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AntifascismoResistenza
23 marzo 2008
Walter Rossi: 30 settembre 1977
 

La storia di Walter Rossi, giovane romano di venti anni assassinato in un agguato coordinato tra polizia e fascisti, fa parte del lungo elenco di tragedie politiche che hanno caratterizzato e marcato indelebilmente sessanta anni di "democrazia" repubblicana.

Tragici eventi che hanno visto protagonisti servizi segreti civili e militari, forze dell’ordine, fascisti, gruppi stranieri, organizzazioni più o meno segrete, l’Alleanza Atlantica, le basi americane presenti in Italia, il tutto coperto e protetto dalla magistratura e dalla classe politica.



Come tutti sanno, di gran parte di questi fatti di sangue non si conoscono mandanti ed esecutori, di molti altri è stata garantita l’impunità.

La morte di Walter non è stata ritenuta degna neanche di un processo nonostante siano stati individuati i responsabili materiali, i mandanti e le coperture che questi hanno avuto e ricevono tuttora dalle istituzioni.

Il suo assassino, Cristiano Fioravanti, vive libero sotto falso nome, stipendiato dallo Stato, i fascisti che hanno spalleggiato l’assassino non sono mai stati condannati, i poliziotti che erano presenti all’omicidio non sono mai stati giudicati, così come i responsabili delle sedi missine coinvolte nella preparazione e attuazione dell’omicidio, come i dirigenti di polizia presenti da ore sul luogo della tragedia.

Un fatto come tanti di giustizia negata che ha marcato ulteriormente la vita di migliaia di cittadini di questo paese subendo oltre allo strazio di una perdita violenta, l’insulto infame della negazione della verità, arrivando oggi all’imposizione del silenzio, dell’oblio, sotto la logica dell’"equidistanza" tra vittime e carnefici, della pari dignità tra valori di libertà, uguaglianza e solidarietà con quelli di oppressione, disprezzo per i deboli, eliminazione del dissenso.

Le associazioni che da più di quaranta anni combattono con la sola arma della memoria i crimini di questa repubblica, si sono purtroppo moltiplicate, anche se sempre più isolate, tentano di riportare anno dopo anno la questione della giustizia nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni.

A lungo si è richiesta giustizia per Walter come per le vittime delle stragi e assassini ai danni di cittadini ignari, di giovani, di operai, di contadini, scontrandosi inevitabilmente con il muro di gomma dello Stato fatto di coperture, insabbiamenti, menzogne, processi farsa e assoluzioni a priori per assassini in divisa, omertà nei confronti di organizzazioni segrete eversive, cosche massoniche e mafiose.

Le speranze che alcuni nutrivano che l’avvento della seconda repubblica potesse finalmente chiudere con la vergogna di un passato indegno di una nazione civile, si sono rapidamente trasformate in pura illusione e la "corruzione del potere" come disse qualcuno, si è manifestata in tutta la sua potenza coinvolgendo tutti, cattivi e buoni, confermando nei primi il servilismo e nei secondi, con poche eccezioni, un generale collaborazionismo.

Il silenzio istituzionale che accompagnava ieri tutti coloro che richiedevano rispetto per gli impegni scritti e sanciti dalla Costituzione e per le regole dettate dalle leggi è diventato oggi derisione.

I valori nati dalla lotta di liberazione sono equiparati a quelli di coloro che hanno collaborato al massacro dei propri concittadini e compaesani, l’ideologia razzista e imperialista a quella della solidarietà e della pace, l’impunità dei potenti alla giustizia sociale, lo Stato totalitario a quello garante dei diritti dei più deboli, il diritto al lavoro alla schiavitù del precariato, la possibilità di integrazione per i cittadini migranti affondata insieme alle loro imbarcazioni nel mare di Sicilia o rinchiusa nei CPT.

Per chi ha vissuto la stagione magnifica della speranza del cambiamento, e la feroce e spietata repressione che ne è seguita, non è difficile comprendere a cosa è servito tutto questo sangue e le enormi menzogne che lo hanno accompagnato.

Gli scopi di allora sono stati raggiunti, lo sconvolgimento radicale del contratto sociale nato alla fine dell’ultimo conflitto, profondamente vincolato dai valori dalla resistenza antifascista, è stato in gran parte compiuto.

Il terrorismo di stato iniziato alla fine degli anni ’60, ha raggiunto il suo scopo, impaurendo i molti dalla coscienza in vendita, ottenebrando la mente degli altri, impedendo di vedere, giudicare, ragionare, ribellarsi.

La realtà di oggi conferma la volontà di chi, ieri, ha messo bombe, costituito organizzazioni clandestine per un rafforzamento del controllo sociale, per il passaggio da una democrazia formale repubblicana ad uno stato di polizia dove fossero ridotti al silenzio qualsiasi stimolo innovatore e sociale.

Ormai da più parti si denuncia la limitazione crescente della libertà di critica e di pensiero, la limitazione del diritto al voto, l’ignoranza dei diritti costituzionali, l’ineguaglianza delle leggi, l’impoverimento di sempre più ampie fasce di popolazione, la diffusione capillare del controllo sociale. I pochi che tentano di opporsi vengono messi al bando, nelle istituzioni come nei giornali, nelle reti televisive, nei partiti, nei sindacati.

L’uso del terrorismo mediatico, la diffusione dell’insicurezza e della paura prosegue l’opera iniziata con le bombe fatte esplodere nelle banche, nelle piazze, sui treni. Lo stato di emergenza è diventato una costante: emergenza contro le stragi, contro il terrorismo, contro la malavita organizzata, contro la corruzione, l’immigrazione, l’islam, l’aids, la droga, internet, arrivando alla criminalizzazione dei lavavetri e di tutti coloro che possono definirsi "diversi" solo perché poveri e emarginati, a giustificazione della blindatura progressiva del sistema dei privilegi e delle ingiustizie.

Le recenti prese di posizione di sindaci di "sinistra" sul rafforzamento del controllo poliziesco rende, se necessario, ancor più chiaro la deriva giustizialista dell’ex-sinistra e la continuità storica e politica con il processo reazionario iniziato a suon di bombe, maggior controllo dei conflitti sociali, minor stato sociale, più controllo poliziesco. In sintesi la funzione tradizionale di mediazione dello stato nello scontro tra il conservatorismo dei potenti e il progressismo delle masse, si trasforma in pura struttura di repressione.

Per quello che ci riguarda continueremo a denunciare l’omertà perenne di forze politiche, media e magistratura; le responsabilità politiche di ieri e di oggi, l’infamante accordo politico in nome della spartizione bilaterale del potere che calpesta i morti che hanno insanguinato le strade di questo paese per difendere i diritti di tutti.

In questo processo repressivo e reazionario il ruolo delle organizzazioni storiche della sinistra non è stato semplicemente subalterno, debole o incapace a reagire, ha contribuito in maniera determinante con le strutture di controllo e repressione istituzionale.

Non vogliamo discutere qui della sorte di quella sinistra, attendiamo che la deriva centrista iniziata ai tempi di Berlinguer, quando i partiti si sono fatti stato e i sindacati azienda, si concluda al più presto, demolendo le residue illusioni di chi ancora crede stoicamente nell’alternativa riformista.

La continua impunità è stata garantita anche da governi di "sinistra" ai criminali di allora e di oggi, il silenzio continua ad accompagnare lo stravolgimento del Diritto, dove si è imposto il principio inquisitorio, l’applicazione di leggi che puniscono l’intenzione di commettere reati, la corresponsabilità morale, la retroattività delle leggi, il fermo di polizia, la carcerazione preventiva, l’impunibilità dei crimini commessi dalle forze dell’ordine, in pratica la legalizzazione della pena di morte.

Niente contrasta il potere enormemente ampliato delle forze di polizia di perquisire, intercettare, limitare i movimenti fino al confino di fascista memoria, oggi chiamato soggiorno obbligato, le perquisizioni personali senza autorizzazioni del magistrato.

L’introduzione di reati di opinione come "l’associazione a fini di terrorismo e contro l’ordinamento democratico" che si abbina all’associazione sovversiva già esistente, il reato di "insurrezione contro lo stato", sono tutti reati associativi che puniscono il fine anche in assenza del reato e che violano apertamente il principio sancito dall’art. 27 della Costituzione che recita "La responsabilità è personale".

Non leggiamo ne udiamo voci che si alzano per denunciare la vendetta giudiziaria perpetrata con i regimi speciali di detenzione, la vergogna delle carceri speciali dove i più elementari diritti sono concessi e negati in forma premiale e ricattatoria a totale discrezione dell’amministrazione penitenziaria, concetto che peggiora addirittura l’art. 280 del regolamento Rocco del 1931 che prevedeva la decisione del Magistrato di sorveglianza per i regimi di punizione.

Come non abbiamo mai sentito da nessuno sdegno per le torture più volte eseguite su indiziati e fermati nelle caserme, nelle carceri e nei commissariati, sia su detenuti politici che comuni, dagli anni dell’"emergenza terrorismo" a Genova nel 2001.

La difesa dell’ordine democratico è la corta coperta con cui si tentano di celare leggi fatte per garantire impunità ai potenti, e quelle che non si faranno mai per garantirne gli interessi personali; l’impunità di responsabili di stragi e di organizzazione clandestine armate; i mille e più nomi dell’organizzazione P2 che ancora vengono tenuti nascosti, i traditori dell’organizzazione segreta Gladio elevati a presidenti della repubblica, i criminali politici e comuni che siedono in parlamento insieme a fascisti e razzisti.

Come la cosiddetta "democrazia dell’alternanza" nasconde le truffe elettorali, il voto obbligato senza la scelta dei candidati, il bipolarismo, due facce della stessa medaglia, che celano il futuro partito unico, l’inesistente libertà di stampa, il progressivo impoverimento della maggioranza a favore dell’arricchimento smisurato di pochi, l’interesse economico come valore incontrastato, le guerre pacifiste umanitarie, la non sovranità nazionale con l’occupazione militare di padroni stranieri.

In tutto questo non è difficile comprendere che la rivendicazione di Giustizia è lotta di libertà e di indipendenza, per il rispetto dei diritti delle persone, del diritto all’incolumità, del diritto di parola, del diritto alla verità. E’ lotta per la democrazia.

Non abbiamo interlocutori, tanto meno abbiamo bisogno di parole di solidarietà o di simpatia, è da tempo che abbiamo rinunciato a chiedere, sappiamo che la giustizia non passa per le aule dei tribunali, che la verità non viene scritta sui giornali, che i partiti rappresentano solo se stessi.

Quel che è certo è che facciamo parte dell’altra società, quella di chi non ha rappresentanti politici ne voce sui media, quella a cui vengono negati i diritti fondamentali, quella che non può permettersi un futuro perché emarginata dalla condanna del precariato.

Quello che possiamo fare è solo denunciare, anno dopo anno, la deriva reazionaria del sistema politico italiano e sperare nel necessario sovvertimento dell’ordine cosiddetto democratico.

L’evidente irreparabile incompatibilità tra potere e diritti ci porta ormai a chiedere di schierarsi, non ci sono più vie di mezzo, chi continua ad affermarlo, in buona o cattiva fede, per noi ha scelto da che parte stare.

Non è la nostra.

30 settembre 2007

tratto da " Associazione Walter Rossi "




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 23/3/2008 alle 20:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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