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AntifascismoResistenza
23 marzo 2008
La resistenza civile in Danimarca: il salvataggio degli ebrei danesi.
 

L’anno 1943 fu teatro del salvataggio più spettacolare della guerra: quello degli ebrei di Danimarca. Fin dall’occupazione del Paese nell’aprile 1940, il governo danese, che s’era impegnato nella collaborazione di Stato con Berlino, si era fatto garante dell’integrità della comunità ebraica. Tutto ciò non era una prova di pro-semitismo: l’attitudine governativa era piuttosto fondata su una posizione politica di principio. Prendersela con gli ebrei equivaleva ad una lesione di un elemento fondamentale della costituzione danese: quello dell’uguaglianza di diritti fra cittadini. Il re Cristiano X dava prova della stessa fermezza e minacciava di portare la stella gialla, qualora Berlino volesse imporla agli ebrei. E siccome la Germania ci teneva al mantenimento del governo danese, il progetto della loro deportazione fu respinto più volte. Ma la crisi dell’agosto 1943, che segnò la fine della collaborazione dello stato danese, per via delle dimissioni del governo, riportò la questione all’ordine del giorno. Infatti il Paese passò sotto il diretto controllo dell’occupante e poco dopo Berlino attuò il piano di arresto degli ebrei, senza poter tuttavia contare sulla collaborazione della polizia danese. Ma ci fu una fuga di notizie: tre giorni prima che l’azione si scatenasse, com’era previsto, nella notte del primo ottobre, un funzionario dell’ambasciata tedesca, Georges Ferdinand Duckwitz, preavvisò i responsabili della Resistenza danese. Il progetto di rastrellamento fu comunicato ai dirigenti della comunità ebraica ed a parecchi fra i massimi responsabili dello Stato danese. All’indomani, 29 settembre vigilia dello “Yom Kippur”, il rabbino della sinagoga di Copenhagen preavvisò i partecipanti alla funzione del mattino. La notizia circolò molto in fretta, passando parola ed utilizzando i canali informativi propri della Resistenza o di numerose associazioni. Le recenti dimissioni del governo avevano radicalizzato gli animi e in parecchi erano disposti a "fare qualcosa"” non necessariamente per gli ebrei, ma contro i tedeschi in ogni caso.

Il mattino del 2 ottobre, il commissario del Reich, Werner Best, aveva catturato 475 persone, il 6% degli ebrei danesi. Furono deportatati a Theresienstadt, campo di transito e non di sterminio. Proteste pubbliche contro il rastrellamento non tardarono a farsi sentire: dal Primate della Chiesa danese, all’insieme dei Vescovi, dai principali partiti politici, ma anche da diverse organizzazioni sindacali, professionali, etc.

Tuttavia gli ebrei non erano ancora fuori pericolo: nascosti in Cophenagen e nei dintorni, restavano in condizioni precarie di sicurezza. S’impose perciò la loro fuoriuscita per mare verso la vicinissima Svezia, attraverso il Dund, come la soluzione migliore. In pochi giorni il salvataggio degli ebrei era diventato una questione nazionale per molti Danesi, un modo concreto per sfidare l’ordine nazista.

E così migliaia di persone di ogni ambiente si mobilitarono spontaneamente per far riuscire l'operazione. Il salvataggio prese allora il tono di un'epopea. Uno dei suoi responsabili principali, Aage Bertelsen, un insegnante, ne ha fatto un racconto particolareggiato.

Descrive come uomini e donne, senza alcuna esperienza della clandestinità s'impegnarono spontaneamente in quel servizio: come fu necessario reclutare le imbarcazioni dei pescatori ed assicurarsi che fossero pagati; come toccò vigilare sulla sicurezza degli ebrei quando essi si recavano nei loro punti d'imbarco, ecc. Le principali strade e sentieri che vi conducevano erano sorvegliati da membri della Resistenza, pronti ad aiutare coloro che si perdevano. La stessa polizia danese prese parte al salvataggio guidando la gente verso la direzione giusta.

Ingenti fondi privati furono messi a disposizione, ed anche da banche, per provvedere alle spese, poiché erano numerosi quelli che non avevano il necessario per pagarsi il viaggio. L'operazione fu un successo e fornì la prova che nell'Europa dominata dai nazisti era ancora possibile la solidarietà umana su vasta scale. Questa riuscita testimoniava che un piccolo popolo disarmato poteva spezzare la logica infernale del genocidio, quando era esente da antisemitismo.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 23/3/2008 alle 20:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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