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AntifascismoResistenza
1 aprile 2008
Iris e Silvio


Silvio Corbari.  Iris Versari.
       
 
                                                                                                                                                             


 Nacque a Faenza il 10 gennaio 1923 di Domenico a Anna Ciani. Deceduto a Castrocaro il 18 agosto 1944. Impiccato assieme alla sua compagna Iris Versari.

Con l'occupazione tedesca a Faenza il 16 settembre 1944 un gruppo di circa una ventina di antifascisti si portò alla sorgente del fiume Samoggia dove fu successivamente raggiunto da militari sbandati e ex prigionieri fuggiti dai campi di concentramento raggiungendo ben presto l'elevato numero di 60 unità.
Nel corso del mese di ottobre sorsero in seno al gruppo discussioni sulla strategia da seguire e la disciplina a cui sottostare e alla fine del mese di ottobre il gruppo finì con lo scindersi in diversi gruppi. Uno di questi si portò verso le zone dell'8ª brigata Garibaldi attuando nella marcia di trasferimento un'azione all'albergo Alta Romagna d Santa Sofia che permise ai partigiani di venire in possesso dei piani di approntamento della Linea Gotica, che furono poi fatti pervenire agli alleati.
Anche Corbari, con una decina di uomini, divenuti una trentinca alla fine dell'anno, si rese autonomo dalla formazione iniziale. Purtroppo il gruppo di Corbari alla fine di gennaio fu attaccato e distrutto dai tedeschi a Ca' Morelli di Tredozio. Venti furono i partigiani catturati (sette saranno poi fucilati a Verona) due i morti in combattimento, il padre e la madre di Iris Versari inviati in campo di concentramento. Solo Corbari, Iris Versari e pochi altri partigiani non presenti a Ca' Morelli si salvarono.
La ricostruzione della formazione avvenne molto lentamente. A maggio contava 20 effettivi (il numero dei combattenti non superò mai le cinquanta unità), ma l'esiguità del gruppo non impedì a Corbari e a Iris Versari di attuare, nel corso della primavera, alcune azioni (tra le quali la più clamorosa fu l'uccisione del console della milizia Gustavo Marabini), da far credere all'esistenza di un distaccamento numeroso e ben organizzato. L'aumentato numero di partigiani e l'affluire di nuove reclute portarono alla formazione di un comando per affrontare i problemi politici, organizzativi, logistici, di armamento, e di una struttura organizzativa articolata in squadre logistacamente autonome. Venne ricercato un più stretto legame con la pianura e l'organizzazione, nella quale era impegnato Tonino Spazzoli, che consentì alla formazione di usufruire, nell'estate di un lancio di armi e materiali da parte degli Alleati, sul Monte Lavane, risoltosi però in un duro scontro con i tedeschi, che ne ebbero preventiva informazione.
Corbari, anche nella nuova realtà organizzativa della formazione, mantenne un ruolo autonomo e svolse azioni da lui decise e attuate con pochi uomini. Il 18 agosto 1944, tradito da una spia, venne catturato a Ca' Cornio di Modigliana assieme a Iris Versari, Arturo Spazzoli, Adriano Casadei I tedeschi e i fascisti diedero ampio risalto alla cattura di Corbari, divenuto un simbolo della lotta partigiana, tanto che la voce popolare lo faceva presente ovunque, ne ingigantiva le azioni e gliene attribuiva altre da lui mai compiute. Il risalto dato alla cattura e la messa in scena della ripetuta impiccagione esprimevano la volontà dei fascisti di uccidere, oltre al fisico, il mito rappresentato da Corbari e dai suoi compagni.
Dopo la morte di Corbari e degli altri tre partigiani la formazione si riorganizzò e combattè sino alla liberazione del territorio della zona del Tramazzo, dove operava.


             La banda Corbari.
La banda Corbari.

                  
 [2006]
Testo e musica di Luca Mirti e dei Delsangre.

 Una bellissima canzone da poco scritta dai Delsangre.Una canzone dedicata alla storia di due partigiani, Silvio Corbari e Iris Versari, una storia di amore e morte. Una storia con cui proseguiamo il cammino della memoria a tutti i costi intrapreso da questo sito fin dal suo inizio.


Era il sale che bruciava
sopra i tagli con violenza,
erano lacrime di luna
dal cielo di Faenza,
erano un uomo ed una donna
pendenti da un lampione,
era il tributo di sangue
alla più bella storia d'amore.

Nell'inverno di Tredozio
quando Dio ballava il sole,
lui la vide, era il cuore
di coraggio e la passione
era Iris biancofiore,
forza di liberazione,
lui era Silvio il ribelle,
comandante, uomo d'onore.

Con la voce dei fucili
che parlava giorno e notte,
era il fuoco, era il coltello
era il destino tirato a sorte.
Comandava i suoi fedeli
col coraggio e l'incoscienza
Corbari l'imprendibile,
Corbari il re di Faenza.

Era fredda, era decisa
con in mano una pistola,
quanto dolce, quanto bella
come un bacio che ti sfiora,
Fianco a fianco, cuore a cuore
fino all'ultimo respiro,
guardavan sempre avanti
immaginando il futuro.

Era il giorno del castigo
quando Giuda tornò al mondo,
lo cercarono di notte
per saldare ogni suo conto.
Ma reagì con quella rabbia
di chi vuol farla finita,
difendendo il sogno
e la compagna ferita.

Fu così che per amore
lei si tolse anche la vita,
per aprire al Comandante
una nuova via d'uscita,
e sul loro ultimo bacio
che si chiuse la partita,
ed il silenzio cadde
con uno schiocco di dita.

Sessant'anni sono andati
ma il ricordo è ancora là,
di due amanti combattenti
morti per la libertà.
Ma qualcuno a Modigliana
per il venticinque aprile
giura di averli visti
di notte ballare e sparire.
 
"Nel pomeriggio i corpi vennero trasferiti a Forlì e impiccati, per la seconda volta, nella centralissima piazza Saffi, come monito per la cittadinanza. L'indomani decisero di appendere anche i cadaveri di Arturo Spazzoli e di Iris Versari. Quel giorno, il 19 agosto 1944, uccisero Tonino, dopo averlo portato in piazza a vedere che fine avesse fatto suo fratello. Poi i carnefici scattarono diverse foto ricordo.
In quella che ritrae Iris mentre penzola da un lampione - scalza, le gambe scoperte, i lunghi capelli che nascondono l'oltraggio del cranio sfondato con i calci dei fucili - si notano a poca distanza due uomini in uniforme che la guardano e ridono sguaiatamente. Sono loro il dettaglio osceno di quell'immagine impietosa."

(da "Ribelli" di Pino Cacucci)



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31 marzo 2008
Como la cigarra
 
María Elena Walsh.
María Elena Walsh.


Nonostante la travagliata vita politica dell'Argentina che la vide sempre come oppositrice di ogni tipo di dittatura, María Elena Walsh continuò a scrivere racconti, poesie, opere teatrali e canzoni.
"La cigarra" fu scritta nel 1973 e cantata dalla stessa María Elena Walsh in pubblico per la prima volta nel 1975.
Anche se si riferiva all'esilio al quale fu costretta durante il governo di Perón, questo brano diventò con gli anni, un inno popolare per tutti i cantautori vittime della censura o dell'esilio durante la seguente dittatura militare.
Bellissima la versione interpretata da Victor Heredia, Mercedes Sosa e León Gieco insieme.

Tantas veces me mataron,
tantas veces me morí,
sin embargo estoy aquí
resucitando.
Gracias doy a la desgracia
y a la mano con puñal
porque me mató tan mal,
y seguí cantando.

Cantando al sol como la cigarra
después de un año bajo la tierra,
igual que sobreviviente
que vuelve de la guerra.

Tantas veces me borraron,
tantas desaparecí,
a mi propio entierro fuí
sola y llorando.
Hice un nudo en el pañuelo
pero me olvidé después
que no era la única vez,
y volví cantando.

Cantando al sol como la cigarra
después de un año bajo la tierra,
igual que sobreviviente
que vuelve de la guerra.

Tantas veces te mataron,
tantas resucitarás,
tantas noches pasarás
desesperando.
A la hora del naufragio
y la de la oscuridad
alguien te rescatará
para ir cantando.

Cantando al sol como la cigarra
después de un año bajo la tierra,
igual que sobreviviente
que vuelve de la guerra.




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31 marzo 2008
Più di mille giovedì
 Senza grida arrivano lente
dalle lacrime non sembrano tante
ma dagli occhi diresti un milione
è la forza di chi c'ha ragione

Per terra uno zero che non conta niente
ma resti lontano dal cerchio, sergente!
unite dall'odio per le nostre divise
temibili, forti, vincenti e derise

arriveranno fin qui
coi mille e più Giovedì
e i loro circoli in terra
bianco cammino di guerra

Un fazzoletto alla testa
altro che mille bandiere…
non riusciremo a fermare i ricordi, sergente
perché non hanno frontiere

- e allora cosa facciamo?

ciechi sordi e muti staremo
non si dirà proprio niente…
mi ha capito sergente?
né sulle loro memorie
né sulle macabre storie...
...poi l'avviserò io.

- ma potrei giurar che non c'ero e se c'ero dormivo e dormiva anche Dio!

Io le credo, davvero, sergente
un po' meno mi fido di Dio
ma rimane la storia del cerchio
e la gente col suo borbottio…

Si sussurra di monache sante
di un aereo e di morte volante
pare abbiano prove del salto…

Le ha mai viste sfilare dall'alto?
Sembra proprio un vecchissimo ballo
od un lento e lugubre giglio,

le vedesse sergente che guaio:

petali bianchi che piangono un figlio.

- ma ti giuro figliuolo non c'ero, ho l'anima linda che niente la sporca
ero ricco potente ma poi la sfortuna… e ora vogliono me sulla forca?


Si figuri che io neanche esistevo, sergente!
E la fortuna per noi nasce morta:
siamo in tanti a vent'anni lavando via merda
dalla nostra bandiera già sporca.

Ma arriveranno fin qui
coi mille e più Giovedì
e i loro circoli in terra
bianco cammino di guerra

Un fazzoletto alla testa
altro che mille bandiere…
non riusciremo a fermarle, sergente
perché non hanno frontiere.



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31 marzo 2008
Sacco e Vanzetti
 Sacco_e_Vanzetti





















In questo percorso sono raccolte le canzoni dedicate alla vicenda di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani che vennero arrestati, processati e giustiziati negli Stati Uniti negli anni '20, con la falsa accusa di omicidio.

Il ventitrè agosto a Boston in America
Sacco e Vanzetti sopra la sedia elettrica
e con un colpo di elettricità
all'altro mondo li vollero mandar.

Circa le undici e mezzo, giudici e la gran Corte
entran poi tutti quanti nella cella della morte:
«Sacco e Vanzetti, state a sentir,
dite se avete qualcosa da raccontar».

Sacco e Vanzetti, tranquilli e sereni:
«Noi siamo innocenti aprite le galere».
E lor risposero : «Non c'è pietà
voi alla morte dovete andar».

Entra poi nella cella il bravo confessore,
domanda a tutti e due la santa religione.
Sacco e Vanzetti con grande espressione:
«Noi moriremo senza religion».

E tutto il mondo intero reclama la loro innocenza,
ma il presidente Fuller non ebbe più clemenza:
«Siano essi di qualunque nazion,
noi li uccidiamo con gran ragion».

«Addio moglie e figlio a te sorella cara.
E noi per tutti e due c'è pronta già la bara.
Addio amici, in cuor la fè,
viva l'Italia e abbasso il re!

Addio amici, in cuor la fè,
viva l'Italia e abbasso il re!»



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31 marzo 2008
Povero Calabresi
 [1973]
Testo di Sandro Portelli
Sull'aria di "Povero Matteotti"


E' il 17 maggio 1972, oltre due anni e mezzo dopo i fatti di piazza Fontana e la morte di Giuseppe Pinelli. Sono le 9.15 del mattino, a Milano, in via Luigi Cherubini. Il commissario Luigi Calabresi esce di casa per recarsi al lavoro. Infila le chiavi nella sua fiat 500 blu (targata MI A69411). Da una fiat 125 blu scende una persona che i testimoni descrivono come "alta, bionda e distinta"; si avvicina al commissario e lo ammazza con due revolverate alla nuca. I media parlano ovviamente di "barbaro omicidio" (la morte di Pinelli, invece, è come è noto stata assai "civile").

Si tratta di un crocevia nella strategia della tensione, ovvero nella guerra dichiarata dallo stato italiano ai suoi stessi cittadini ed alla democrazia. Una terribile concatenazione di fatti lega infatti l'esecuzione di Luigi Calabresi alla morte di Giuseppe Pinelli, alla strage di Piazza Fontana (ed all'altrettanto oscura strage davanti alla questura di Milano, avvenuta esattamente un anno dopo l'omicidio Calabresi, ed opera dell'ennesimo "anarchico", Gianfranco Bertoli, poi dimostratosi nelle mani dei servizi segreti e degli apparati deviati dello stato) e, quindi, alle trame dei servizi segreti, all'estrema destra golpista, persino all'enigma di Gladio. Eppure, contro ogni logica e dopo un allucinante iter processuale, secondo la "magistratura italiana" (la stessa che molta sinistra "moderata" considera come propria campionessa) i due colpi sparati il 17 maggio 1972 al viceresponsabile dell'Ufficio Politico della questura milanese sono da imputare a quattro militanti di Lotta Continua.

Dopo sedici anni di indagini a vuoto, il "caso Calabresi" diviene il "caso Sofri" nell'estate del 1988, quando Leonardo Marino, un ex operaio diventato rapinatore e poi per anni membro di LC, dopo essere stato "gestito" per 17 giorni da un colonnello dei carabinieri alla totale insaputa della magistratura, "confessa" finalmente di aver partecipato all'omicidio che sarebbe stato compiuto da lui (l'autista della fiat 125 blu) e da Ovidio Bompressi (la persona "alta, bionda e distinta" che avrebbe sparato a Calabresi) su ordine di due dirigenti di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Sofri, Bompressi e Pietrostefani vengono immediatamente arrestati.

Otto i processi celebrati. Processi indiziari, tutti basati unicamente sulle dichiarazioni (spesso senza alcun riscontro e palesemente contrastanti) di Leonardo Marino, con un'assoluta carenza di prove e, addirittura, con alcuni corpi di reato scomparsi o distrutti. Otto processi con alterne sentenze di condanna e assoluzione, fino alla sentenza definitva: 22 anni di carcere per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, la prescrizione del reato per Leonardo Marino (cioè neppure un giorno di galera). Il resto lo sappiamo.

*

Anche Luigi Calabresi una "vittima di Piazza Fontana"? E' una frase che si si è sentita spesso, e si sente ancora dire. Mi fa inorridire. Luigi Calabresi, a prescindere anche e addirittura da cosa sia effettivamente accaduto la sera del 16 dicembre 1969 in quella maledetta stanza al quarto piano della Questura di Milano, è colui che, all'indomani della strage, obbedì ciecamente agli ordini che prescrivevano di indirizzare le indagini verso la "pista anarchica" per coprire i veri autori e soprattutto i mandanti della strage. Un esecutore di ordini dall'alto, di ordini che intendevano coprire quel che c'era realmente dietro ad un crimine orrendo. La parola giusta in questi casi è: un complice. Un complice di criminali. Dei peggiori criminali che questo paese abbia mai visto. Di istituzioni criminali. Di un potere criminale. Di una guerra criminale forse ancor più delle altre.

La sua morte, chiunque ne siano stati gli autori, si iscrive esattamente in quest'ottica. E a chi mi eventualmente mi chieda parole di "condanna" per il suo omicidio, risponderò con questa canzone che ne parla. Che ne parla come esattamente io la penso al riguardo. E' stata scritta nel 1973 da Sandro Portelli, e mai incisa in disco. Anch'essa, forse volutamente dato che sullo stesso motivo era cantata una canzone sulla morte di Pinelli dev'essere cantata sull'aria di "Povero Matteotti". S'intitola "Povero Calabresi".

(Riccardo Venturi
29/30 luglio 2005, dal saggio "Canzoni e stragi di stato")


Povero Calabresi, che brutta fine hai fatto!
Eri così potente; chi mai l'avrebbe detto!
Quando dalla finestra Pinelli t'è cascato
tu eri il più valente difensore dello stato.

Quando contro i compagni la caccia scatenasti
tu eri il favorito del governo e dei fascisti.
Ma quando, alle elezioni, i padroni hanno deciso
che ci voleva un morto, allora t'hanno ucciso.

Fascisti e benpensanti, al tuo funerale,
dicevan di onorarti e nascondevano il pugnale.
Fascisti e padroni ti stavano vicini:
fascisti e padroni sono stati i tuoi assassini.

Da questa triste storia s'impara una lezione:
che non conviene fare il servo del padrone.
Il servo del padrone non ha nessun diritto
e come a un traditore nessun gli dà rispetto.

Voialtri poliziotti, che assai sfruttati siete,
sentite questo fatto e un poco riflettete.
Voi state coi padroni per la paga che vi danno,
ma quando vi ha spremuti poi vi liquideranno.

Le briciole vi danno, e loro stanno in alto;
se un loro servo muore, ne compreranno un altro.
E il servo del padrone non ha nessun diritto
e come a un traditore nessun gli dà rispetto.



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31 marzo 2008
Non si sa non si deve sapere
 [1972]
Testo di Dario Fo
Musica di Paolo Ciarchi

Dallo spettacolo "Pum pum, chi è? La polizia", un'altra canzone che parla dell'omicidio del commissario Calabresi.

Non si sa non si deve sapere
ora è morto
e questo deve bastare

Calabresi con due colpi ammazzato
c’è chi dice che è un delitto di stato
un favore richiesto ed eseguito
un killer spedito, tutto gratuito
già tutto pagato
chi è stato? La CIA?

Non si sa, non si deve sapere,
ora è morto
e questo deve bastare

Gli hanno sparato intanto che si abbassava
per aprire la portiera
due colpi alla schiena l’altro al cervello
è la tecnica del mattatoio come si fa al vitello
non è tecnica nostrana
è tecnica americana
il killer era di tutto informato
sapeva che al Calabresi le guardie del corpo
da sei giorni gliele avevano levate
chi l’ha informato?

Non si sa, non si deve sapere,
ora è morto
e questo deve bastare

Il killer, dopo aver sparato
con calma sulla macchina è salito, calmo
s’è perfino spazzolato con la mano
un pantalone che s’era sporcato
la macchina s’è fermata dopo cento metri
il killer e il suo autista
in bellavista, tranquilli
sono scesi e tranquillamente dileguati
sapevano che nessuno li avrebbe inseguiti.

Chi li ha aiutati
rassicurati di poter agire indisturbati?

Non si sa, non si deve sapere,
ora è morto
e questo deve bastare

Non si sa...



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31 marzo 2008
Ballata per un ferroviere
 Un ferroviere era quel tale
che per morire scelse Natale.
Da una finestra entrò nella storia
che parla di fame, non certo di gloria

Aveva due figlie, un'idea, un mestiere
credeva nel dire e non nel tacere
per essere pulito di dentro e di fuori
rischiava la vita fra i locomotori

Agganciava carrozze agganciava vagoni
sognava da sveglio dei tempi più buoni
ma quando la sorte è puntigliosa
arriva la morte in forma curiosa
che gli procura, umano aeroplano
un volo notturno da un quarto piano
e lo riduce in quattro e quattr'otto
in un mucchio di cenci, di ossa un fagotto.

Pino Pinelli era quel tale
che per morire scelse Natale,
da una finestra entrò nella storia
che parla di infamia non certo di gloria

All'alba non muore soltanto la notte,
muore anche l'uomo e il suo divenire,
e il sangue caldo che bagna il selciato
è un discorso appena iniziato.

Passati stupori e costernazioni
nascono voci, si fanno ilazioni,
si cercano insomma astratte scuse
come il poeta cerca le Muse.

Ma il morto rimane, col sangue fra i denti
non l'hanno ammazzato i suoi respingenti.
Un po' di cordoglio, la stampa è vicina,
e il ferroviere va al posto di Mina,
mentre si scrive in ferrovia:
il manovratore è andato via
Per creare un vuoto nel mondo operaio,
non serve neppure ammazzarne un migliaio:
basta un dramma, il mistero, l'inchiesta,
segue chi piange, chi urla, protesta,
Pino Pinelli era quel tale
che per morire scelse Natale.
Da una finestra entrò nella storia,
che parla di fame, non certo di gloria.

Si cerca il tritolo, la droga , le donne,
e mentre si fruga, si cerca, si indaga,
ti salta fuori la busta paga,
che ti dimostra in maniera evidente
che chi lavora incassa un bel niente.

All'alba non muore soltanto la notte,
muore anche l'uomo e il suo divenire,
e il sangue caldo che bagna il selciato
è un discorso appena iniziato.



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31 marzo 2008
Portella delle Ginestre
 
portella


Portella delle Ginestre, 1 maggio 1947: la madre delle stragi di Stato.


'Ntà lu chianu da Purtedda
chiusa a'nmenzu a ddù muntagli
cc'è na petra supra l'erba
pi ricordu a li compagni,
all'additta ni sta petra
a lu tempu di li fasci
un'apostulu parrava
di lu beni pi cu nasci
e di tannu finu a ora
a purtedda da Ginestra
quannu veni u primu maggio
i cumpagni fannu festa.
Giulianu lu sapia ch'era a festa di li poveri
Na jurmata tutta suli doppu tanta tempu a chiovirì
Cu ballava, cu cantava, cu accurdava li canzuni
E li tavuli cunzati di nuciddi e di turruni.

Ogni asta di bannera, era zappa vrazza e manu
E la terra siminata, pani cauddu, furnu e granu.

La speranza d'un dumani chi fa u munnu na famigghia
La vitevunu vicinu e cuntavunu li migghia,
l'uraturi di ddu jornu jera Japicu Schifò,
dissi: Viva u primu maggiu, e la lingua ci'assiccò.
Di lu munti la Pizzuta ch'era u puntu cchiù vicinu.
Giulianu e la so banna scatinò a carneficina.

A tappitu e a vintagghiu, mitragghiavunu la genti
Comi fauci chi meti cu lu fòcu 'ntrà li denti,
cc'è cu scappa spavintatu, cc'è cu cianci e grida aiutu,
cc'è cu jetta i vrazza all'aria a'ddifisa comu scudu,
e li matri cu lu ciatu, cu lu ciatu e senza ciatu
figghiu miu, corpu e vrazza comu 'nghiommuru aggruppatu.

Doppu un quartu di ddu 'nfernu, vita, morti e passioni,
i briganti si nni jeru senza cchiu munizioni,
arristam a menzu o sangu e 'ntà l'erba di lu chianu,
vinti morti, puvireddi, chi vulianu un mundu umanu,
e 'ntà l'erba li cianceru matri e patii agginucchiati,
cu li lacrimi li facci ci lavavunu a vasati.

Epifania Barbatu cu lu figghìu mortu 'nterra dici:
a li poveri puru ccà ci fannu a guerra,
mentri Margherita la Glisceri ch'era ddà cu cincu fìgghi
arristò morta ammazzata e 'ntò ventri avea u sestu figghiu.

Fu ddù jornu,fu a Purtedda,
cu cci va doppu tan'tanni,
viti morti 'ncarni e ossa,
testa, facci, corpa e ghiammi.
Viva ancora, ancora vivi
E na vuci 'ncelu e terra,
e na vuci 'ncelu e terra:
o' giustizia, quannu arrivi.



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31 marzo 2008
L'ultimo volo del DC9
 
i resti del dc9

Con questa canzone si chiude Ultimo volo – Orazione civile per Ustica lo spettacolo di teatro musicale che Pippo Pollina ha composto per l’associazione dei familiari delle vittime della strage del 27 giugno 1980. Strage rimasta impunita, senza colpevoli. Le 81 vittime rimaste senza giustizia. Mentre il Tg1, 27 anni dopo, continua a seminare dubbi riesumando le strampalate ipotesi della bomba a bordo o del cedimento strutturale del DC9 dell’Itavia. La più importante testata giornalistica italiana – per di più pubblica – semina dubbi, depista malgrado l’inequivocabile ricostruzione del giudice Rosario Priore, che nel ’99 conclude così la sua ordinanza istruttoria:

“L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”. 

Oggi è uno di quei giorni in cui ascolto le parole del cielo
Come quegli animali infelici fuori aspettando le piogge
Come gli indiani con le orecchie sulla terra e i cavalli al galoppo
Come i torrenti in odore delle rapide sfiorando le sabbie.


E se il mio tempo è un granello di polvere un pulviscolo di stelle
Che non si trova più nel calendario né nelle pagine gialle
Se il mio destino l'avete scritto su un muro di carta e catrame
La mia memoria me la gioco a dadi e sulla sponda di un fiume.

Oggi ho bisogno di un cenno di un segnale particolare
Una luce che mi colga nel mio ventre nel mio peregrinare
Fra le vostre coscienze o fra quello che ne rimane
Non più in fondo al mare
Ma sulla mia pelle e le mie ali.

C'è una brezza crudele che spinge le mie ossa d'airone
Che son forti e portano in grembo migliaia di cuori,
Ciascuno con una promessa da raccontare,
Un passato, un futuro, un dolore da ricordare

Oggi è uno di quei giorni in cui credo alle parole del cielo
Cupo e minaccioso, un sentiero di nuvole scure,
Un cattivo presagio, una minaccia da dimenticare,
Un tremore di terra che scuote perfino le viscere del mare.

Attraverso le rotte del mondo io di bellezza ne vedo,
Mentre lascio una firma di fiamma che spettina il cielo,
Fioriranno i ciliegi, sorrideranno al mio passaggio
I viandanti, gli gnomi, le spose candide di maggio

E se qualcuno si è illuso di mischiare bene le carte
Di nascondere la sua vergogna fra i giochi della malasorte
Di regalare al futuro e ai fratelli un mattino normale
Ma non c'è più niente di normale e non c'è futuro che non faccia male.

Chi ha rubato il sonno alle madri e sparso gemme nel vento?
Chi ha sottratto il sorriso ai bambini e di colpo l'ha spento?
Chi ha spezzato i polmoni d'acciaio del colosso volante?
Chi ha giocato da baro sapendo che c'era un perdente?

E ora nella vertigine, mentre sprofondo nel vuoto,
Avverto nei sensi la pace di un luogo remoto,
Le vette inaccessibili e i ghiacci che ho già trasvolato
Dove regna il silenzio, dove l'uomo non è mai stato

E mi sembra di vederle le iene nella stanza dei bottoni
Con uniformi di cartapesta a decidere i cattivi e i buoni
Stravaccati in poltrone di pelle, ché non si rischia niente
Con l'arroganza del potere e l'indifferenza di certa gente

Eppure la storia va avanti non conosce padroni,
Anche a quelli che muovono i fili un giorno tremeranno le mani,
Perché esiste un passaggio comune, un comune destino
Che fa più vita la vita e non fa sconti a nessuno

Torneranno le stagioni di sempre per chi ha vinto e perduto.
Per chi ha avuto una sorte beffarda e anche per chi ha taciuto
E a ciascuno toccherà fare i conti senza un ma senza un se
Alla fine del giorno resteranno gli avanzi di qualche perché.




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31 marzo 2008
Bombe e fiori
 La presenza del piombo in Piazza Fontana
il dodici dicembre col freddo di sempre
scaldò l'aria gelida di martire Milano
e il dolore di Roma gli stringeva la mano
Poi fermi di polizia e Palazzi di Giustizia
mandati magici ai mostri anarchici
che si sa col Potere non fanno pariglia
chi sta fuori dal branco, chi lo sconsiglia

C'è chi dal gregge alzò la testa
e signora Autorità diede inizio alla festa

Un anarchico sconsolato volò dalla finestra
dal quarto piano della questura di Milano
senza che nessuno riuscisse a impedirlo:
,
Il potere può concedersi il lusso di decidere
se le bombe far brillare o lasciarle scoppiare
metterle in mano a chi al potere non vuol decidersi
creare paura perché potere deve aversi

Non era rosso, era nero tutto quello sfasciare
se la bomba avesse imparato a parlare

Oggi le carceri sono piene di poveri diavoli
chi sta in prigione per la diversa opinione
i democristiani erano i buoni, noi altri i coglioni
e gli anni settanta tutti bombe e fiori
Forse i benpensanti ne farebbero un rogo
di anarchici, comunisti e cantastorie stonati
e di chi mette in discussione l'esistenza di dio
che sta sospeso nell'alto dei cieli
senza scoppiare come gli aerei



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 31/3/2008 alle 8:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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