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AntifascismoResistenza
21 febbraio 2010
''Sia folgorante la fine'' di Carla Verbano ·
 ''Sia folgorante la fine'' di Carla Verbano

(di Alessandra Magliaro)

Quando fu ucciso a casa sua, a Montesacro a Roma, stava per compiere 19 anni, nella stanza accanto i genitori Rina Zappelli e Sardo erano stati resi impotenti, legati e con il cerotto sulla bocca. Si chiamava Valerio Verbano, studente al liceo Archimede, attivo nel collettivo autonomo di Val Melaina: il 22 febbraio saranno 30 anni dal suo omicidio. Sua madre, che di anni ne ha 86, da quel drammatico giorno del 1980 non ha smesso di cercare il colpevole e di non accontentarsi di una sigla, quella neofascista dei Nar, che ne rivendico' l'esecuzione.

Tre anni fa, a 83 anni, ha fatto un corso Internet e aperto un sito nel nome del figlio con un blog in cui va indietro negli anni, cerca particolari, incrocia date e dialoga con gli amici di Valerio. Quelli che lo ricorderanno domani alla palestra popolare Verbano al Tufello, il 20 con un concerto dei 99 posse e Assalti frontali e poi un corteo, il 22 con un fiore sotto casa a Via Monte Bianco dove una lapide viene profanata di continuo.

Che donna, Rina Carla Verbano: un segugio a perdifiato nella notte degli anni di piombo, con il dolore lancinante a darle la carica ogni mattina, cosi' forte da superare le tante delusioni per una morte ancora senza giustizia.

Sia folgorante la fine, uscito in questi giorni nella collana di Rizzoli 'Prima persona', e' la storia di Valerio Verbano e di sua madre che ancora oggi si rimprovera di non essersi riuscita a ribellare ai tre che suonarono quel giorno alla porta chiedendo di entrare perche' amici del figlio e invece erano i suoi assassini. Il libro non esce a caso: Carla Verbano ha ancora la forza di cercare e spera, lo dice chiaramente, che le cose che scrive conducano l'assassino da lei. Lei lo riconoscerebbe, e per questo non si da', pace. ''Quando e' comparso davanti ai miei occhi non aveva ancora il passamontagna calato. Potrei ancora identificarlo'', dice immaginandosi pure il momento: ''Lo farei accomodare, gli preparerei un caffe', purche' mi spiegasse perche'''.

L'omicidio Verbano non ha colpevoli materiali ma solo una rivendicazione, i Nar. Il mistero ha sempre riguardato un dossier che il giovane autonomo aveva realizzato sull'eversione nera, centinaia di pagine di appunti, nomi, cognomi, collegamenti con la malavita cittadina e con gli apparati statali per le coperture, che fu sequestrato dalla Digos e inghiottito nel nulla. Sardo Verbano e' sempre stato convinto che quello fosse il motivo. Carla, che spesso nel libro si da' ironicamente della marziana, negli anni e' passata e ripassata davanti quella che negli anni di piombo e' stata una via crucis con le strade del quadrante Nord est di Roma, Trieste, Salario, Nomentano, Montesacro che tra neri, rossi, poliziotti, giudici e morti per sbaglio, ha cifre da guerra civile. Carla Verbano li ripassa tutti quei morti, va sotto casa di tutti, di Paolo Di Nella, ucciso con una sprangata, Stefano Cecchetti, 19 anni, cuoco ucciso per sbaglio, Francesco Cecchin, del giudice Vittorio Occorsio, del poliziotto Franco Evangelista detto Serpico davanti al Giulio Cesare e di tanti altri. Episodi, nomi in fondo ad una memoria che riemerge nei trentennali rimasta invece sempre viva tra i parenti delle vittime. E' commovente mamma Verbano quando racconta i pomeriggi passati con Gianpaolo Mattei, unico sopravvissuto dei suoi fratelli bruciati vivi a Primavalle nella strage piu' orrenda di quegli anni e te li immagini tristi e a cercare conforto in quel salotto dove gli avevano ucciso il figlio diciottenne che come dice lei non era autonomo, faceva l'autonomo. Lei quegli anni non li vuole demonizzare ne' esaltare, lei, ribadisce in ogni pagina, vuole trovare l'assassino di Valerio. Per questo una morte assurda che non le va giu' e' quella del giovane giudice Mario Amato che aveva l'inchiesta Verbano e fu ucciso pure lui, che aveva preso il posto di Occorsio. Valerio Fioravanti che fu indicato tra i coinvolti dell'omicidio ha accettato un anno fa, con Francesca Mambro, l'invito di Carla. ''Mi hanno mentito, hanno detto che e' stato qualcuno della Banda della Magliana'', dice sottolineando di non crederci. Questa donna simbolo si scusa, c'e' del livore: il marito e' sempre stato convinto che fosse Fioravanti il colpevole.



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17 febbraio 2010
Divelta lapide ai martiri cecoslovacchi
 Divelta lapide ai martiri cecoslovacchi
Al suo posto svastiche e un fascio littorio
Offesa alla memoria: distrutto il monumento a 15 vittime del Comando austriaco nella prima guerra mondiale. Il sindaco: «Atto di inciviltà dettato da grave ignoranza»

CONEGLIANO (Treviso) - Una grande lapide che commemorava l’uccisione di 15 martiri cecoslovacchi a Conegliano da parte del Comando austriaco nel corso della prima guerra mondiale è stata divelta e distrutta da ignoti, che al suo posto hanno dipinto simboli neonazisti e un fascio littorio tracciato con lo spray nero.

Per il sindaco di Conegliano Alberto Maniero, la distruzione della
lastra di marmo lunga circa un metro e mezzo è un «atto di inciviltà dettato da una profonda ignoranza e dalla mancanza di rispetto verso la memoria e i valori della nostra comunità». Il danneggiamento è stato scoperto da un agente della polizia municipale. «Condanniamo profondamente quanto accaduto e tutti gli atti che con diversi fini vogliono cancellare la memoria - ha proseguito il sindaco - crediamo invece profondamente nel valore che hanno questi simboli e nelle cerimonie che li valorizzano, soprattutto rispetto alle giovani generazioni». La lapide era stata deposta nella via intitolata ai Martiri Cecoslovacchi nel 1991, nel corso di una cerimonia ufficiale
alla presenza del console cecoslovacco a Venezia.


articolo tratto da http://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/notizie/cronaca/2010/15-febbraio-2010/divelta-lapide-martiri-cecoslovacchi-suo-posto-svastiche-fascio-littorio-1602469773003.shtml



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17 febbraio 2010
Un inchino a Dresda ·
 Un inchino a Dresda

E’ una delle poche cittá tedesche in cui vale sempre la pena passare un fine-settimana. Non solo perchè Dresda è una perla (completamente ristrutturata) del barocco. Ma perché questa orgogliosa cittá ha avuto sempre la forza ed il coraggio di riprendersi dalle madornali batoste che il 20 °secolo le ha inferto.

L’inferno delle tonnellate di bombe sganciate la notte del 13 febbraio dai 796 Lancaster della Royal Air Force, più le altre tonnellate scaricate nella seconda passata del 14 febbraio di 65 anni fa dai 311 B-17 americani son state la prova più tragica a cui Dresda è stata sottoposta. Sotto il fuoco di 3300 tonnellate di bombe che in due giorni l’han ridotta in cenere, sono morte – si stima – almeno 25mila persone.

Dopo la catastrofe dei 12 anni di nazismo, e l’ecatombe dei bombardieri di Sir Harris,è calata la notte dei 40 anni del regime di Ulbricht e poi di Honecker sulla valle dell’Elba. Cosa questi 4 decenni di oscuritá politica, culturale e psicologica abbiano significato per la cittá e per i sassoni, nessuno l’ha meglio desritto del giovane Uwe Tellkamp. In un romanzo recente – “Der Turm”, La Torre – che é un disperato omaggio di 973 pagine alla bellezza così sfregiata e più volte maltrattata di Dresda.

Come se non fossero bastati i lunghi supplizi di due dittature, anche la natura ci si è messa, con l’alluvione dell’Elba del 2002 a perseguitare il capoluogo sassone. Per l’allora cancelliere della Spd, Gerhard Schröder, comparso sull’Elba coi suoi indimenticabili stivaloni verde-bottiglia fu la conferma del secondo mandato.

Ma per la gente di Dresda e dintorni, dopo la notte delle privazioni durata 40 anni nell’ex-Ddr, l’ennesima catastrofe.

Eppure ieri la gente del capoluogo sassone ha dato ancora una volta una bella prova della pasta di cui é fatta. Del coraggio civile che sanno tirare fuori i suoi cittadini quando si tratta di difendere “la perla” dalle invasioni, storiche o naturali che siano. C’erano tutti, dalla simpatica Helma Orosz, sindaco di Dresda, al premier regionale Stanislaw Tillich (entrambi della Cdu), sino ai capi della Spd, dei verdi, della sinistra varia, dei sindacati e della chiesa: tutti, giovani come anziani schierati come una compatta diga democratica contro la valanga nera dei neonazi. Che anche quest’anno ci han provato ad abusare con i loro scurrili striscioni ed osceni slogan delle sofferenze inflitte a Dresda e ai suoi cittadini il 13 e 14 febbraio del 1945.

Ho avuto il dispiacere di parlare un paio di volte con questi fondamentalisti radicali che chiamiamo ‘neonazisti’. Ed ho incontrato il più ‘Fondi’ di tutta la tribù, tal Udo Voigt, il presidente della Npd. Loro negano ogni valore storico e di diritto ai principi etico-politici della Verfassung, della costituzione tedesca. Per loro si tratta solo di un artificiale ‘mostro’ imposto con le armi nel dopoguerra dal capitalismo americano non tanto alla Germania, ma alla Repubblica Federale. Che per loro è un altro ‘mostro’, non certo la ‘genuina’Deutschland.

Quest’ultima più che una concreta entitá politica è nei loro curiosi paradigmi un’idea mistica. E’ il luogo i cui vive il popolo tedesco che è ‘über alles’ sotto almeno due aspetti. Sotto quelli più demenziali di una ipotetica razza germanica. Ma anche dal punto di vista geografico, ossia ben oltre gli attuali confini – che loro non accettano – con la Polonia.

Impossibile, se non si sono deglutiti come oro colato questi due, tre principi dogmatici – ogni discussione razionale con un ‘normale’ Neonazi. Sarebbe come voler discutere sul filo di argomenti sensati con un fervente Ultrá.

Con uno astuto poi come il capotribù Udo Voigt anche le normali interviste diventano problematiche: Voigt si ferma sempre un momento prima di dire esplicitamente quel che davvero pensa sulla Costituzione e sulle regole della societá democratica. Che chiaramente rinnega e non rispetta minimamente. Anche se lui, la sua Npd ed i suoi baldi giovinastri (con tutti i loro giornaletti, case editrici, filmini e concertelli nazirock ed empori Kitsch) ne sfruttano abilmente – dalle sovvenzioni ai partiti alle libertá democratiche di stampa e riunione – tutte le risorse – ossia i soldi del contribuente – e le libertá.

E’ solo una delle prime contraddizioni in cui si avvolge anche il più radicale dei naziskin. Ma la più raccapricciante di queste perversioni è quando 4 o 5mila di questi naziskin sfruttano come ieri i principi democratici per invadere Dresda ed urlare in piazza una delle più esacrande bestemmie del 20° secolo. E cioé che i bombardamenti del febbraio 1945 siano stati qualcosa come un “Bomben Holocaust” del popolo tedesco. Un Olocausto per giunta che nella astrusa mente barocca di qualche naziskin si deve ad una presunta congiura internazionale, tramata dalle solite, oscure Potenze del male (gli Usa, in genere) per negare e falsificare la ‘Vera’ Storia del Deutsches Volk…

Per fortuna – della Verità, della Storia e del popolo tedesco – che ci sono ancora loro, i baldi giovini della Npd, a salvare l’onore il sangue e il futuro del Deutsches Volk da tanti cattivi nemici e complotti internazionali!

Come liberarsi di tanta mole di idiozie e, soprattutto, di idioti del genere?

Solo sulla base delle leggi, adoperandone anche tutti i cavilli del codice, e ricorrendo persino all’utima istanza dei giudici della Costituzione non si ottiene molto. La Spd ci ha già provato anni orsono in Germania ad appellarsi alla somma istanza della Corte di Karlsruhe, ed è miseramente fallita (rendendo anzi ad Udo Voigt uno dei più graditi servigi).

L’unica per smontare la malia neoromantica, la pseudo-metafisica dei naziskin resta sempre la strada dell’Aufklärung, che oggi diremmo dell’Informazione. Negli ultimi anni ad esempio son stati pubblicati bei libri sulla cosiddetta Luftkrieg, la guerra-aerea in Germania (uno dei quali, dello storico berlinese Jörg Friedrich, “Der Brand”, diventato un bestseller internazionale).

Ma quando anche la via degli argomenti, dei testi ed informazioni è giunta alla fine, l’unica é sobbarcarsi la fatica di scendere in piazza. Per impedire come hanno fatto ieri in 10mila a Dresda che 4, 5mila bacarozzi tutti neri sfilino tranquillamente per una delle cittá piú belle di Germania urlando le più demenziali castronerie del 20° secolo.

Un applauso quindi e un dovuto inchino ai cittadini di Dresda.


articolo tratto da http://vastano.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/02/14/un-inchino-a-dresda/



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17 febbraio 2010
Roma: candidato PDL in consiglio regionale regala calendario del Duce ·
 E il candidato del Pdl
regala il calendario del Duce

Luigi Celori propone un nostalgico omaggio per il 2010 "ottantottesimo anno dell´Era Fascista". "Dovete mantenere nel cuore la fede"

di Giovanna Vitale

Il duce in marsina, cilindro e posa gladiatoria campeggia sulla copertina. Affianco, stampato in caratteri cubitali, il titolo del lunario distribuito in centinaia di copie a ogni appuntamento elettorale: "Calendario storico 2010 - LXXXVII E.F.". Ovvero ottantottesimo anno dell´Era Fascista: iniziata nel 1922 con la marcia su Roma ed evidentemente mai finita per il candidato Pdl in consiglio regionale Luigi Celori, autore del nostalgico cadeau destinato a militanti che come lui non rinnegano. Né il passato né le gloriose origini. Riassunti nel distico riportato in basso: «Dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell´idea che è stata e sarà la più audace, la più originale (...). La storia mi darà ragione». Firmato: Benito Mussolini. Il suo lascito morale, l´eredità politica. Che l´ex capogruppo di An alla Pisana, in corsa per un terzo mandato, non ha alcuna intenzione di ripudiare.

Alla faccia di Gianfranco Fini e del suo giudizio sul Ventennio «male assoluto». Di Berlusconi e dei forzisti che camerati non lo sono stati mai. E persino di Renata Polverini, che dopo aver ottenuto il ritiro di Adriano Thilgher (già condannato per ricostituzione del partito fascista) dalle liste della Destra, si ritrova ora sotto lo stesso tetto un appassionato supporter del duce. Talmente fiero di quel che pensa, il consigliere Celori, da tradurlo in materiale elettorale. Il suo indirizzo internet stampato su ogni pagina per evitare confusioni o errori: l´idea è sua, e se ne vuol vantare.

Sfogliare il calendario, summa apologetica di Benito Mussolini e relative gesta, è come fare un salto indietro nella storia. Per ogni mese un fascio littorio, una ritratto in bianco e nero, uno slogan fascista: «I lavoratori devono amare la Patria. Come amate vostra madre...». «Molti nemici molto onore». «Credere, obbedire, combattere». A gennaio ecco il Duce in divisa, accanto ai contadini; appare di profilo e con l´elmetto, ad aprile, intento a leggere un dispaccio; in abito scuro e bombetta a luglio; a dicembre col braccio teso, insieme a tre ragazzini che lo imita nel saluto romano. Quasi tutti i giorni scanditi da un avvenimento del Ventennio: l´11 febbraio si segnala che nel «1929 Mussolini e il cardinal Gasparri firmano i patti lateranensi»; il 12 marzo che nel «1940 Mussolini annuncia l´intervento dell´Italia a fianco della Germania»; il 28 aprile - evidenziato in verde - che nel «1945 viene assassinato a Giulino di Mezzegra». E via così. L´esaltazione del fascismo che non muore perché «è l´idea, la storia mi darà ragione». (16 febbraio 2010)

 tratto da Repubblica



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13 febbraio 2010
Milano: bliz neofascista a teatro
 A MILANO: BLITZ NEOFASCISTA A TEATRO i

Milano, nuova intimidazione a un teatro

Ma che succede a Milano?? Il livello dei rapporti umani si è davvero così imbarbarito come sembra, in quella città? L’altro giorno intimidazioni a un attore, Giulio Cavalli, perchè in scena parla di mafia. Ieri sera aggressioni neofasciste si sono viste al Teatro i, dove Daniele Timpano sta recitando Dux in scatola. A conclusione della recita di ieri (l’ultima) una decina di spettatori che avevano regoralmente pagato il biglietto hanno sfoderato bandiere con le croci uncinate, e hanno cominciato a inveire contro l’attore urlando slogan del tipo : “piazzale Loreto vergogna nazionale”. Allontanati dalla platea, i dieci se la sono poi presa con il pubblico che durante lo spettacolo rideva e applaudiva.

Due episodi ugualmente gravi, sintomo di un abbassamento del grado di democrazia, tolleranza, rispetto, di un degrado del vivere civile che non riconosce più nel dialogo il normale confronto tra le parti.
images (1)

In Dux in scatola Daniele Timpano, autore e attore, vincitore del Premio Scenario, racconta in prima persona le vicende legate al cadavere di Mussolini da Piazzale Loreto nel ‘45 alla sepoltura nel cimitero di S.Cassiano di Predappio nel ‘57. La storia del “morto eccellente” si intreccia a testi di Marinetti, Gadda, Malaparte…, ma anche agli slogan dei nuovi fascisti per capire cosa sia oggi e come si esprime la “nostalgia del fascismo”.

Questo è il comunicato del Teatro i:
Ieri sera, mercoledì 10 febbraio, al termine della rappresentazione dello spettacolo Dux in scatola di Daniele Timpano, un gruppo di dieci spettatori ha interrotto gli applausi scandendo slogan neofascisti e sventolando uno striscione al grido di “Piazzale Loreto vergogna nazionale”.
Tra lo stupore e lo sconcerto del pubblico e dello stesso Timpano, il gruppo è stato prontamente fermato dal personale del teatro ed invitato a lasciare la sala.
L’episodio si inserisce in una serie di simili iniziative che hanno colpito luoghi diversi della città di Milano, dalla sede di Radio Popolare alla Libreria Feltrinelli (sul sito neofascista http://www.vivamafarka.com/forum/index.p… l’agghiacciante resoconto dell’evento), e che rappresentano segnali allarmanti in una città che per anni è stata considerata la capitale morale della Resistenza, in uno Stato dove a tutt’oggi l’apologia del fascismo è un reato punibile secondo la legge 645 del 20 giugno 1952.
Teatro i intende prendere radicalmente le distanze da quanto accaduto, scusandosi con gli spettatori presenti in sala e impegnandosi in tutti i modi previsti dalla legge affinché simili episodi non abbiano a ripetersi in futuro.

Teatro i
via Gaudenzio Ferrari, 11
20123 Milano
tel. 02/8323156 - promozione@teatroi.org

www.teatroi.org - www.myspace.com/teatroi

tratto da http://bandettini.blogautore.repubblica.it/2010/02/11/milano-nuova-intimidazione-a-un-teatro/



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29 gennaio 2010
Vergogna nera ·
 di Nicola Mastrangelo - ROMA
Vergogna nera
Nella giornata del ricordo della Shoà il gruppo neofascista «Militia» oltraggia il museo della Liberazione e copre di scritte il centro di Roma. Insulti per il capo della comunità ebraica. Tutti condannano, la sinistra ricorda i saluti romani al comizio della Polverini
«Olocausto propaganda sionista», e «27 -01 Ho perso la memoria». Sono le vergognose scritte apparse sul muro ieri mattina, giornata della memoria, a Roma in Via Tasso,proprio a due passi dall'entrata del museo della Liberazione. Più avanti, altre scritte,altri insulti rivolti al capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e al sindaco Gianni Alemanno definiti: «porco judeo» il primo, «verme sionista»il secondo. Ma non sono le sole: sempre sui muri del quartiere Esquilino si legge «Hamas vincerà»e «Israele boia».Un attacco vigliacco, non un atto vandalico.Le scritte sono per la maggior parte firmate dal gruppo neofascista «Militia». La telecamera di sicurezza del museo di via Tasso, ha ripreso un gruppo di quattro ragazzi che muniti di spray e passamontagna in formazione militare hanno imbrattato l'ingresso di quello che un tempo era il comando ed il carcere di tortura delle Ss a Roma. «È stato un omaggio ai nazisti - ha detto il direttore del museo Giuseppe Mogavero - perché le scritte sono apparse al civico 155 dove c'era il comando delle Ss di Kappler e Priebke. E c'è la duplice concomitanza con l'apertura della mostra sulla prostituzione forzata nei lager».
«Militia» è una sigla legata alla figura di Maurizio Boccacci ex leader del disciolto Movimento Politico Occidentale. Boccacci è noto alla Digos per aver rivendicato la paternità di altri striscioni apparsi lo scorso 19 novembre, in via del Muro Torto, che avevano come bersagli sempre Riccardo Pacifici. Il quale ha commentato l'episodio di ieri come «un grande atto di debolezza da parte di questi ragazzotti, perché il paese è cambiato,nessuno resterà indifferente e non è più possibile pensare di ricreare un clima come quello del passato.L'Italia - ha detto Pacifici - è un paese che ha ben chiaro nel preambolo della sua Costituzione,il giudizio sul nazifascimo.Ha una legge che punisce chi inneggia al razzismo,alla xenofobia e all'antisemitismo». Anche il sindaco di Roma, Alemanno (che ieri ha celebrato il giorno della Memoria nel campo rom di Casilino) ha definito le scritte come una «offesa senza pari al rispetto della persona umana.Purtroppo - ha aggiunto - C'è ancora qualche criminale che offende la memoria per ottenere visiblità».
Uniti alla condanna del gesto offensivo,avvenuto proprio nel giorno istituito per commemorare e ricordare le vittime dell'Olocausto, gran parte del mondo politico e delle istituzioni.«Sono scritte offensive,mi auguro che queste persone vengano assicurate alla giustizia», ha detto Andrea Ronchi ministro per le politiche europee che ieri si è recato al museo.Solidarietà al museo di via Tasso e a tutta la comunità ebraica sono arrivate da parte del mondo del lavoro attraverso le parole di Claudio Berardino,segretario della Cgil di Roma e Lazio «scritte infamanti nel giorno in cui si celebra la Memoria e si commemorano tutte le vittime della barbaria nazifascista».Solidarietà e condanne ad un gesto razzista e preoccupante,che dovrebbe far riflettere su quanto sia ancora vivo e serpeggiante il germe del fascismo e del razzismo. Che si nasconde e si mimetizza,che appare sporadico con scritte sui muri e saluti romani in occasione di partite di calcio o manifestazioni di qualche politico,magari candidato alla presidenza della regione Lazio. E' i caso di Renata Polverini,candidata del Pdl,alla regione Lazio. Ieri ha commentato l'episodio parlando di un «atto di gravità inaudita». Il consigliere provinciale di Sinistra e Libertà Gianluca Peciola la invita però a «assumere una decisa presa di posizione nei confronti delle espressioni nostalgiche a cui abbiamo assistito durante la sua campagna elettorale. Affinché le dichiarazioni di condanna non suonino come retoriche e di circostanza ». La candidata del centrosinistra Emma Bonino ha inviato un messaggio alla comunità ebraica: «Siamo sempre con voi».
Scritte razziste e polemiche da campagna elettorale non hanno comunque fermato i volontari del Museo di via Tasso dal celebrare la giornata della memoria. Che hanno indetto insieme all'Anpi un sit-in di fronte al museo per domenica alle 10,30.

articolo tratto da http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100128/pagina/02/pezzo/270088/



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29 gennaio 2010
Valerio Verbano: un libro per raccontare quanto “sia folgorante la fine” ·
 Valerio Verbano: un libro per raccontare quanto “sia folgorante la fine”


VERBANO CARLA; CAPPONI ALESSANDRO
SIA FOLGORANTE LA FINE

Genere: Libri
Editore: RIZZOLI
Pubblicazione: 01/2010
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 15,00
Prezzo NicePrice: € 12,00 -20%
ISBN-13: 9788817038447
ISBN: 881703844X
Disponibilità: Immediata

È il 22 febbraio 1980. Valerio, diciannove anni, viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca nella sua casa di Monte Sacro a Roma. I genitori sono nella stanza accanto, legati e imbavagliati. Dopo svariati tentativi di depistaggio l'assassinio è rivendicato dai Nuclei armati rivoluzionari, un'organizzazione neofascista, ma gli esecutori non saranno mai identificati. Chi era Valerio Verbano? Perché è stato ucciso? Vicino all'area dell'Autonomia operaia, stava raccogliendo un dossier sui collegamenti tra alcuni gruppi dell'estrema destra e settori della malavita cittadina, incluse vicinanze e coperture degli apparati statali. Il materiale, sequestrato durante una perquisizione, scompare dagli archivi alla morte del ragazzo. Ricompare sotto gli occhi del giudice Mario Amato, responsabile dell'indagine, che poche settimane dopo muore in un agguato. Alcune prove smarrite e altre, inspiegabilmente, distrutte; infine l'inchiesta si arena in un fascicolo denominato "atti contro ignoti". Del dossier Verbano non si è più saputo nulla. Intanto la mamma di Valerio, dallo stesso salotto in cui si svolse la tragedia, continua a chiedere giustizia: non solo per sé, ma per tutte le famiglie devastate dalle raffiche degli anni di piombo.

Da
libreriarizzoli.corriere.it



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23 gennaio 2010
Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato ·
 Tra gli imputati il parlamentare Matteo Bragantini e il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo
Secondo i magistrati, la Guardi Padana era un'organizzazione armata che pianificava la secessione

Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato

VENEZIA - Trentasei militanti della Lega Nord, tra i quali il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il parlamentare Matteo Bragantini, sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Verona. Il processo si aprirà il primo ottobre prossimo. Il giudice ha accolto la tesi della procura, che accusa le 'Camicie verdi' di essere un'associazione a carattere militare: il reato contestato è quello di costituzione di banda armata.

Il procedimento aveva subito due lunghi momenti di pausa, per attendere il pronunciamento dapprima di Strasburgo e poi della Corte Costituzionale, sulla posizione degli indagati che all'epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

L'indagine aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio, tra i quali il leader Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli - poi usciti definitivamente dall'inchiesta nel dicembre scorso - e fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L'inchiesta - come riportano alcuni quotidiani locali - era stata avviata dall'allora procuratore Guido Papalia.

Secondo l'accusa - che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche - la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l'obiettivo anche di organizzare attraverso un'organizzazione armata la resistenza e pianificare l'eventuale secessione. I 36 imputati, in gran parte lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

Estremamente critico nei confronti dei magistrati il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia: "La giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini".



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23 gennaio 2010
Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato ·
 Tra gli imputati il parlamentare Matteo Bragantini e il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo
Secondo i magistrati, la Guardi Padana era un'organizzazione armata che pianificava la secessione

Le "Camicie verdi" un'associazione militare 36 rinvii a giudizio, c'è anche un deputato

VENEZIA - Trentasei militanti della Lega Nord, tra i quali il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il parlamentare Matteo Bragantini, sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Verona. Il processo si aprirà il primo ottobre prossimo. Il giudice ha accolto la tesi della procura, che accusa le 'Camicie verdi' di essere un'associazione a carattere militare: il reato contestato è quello di costituzione di banda armata.

Il procedimento aveva subito due lunghi momenti di pausa, per attendere il pronunciamento dapprima di Strasburgo e poi della Corte Costituzionale, sulla posizione degli indagati che all'epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

L'indagine aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio, tra i quali il leader Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli - poi usciti definitivamente dall'inchiesta nel dicembre scorso - e fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L'inchiesta - come riportano alcuni quotidiani locali - era stata avviata dall'allora procuratore Guido Papalia.

Secondo l'accusa - che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche - la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l'obiettivo anche di organizzare attraverso un'organizzazione armata la resistenza e pianificare l'eventuale secessione. I 36 imputati, in gran parte lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

Estremamente critico nei confronti dei magistrati il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia: "La giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini".



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 23/1/2010 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 gennaio 2010
Brescia. Fioravanti: «Lo Stato ostacolò le indagini» ·
 
Fioravanti: «Lo Stato ostacolò le indagini»
In aula «Giusva», militante neofascista a capo dei Nar, riconosciuto colpevole della strage di Bologna e dell'omicidio di 93 persone

L'ex terrorista ha ricordato la breve conoscenza con Giovanni Melioli: «Nel '79 voleva mettere una bomba alla questura di Roma, per uccidere dei poliziotti»

Brescia. Strategia della tensione, anni di piombo, anni dalle trame intricate, anni difficili da capire. Anche per Valerio «Giusva» Fioravanti che qualche chiave di lettura, rispetto a un comune mortale, deve pur averla. Capo dei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, definito «figlioccio» di Franco Freda, Fioravanti nei lunghi anni di detenzione (condannato a otto ergastoli e 134 anni è tornato libero dallo scorso aprile) ha cercato di capire cosa mosse gli estremisti di destra «della vecchia generazione», ha cercato di sondare i ruoli e di investigare i legami con gli apparati dello Stato per riuscire a difendersi meglio dalle accuse che gli venivano mosse. Solo una cosa Fioravanti dice di averla capita: «gli apparati dello Stato ebbero un ruolo nell'inquinare le prove per evitare di far luce sulla verità; i servizi hanno fatto di tutto per ostacolare le indagini. Non ho mai creduto alla teoria che fossero tutti innocenti e che ci fosse un appuntato dei carabinieri che andava in giro a mettere le bombe».
Sentito ieri dai giudici della corte d'assise chiamati a giudicare cinque imputati per la strage di piazza della Loggia, Fioravanti ha ammesso candidamente di non essere «riuscito a capire cosa sia successo in quegli anni. Tutti si sono accusati di tutto, ma in maniera incrociata. Gli ordinovisti ritenevano che Avanguardia nazionale avesse rapporti con la polizia; gli avanguardisti negavano tutto e accusavano Ordine Nuovo di essere legato a doppio filo con i carabinieri».
«NON HO AVUTO collaborazione dalla precedente generazione, ma nemmeno dagli apparati» ha precisato Fioravanti, tornato dopo ventisei anni di detenzione e di regime di semilibertà a una vita normale (ha sposato Francesca Mambro, condannata con lui anche per la strage di Bologna e hanno una figlia).
E della strage di Brescia Fioravanti ha saputo anche meno di tutto il resto. «Su Brescia - ha ammesso - ho appreso meno che su tutto il resto. Ho solo saputo in carcere a Ascoli e a Sollicciano da Sergio Calore che Cesare Ferri ebbe un ruolo nella strage. Pensando di aver appreso una notizia sensazionale ne parlai con Gilberto Cavallini: conosceva Ferri e disse che non c'era nulla di vero, che era una vecchia ipotesi, ma che lui era convinto dell'innocenza dell'amico».
Fioravanti non sa nulla della strage di Brescia, ma ha avuto contatti con alcune persone che per i pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni hanno un ruolo importante nella ricostruzione fondata sulle dichiarazioni di Carlo Digilio e su quelle, poi ritrattate, di Maurizio Tramonte, confidente del Sid con il nome in codice di «Fonte Tritone».
DI INTERESSE per l'accusa la conoscenza di Fioravanti con Giovanni Melioli, che l'ex terrorista romano conobbe attraverso Giomo, un fiancheggiatore del gruppo di Rovigo. Melioli, nelle dichiarazioni di Tramonte, ha un ruolo fondamentale nella strage di Brescia. Il giovane di Rovigo, morto nei primi anni Novanta per droga, sarebbe stato incaricato da Carlo Maria Maggi di mettere la bomba nel cestino sotto i portici di piazza Loggia. In corsa, sempre secondo le dichiarazioni di «Fonte Tritone» per piazzare la bomba ci sarebbe stato anche lo stesso Tramonte, ma Maggi scelse il giovane di Rovigo. Fioravanti lo conobbe nel '79. «Giomo fu costretto a prestare al gruppo di Melioli la sua vettura per una rapina - ha ricordato Fioravanti - ma dopo il colpo venne abbandonata chiusa a chiave». Inutile dire che le forze dell'ordine risalirono subito a Giomo e lo misero sotto torchio e lui si lasciò sfuggire qualcosa, tanto che quelli di Rovigo volevano ammazzarlo. «Noi andammo a Rovigo a intercedere per Giomo». Fioravanti e Melioli si sono visti per qualche periodo. «Ricordo che Melioli voleva mettere una bomba alla questura di Roma - ha proseguito Fioravanti - perchè voleva ammazzare un po' di poliziotti. Gli dissi che era una pazzia, che avrebbe fatto saltare anche il palazzo davanti alla questura». Melioli allora confidò a Fioravanti che la bomba l'avrebbe messa nel bar vicino alla questura, che era sempre frequentato da poliziotti. Fioravanti non ha più visto Melioli, «avevamo una diversa progettazione rivoluzionaria: loro volevano mettere le bombe, noi usavamo le armi».
Per l'accusa è singolare che nel '79 Melioli avesse in mente una strage simile a quella di piazza Loggia, dove l'obiettivo dovevano essere i carabinieri.
Fioravanti quel poco che ha appreso sulle stragi l'avrebbe saputo da Angelo Izzo, uno dei «mostri del Circeo».
«Lui aveva fatto di tutto per farsi accreditare come prigioniero politico - ha spiegato Fioravanti - e aveva frequentato la quindicina di detenuti di estrema destra. Io ho ascoltato i racconti di Izzo, ma non ci ho fatto affidamento, perchè Izzo è un matto vero». Ma cosa raccontò Izzo a Fioravanti? «Mi disse di aver raccolto una mezza ammissione da Franco Freda sulla strage di piazza Fontana; e che la borsa in banca l'aveva messa il "nano", Massimiliano Fachini». E dei rapporti tra la banda della Magliana e del legame con i servizi segreti? «Non ne so nulla» ha ribadito Fioravanti. E le parti civili hanno chiesto di sentire il fratello di Giusva, Cristiano, collaboratore di giustizia, per sapere chi erano i referenti dei servizi segreti che legavano con i criminali.

Wilma Petenzi

articolo tratto da http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/119923_fioravanti_lo_stato_ostacol_le_indagini/




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