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2 aprile 2008
Esperimenti di infezioni per lo studio dei sulfamidici
 I sulfamidici
e la morte di Heydrich

Con sulfamidici oggi intendiamo tutta quella serie di derivati dall'acido solfanilico introdotti nella terapia antibatterica da Gerhard Domagk a partire dal 1935.
Con il cosiddetto "Prontosil" Domagk introduceva il primo prodotto chemioterapico antibatterico.
Nonostante Domagk fosse un patologo tedesco (per la sua scoperta gli venne tributato il premio Nobel che per ordine delle autorità naziste non poté ritirare) la sua scoperta non fu universalmente accolta dai circoli medici tedesco.
Così, all'inizio della guerra, la medicina tedesca doveva ancora pienamente convincersi della validità antibatterica dei sulfamidici.
La disputa tra favorevoli e contrari all'uso dei sulfamidici ebbe un momento di intensità al capezzale di
Reinhard Heydrich. Il braccio destro di Himmler era stato gravemente ferito durante un attentato tesogli da patrioti cechi il 27 maggio 1942. Il 2 giugno Heydrich moriva a causa delle infezioni sviluppatesi.
I migliori medici tedeschi si erano affannati per prestare le cure necessarie e, tra questi, il medico personale di Hitler Morell e il professor
Gebhardt, capo chirurgo del Servizio medico delle SS.
Tra Morell e
Karl Gebhardt era scoppiata una disputa sull'uso di sulfamidici per curare Heydrich. Morell era favorevole, Gebhardt contrario. I sulfamidici non vennero somministrati. 

cicatrice su una gamba

foto: una sopravvissuta mostra le proprie cicatrici
una sopravvissuta mostra gli effetti degli esperimenti sul proprio corpo al Tribunale di Norimberga.


Iniziano le ricerche

La morte di Heydrich, e con maggiore probabilità le voci sull'uso intenso fatto dagli Alleati di questa nuova medicina, indussero i vertici nazisti a compiere una ricerca sulla loro validità.
Fu Himmler a volere la ricerca e ad affidarla proprio a
Gebhardt che non credeva affatto nella loro validità.
Gebhardt formò una squadra di ricercatori composti dal suo assistente
Fritz Fischer, dal dottor Schiedlausky (medico nel campo di concentramento di Ravensbruck), dal dottor Rosenthal e dalla dottoressa Herta Oberheuser.
Questo gruppo di medici iniziò a partire dal 1942 una serie di esperimenti sulle prigioniere utilizzandole come cavie.
 
foto; interno dell'infermeria di Ravensbruck
L'infermeria di Ravensbruck, il luogo degli esperimenti

La metodologia dell'orrore

Nel luglio 1942 Gebhardt comunicò a Fischer che avrebbe dovuto assisterlo in una serie di esperimenti da condursi a Ravensbruck per testare la reale efficacia dei sulfamidici. L'ordine proveniva direttamente da Himmler e da Grawitz Capo del Servizio Medico delle SS. La prima serie di esperimenti coinvolsero 5 prigionieri.
L'Istituto di Igiene delle SS aveva inviato le culture di batteri infettivi che vennero inoculati nelle prigioniere alle quali veniva praticata una ferita nella gamba profonda mezzo centimetro e lunga otto. La ferita veniva poi ricucita e la gamba fasciata in modo tale che il decorso dell'infezione non fosse disturbato da altri eventi. Seguì a breve una seconda serie di cinque prigionieri.
Ci si accorse tuttavia che i batteri usati erano troppo deboli e
Gebhardt scrisse al capo dell'Istituto d'Igiene delle SS Joachim Mugrowsky per ottenere batteri più attivi. Una volta ottenute le nuove culture altri dieci prigionieri vennero infettati.
Il comandante del campo di Ravensbruck a questo punto fece sapere a
Gebhardt che da quel momento in poi avrebbe fornito soltanto detenute donne. A questo punto per circa due settimane gli esperimenti vennero interrotti e da Berlino si decise di utilizzare prigioniere politiche polacche.
In più emerse che le infezioni provocate non rispecchiavano con esattezza le condizioni del campo di battaglia e perciò si decise di introdurre nelle ferite anche piccole schegge di legno per simulare meglio la tipologia militare delle ferite. Le successive trenta pazienti vennero divise in tre gruppi di dieci: il primo gruppo fu infettato con batteri e pezzetti di legno, il secondo con batteri e frammenti di vetro, il terzo gruppo oltre ai batteri venne infettato con vetro e legno contemporaneamente.
Per rendersi conto personalmente degli sviluppi delle ricerche il dottor
Grawitz si recò a Ravensbruck. Grawitz ascoltò il rapporto sugli esperimenti e chiese quante persone fossero decedute. Saputo che ancora non vi erano stati decessi disse che gli esperimenti non simulavano in alcun modo le condizioni che si verificavano al fronte.
Grawitz
spiegò a Fischer che si stavano studiando infezioni nate su ferite provocate da colpi di arma da fuoco e che perciò occorreva sparare alle prigioniere e ordinò che gli esperimenti venissero condotti in questo modo. Gebhardt e Fischer decisero che si doveva evitare di sparare alle prigioniere perché i risultati della ferita potevano essere imprevedibili. Perciò per simulare la rottura dei tessuti provocata dall'impatto del proiettile cominciarono a tagliare i vasi sanguigni in modo da non far irrorare la ferita. L'interruzione della circolazione avrebbe dovuto favorire il fiorire della infezione. Furono anche abbandonate le inserzioni di legno e vetro e oltre ai batteri vennero inoculate colture di streptococchi e stafilococchi.
Il risultato fu che nel giro di 24 ore tutte le pazienti svilupparono infezioni intense. A questo punto
Gebhardt e Fischer adottarono due tecniche: una parte delle prigioniere venne trattata con i metodi chirurgici e un'altra con i sulfamidici.
Le sofferenze delle prigioniere erano indicibili, le morti si susseguivano. La ragione era semplice:
Gebhardt non aveva alcun interesse a dimostrare la validità dei sulfamidici: il suo punto di vista era che soltanto i metodi chirurgici potessero portare ad una guarigione effettiva. Fischer aggiunse poi altri esperimenti non previsti: una polacca di 18 anni, Veronika Kraska venne infettata con il tetano e anziché curarla con il siero antitetanico le vennero somministrati sulfamidici. Ovviamente la ragazza morì in modo atroce ma ancora una volta l'équipe di Gebhardt aveva dimostrato l'inutilità dei sulfamidici.
Il 24-26 maggio 1943 a Berlino alla Accademia Militare di Berlino
Gebhardt dinanzi a più di 150 medici militari comunica le sue conclusioni: i sulfamidici non sono efficaci, occorre continuare a trattare le ferite chirurgicamente.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 2/4/2008 alle 16:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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