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AntifascismoResistenza
21 luglio 2008
16 luglio 1944 - I quattrocento della Contea
 Quest'anno per la prima volta non c'è la nostra mamma a ricordare certe cose, e allora mi ci provo io a dire, come posso, ciò che ho sentito raccontare fin da bambino. Lo faccio per dare memoria alle sofferenze di tanta gente comune travolta dalla guerra, senza alcuna voglia di eroismo.
Il 16 luglio 1944 dall'altura di Campriano un gruppo di sfollati stava guardando in lontananza la colonna alleata scendere in Arezzo dalla stretta dell'Olmo. C'era la mamma, di 29 anni,con il marito prigioniero e tre bambini da conservare vivi (un'altra bambina, la prima, era morta nel '40 di tifo, come succedeva spesso allora). E c'erano zii, cugini, i nonni e diverse altre persone. Gioivano vedendo arrivare la salvezza dopo tante paure e privazioni, poi dietro le spalle sentirono, improvvisi e conosciuti, i rumori e le voci dei Tedeschi.
Li presero, li fecero allineare, a qualcuno tolsero le scarpe. Sembrava la fine. Venne però un tenente austriaco, disse delle cose, dette degli ordini, e la fine fu rimandata. I civili, non solo questo gruppo, furono buttati dentro la valle di Contea, dalla parte opposta alla salvezza. Ci rimasero dodici giorni mentre Arezzo era liberata, e furono dati per morti, tanto che dopo il loro ritorno fu cantato in Duomo un Te Deum. Circa quattrocento sparsi in vari gruppi nei boschi della Contea, a prendere quel che cadeva dalle artiglierie che si fronteggiavano nel tentativo dei Tedeschi di proteggere la ritirata. Sono fatti raccontati in parte nel bel libro di Martinelli "I giorni della Chiassa", che consiglio a tutti. La battaglia di Campriano fu tale da essere nominata nei giornali angloamericani, e da interessare personalmente re Giorgio d'Inghilterra. "I monti cantavano", diceva la mamma, ma era un canto terrificante. Fra i civili ci furono morti, feriti, mutilati. Atroce la morte dilazionata di una ragazza che ebbe il midollo spinale sezionato da una scheggia. Da mangiare ci fu qualche patata, del grano macinato fra due pietre. Una brodaglia fatta con le erbe fece vomitare tutti, mentre l'acqua del torrente miracolosamente non uccise nessuno, anche se a monte c'erano immersi dei cadaveri.
Quando la battaglia finì e i Tedeschi sparirono verso il nord, i civili poterono scappar fuori dai boschi e riaffacciarsi al versante d'Arezzo. "Si camminava lungo i nastri messi dagli Inglesi per evitare le mine, mandando avanti il cane che avevamo con noi", ricordava la mamma. "Tenevo il più piccolo in braccio e gli altri due attaccati alla gonna, e per distrarli dalla fatica e dai morti che c'erano intorno raccontavo le favole: Cenerentola, Biancaneve; a un tratto vicino a una postazione di mitragliatrice distrutta il più grande disse: tu racconti le storie, ma quello aveva un buco grosso così nella schiena, pieno di mosche".
Il rientro ad Arezzo fu aiutato dall'onnipresente padre Raimondo Caprara e dai suoi volenterosi (la mamma rammentava il barrocciaio Patocca). In città la vita riprese, ma lentamente. Mancava tutto, mancavano le persone morte (in famiglia nostra, fortunatamente, nessuna) e mancavano le persone ancora lontane. Il babbo ritornò nel '45 inoltrato, dopo esser stato al seguito degli Alleati dall'Africa alla Francia e alla Germania. A Milano il treno era stracolmo e qualcuno si lamentava perché aveva prenotato e gli toccava stare allo stretto. "Questo posto", disse il babbo, "io l'ho prenotato tre anni fa".

scritto da Zanobi Bigazzi



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 21/7/2008 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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