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AntifascismoResistenza
21 febbraio 2010
''Sia folgorante la fine'' di Carla Verbano ·
 ''Sia folgorante la fine'' di Carla Verbano

(di Alessandra Magliaro)

Quando fu ucciso a casa sua, a Montesacro a Roma, stava per compiere 19 anni, nella stanza accanto i genitori Rina Zappelli e Sardo erano stati resi impotenti, legati e con il cerotto sulla bocca. Si chiamava Valerio Verbano, studente al liceo Archimede, attivo nel collettivo autonomo di Val Melaina: il 22 febbraio saranno 30 anni dal suo omicidio. Sua madre, che di anni ne ha 86, da quel drammatico giorno del 1980 non ha smesso di cercare il colpevole e di non accontentarsi di una sigla, quella neofascista dei Nar, che ne rivendico' l'esecuzione.

Tre anni fa, a 83 anni, ha fatto un corso Internet e aperto un sito nel nome del figlio con un blog in cui va indietro negli anni, cerca particolari, incrocia date e dialoga con gli amici di Valerio. Quelli che lo ricorderanno domani alla palestra popolare Verbano al Tufello, il 20 con un concerto dei 99 posse e Assalti frontali e poi un corteo, il 22 con un fiore sotto casa a Via Monte Bianco dove una lapide viene profanata di continuo.

Che donna, Rina Carla Verbano: un segugio a perdifiato nella notte degli anni di piombo, con il dolore lancinante a darle la carica ogni mattina, cosi' forte da superare le tante delusioni per una morte ancora senza giustizia.

Sia folgorante la fine, uscito in questi giorni nella collana di Rizzoli 'Prima persona', e' la storia di Valerio Verbano e di sua madre che ancora oggi si rimprovera di non essersi riuscita a ribellare ai tre che suonarono quel giorno alla porta chiedendo di entrare perche' amici del figlio e invece erano i suoi assassini. Il libro non esce a caso: Carla Verbano ha ancora la forza di cercare e spera, lo dice chiaramente, che le cose che scrive conducano l'assassino da lei. Lei lo riconoscerebbe, e per questo non si da', pace. ''Quando e' comparso davanti ai miei occhi non aveva ancora il passamontagna calato. Potrei ancora identificarlo'', dice immaginandosi pure il momento: ''Lo farei accomodare, gli preparerei un caffe', purche' mi spiegasse perche'''.

L'omicidio Verbano non ha colpevoli materiali ma solo una rivendicazione, i Nar. Il mistero ha sempre riguardato un dossier che il giovane autonomo aveva realizzato sull'eversione nera, centinaia di pagine di appunti, nomi, cognomi, collegamenti con la malavita cittadina e con gli apparati statali per le coperture, che fu sequestrato dalla Digos e inghiottito nel nulla. Sardo Verbano e' sempre stato convinto che quello fosse il motivo. Carla, che spesso nel libro si da' ironicamente della marziana, negli anni e' passata e ripassata davanti quella che negli anni di piombo e' stata una via crucis con le strade del quadrante Nord est di Roma, Trieste, Salario, Nomentano, Montesacro che tra neri, rossi, poliziotti, giudici e morti per sbaglio, ha cifre da guerra civile. Carla Verbano li ripassa tutti quei morti, va sotto casa di tutti, di Paolo Di Nella, ucciso con una sprangata, Stefano Cecchetti, 19 anni, cuoco ucciso per sbaglio, Francesco Cecchin, del giudice Vittorio Occorsio, del poliziotto Franco Evangelista detto Serpico davanti al Giulio Cesare e di tanti altri. Episodi, nomi in fondo ad una memoria che riemerge nei trentennali rimasta invece sempre viva tra i parenti delle vittime. E' commovente mamma Verbano quando racconta i pomeriggi passati con Gianpaolo Mattei, unico sopravvissuto dei suoi fratelli bruciati vivi a Primavalle nella strage piu' orrenda di quegli anni e te li immagini tristi e a cercare conforto in quel salotto dove gli avevano ucciso il figlio diciottenne che come dice lei non era autonomo, faceva l'autonomo. Lei quegli anni non li vuole demonizzare ne' esaltare, lei, ribadisce in ogni pagina, vuole trovare l'assassino di Valerio. Per questo una morte assurda che non le va giu' e' quella del giovane giudice Mario Amato che aveva l'inchiesta Verbano e fu ucciso pure lui, che aveva preso il posto di Occorsio. Valerio Fioravanti che fu indicato tra i coinvolti dell'omicidio ha accettato un anno fa, con Francesca Mambro, l'invito di Carla. ''Mi hanno mentito, hanno detto che e' stato qualcuno della Banda della Magliana'', dice sottolineando di non crederci. Questa donna simbolo si scusa, c'e' del livore: il marito e' sempre stato convinto che fosse Fioravanti il colpevole.



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17 febbraio 2010
Roma: candidato PDL in consiglio regionale regala calendario del Duce ·
 E il candidato del Pdl
regala il calendario del Duce

Luigi Celori propone un nostalgico omaggio per il 2010 "ottantottesimo anno dell´Era Fascista". "Dovete mantenere nel cuore la fede"

di Giovanna Vitale

Il duce in marsina, cilindro e posa gladiatoria campeggia sulla copertina. Affianco, stampato in caratteri cubitali, il titolo del lunario distribuito in centinaia di copie a ogni appuntamento elettorale: "Calendario storico 2010 - LXXXVII E.F.". Ovvero ottantottesimo anno dell´Era Fascista: iniziata nel 1922 con la marcia su Roma ed evidentemente mai finita per il candidato Pdl in consiglio regionale Luigi Celori, autore del nostalgico cadeau destinato a militanti che come lui non rinnegano. Né il passato né le gloriose origini. Riassunti nel distico riportato in basso: «Dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell´idea che è stata e sarà la più audace, la più originale (...). La storia mi darà ragione». Firmato: Benito Mussolini. Il suo lascito morale, l´eredità politica. Che l´ex capogruppo di An alla Pisana, in corsa per un terzo mandato, non ha alcuna intenzione di ripudiare.

Alla faccia di Gianfranco Fini e del suo giudizio sul Ventennio «male assoluto». Di Berlusconi e dei forzisti che camerati non lo sono stati mai. E persino di Renata Polverini, che dopo aver ottenuto il ritiro di Adriano Thilgher (già condannato per ricostituzione del partito fascista) dalle liste della Destra, si ritrova ora sotto lo stesso tetto un appassionato supporter del duce. Talmente fiero di quel che pensa, il consigliere Celori, da tradurlo in materiale elettorale. Il suo indirizzo internet stampato su ogni pagina per evitare confusioni o errori: l´idea è sua, e se ne vuol vantare.

Sfogliare il calendario, summa apologetica di Benito Mussolini e relative gesta, è come fare un salto indietro nella storia. Per ogni mese un fascio littorio, una ritratto in bianco e nero, uno slogan fascista: «I lavoratori devono amare la Patria. Come amate vostra madre...». «Molti nemici molto onore». «Credere, obbedire, combattere». A gennaio ecco il Duce in divisa, accanto ai contadini; appare di profilo e con l´elmetto, ad aprile, intento a leggere un dispaccio; in abito scuro e bombetta a luglio; a dicembre col braccio teso, insieme a tre ragazzini che lo imita nel saluto romano. Quasi tutti i giorni scanditi da un avvenimento del Ventennio: l´11 febbraio si segnala che nel «1929 Mussolini e il cardinal Gasparri firmano i patti lateranensi»; il 12 marzo che nel «1940 Mussolini annuncia l´intervento dell´Italia a fianco della Germania»; il 28 aprile - evidenziato in verde - che nel «1945 viene assassinato a Giulino di Mezzegra». E via così. L´esaltazione del fascismo che non muore perché «è l´idea, la storia mi darà ragione». (16 febbraio 2010)

 tratto da Repubblica



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13 febbraio 2010
Milano: bliz neofascista a teatro
 A MILANO: BLITZ NEOFASCISTA A TEATRO i

Milano, nuova intimidazione a un teatro

Ma che succede a Milano?? Il livello dei rapporti umani si è davvero così imbarbarito come sembra, in quella città? L’altro giorno intimidazioni a un attore, Giulio Cavalli, perchè in scena parla di mafia. Ieri sera aggressioni neofasciste si sono viste al Teatro i, dove Daniele Timpano sta recitando Dux in scatola. A conclusione della recita di ieri (l’ultima) una decina di spettatori che avevano regoralmente pagato il biglietto hanno sfoderato bandiere con le croci uncinate, e hanno cominciato a inveire contro l’attore urlando slogan del tipo : “piazzale Loreto vergogna nazionale”. Allontanati dalla platea, i dieci se la sono poi presa con il pubblico che durante lo spettacolo rideva e applaudiva.

Due episodi ugualmente gravi, sintomo di un abbassamento del grado di democrazia, tolleranza, rispetto, di un degrado del vivere civile che non riconosce più nel dialogo il normale confronto tra le parti.
images (1)

In Dux in scatola Daniele Timpano, autore e attore, vincitore del Premio Scenario, racconta in prima persona le vicende legate al cadavere di Mussolini da Piazzale Loreto nel ‘45 alla sepoltura nel cimitero di S.Cassiano di Predappio nel ‘57. La storia del “morto eccellente” si intreccia a testi di Marinetti, Gadda, Malaparte…, ma anche agli slogan dei nuovi fascisti per capire cosa sia oggi e come si esprime la “nostalgia del fascismo”.

Questo è il comunicato del Teatro i:
Ieri sera, mercoledì 10 febbraio, al termine della rappresentazione dello spettacolo Dux in scatola di Daniele Timpano, un gruppo di dieci spettatori ha interrotto gli applausi scandendo slogan neofascisti e sventolando uno striscione al grido di “Piazzale Loreto vergogna nazionale”.
Tra lo stupore e lo sconcerto del pubblico e dello stesso Timpano, il gruppo è stato prontamente fermato dal personale del teatro ed invitato a lasciare la sala.
L’episodio si inserisce in una serie di simili iniziative che hanno colpito luoghi diversi della città di Milano, dalla sede di Radio Popolare alla Libreria Feltrinelli (sul sito neofascista http://www.vivamafarka.com/forum/index.p… l’agghiacciante resoconto dell’evento), e che rappresentano segnali allarmanti in una città che per anni è stata considerata la capitale morale della Resistenza, in uno Stato dove a tutt’oggi l’apologia del fascismo è un reato punibile secondo la legge 645 del 20 giugno 1952.
Teatro i intende prendere radicalmente le distanze da quanto accaduto, scusandosi con gli spettatori presenti in sala e impegnandosi in tutti i modi previsti dalla legge affinché simili episodi non abbiano a ripetersi in futuro.

Teatro i
via Gaudenzio Ferrari, 11
20123 Milano
tel. 02/8323156 - promozione@teatroi.org

www.teatroi.org - www.myspace.com/teatroi

tratto da http://bandettini.blogautore.repubblica.it/2010/02/11/milano-nuova-intimidazione-a-un-teatro/



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29 gennaio 2010
Vergogna nera ·
 di Nicola Mastrangelo - ROMA
Vergogna nera
Nella giornata del ricordo della Shoà il gruppo neofascista «Militia» oltraggia il museo della Liberazione e copre di scritte il centro di Roma. Insulti per il capo della comunità ebraica. Tutti condannano, la sinistra ricorda i saluti romani al comizio della Polverini
«Olocausto propaganda sionista», e «27 -01 Ho perso la memoria». Sono le vergognose scritte apparse sul muro ieri mattina, giornata della memoria, a Roma in Via Tasso,proprio a due passi dall'entrata del museo della Liberazione. Più avanti, altre scritte,altri insulti rivolti al capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e al sindaco Gianni Alemanno definiti: «porco judeo» il primo, «verme sionista»il secondo. Ma non sono le sole: sempre sui muri del quartiere Esquilino si legge «Hamas vincerà»e «Israele boia».Un attacco vigliacco, non un atto vandalico.Le scritte sono per la maggior parte firmate dal gruppo neofascista «Militia». La telecamera di sicurezza del museo di via Tasso, ha ripreso un gruppo di quattro ragazzi che muniti di spray e passamontagna in formazione militare hanno imbrattato l'ingresso di quello che un tempo era il comando ed il carcere di tortura delle Ss a Roma. «È stato un omaggio ai nazisti - ha detto il direttore del museo Giuseppe Mogavero - perché le scritte sono apparse al civico 155 dove c'era il comando delle Ss di Kappler e Priebke. E c'è la duplice concomitanza con l'apertura della mostra sulla prostituzione forzata nei lager».
«Militia» è una sigla legata alla figura di Maurizio Boccacci ex leader del disciolto Movimento Politico Occidentale. Boccacci è noto alla Digos per aver rivendicato la paternità di altri striscioni apparsi lo scorso 19 novembre, in via del Muro Torto, che avevano come bersagli sempre Riccardo Pacifici. Il quale ha commentato l'episodio di ieri come «un grande atto di debolezza da parte di questi ragazzotti, perché il paese è cambiato,nessuno resterà indifferente e non è più possibile pensare di ricreare un clima come quello del passato.L'Italia - ha detto Pacifici - è un paese che ha ben chiaro nel preambolo della sua Costituzione,il giudizio sul nazifascimo.Ha una legge che punisce chi inneggia al razzismo,alla xenofobia e all'antisemitismo». Anche il sindaco di Roma, Alemanno (che ieri ha celebrato il giorno della Memoria nel campo rom di Casilino) ha definito le scritte come una «offesa senza pari al rispetto della persona umana.Purtroppo - ha aggiunto - C'è ancora qualche criminale che offende la memoria per ottenere visiblità».
Uniti alla condanna del gesto offensivo,avvenuto proprio nel giorno istituito per commemorare e ricordare le vittime dell'Olocausto, gran parte del mondo politico e delle istituzioni.«Sono scritte offensive,mi auguro che queste persone vengano assicurate alla giustizia», ha detto Andrea Ronchi ministro per le politiche europee che ieri si è recato al museo.Solidarietà al museo di via Tasso e a tutta la comunità ebraica sono arrivate da parte del mondo del lavoro attraverso le parole di Claudio Berardino,segretario della Cgil di Roma e Lazio «scritte infamanti nel giorno in cui si celebra la Memoria e si commemorano tutte le vittime della barbaria nazifascista».Solidarietà e condanne ad un gesto razzista e preoccupante,che dovrebbe far riflettere su quanto sia ancora vivo e serpeggiante il germe del fascismo e del razzismo. Che si nasconde e si mimetizza,che appare sporadico con scritte sui muri e saluti romani in occasione di partite di calcio o manifestazioni di qualche politico,magari candidato alla presidenza della regione Lazio. E' i caso di Renata Polverini,candidata del Pdl,alla regione Lazio. Ieri ha commentato l'episodio parlando di un «atto di gravità inaudita». Il consigliere provinciale di Sinistra e Libertà Gianluca Peciola la invita però a «assumere una decisa presa di posizione nei confronti delle espressioni nostalgiche a cui abbiamo assistito durante la sua campagna elettorale. Affinché le dichiarazioni di condanna non suonino come retoriche e di circostanza ». La candidata del centrosinistra Emma Bonino ha inviato un messaggio alla comunità ebraica: «Siamo sempre con voi».
Scritte razziste e polemiche da campagna elettorale non hanno comunque fermato i volontari del Museo di via Tasso dal celebrare la giornata della memoria. Che hanno indetto insieme all'Anpi un sit-in di fronte al museo per domenica alle 10,30.

articolo tratto da http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100128/pagina/02/pezzo/270088/



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29 gennaio 2010
Valerio Verbano: un libro per raccontare quanto “sia folgorante la fine” ·
 Valerio Verbano: un libro per raccontare quanto “sia folgorante la fine”


VERBANO CARLA; CAPPONI ALESSANDRO
SIA FOLGORANTE LA FINE

Genere: Libri
Editore: RIZZOLI
Pubblicazione: 01/2010
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 15,00
Prezzo NicePrice: € 12,00 -20%
ISBN-13: 9788817038447
ISBN: 881703844X
Disponibilità: Immediata

È il 22 febbraio 1980. Valerio, diciannove anni, viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca nella sua casa di Monte Sacro a Roma. I genitori sono nella stanza accanto, legati e imbavagliati. Dopo svariati tentativi di depistaggio l'assassinio è rivendicato dai Nuclei armati rivoluzionari, un'organizzazione neofascista, ma gli esecutori non saranno mai identificati. Chi era Valerio Verbano? Perché è stato ucciso? Vicino all'area dell'Autonomia operaia, stava raccogliendo un dossier sui collegamenti tra alcuni gruppi dell'estrema destra e settori della malavita cittadina, incluse vicinanze e coperture degli apparati statali. Il materiale, sequestrato durante una perquisizione, scompare dagli archivi alla morte del ragazzo. Ricompare sotto gli occhi del giudice Mario Amato, responsabile dell'indagine, che poche settimane dopo muore in un agguato. Alcune prove smarrite e altre, inspiegabilmente, distrutte; infine l'inchiesta si arena in un fascicolo denominato "atti contro ignoti". Del dossier Verbano non si è più saputo nulla. Intanto la mamma di Valerio, dallo stesso salotto in cui si svolse la tragedia, continua a chiedere giustizia: non solo per sé, ma per tutte le famiglie devastate dalle raffiche degli anni di piombo.

Da
libreriarizzoli.corriere.it



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23 gennaio 2010
Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato ·
 Tra gli imputati il parlamentare Matteo Bragantini e il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo
Secondo i magistrati, la Guardi Padana era un'organizzazione armata che pianificava la secessione

Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato

VENEZIA - Trentasei militanti della Lega Nord, tra i quali il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il parlamentare Matteo Bragantini, sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Verona. Il processo si aprirà il primo ottobre prossimo. Il giudice ha accolto la tesi della procura, che accusa le 'Camicie verdi' di essere un'associazione a carattere militare: il reato contestato è quello di costituzione di banda armata.

Il procedimento aveva subito due lunghi momenti di pausa, per attendere il pronunciamento dapprima di Strasburgo e poi della Corte Costituzionale, sulla posizione degli indagati che all'epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

L'indagine aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio, tra i quali il leader Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli - poi usciti definitivamente dall'inchiesta nel dicembre scorso - e fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L'inchiesta - come riportano alcuni quotidiani locali - era stata avviata dall'allora procuratore Guido Papalia.

Secondo l'accusa - che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche - la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l'obiettivo anche di organizzare attraverso un'organizzazione armata la resistenza e pianificare l'eventuale secessione. I 36 imputati, in gran parte lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

Estremamente critico nei confronti dei magistrati il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia: "La giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini".



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23 gennaio 2010
Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato ·
 Tra gli imputati il parlamentare Matteo Bragantini e il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo
Secondo i magistrati, la Guardi Padana era un'organizzazione armata che pianificava la secessione

Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato

VENEZIA - Trentasei militanti della Lega Nord, tra i quali il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il parlamentare Matteo Bragantini, sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Verona. Il processo si aprirà il primo ottobre prossimo. Il giudice ha accolto la tesi della procura, che accusa le 'Camicie verdi' di essere un'associazione a carattere militare: il reato contestato è quello di costituzione di banda armata.

Il procedimento aveva subito due lunghi momenti di pausa, per attendere il pronunciamento dapprima di Strasburgo e poi della Corte Costituzionale, sulla posizione degli indagati che all'epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

L'indagine aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio, tra i quali il leader Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli - poi usciti definitivamente dall'inchiesta nel dicembre scorso - e fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L'inchiesta - come riportano alcuni quotidiani locali - era stata avviata dall'allora procuratore Guido Papalia.

Secondo l'accusa - che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche - la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l'obiettivo anche di organizzare attraverso un'organizzazione armata la resistenza e pianificare l'eventuale secessione. I 36 imputati, in gran parte lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

Estremamente critico nei confronti dei magistrati il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia: "La giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini".



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18 gennaio 2010
Brescia. Fioravanti: «Lo Stato ostacolò le indagini» ·
 
Fioravanti: «Lo Stato ostacolò le indagini»
In aula «Giusva», militante neofascista a capo dei Nar, riconosciuto colpevole della strage di Bologna e dell'omicidio di 93 persone

L'ex terrorista ha ricordato la breve conoscenza con Giovanni Melioli: «Nel '79 voleva mettere una bomba alla questura di Roma, per uccidere dei poliziotti»

Brescia. Strategia della tensione, anni di piombo, anni dalle trame intricate, anni difficili da capire. Anche per Valerio «Giusva» Fioravanti che qualche chiave di lettura, rispetto a un comune mortale, deve pur averla. Capo dei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, definito «figlioccio» di Franco Freda, Fioravanti nei lunghi anni di detenzione (condannato a otto ergastoli e 134 anni è tornato libero dallo scorso aprile) ha cercato di capire cosa mosse gli estremisti di destra «della vecchia generazione», ha cercato di sondare i ruoli e di investigare i legami con gli apparati dello Stato per riuscire a difendersi meglio dalle accuse che gli venivano mosse. Solo una cosa Fioravanti dice di averla capita: «gli apparati dello Stato ebbero un ruolo nell'inquinare le prove per evitare di far luce sulla verità; i servizi hanno fatto di tutto per ostacolare le indagini. Non ho mai creduto alla teoria che fossero tutti innocenti e che ci fosse un appuntato dei carabinieri che andava in giro a mettere le bombe».
Sentito ieri dai giudici della corte d'assise chiamati a giudicare cinque imputati per la strage di piazza della Loggia, Fioravanti ha ammesso candidamente di non essere «riuscito a capire cosa sia successo in quegli anni. Tutti si sono accusati di tutto, ma in maniera incrociata. Gli ordinovisti ritenevano che Avanguardia nazionale avesse rapporti con la polizia; gli avanguardisti negavano tutto e accusavano Ordine Nuovo di essere legato a doppio filo con i carabinieri».
«NON HO AVUTO collaborazione dalla precedente generazione, ma nemmeno dagli apparati» ha precisato Fioravanti, tornato dopo ventisei anni di detenzione e di regime di semilibertà a una vita normale (ha sposato Francesca Mambro, condannata con lui anche per la strage di Bologna e hanno una figlia).
E della strage di Brescia Fioravanti ha saputo anche meno di tutto il resto. «Su Brescia - ha ammesso - ho appreso meno che su tutto il resto. Ho solo saputo in carcere a Ascoli e a Sollicciano da Sergio Calore che Cesare Ferri ebbe un ruolo nella strage. Pensando di aver appreso una notizia sensazionale ne parlai con Gilberto Cavallini: conosceva Ferri e disse che non c'era nulla di vero, che era una vecchia ipotesi, ma che lui era convinto dell'innocenza dell'amico».
Fioravanti non sa nulla della strage di Brescia, ma ha avuto contatti con alcune persone che per i pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni hanno un ruolo importante nella ricostruzione fondata sulle dichiarazioni di Carlo Digilio e su quelle, poi ritrattate, di Maurizio Tramonte, confidente del Sid con il nome in codice di «Fonte Tritone».
DI INTERESSE per l'accusa la conoscenza di Fioravanti con Giovanni Melioli, che l'ex terrorista romano conobbe attraverso Giomo, un fiancheggiatore del gruppo di Rovigo. Melioli, nelle dichiarazioni di Tramonte, ha un ruolo fondamentale nella strage di Brescia. Il giovane di Rovigo, morto nei primi anni Novanta per droga, sarebbe stato incaricato da Carlo Maria Maggi di mettere la bomba nel cestino sotto i portici di piazza Loggia. In corsa, sempre secondo le dichiarazioni di «Fonte Tritone» per piazzare la bomba ci sarebbe stato anche lo stesso Tramonte, ma Maggi scelse il giovane di Rovigo. Fioravanti lo conobbe nel '79. «Giomo fu costretto a prestare al gruppo di Melioli la sua vettura per una rapina - ha ricordato Fioravanti - ma dopo il colpo venne abbandonata chiusa a chiave». Inutile dire che le forze dell'ordine risalirono subito a Giomo e lo misero sotto torchio e lui si lasciò sfuggire qualcosa, tanto che quelli di Rovigo volevano ammazzarlo. «Noi andammo a Rovigo a intercedere per Giomo». Fioravanti e Melioli si sono visti per qualche periodo. «Ricordo che Melioli voleva mettere una bomba alla questura di Roma - ha proseguito Fioravanti - perchè voleva ammazzare un po' di poliziotti. Gli dissi che era una pazzia, che avrebbe fatto saltare anche il palazzo davanti alla questura». Melioli allora confidò a Fioravanti che la bomba l'avrebbe messa nel bar vicino alla questura, che era sempre frequentato da poliziotti. Fioravanti non ha più visto Melioli, «avevamo una diversa progettazione rivoluzionaria: loro volevano mettere le bombe, noi usavamo le armi».
Per l'accusa è singolare che nel '79 Melioli avesse in mente una strage simile a quella di piazza Loggia, dove l'obiettivo dovevano essere i carabinieri.
Fioravanti quel poco che ha appreso sulle stragi l'avrebbe saputo da Angelo Izzo, uno dei «mostri del Circeo».
«Lui aveva fatto di tutto per farsi accreditare come prigioniero politico - ha spiegato Fioravanti - e aveva frequentato la quindicina di detenuti di estrema destra. Io ho ascoltato i racconti di Izzo, ma non ci ho fatto affidamento, perchè Izzo è un matto vero». Ma cosa raccontò Izzo a Fioravanti? «Mi disse di aver raccolto una mezza ammissione da Franco Freda sulla strage di piazza Fontana; e che la borsa in banca l'aveva messa il "nano", Massimiliano Fachini». E dei rapporti tra la banda della Magliana e del legame con i servizi segreti? «Non ne so nulla» ha ribadito Fioravanti. E le parti civili hanno chiesto di sentire il fratello di Giusva, Cristiano, collaboratore di giustizia, per sapere chi erano i referenti dei servizi segreti che legavano con i criminali.

Wilma Petenzi

articolo tratto da http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/119923_fioravanti_lo_stato_ostacol_le_indagini/




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15 gennaio 2010
Destra estrema e vittimismo. L’uomo nero di Rosarno ·
 
Destra estrema e vittimismo. L’uomo nero di Rosarno

terrelibere.org
terrediconfine -

autore dell"articolo Antonello Mangano

I “bravi cittadini” di Rosarno hanno deciso di imporre ai media la loro versione dei fatti: sono vittime e non sono razzisti. Invece i loro contenuti sono identici – parola per parola – ai comunicati della destra estrema xenofoba. E già in passato c’erano state prese di posizioni durissime contro i migranti, specie quando si sono ribellati al sistema di oppressione che gli italiani giudicano normale.
Destra estrema e vittimismo. L’uomo nero di Rosarno

Pubblicato su "il manifesto"

ROSARNO - “Quando i bambini vedono l’uomo nero, si spaventano. Non vorrei dirlo, ma aveva ragione Benito Mussolini. Se ne stiano a casa loro”. Dietro l’Hotel Vittoria di Rosarno, pochi metri dalla stazione ferroviaria, sono concentrati i mezzi blindati dei carabinieri ed i giornalisti delle testate nazionali. Arriva il comitato promotore della manifestazione dei cittadini “abbandonati dallo Stato e criminalizzati dai mass media”. Una piccola lezione di giornalismo, con qualche ardita incursione storica. “Bisogna dire la verità. Non siamo razzisti”, ripetono ossessivamente. E pretendono che lo facciano pure gli altri. Si piazzano dietro la giornalista di Rai News 24, mostrano un cartello sui cui c’è scritto “non siamo burattini della mafia”. A proposito, cosa pensate della ‘ndrangheta? “C’è anche qui, come in tutte le città”. Dallo schermo LCD arriva la voce del Papa: “Rispetto per gli immigrati”. Momenti di silenzio ed imbarazzo. Si può contraddire un inviato, ma come la mettiamo col vicario di Cristo? Meglio quindi ripiegare su Anno Zero. Ecco che circondano Ruotolo. Santoro è il “demonio” fin dai tempi di Samarcanda. Uno di quelli che non parla dei lati positivi di questa terra.

“Non sono razzisti? Allora perché colpiscono solo noi neri e non gli altri immigrati?”, chiede Moussa, uno dei feriti nei giorni della caccia all’uomo. Viene dalla Guinea Conakry e mi mostra la sua gamba fasciata ed insanguinata, ferita da decine di pallini da caccia che dovranno essere estratti ad uno ad uno. Un’altra piccola sfera di piombo è invece la causa di tutto. E’ stata sparata con un fucile ad aria compressa contro Aiya Boussa, un togolese che si esprime in un ottimo francese, è arrabbiato ma non ha perso la lucidità. Sa che tutto è iniziato con il suo ferimento, ci parla senza mezzi termini di razzismo, spiega che adesso ha difficoltà a bere e mangiare, e non accetta quanto accaduto. Ci mostra il permesso di soggiorno come richiedente asilo. Scadrà a febbraio: era venuto in Europa per ottenere protezione umanitaria, si ritrova nel letto di un ospedale con un pezzo di piombo nella pancia. “Togliendolo faremmo più danno”, spiega il medico. Dovrà tenerselo tutta la vita, ricordo indelebile di “una ragazzata”.

Così la definiscono in tanti, gli stessi che parlavano di corsie di ospedale piene delle “nostre donne e dei nostri bambini”. Siamo nel reparto chirurgia di Gioia Tauro, ed in effetti le stanze sono piene, ma di africani. Di italiani ricoverati non c’è traccia, meno che mai della fantomatica donna che avrebbe perso il bambino, un aborto dovuto alla paura. Crimine infame, secondo la cultura mafiosa che si respirava nell’aria (“le donne non si toccano”). Notizia falsissima invece, buona però ad esasperare anche animi solitamente miti ed a isolare gli africani. Pogrom, deportazioni e pulizia etnica, anno 2010. “L’Italia è un paese unito dal razzismo”, ha scritto ieri il Guardian. “Dai politici più importanti alla criminalità organizzata, il collante è la persecuzione degli immigrati”.
Tranquillità

“Bande di immigrati hanno messo a ferro e fuoco la cittadina nella provincia di Reggio Calabria. Siamo solidali con i cittadini di Rosarno, colpiti nella tranquillità quotidiana. Siamo pronti a scendere in piazza”, dice il coordinatore regionale di Forza Nuova. Il segretario Fiore ha annunciato l’intenzione di andare a Rosarno e tenere un comizio. “Non sono mafiosi”, spiega. “E’ gente che si sente abbandonata dalle istituzioni e che rivendica il diritto a vivere in tranquillità”.

Esattamente quello che dicono i comitati dei rosarnesi. “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, venti anni di convivenza non sono razzismo”, dice lo striscione del corteo dell’11 gennaio. Il giorno precedente, dopo le voci su un possibile arrivo dei “no global”, un comitato di “accoglienza” si era organizzato per lo scontro. “Se arrivano, li spappoliamo”, si legge nei violentissimi dibattiti su Facebook. Ed ancora: “Clandestini fuori dalle palle”. “Padroni a casa nostra”. “Adesso bisogna ristabilire l’ordine a Rosarno”, ribadiscono i giovani del PDL.

Alcuni esponenti di Casa Pound Italia sono arrivati in Calabria. “Ciò che ci ha colpito maggiormente – dichiarano - è il messaggio che i media stanno facendo passare, ovvero quello che i cittadini rosarnesi sono razzisti e xenofobi. Nulla di più sbagliato. Da oltre venti anni la città di Rosarno aiuta quotidianamente e come può gli innumerevoli immigrati clandestini presenti nella piana di Gioia Tauro con pasti caldi”. Oltre ai “pasti caldi”, effettivamente forniti da chiese e volontariato, ai lavoratori erano riservati ricatti e condizioni durissime. Sono tante le storie di gente non pagata, come emerge anche da una inchiesta della magistratura che ipotizzava estorsioni ed uno stato di riduzione in schiavitù. Anche nei giorni della “pulizia etnica”, molti ragazzi - prima di andare via – volevano ricevere quanto dovuto. “Oggi non posso. Lunedì andrò in banca”, aveva risposto un proprietario. La reazione all’inchiesta, che risale allo scorso maggio e che parte dalla denuncia di una cittadina bulgara, è furiosa. Il movimento “La Destra” cavalca la protesta. Nasce un gruppo internet dal nome inequivocabile (“Gli africani hanno rotto il cazzo a Rosarno”) che insulta pesantemente tutti, dagli stranieri ai volontari. La stampa locale scopre all’improvviso l’invasione: “Arrivano 3000 extracomunitari in un territorio alle prese con la crisi economica”. Il responsabile de “La Destra” avviava una campagna di contrapposizione: “Ci sono tanti italiani in condizioni disagiate, come i dipendenti ASL in ritardo con gli stipendi”. Le accuse rivolte ai proprietari sarebbero ingiuste ed infamanti, le responsabilità unicamente dei caporali bulgari.

In occasione della rivolta del dicembre 2008, quella che avrebbe suscitato solidarietà dei locali perché pacifica, “La Destra” lamentava “un città invasa da extracomunitari, quasi tutti clandestini, cassonetti rovesciati, vetri rotti, strade occupate, genitori costretti ad andare a prendere di corsa i figli a scuola…”.

Nell’ospedale di Gioia Tauro, i ragazzi feriti sbarrano gli occhi ogni volta che pronunciano la parola Rosarno. Non ci metteranno mai più piede. Nei prossimi anni e finché non arriverà almeno una parola di scuse, Rosarno sarà un nome maledetto che riecheggerà negli internet café di Lagos, nelle comunicazioni Skype da Accra, nelle chiamate intercontinentali con Ouagadougou. Dall’altra parte si nascono nuovi eroi. “Fortugno libero”, diceva uno degli striscioni esposti nella piazza del Municipio. Si tratta dell’uomo che trovò il coraggio di rapinare braccianti poverissimi. Un ivoriano ebbe la milza spappolata. Fu la causa scatenante della prima rivolta: una notte di protesta dell’intera comunità africana. Purtroppo, non sufficiente a far comprendere agli autoctoni che questa è gente che non si rassegna.


articolo tratto da http://www.terrelibere.org/terrediconfine/3935-destra-estrema-e-vittimismo-luomo-nero-di-rosarno



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 15/1/2010 alle 14:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 gennaio 2010
Libera la donna che uccise il marito neonazi ·
 Libera la donna che uccise il marito neonazi
Scritto da: Alessandra Farkas alle 16:00

NEW YORK - Aveva ucciso il marito neonazi mentre dormiva, dopo anni di abusi fisici e psicologici, aiutando le autorità a scoprire un vero e proprio arsenale terroristico nascosto nel garage in grado di provocare uno sterminio di massa. Ma questa settimana un giudice del Maine ha stabilito che Amber Cummings non dovrà passare neppure un giorno dietro le sbarre.

La notizia, unica e rara nell'America del patibolo, arriva proprio mentre il Paese inaugura il nuovo anno con ben tre esecuzioni: di due afro-americani in Texas e Ohio e di un bianco in Louisiana.

Per la 32enne Amber il Pubblico Ministero aveva chiesto ben otto anni di carcere, ma, data la natura del caso, il giudice Jeffrey Hjelm ha deciso di risparmiarla. Avvallando la tesi della difesa secondo cui la donna, affetta da sindrome da moglie maltrattata, avrebbe agito per autodifesa.

La mattina del 9 dicembre 2009 Amber aveva freddato il marito James sparandogli due colpi in testa con la sua calibro 45 mentre l'uomo dormiva nella camera da letto della loro villa a Belfast, in Maine. "Il mio istinto iniziale era stato quello di suicidarmi", ha spiegato Amber al giudice, "Ma l'idea di lasciare nostra figlia da sola in balia di quel mostro pedofilo mi ha trattenuta".

Dopo la sua morte l’FBI ha rinvenuto libri, manuali e componenti (tra cui uranio impoverito) accumulati dal neonazista per costruire una ‘bomba sporca’, un rudimentale ordigno potenzialmente letale che aveva l’intenzione di usare per protestare contro l’elezione di Barack Obama. Oltre a bandiere con la croce uncinata e altri ammennicoli in omaggio ad Adolf Hitler, nel garage della sua casa le autorità hanno trovato anche materiale pedopornografico – un’altra sua ossessione – insieme alle prove che l’uomo aveva assoggettato la moglie e la figlia di 9 anni ad anni di inenarrabili torture.

“Era la personificazione stessa del male”, ha sostenuto durante il processo l’avvocato della difesa. Quando il giudice Hjelm ha lasciato il tribunale, una folla di sostenitori che sventolavano cartelli all'insegna dello slogan “Liberate Amber” è esplosa in un fragoroso applauso.

articolo tratto da http://route66.corriere.it/2010/01/libera_la_donna_che_uccise_il.html



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 10/1/2010 alle 18:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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