orientamento comunista. Se queste avevano assunto un ruolo di primo piano ponendosi alla testa delle masse femminili, il loro numero in posizioni direttive non era ritenuto ancora adeguato. Era perciò necessario inserirle nel modo più organico nei partiti aderenti ai Cln e conferire una maggiore unità a tutti i "Gruppi di difesa". Inoltre, per dare un’appropriata soluzione ai problemi peculiari delle donne, appariva di fondamentale importanza costituire dei comitati di partito che affrontassero la questione femminile in tutte le sue pieghe e in tutte le sue implicazioni .

Con un occhio di riguardo fu osservata anche l’esperienza della Jugoslavia il cui modello poteva costituire un ponte verso l’ideale Stato rappresentato dall’Unione Sovietica. Dopo aver riportato l’intervento di un militante juogoslavo che illustrava la nascita del fronte popolare e il suo progressivo rafforzamento durante la lotta contro il nazifascismo, in occasione del 25° anniversario della nascita del Partito comunista jugoslavo e terzo anno della costituzione del fronte di liberazione sloveno, "La Nostra Lotta" ripercorreva le tappe di questo cammino sottolineando il merito dei seguaci di Tito capaci di aver creato un’<< unità politica e di lotta di tutti i popoli, di tutte le classi e di tutti i ceti sociali >> che assumeva il volto di un << movimento nazionale integrale >>: un esempio per tutti i popoli coinvolti in quel momento nella lotta di liberazione. Ma per i comunisti italiani la Jugoslavia rappresentava qualcosa di più: era per mezzo delle genti balcaniche, infatti, che il popolo italiano si sarebbe collegato all’Urss. Per cui, i soldati guidati da Tito, non solo dovevano essere accolti alla stregua delle forze anglo americane presenti nell’Italia liberata, ma dovevano essere guardati come << fratelli maggiori >> che erano stati in grado di indicare la via della rivolta contro l’oppressione e di creare << nuovi rapporti di convivenza e di fratellanza >> che sfociavano in una nuova democrazia sorta nel fuoco della lotta di liberazione. Queste premesse portavano "La Nostra Lotta" ad invitare i comunisti italiani ad unire tutte le forze antifasciste in modo che fosse pienamente appoggiata ogni iniziativa in campo militare intrapresa dal fronte di liberazione sloveno, cui spettavano, nelle zone dove le competenze si giustapponevano, anche la direzione politica e la definizione degli obiettivi da conseguire.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 2/4/2008 alle 21:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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