.
Annunci online

AntifascismoResistenza
3 agosto 2008
I Rom..una storia lunga 600 anni
 

È quasi impossibile negare quanto la presenza dei Rom ai margini delle nostre città crea problemi sempre più acuti. L'inquietudine metropolitana e la necessità di sicurezza trova dunque in essi un facile bersaglio da cui ne deriva uno stato di conflittualità, che spesso impedisce di guardare realisticamente ai fatti e spinge di frequente ad operare scelte politiche che non rispettano i loro diritti.

Per la terza volta in poco meno di due anni l'Europa si pronuncia a sfavore sui provvedimenti che l'Italia intende assumere sui Rom. Il 24 aprile 2006 , in una delibera, il Comitato Europeo per i Diritti Sociali dichiarò che “l'Italia viola sistematicamente il diritto di Rom e Sinti ad un alloggio adeguato. Le politiche abitative per Rom e Sinti puntano a separare questi gruppi dal resto della società italiana e a tenerli artificialmente esclusi. Bloccano qualsiasi possibilità di integrazione, e condannano i Rom a subire il peso della segregazione su base razziale. In numerosi insediamenti di Rom e Sinti si riscontrano condizioni abitative estremamente inadeguate, che sono una minaccia per la salute e per la stessa vita dei residenti nei campi. Inoltre, le autorità italiane sistematicamente e con regolarità sottopongono Rom e Sinti a sgomberi forzati dalle loro dimore.

Durante gli sgomberi, le autorità spesso distruggono arbitrariamente i loro beni, adoperano un linguaggio denigratorio e offensivo e umiliano gli sfrattati in vari modi. In molti casi, le persone cacciate dalle loro residenze, come risultato delle azioni della polizia e delle autorità locali, sono rese senza casa. In alcune circostanze, nel corso di tali sgomberi, i Rom stranieri sono stati espulsi collettivamente dall'Italia. Molti Rom e Sinti, in Italia vivono sotto la continua minaccia di sgomberi forzati”. Dello stesso tenore è stato il rapporto sull'Italia pubblicato nel maggio 2006 dalla Commissione Europea contro il Razzismo e la Discriminazione, con l'aggiunta dell'inadeguatezza delle politiche scolastiche e di integrazione. Di fatto, negli ultimi decenni, le politiche urbane, invece che migliorare la situazione degli zingari, sono andate via via peggiorandola. La diffusione del modello metropolitano, intrisa ormai quasi unicamente di valori fondiari e immobiliari, con la scomparsa del “valore d'uso” della città, a vantaggio esclusivo del suo “valore di scambio”, hanno mutato profondamente la geografia urbana. Spazi che prima erano ritenuti periferici, ora entrano nel grande business immobiliare, e costringono i Rom ad allontanarsi sempre di più. Per loro restano solo le discariche o altri spazi inutilizzabili per finalità economiche. In Italia si comincia a parlare di “campi nomadi” all'inizio degli anni settanta quando, con alcune disposizioni ministeriali, si invitano i comuni “ad esaminare la possibilità di realizzare, in appositi terreni, campeggi attrezzati con i servizi essenziali, al fine di consentire che la sosta dei nomadi si svolga nelle migliori condizioni igieniche possibili”.

Dal momento in cui si comincia a parlare di “campi nomadi”, lo spazio per i Rom si restringe sempre più. Le scelte dei luoghi su cui realizzare o tollerare un “campo nomadi”, evidenziano con chiarezza un atteggiamento diffuso: gli zingari sono un popolo da allontanare e da cui allontanarsi, nonostante i  Rom, i Sinti e i Camminanti, in Italia comunemente chiamati zingari, costituiscono il gruppo minoritario più grande d'Europa, più di dieci milioni di persone presenti su tutto il territorio continentale. I Rom giunsero in terra europea tra il 1300 e il 1400: la loro provenienza originaria sembra essere il nord dell'India, dato storico indicato soprattutto dal romanì, lingua indoeuropea comune a tutte le comunità rom anche se con molte differenze, che costituisce la principale espressione culturale di queste popolazioni. Ma ad iniziare dal XVI secolo gli “ zingari” furono, assieme agli ebrei, espulsi e perseguitati dai grandi stati nazionali che si stavano formando, perché considerati, nella loro «diversità», elementi di disturbo nella unificazione e nel senso di unità dei popoli. In certe epoche gli zingari potevano essere uccisi impunemente, in Romania furono schiavizzati per 400 anni (fino ad oltre la metà del secolo scorso).

Ma nessuna persecuzione fu così sistematica come quella nazista, quando nei campi di concentramento tedeschi morirono mezzo milione e forse più di zingari: a Dachau e a Ravensbruck, dove donne e bambine zingare furono sterilizzate, a Auschwitz-Birkenau, dove fu tenuto un libro che riporta, annotati con incredibile acribia, i nomi di 20.946 zingari, a Natzweiler-Struthof, nell'Alsazia francese, dove furono sottoposti a vari e mortali esperimenti medici, a Buchenwald, da dove furono ceduti alle grandi società farmaceutiche per 170 marchi per «capo»: un olocausto troppo spesso dimenticato. Dall'idea del nomadismo dei Rom è nata la decisione di segregarli nei campi. Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, dieci regioni italiane hanno adottato delle leggi per “La protezione delle culture nomadi”, attraverso la costruzione di campi segregati: il risultato è che molti Rom sono stati forzati a vivere, sulla loro pelle, la romantica e repressiva immagine che gli italiani hanno di loro, ma oltre il 70%, sono cittadini italiani. Sono uguali agli altri davanti alla legge e alla Costituzione, hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Come i cittadini italiani, hanno diritto di votare, di andare a scuola, di essere curati. Dire che sono diversi è una bestemmia. La descrizione dei Rom come nomadi rinforza anche l'idea corrente che non siano italiani e non abbiano nulla a che fare con l'Italia. La sensibilità antropologica delle autorità italiane funziona solo in negativo, per eliminare la possibilità di considerare i Rom come parte integrante della società. Così gli uffici che si occupano di Rom sono chiamati “Uffici Nomadi”, e ricadono nella sfera di competenza della politica dell'immigrazione. Analogamente, l'esistenza di uffici locali per “stranieri e nomadi”, indica che i Rom, anche quando lo sono, non sono considerati cittadini italiani. Altra cosa riguarda gli immigrati. La prima data emblematica è il 1963, quando ci fu il terremoto di Skopje. Nel 1993, ne arrivò un gruppo molto forte dalla Bosnia e nel Duemila, dal Kossovo.

Questi, essendo migranti, sottostanno alla legge Bossi-Fini, che ha notevolmente complicato le cose. Due esempi per tutti: per un Rom è particolarmente difficile trovare un lavoro, e questo gli impedisce di avere il permesso di soggiorno. La stessa cosa si dica per quanto riguarda il rapporto tra metraggio di casa e possibilità di permesso di lavoro. Chi sta nei campi non ha la metratura sufficiente. Forse bisogna cominciare a capire che gli “zingari” non esistono. Esistono tantissime persone che appartengono a gruppi con tradizioni particolari. Ma, siamo sempre di fronte ad individui. E' vero, esistono gruppi in cui il furto è considerato un po' meno negativo di quanto non sia considerato da noi o da altri gruppi rom. Si tratta di gente disperata, che al limite ha rubato per vivere, come può succedere a chiunque di noi. Ci sono invece altri gruppi che hanno un atteggiamento più leggero, in cui i ragazzini spesso vengono indirizzati al furto. Qualche volta, anche le donne, ma molto meno. Si usano i ragazzini perché si crede che la legislazione nei loro confronti sia meno severa. Vale, comunque, per tutti una cosa: i Rom e i Sinti che si sono inseriti nel lavoro, hanno un rapporto diverso con i non Rom. Invece, quelli che sono emarginati, spesso giustificano il furto a partire da questa emarginazione. La questione dell'emarginazione è fondamentale. Attenzione, non si tratta solo di emarginazione solo in termini fisici, ma in termini culturali. L'ECRI (European Commission Against Racism and Intolerance), sostiene che i campi costringono i Rom fuori dalla linea vitale della società italiana. Non si parla soltanto di emarginazione nel senso lavorativo, abitativo od economico, ma di una emarginazione più ampia. Di qualcuno che è tenuto fuori, non ha più nessun rapporto. Quale rispetto ci può essere a questo punto? Ne deriva una cultura del disinteresse nei confronti dell'altro. E' questo il vero problema da risolvere. Se un bambino rom esce dal campo, va a scuola, torna al campo e non ha nessuna possibilità di interagire con gli altri bambini, quale educazione e quale integrazione ha? Non è prendendo le impronte digitali ai bambini che si limita e circoscrive la criminalità, ci vuole ben altro! Se un compagno di scuola di un bambino rom vuole fare i compiti con lui, non riuscirà mai ad andare al campo, dove c'è una situazione tremenda e non esiste un angolo dove poter stare tranquilli. Ed il bambino rom non andrà mai dal compagno, perché non c'è scambio. Colui che vive in una situazione normale ha molte più possibilità di inserimento nel sistema sociale, permette alla scuola di non essere solo un'istituzione, ma anche un punto di incontro dove impara non le materie, ma la cultura. Qualunque tipo di pensiero - perfino quello degli intellettuali, degli studiosi, degli scienziati - procede per modelli prestabiliti, stereotipi, pregiudizi: questi costituiscono, quindi, una modalità intrinseca ad ogni processo cognitivo.

Tuttavia, il pregiudizio può diventare una maniera consueta e socialmente condivisa di percepire e rappresentare gli “altri”, e così alimentare xenofobia e razzismo. I pregiudizi verso certe categorie di persone - gli stranieri, le donne, gli omosessuali, i Rom, altre minoranze…- non possono essere ricondotti solo a limiti individuali percettivi o cognitivi, poiché sono sempre connessi con un certo clima sociale e politico, con certi retaggi storici, con il ruolo svolto dai mezzi di comunicazione di massa e dalle istituzioni.
Nella formazione del pregiudizio, il linguaggio gioca un ruolo fondamentale: esso è al tempo stesso spia, veicolo e creatore di pregiudizi. L'educazione al pluralismo culturale e religioso ed alla convivenza, sicuramente ha una funzione di rilievo, ma insufficiente se non è accompagnata, su altri piani, dalla tensione verso il riconoscimento, il rispetto e l'uguaglianza sociale e giuridica di coloro che sono percepiti e stigmatizzati come “diversi da noi”.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 3/8/2008 alle 18:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE